Parto col folle

Nove minuti e 44 secondi a dir poco alienanti, in bilico tra la risata isterica e il pianto disperato. Perché rendersi conto che a decidere il tuo destino (anche) e quello di 60 milioni di italiani sono – almeno in parte – quei due figuri che muovono verso Strasburgo come fossero in gita scolastica è un colpo basso, sotto la cintura di una settimana che sarebbe potuto iniziare meglio. Decisamente meglio.

Mentre Di Maio guarda il cellulare e guida in autostrada, scopri invece che Di Battista, reduce dalla sua esperienza da avventuriero in Guatemala, ha avuto tempo per visitare anche la fabbrica di Tesla nella Silicon Valley, di appurare come in futuro l’uomo sarà sostituito dalle macchine. Bella scoperta. Per questo motivo, dice, serve il reddito di cittadinanza. Anzi no: il reddito universale.

Senza negare che il problema dell’automazione e della disoccupazione busserà tra qualche anno alla nostra porta, pensare che le grandi multinazionali – ovvero quelle che detteranno i tempi del turnover tra robot ed essere umani – avranno a cuore le sorti di miliardi di persone è un’illusione che non può essere scambiata per una visione. Al massimo, le stesse aziende che toglieranno il lavoro – spiega bene Simone Cosimi su Wired – forniranno l’essenziale per vivere, il necessario per evitare la rivolta e garantire la pace sociale. Concetto ben diverso dalla giustizia sociale.

Tutti i discorsi sul lavoro che nobilita l’uomo non trovano posto nell’auto che porta i dioscuri grillini alla conquista dell’Europa. E il sospetto che Di Maio sia al ministero del Lavoro con l’intento di abolirlo del tutto, alla fine del filmato resta. Del resto dal decreto Dignità in poi, ci sta riuscendo. Mica come con la povertà…

Buongiorno! Siamo in viaggio con Alessandro. Volete sapere dove stiamo andando? Collegatevi!

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 14 gennaio 2019

Il fu MoVimento 5 Stelle

Allora che ne è stato di tutto ciò che doveva essere? La immaginavo più o meno così, tra qualche anno, la domanda delle domande posta da un disilluso 5 stelle. Rivolta ad un interlocutore indefinito, lanciata magari nei meandri della Rete, come un urlo strozzato nel vuoto cosmico di ciò che poteva e invece non è stato. C’è voluto meno tempo, in fondo. Sono bastati pochi mesi, perché grandi speranze venissero sacrificate su due altari: quello del governo a tutti i costi e quello della realtà.

Perché il paradosso, alla fine, è proprio questo: ogni promessa tradita dal MoVimento 5 Stelle è un passo avanti per l’Italia. Tesi pericolose e palesemente menzognere, propugnate con arroganza e violenza verbale, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di elettori. L’utopia del nuovo, la volontà di spazzare via per sempre il vecchio, la rabbia e il dispetto, la furia e la rivalsa, ingredienti irrinunciabili di un “vaffa” che prima o poi gli italiani rispediranno al mittente.

E’ un elenco infinito di bugie, una lista di desideri irrealizzabili e per questo irrealizzati. Dall’Ilva al Tap, dalle trivelle alle banche. Oggi (per fortuna) Grillo si associa al patto a difesa della scienza. Scaricati dunque anche i no-vax. Rinnegato un pezzo di vergognosa storia grillina. Troppo tardi, verrebbe da dire.

Se non fosse che c’è sempre tempo per scrivere un libro di pagine strappate. Che dia risposta alla domanda di cui sopra. Che racconti la storia di chi voleva farla e c’è rimasto sotto. Il titolo c’è già: “Il fu MoVimento 5 Stelle”.

Sci-muniti o sci-attori?

Il sospetto che Luigi Di Maio nel suo video di buon anno abbia fatto confusione esiste. Perché “la fine dell’inizio” rivendicata da Giggino sui monti di Moena accanto al caro “Dibba” assomiglia più che altro a “l’inizio della fine”. Come dire che scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Eccome se cambia.

Resta poi da capire che cosa si avvii verso la fine. Se l’Italia in balia di un governo che vive di proclami. Se il MoVimento 5 Stelle, vittima delle sue promesse irrealizzabili. O semplicemente Luigi Di Maio, affiancato da un tutor richiamato dal Guatemala, una sorta di “navigator” personale, per dirla alla sua maniera, che da qui a maggio avrà il compito di frenare la picchiata dei grillini ed arginare Salvini.

Ne deriva una deriva. Nel senso che per stare dietro ad un politico che cavalca gli istinti peggiori, la strana coppia dovrà giocoforza appiattirsi su una partita fatta di temi populisti e popolari.

In tutto questo c’è poi il gioco delle parti. Perché su un messaggio di due minuti, Di Battista parla meno di 20 secondi. Quasi Di Maio avesse voglia di riaffermare i ruoli gerarchici: qui comando io, qui la linea la detto io. Come no? L’invito è ad osservare Dibba nel minuto e 40 di monologo “giggesco”. Si agita inquieto, muovendosi avanti e indietro sulle punte. Sorride e guarda Di Maio con occhi felini. Come quelli di chi sa che dalla caduta dell’altro dipende anche la propria ascesa.

Perché, restando in tema di montagna, è pure apprezzabile lo slalom tentato da Luigi: i paletti da evitare sono da una parte quelli di una base grillina delusa, dall’altra quelli di un Salvini che rende la pista scivolosa ad ogni sterzata. Ma l’impressione definitiva è che Di Maio e Di Battista sappiano bene che il loro ostentato idillio è destinato a sciogliersi come neve al sole. Sci-muniti o sci-attori? Forse più la seconda.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.

Sulla legittima difesa Di Maio si gioca la faccia, e pure la leadership

di maio luigi

 

I social, Luigi Di Maio, dovrà ringraziarli in eterno. Senza, difficilmente sarebbe diventato un leader politico votato da milioni di italiani e un ministro della Repubblica. Ma “scripta manent”, anche sul web. E allora sarà difficile, da qui a poco, riuscire a salvare la faccia. Soprattutto quando l’atteggiamento ondivago tipico del MoVimento 5 Stelle di questi anni, quel modo di approcciarsi alle questioni a seconda di come tira il vento, costerà a Di Maio l’accusa di incoerenza politica.

Il punto è che la Lega ha presentato in data 23 marzo una proposta di legge per la modifica della legittima difesa che vede Nicola Molteni, braccio destro di Salvini e suo sottosegretario, primo firmatario. Non appena le commissioni verranno insediate si inizierà a discutere un testo che – come da contratto di governo – avrà l’obiettivo di eliminare gli “elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa)“.

Dove sta il problema? Ad esempio in un commento su Facebook di Di Maio, ripescato da L’Huffington Post , nel quale il capo politico M5s sembrava tutto meno che propenso ad assecondare l’approccio leghista alla legittima difesa.

Era il maggio del 2015. A Napoli l’infermiere Giulio Murolo dopo una banale lite uccise 4 persone, tra cui il fratello e la cognata, un vigile e un passante. In casa aveva tre armi: una pistola, un fucile e un fucile a pompa tutti regolarmente detenuti.

L’allora moderato Di Maio disse: “Uno Stato serio, consapevole delle sofferenze della sua comunità, non dovrebbe consentire ad un singolo individuo di detenere tutte quelle armi in casa“.E ancora: “La detenzione di armi va ridotta drasticamente. Non siamo una società abbastanza serena per prenderci questi rischi. Togliamo le armi dalle case degli italiani“.

Se la legge Molteni passasse (e non si vede perché non dovrebbe) siamo sicuri che gli italiani non si sentirebbero incentivati a tenere un’arma in casa?

E sarà curioso anche capire cosa dirà Alessandro Di Battista, che a quel commento di Di Maio rispose: “Bravissimo Luigi. davvero. il dramma è sempre lo stesso. Lo strapotere delle lobbies delle armi, anche di quelle da fuoco. in USA si comprano nei “supermercati”. Stiamo andando verso quel tipo di società. Tutto va verso quella direzione. Il mercato che detta legge sugli uomini, il consumo sull’umanità. Ce la metteremo tutta per non permetterlo nel nostro paese. Lo faremo insieme. Un abbraccio“.

O cosa ne penserà il presidente della Camera Roberto Fico, che nel M5s – da ortodosso fiero – incarna l’anima più insofferente alle continue sortite leghiste.

Ma la legittima difesa è una bandiera a cui il Carroccio non rinuncerà. Non costa un euro, peraltro, come tutti gli annunci di Salvini.

L’unico a rischiare la faccia, e forse anche la leadership, è Di Maio.

Ma ormai è chiaro chi ha tutto da vincere e tutto da perdere in questo governo.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Rimborsopoli M5s, sono come tutti

Lo hanno ribattezzato Rimborsopoli, a voler richiamare gli -opoli più celebri e infamanti della nostra storia: Tangentopoli e Calciopoli, per dirne un paio. E adesso c’è chi dice che tutta questa storia si trasformerà in boomerang, che i grillini avranno pure tenuto per sé qualche migliaia di euro, ma meglio loro che tutti gli altri, che le indennità da parlamentari se le intascano direttamente. Tutto lecito, persino condivisibile, se non fosse che lo scandalo scoppiato in questi giorni fa crollare di fatto il principio su cui il M5s si è fondato: l’onestà.

Lo ha capito prima di tutti Berlusconi, che sul caso si è limitato a commentare citando lo slogan dei grillini duri e puri, quelli che volevano Stefano Rodotà al Quirinale e manifestarono nel 2013 al grido di “o-ne-stà, o-ne-stà“. Ha fatto cilecca Renzi, che ha chiamato in causa Bettino Craxi, irritando l’ala socialista della sua coalizione e alienandosi i nostalgici della Prima Repubblica, salvo provare a metterci una pezza in un secondo momento.

Ma al di là degli avversari che tentano di cavalcare l’onda, la frittata nel MoVimento resta. Il rapporto di fiducia con l’elettore incrinato probabilmente per sempre. Sono uomini e donne come gli altri, gente perbene – come dappertutto – ma anche furbetti, attratti dall’inesauribile fascino del Potere e del Denaro. Crolla il mito della superiorità grillina, della diversità a prescindere, di quella differenza antropologica che una volta fu della sinistra.  Si sfilaccia la bandiera dell’onestà che Grillo e Di Maio avevano piazzato nel campo base pentastellato. Persa la verginità, smarrita la purezza, dissolta l’utopia degli inizi. Sono come tutti.

Staffetta: così Di Battista farà le scarpe a Di Maio

Uno usa il fioretto, l’altro la sciabola. Il primo sembra un vecchio democristiano, piace alle signore. Il secondo è un giovane maledetto, scalda i cuori delle teenager. Tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista c’è di mezzo un mondo. E non sarà l’allontanamento temporaneo dalla politica di “Dibba” a colmare la distanza siderale che li separa.

Troppo diversi, anche per pensare di essere credibili quando parlano d’unione d’intenti, di MoVimento, di rifare l’Italia. Sono destinati a scontrarsi, forse a breve, quando i numeri di Di Maio non saranno all’altezza delle aspettative di una base che adesso vuol diventare partito di Governo, non solo più di Lotta.

E Di Maio, che fatica con i congiuntivi ma sa di politica, ha capito per tempo che il ruolo di capo politico dei grillini ha una scadenza: il 4 marzo. Sarà nella notte dello spoglio, quando le percentuali peseranno la consistenza dei 5 stelle, che capirà se la sua esperienza da leader è da ritenersi già archiviata.

Del resto, il suo, è un mazzo di carte senza jolly. Vince il centrodestra? È finito. Il M5s è primo partito? Deve cercare l’alleanza con Liberi e Uguali di Grasso o al massimo con la Lega di Salvini, ma può perderci la faccia. Sono i rischi del mestiere, il prezzo da pagare per essere l’interprete di un partito che per anni ha rivendicato la propria diversità dall’establishment, ma si è reso conto – con molta semplicità – che non ha i numeri, che non interpreta il pensiero della maggioranza del Paese.

Ed è sulla non-vittoria di Di Maio che scommette Di Battista. Perché va bene dedicarsi alla scrittura di un libro, va bene fare il padre, ma la scelta di non ricandidarsi è leggibile anche come un voler prendere le distanze da quel che avverrà da qui a poco. Un modo per rimarcare la propria differenza, per incarnare il simbolo del ritorno alle origini, dei Vaffa collettivi contro la casta.

Sarà a quel punto che Di Battista farà le scarpe a Di Maio. E il paradosso sarà il ricorso all’uomo della Lotta per tentare di andare al Governo. All’attivista che arringa le folle, piuttosto che a quello che le tranquillizza. L’ultima chance per avere un Movimento 5 stelle “normale” affonderà con Di Maio. Poi sarà Di Battista ad assumere le redini del partito. Sempre lui a cercare di dimostrare che in un duello serve la sciabola, mica il fioretto