“Perché No”

Chissà perché nessuno ha pensato di reclutare per il referendum sul taglio dei parlamentari la canzone di Lucio Battisti, “Perché no“.

Messi da parte romanticismo e poesia- “in un grande magazzino una volta al mese, spingere un carrello pieno sotto braccio a te” – i versi di Mogol incarnano lo spirito di questa consultazione molto meglio di tanti articoli e dichiarazioni.

Sta tutto nel ritornello, nella domanda retorica che il cantante pone prima a se stesso e poi alla sua lei: “Perché no? Perché no? Perché no? Scusi lei, mi ama o no?“, seguita dalla risposta dell’interlocutrice: “Non lo so, però ci sto“.

Perché No, allora?
Voto No
, perché così vota una signora di 90 anni che di nome fa Liliana Segre. E di lei mi fido. Voto No perché, per usare le sue parole, “il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia” e “sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene“.

Sì, ma entra nel merito: perché No?
Voto No
, perché dobbiamo smetterla di perdonarci tutto. Di credere che i politici siano dei corpi estranei, mele marce catapultate a Roma cui prendersela quando le cose non vanno come speriamo. Deputati e senatori sono i parenti più prossimi del “popolo”: li abbiamo scelti noi. Voto no perché il problema non è il numero, semmai la qualità. Voto no perché il guaio non è lo stipendio, piuttosto il loro valore.

Quindi, dicevamo: perché No?
Voto No
, perché tagliare la spesa pubblica dello 0,007% non può essere l’ambizione di un grande Paese. Voto No, perché il caffè all’anno di risparmio garantito dal taglio lo offrirei volentieri al politico che rappresenta la mia Regione per esporgli i miei problemi. E invece con il Sì accadrà, per esempio, che pur avendo meno della metà degli abitanti, il Trentino Alto Adige avrà lo stesso numero di senatori della Calabria. O che l’Umbria vedrà più che dimezzata la sua pattuglia di esponenti a Palazzo Madama. Voto No, perché la rappresentatività non è uno scherzo.

Sì, d’accordo, ma se intanto prima tagliamo i parlamentari e poi “facciamo le riforme”…No! Come no? Perché no?
No, per lo stesso principio per cui “voi” decidete di votare sì. Le “riforme“, i “correttivi istituzionali“, la “modifica della legge elettorale“, dovevano essere votati prima. Prima di dire eventualmente sì. Anche per questo voto No. Perché non mi fido e non rinuncio alla democrazia a scatola chiusa.

Ma come la fai lunga, ma come sei provinciale…il mondo è cambiato…
Mondo? Già, lo conoscono bene gli italiani all’estero. Sono 6 milioni, più del 10% della popolazione. E se vincesse il Sì vedrebbero la loro rappresentanza decimata: un senatore per l’Europa, uno per tutto il Sud America, un altro per Centro e Nord America. Voto No, perché emigrare all’estero non significa essere italiani di Serie B.

Ok, ho capito: fai parte della “casta” anche tu!
No
, è che per me il Parlamento non è mai stato una “scatoletta di tonno“. Né ho mai creduto come Davide Casaleggio che “il Parlamento non servirà più“. Voto No, perché un “Vaffa” non ha mai risolto un problema che sia uno. Voto No, perché non voglio tagliare la politica, ma la cattiva politica (e credetemi ce n’è: che ce n’è). Voto No, perché credo nella democrazia, non nella demagogia.

Voto No, perché anche Lucio Battisti ogni tanto sbagliava. E allora non può valere un “non lo so, però ci sto“. Perché no? Perché No.

La briga di dire No

Dicevano di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E a questo punto non è detto che prima o poi non ci chiedano di buttarla del tutto. Per fare spazio a cosa non è chiaro, evidentemente non importa.

Forse ci chiederanno di sostituire la rappresentanza dei territori con un concetto di democrazia che col popolo ha poco a che vedere; forse a Montecitorio e Palazzo Madama tenteranno di alternare un nuovo “social della democrazia”, un Rousseau 2.0 iper-connesso da sostituire alle piazze, luogo di incontro per eccellenza, fucina della Storia con la “s” maiuscola. Magari i più fantasiosi chiameranno in causa la necessità di evitare ogni tipo di assembramento, ci racconteranno che la società si evolve, la democrazia pure: adattatevi.

Proveranno a convincerci allora che una conferenza su Zoom rende meglio dei comizi, che il rapporto con la gente è superato. Distanziamento. Ovunque, comunque, per sempre. Parafrasando Churchill, che già sono soliti farlo a sproposito, sosterranno che “la democrazia è la peggior forma di governo”. Punto. Senza il resto della frase, quella che precisa: “Eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora“.

E sapete che c’è? Avranno tutto il diritto di farlo.

Perché gli è stato consentito. Perché la Politica si è arresa alla sua deriva senza neanche provare a combattere. Come quando, un anno fa, decise che era più sicuro abbracciare l’antipolitica che rischiare di perdere le elezioni e trovarsi all’opposizione. Così oggi.

La politica e i partiti scelgono di appoggiare un’offesa all’istituzione del Parlamento, di rendersi complici di uno sfregio della democrazia, nell’assurdo convincimento che il popolo finirà per odiarli meno, che basterà sforbiciare qua e là per lavarsi l’onore, recuperare la faccia. Scommessa non quotata: non accadrà.

Come se il problema fosse il numero, non la qualità del lavoro svolto. Come se la questione fosse realmente di risparmio. Come se ignorassero che gli italiani pagherebbero volentieri, a patto di sapere che in Parlamento si produce. Come se in fondo non sapessero che tra qualche anno qualcuno si sveglierà da questo indegno letargo e chiederà conto di questo silenzio vigliacco. Domandando come sia stato possibile che in cosi pochi si siano messi di traverso a questo scempio, si siano presi la briga di dire No.

A che titolo Davide Casaleggio incontra Conte a Palazzo Chigi?

Chi è Davide Casaleggio? Per dirla con le parole rintracciabili sul suo sito è “presidente della Casaleggio Associati e presidente e fondatore dell’Associazione Rousseau, la piattaforma di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle“. Punto.

Ora che sappiamo chi è Davide Casaleggio, domando: a che titolo costui si incontra per più di tre ore con il presidente del Consiglio italiano? Per inciso, parliamo dello stesso Giuseppe Conte che poco prima, in conferenza stampa, aveva parlato della possibilità di vedersi con Davide Casaleggio “un attimo, se riesco” compatibilmente con i “miei tempi stretti“.

In ragione di quali meriti questo piccolo imprenditore ha l’opportunità di discorrere così a lungo con il premier alla vigilia del Consiglio Europeo che deciderà molto del futuro di questo Paese nei prossimi anni? Perché non è stato invitato agli Stati Generali tra le “menti brillanti“, visto che il criterio di selezione delle stesse dipendeva dalle simpatie/antipatie di Giuseppe Conte?

Nessuno cade dalle nuvole: è risaputo che Casaleggio sia un’importante figura del MoVimento 5 Stelle. Sulla carta risulta socio fondatore insieme a Luigi Di Maio del “nuovo” M5s costituito nel 2017. Ma Casaleggio ha sempre negato un suo coinvolgimento politico nel MoVimento, limitando il suo raggio d’azione a quello di supporto tecnico. Una sorta di nerd con ottimi agganci. Casaleggio dunque ci tiene a passare come il capo di un sito sul quale i grillini ogni tanto cliccano per indirizzare le loro scelte. E dunque quelle del Parlamento. E di conseguenza del governo. E in ultima istanza dell’Italia.

Facendo un esempio calcistico: sarebbe come se il direttore di Milanello, il campo di allenamento del Milan, avesse preteso qualche anno fa di incontrare Berlusconi per dirgli se acquistare o meno Ronaldinho, Shevchenko e Ibrahimovic. Non solo sarebbe stato paradossale, ma in primis il presidente rossonero avrebbe domandato: “Mi consenta, ma Lei a che titolo parla?“.

Conte invece questo appunto non ha sentito il bisogno di farlo. Non solo non ha chiesto a Casaleggio a che titolo parlasse (evidentemente lo sa benissimo), ma si è anche incontrato con il figlio di Gianroberto non in un bar o al ristorante (liberissimo di farlo), bensì nella sede istituzionale della Presidenza del Consiglio: a Palazzo Chigi.

Di nuovo: sarebbe curioso sapere a quale titolo questo incontro è avvenuto. E ancora più importante sarebbe conoscere i temi affrontati in quell’attimo tramutatosi tre ore. Ma si sa, l’era dello streaming è finita da un pezzo.

“Esci da questo blog, Beppe”

Non c’è bisogno di chissà che onestà intellettuale per dare a Beppe Grillo quel che è di Beppe Grillo: genialità e follia, con pregi e difetti che ne derivano.

Ma nessuno che voglia vantare tra le proprie qualità anche un briciolo di coerenza può consentire che una manovra parlamentare – perché in fondo questo è il governo Pd-Ms5 – faccia da preludio alla sua santificazione. Grillo resta quello del “Vaffa”, dell’anti-politica che ha contribuito al discredito di persone perbene, è l’uomo che ha sdoganato l’insulto personale nell’agone politico, il leader delle manette che tintinnano per l’avversario, il comico che ha preferito la violenza verbale alla satira, l’incontro di boxe alla stoccata in punta di fioretto.

Poi c’è stato il governo gialloverde. E in 14 mesi si è visto ciò che in realtà è il MoVimento 5 Stelle: un partito post-ideologico. Sì, nel senso che idee e ideologie vengono dopo tutto il resto: dopo le bugie, le promesse ardite e non mantenute, le fake news scientificamente diffuse, l’esaltazione del populismo e la negazione di sé. Tutto, ma anche il suo contrario. Perché lo stesso leader che invocava l’impeachment per Mattarella è arrivato nel giro di un anno a considerarlo figura di garanzia e riferimento. Lo stesso fondatore che tuonava contro Mario Monti è giunto a chiedere ministri tecnici per il Conte-bis. Gli stessi attivisti che gridavano “o-ne-stà, o-ne-stà”, travolti dagli scandali delle famiglie dei loro giovani idoli, si sono tappati le orecchie quando qualcuno ha chiesto:”Dove sta? Dove sta?”.

Ora l’elenco delle contraddizioni è lungo, sterminato, ma la stagione dell’odio inaugurata dai 5 Stelle ha contribuito a portare l’Italia nella situazione attuale: quella di un Paese rancoroso e diviso, arrabbiato e smarrito. E recriminare serve a poco. Ma dimenticare ciò che è stato sarebbe ingiusto, svolgere un’operazione di rimozione collettiva sarebbe disonesto.

Il gioco d’incastri innescato da questa crisi ha fatto sì che a pilotare l’accordo tra Pd e MoVimento 5 Stelle fossero due giocatori “esterni”, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Qualche anno fa si scontrarono in una seduta di streaming resa celebre dal monologo di offese che il fondatore del MoVimento rivolse all’allora segretario dem. Era la prova manifesta dell’incomunicabilità tra due mondi che nulla avevano a che spartire. Ma a distanza di tempo c’è una battuta che è rimasta attuale :”Esci da questo blog, Beppe. Esci da questo streaming. Questo è un luogo dove c’è dolore vero delle persone, c’è bisogno di affrontare le questioni reali“.

Ecco, così, per non dimenticare. Il giorno dopo Rousseau.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.