Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

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Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.

Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…

Cosa state insieme a fare?

Ce lo dite? Ce lo chiarite questo dubbio che c’assilla e che c’assale? Questa domanda che ci viene dal cuore, da italiani senza tessere e interessi, senza secondi fini e doppi sensi. Questo quesito che non trova risposta, che sorge spontaneo come il sole ogni mattina, ma mai tramonta, mai riposa.

Perché fa male, molto, rendersi conto che ad indicare la direzione di un Paese, il nostro, sì, pure il nostro, possa essere un signorotto arrogante che si distingue ogni giorno per i suoi francesismi e la sua classe. Del tipo: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni“. Che finezza, che statisti, quanta eleganza. E che spreco sono stati tutti questi anni senza questa classe non-dirigente al potere, vero?

Ma se pure vogliamo fingere che della Tav Torino-Lione non ci importi poi molto, che i problemi sono altri, allora va bene, parliamone, diciamoci le cose in faccia, guardiamoci negli occhi. Il lavoro. Questa è la priorità, l’urgenza che diventa emergenza. Ma Di Maio vuole un reddito per non lavorare. Salvini fa il nuovo duce della destra ma non ha proposto una politica neanche lontanamente di centro-destra. E le imprese se ne ricorderanno.

Va bene, potrà dire qualcun’altro, lascia stare il lavoro, c’è dell’altro dai, se guardi bene…Sì, tipo? Che so, la politica estera! Ecco, prima ridevano di Berlusconi, prima non contavamo nulla! Peccato che adesso contiamo per quelli sbagliati. Maduro, il dittatore Maduro, ringrazia l’Italia. Noi, proprio noi, italiani brava gente, associati ad un tiranno sanguinario, isolati dall’Europa e dagli Stati Uniti. Eh ma vuoi mettere l’autonomia di pensiero? Adesso decidiamo noi, nessuno ci dice cosa fare, metti l’Afghanistan! Sì, è vero: prima magari creavamo problemi solo in casa nostra, adesso andiamo a fare danni in giro per il mondo.

Però una cosa bisogna ammetterla. Al di là di tutti i litigi, le posizioni opposte, le vedute più diverse. Una cosa, una almeno, su cui questo governo è compatto come una testuggine, alla fine c’è. C’è dall’inizio, anzi, c’è da prima dell’inizio. C’è da sempre e non è mai sparita, c’è con coerenza ed evidenza. C’è, è la poltrona. Non si molla, mai.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

Parto col folle

Nove minuti e 44 secondi a dir poco alienanti, in bilico tra la risata isterica e il pianto disperato. Perché rendersi conto che a decidere il tuo destino (anche) e quello di 60 milioni di italiani sono – almeno in parte – quei due figuri che muovono verso Strasburgo come fossero in gita scolastica è un colpo basso, sotto la cintura di una settimana che sarebbe potuto iniziare meglio. Decisamente meglio.

Mentre Di Maio guarda il cellulare e guida in autostrada, scopri invece che Di Battista, reduce dalla sua esperienza da avventuriero in Guatemala, ha avuto tempo per visitare anche la fabbrica di Tesla nella Silicon Valley, di appurare come in futuro l’uomo sarà sostituito dalle macchine. Bella scoperta. Per questo motivo, dice, serve il reddito di cittadinanza. Anzi no: il reddito universale.

Senza negare che il problema dell’automazione e della disoccupazione busserà tra qualche anno alla nostra porta, pensare che le grandi multinazionali – ovvero quelle che detteranno i tempi del turnover tra robot ed essere umani – avranno a cuore le sorti di miliardi di persone è un’illusione che non può essere scambiata per una visione. Al massimo, le stesse aziende che toglieranno il lavoro – spiega bene Simone Cosimi su Wired – forniranno l’essenziale per vivere, il necessario per evitare la rivolta e garantire la pace sociale. Concetto ben diverso dalla giustizia sociale.

Tutti i discorsi sul lavoro che nobilita l’uomo non trovano posto nell’auto che porta i dioscuri grillini alla conquista dell’Europa. E il sospetto che Di Maio sia al ministero del Lavoro con l’intento di abolirlo del tutto, alla fine del filmato resta. Del resto dal decreto Dignità in poi, ci sta riuscendo. Mica come con la povertà…

Buongiorno! Siamo in viaggio con Alessandro. Volete sapere dove stiamo andando? Collegatevi!

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 14 gennaio 2019

Il fu MoVimento 5 Stelle

Allora che ne è stato di tutto ciò che doveva essere? La immaginavo più o meno così, tra qualche anno, la domanda delle domande posta da un disilluso 5 stelle. Rivolta ad un interlocutore indefinito, lanciata magari nei meandri della Rete, come un urlo strozzato nel vuoto cosmico di ciò che poteva e invece non è stato. C’è voluto meno tempo, in fondo. Sono bastati pochi mesi, perché grandi speranze venissero sacrificate su due altari: quello del governo a tutti i costi e quello della realtà.

Perché il paradosso, alla fine, è proprio questo: ogni promessa tradita dal MoVimento 5 Stelle è un passo avanti per l’Italia. Tesi pericolose e palesemente menzognere, propugnate con arroganza e violenza verbale, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di elettori. L’utopia del nuovo, la volontà di spazzare via per sempre il vecchio, la rabbia e il dispetto, la furia e la rivalsa, ingredienti irrinunciabili di un “vaffa” che prima o poi gli italiani rispediranno al mittente.

E’ un elenco infinito di bugie, una lista di desideri irrealizzabili e per questo irrealizzati. Dall’Ilva al Tap, dalle trivelle alle banche. Oggi (per fortuna) Grillo si associa al patto a difesa della scienza. Scaricati dunque anche i no-vax. Rinnegato un pezzo di vergognosa storia grillina. Troppo tardi, verrebbe da dire.

Se non fosse che c’è sempre tempo per scrivere un libro di pagine strappate. Che dia risposta alla domanda di cui sopra. Che racconti la storia di chi voleva farla e c’è rimasto sotto. Il titolo c’è già: “Il fu MoVimento 5 Stelle”.

Sci-muniti o sci-attori?

Il sospetto che Luigi Di Maio nel suo video di buon anno abbia fatto confusione esiste. Perché “la fine dell’inizio” rivendicata da Giggino sui monti di Moena accanto al caro “Dibba” assomiglia più che altro a “l’inizio della fine”. Come dire che scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Eccome se cambia.

Resta poi da capire che cosa si avvii verso la fine. Se l’Italia in balia di un governo che vive di proclami. Se il MoVimento 5 Stelle, vittima delle sue promesse irrealizzabili. O semplicemente Luigi Di Maio, affiancato da un tutor richiamato dal Guatemala, una sorta di “navigator” personale, per dirla alla sua maniera, che da qui a maggio avrà il compito di frenare la picchiata dei grillini ed arginare Salvini.

Ne deriva una deriva. Nel senso che per stare dietro ad un politico che cavalca gli istinti peggiori, la strana coppia dovrà giocoforza appiattirsi su una partita fatta di temi populisti e popolari.

In tutto questo c’è poi il gioco delle parti. Perché su un messaggio di due minuti, Di Battista parla meno di 20 secondi. Quasi Di Maio avesse voglia di riaffermare i ruoli gerarchici: qui comando io, qui la linea la detto io. Come no? L’invito è ad osservare Dibba nel minuto e 40 di monologo “giggesco”. Si agita inquieto, muovendosi avanti e indietro sulle punte. Sorride e guarda Di Maio con occhi felini. Come quelli di chi sa che dalla caduta dell’altro dipende anche la propria ascesa.

Perché, restando in tema di montagna, è pure apprezzabile lo slalom tentato da Luigi: i paletti da evitare sono da una parte quelli di una base grillina delusa, dall’altra quelli di un Salvini che rende la pista scivolosa ad ogni sterzata. Ma l’impressione definitiva è che Di Maio e Di Battista sappiano bene che il loro ostentato idillio è destinato a sciogliersi come neve al sole. Sci-muniti o sci-attori? Forse più la seconda.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.

Sulla legittima difesa Di Maio si gioca la faccia, e pure la leadership

di maio luigi

 

I social, Luigi Di Maio, dovrà ringraziarli in eterno. Senza, difficilmente sarebbe diventato un leader politico votato da milioni di italiani e un ministro della Repubblica. Ma “scripta manent”, anche sul web. E allora sarà difficile, da qui a poco, riuscire a salvare la faccia. Soprattutto quando l’atteggiamento ondivago tipico del MoVimento 5 Stelle di questi anni, quel modo di approcciarsi alle questioni a seconda di come tira il vento, costerà a Di Maio l’accusa di incoerenza politica.

Il punto è che la Lega ha presentato in data 23 marzo una proposta di legge per la modifica della legittima difesa che vede Nicola Molteni, braccio destro di Salvini e suo sottosegretario, primo firmatario. Non appena le commissioni verranno insediate si inizierà a discutere un testo che – come da contratto di governo – avrà l’obiettivo di eliminare gli “elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa)“.

Dove sta il problema? Ad esempio in un commento su Facebook di Di Maio, ripescato da L’Huffington Post , nel quale il capo politico M5s sembrava tutto meno che propenso ad assecondare l’approccio leghista alla legittima difesa.

Era il maggio del 2015. A Napoli l’infermiere Giulio Murolo dopo una banale lite uccise 4 persone, tra cui il fratello e la cognata, un vigile e un passante. In casa aveva tre armi: una pistola, un fucile e un fucile a pompa tutti regolarmente detenuti.

L’allora moderato Di Maio disse: “Uno Stato serio, consapevole delle sofferenze della sua comunità, non dovrebbe consentire ad un singolo individuo di detenere tutte quelle armi in casa“.E ancora: “La detenzione di armi va ridotta drasticamente. Non siamo una società abbastanza serena per prenderci questi rischi. Togliamo le armi dalle case degli italiani“.

Se la legge Molteni passasse (e non si vede perché non dovrebbe) siamo sicuri che gli italiani non si sentirebbero incentivati a tenere un’arma in casa?

E sarà curioso anche capire cosa dirà Alessandro Di Battista, che a quel commento di Di Maio rispose: “Bravissimo Luigi. davvero. il dramma è sempre lo stesso. Lo strapotere delle lobbies delle armi, anche di quelle da fuoco. in USA si comprano nei “supermercati”. Stiamo andando verso quel tipo di società. Tutto va verso quella direzione. Il mercato che detta legge sugli uomini, il consumo sull’umanità. Ce la metteremo tutta per non permetterlo nel nostro paese. Lo faremo insieme. Un abbraccio“.

O cosa ne penserà il presidente della Camera Roberto Fico, che nel M5s – da ortodosso fiero – incarna l’anima più insofferente alle continue sortite leghiste.

Ma la legittima difesa è una bandiera a cui il Carroccio non rinuncerà. Non costa un euro, peraltro, come tutti gli annunci di Salvini.

L’unico a rischiare la faccia, e forse anche la leadership, è Di Maio.

Ma ormai è chiaro chi ha tutto da vincere e tutto da perdere in questo governo.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.