Salvini e il suo personalissimo decreto Insicurezza

Salvini e il decreto sicurezza-bis, ovvero il suo personalissimo "decreto insicurezza"

Eccolo, il caso Siri ha presentato il conto. E non si tratta dei sondaggi che danno la Lega per la prima volta da mesi in forte calo. No, lo scotto lo ha pagato Salvini in persona, al di là dei voti, che alle Europee certamente verranno.

Vittima di una “sindrome da accerchiamento”. “Terrorizzato” dal fatto che gli annunciati “sviluppi” dell’inchiesta in Lombardia possano travolgere il fiore all’occhiello leghista della Sanità, Salvini ha perso la calma e tentato di tutto, in questi giorni, per tornare a dettare l’agenda, per fare cioè quel che ha fatto per 10 mesi indisturbato: il vincente, l’uomo dal tocco magico sempre e comunque.

Eppure qualcosa s’è rotto, perché la lucidità è la qualità che per prima traballa, fortemente vacilla, quando il vento che prima gonfiava le vele comincia d’un tratto, senza preavviso, a soffiarti contro.

Non serve un genio per unire i puntini: prima l’annunciata chiusura dei canapa-store (smentita da una sua stessa direttiva in cui si ordinavano soltanto controlli e non il sequestro degli esercizi commerciali). Poi la polemica con la Difesa per il salvataggio di alcuni migranti prossimi all’annegamento da parte della Marina, seguita dalla promessa:”Io porti non ne do”, sconfessata anche questa dagli sbarchi di ieri.

E ancora: la lettera inviata a Conte e Moavero in cui l’uomo che aveva promesso 600mila rimpatri chiede agli altri – lui, agli altri – un “salto di qualità” nella politica estera. Che tradotto è un messaggio di resa. Come le accise, promesse tradite.

Infine il fallo di reazione. Quello forse più grave. Il cosiddetto “decreto sicurezza-bis“: un insieme di norme da discutere in Cdm che, se approvato, farebbe di Salvini il Signore dei Mari e il nuovo ministro dei Trasporti de facto. Nel testo, infatti, il Viminale chiede la competenza a “limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica“. Come dire che Toninelli non solo non conta, adesso facciamo finta che neppure esista, togliamogli il lavoro, il ministero, ci pensa Salvini.

Sono tutti segnali inequivocabili di una barra non più dritta, di un’incapacità di frenare quella voglia di rivalsa che è la cifra di un’arroganza prima umana e poi politica.

Salvini ha perso una battaglia, ma per la smania di rifarsi rischia ora di perdere la guerra.

Dunque non chiamatelo “decreto sicurezza-bis”, è più giusto chiamarlo per quello che è: il suo personalissimo “decreto insicurezza”.

C’era una volta la coerenza

C’era una volta il valore della coerenza. Affermare una cosa e restarvi fedele. C’era una volta, sì. E non si parla di mantenere le promesse della campagna elettorale. Quelle, in fondo, lo avevamo capito da un po’ che sono soltanto elenchi di illusioni, parole vuote per sognare, filastrocche buone per conciliare il sonno. Però certi principi generali, tali da definire l’essenza stessa di un politico, quelli li pensavamo al sicuro, al riparo dal tritacarne social che tutto divora, tutto tritura.

Eppure succede che la vita cambi la prospettiva delle cose. Basta poco, dopotutto. Basta passare dai banchi dell’opposizione a quelli del governo. Capita così che Salvini diventi lo statista che difende le istituzioni dai sindaci rivoluzionari, dai primi cittadini che non vogliono saperne di applicare il suo decreto sull’immigrazione.

Ci sta. Eccome se ci sta. Se non fosse che Salvini, che della rivolta dei sindaci parla come di “un fatto gravissimo, del quale risponderanno personalmente, penalmente e civilmente, perché è una legge dello Stato che mette ordine e regole“, è lo stesso che nel maggio 2016 arringava: “Chiederò a tutti i sindaci e amministratori locali di disobbedire a quella che è una legge sbagliata“, quella sulle unioni civili, perché “la disobbedienza alle leggi sbagliate, e per alcuni aspetti discriminatorie, è una virtù“.

Se fai il populista non puoi protestare quando i populisti per una volta li fanno gli altri. Se fai il reazionario quando sei all’opposizione, devi accettare di subire lo stesso trattamento quando ti capita di trovarti al governo.

Al di là delle ragioni giuste o sbagliate dei due provvedimenti (in questo caso il decreto Salvini e all’epoca la legge Cirinnà), non può valere il principio della doppia morale. Se la disobbedienza alle leggi sbagliate era considerata ieri una virtù deve esserlo pure oggi. E non puoi essere tu, firmatario della legge ora sotto accusa, a dire che qui la questione cambia, perché il decreto in questo caso è giusto. Altrimenti parliamo di un editto. E quindi di una dittatura. Basta dirlo. Così, giusto per essere coerenti.