Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Vaffa Day?

Di Maio e Di Battista

C’è della sottile ironia nel fatto che i promotori del Vaffa Day contro la politica, oggi, diventati a loro volta politica, decidano di celebrare contro loro stessi un nuovo Vaffa Day.

Ne farà forse le spese Luigi Di Maio, colui che ha portato il MoVimento dalle 5 Stelle alle attuali stalle e di cui in molti, ora, chiedono la testa.

A chiunque sia capitato su queste pagine in questi mesi è chiaro che non v’è particolare simpatia per Giggino. La sua modalità di gestione del patrimonio politico grillino è stata scellerata, la sua attività da ministro del Lavoro kamikaze, quella dello Sviluppo Economico inesistente se non dannosa.

Però lo spettacolo che sta per celebrarsi all’interno del MoVimento 5 Stelle è umanamente molto triste. Oltre che inquietante. Perché parliamoci chiaro: l’alternativa a Di Maio si chiama Di Battista. E fa specie, anche un po’ senso, ma non sorprende, scoprire che Dibba ha improvvisamente cancellato tutti i suoi imprescindibili impegni sull’agenda, i suoi megagalattici progetti di scrittura di libri best-seller, i suoi improcrastinabili viaggi in giro per il mondo. Fa un po’ effetto (nel senso di disgusto), vederlo accerchiato da giornalisti affamati di notizie sullo stato della congiura, mentre tenta di accreditarsi come la coscienza del MoVimento e di fatto come l’alternativa già pronta.

E poco importa che non abbia capito niente di quella che lui ha definito “scoppola” e Di Maio “lezione”, a conferma della differenza che passa tra i due anche nel linguaggio. Non importa che la richiesta di maggiore severità che a suo dire serviva dall’inizio nei confronti di Salvini sia stata smentita dai flussi elettorali. Gli elettori persi dai 5 Stelle hanno votato in gran parte Lega: non volevano il MoVimento contro Salvini, volevano che il MoVimento facesse più movimento. Atti. Fatti.

Di Maio ha capito che l’obiettivo, per chi lo circonda, è sfruttare il crollo dei suoi voti per accelerare il crollo della sua figura. Nel post in cui annuncia il voto su Rousseau sul suo ruolo da capo politico – in cui non manca una buona dose di vittimismo – c’è una frase da sottolineare due volte, con tutti i pennarelli che volete: “A differenza di alcuni sono sei anni che non mi fermo e credo di aver onorato sempre i miei doveri“. Tradotto: il capo dei congiurati è Di Battista.

Si potrebbe concludere dicendo che “chi di Vaffa ferisce di Vaffa perisce”. E andrebbe bene così. Per l’Italia, però, Giggino è meglio di Dibba, non c’è Paragone.

Un sopravvalutato

Lo chiamano “guerriero”: ma che guerriero è quello che, tra un sorriso e una carezza, spiega ai suoi compagni di battaglia che lui no, preferisce saltarlo questo giro, non gli va. Perché in un video bucolico che vorrebbe risultare spontaneo ma che più studiato non si può, tra le galline che passano alle sue spalle e gli appunti sotto mano da ripetere come un pappagallo, Alessandro Di Battista svela la sua natura di opportunista.

Usa quel tono assolutorio solo nei confronti di sé stesso per spiegare che no, al netto di chi lo invoca, questa volta non si candiderà alle Europee. Si giustifica, quasi stesse facendo un torto enorme al Paese tutto. E la dimensione dell’assurdo in cui vive una certa porzione di fan grillini (non elettori, fan) è data dai messaggi che scorrono su Facebook mentre va in scena il Dibba-pensiero: “Guerriero abbiamo bisogno di te”, “Guerriero torna”, “Guerriero non abbandonarci”.

Sembrano i messaggi dei tifosi sulla pagina Instagram di un top-player intenzionato a mollare la squadra. Il meccanismo è quello: la sostanza è che Dibba non è un campione, piuttosto un miracolato dal “sistema”, quello che lui a parole piccona e che nei fatti è la sua più grande fortuna. Perché è proprio certa stampa, quella che lui accusa di aver scelto Salvini, a renderlo così centrale, così eccessivamente importante rispetto al proprio valore assoluto. E lui, che furbo è furbo, ci gioca, ci marcia, ci mangia: quando apre la diretta rassicurando che “io sto bene eh!” non fa altro che alimentare la narrazione che lo vuole come un poeta maledetto, un ribelle scapigliato che non si è piegato.

La verità è l’inverso. Di Battista non si candida non perché ascolti il cuore, non perché imbrigliare il suo talento in una missione che non sente gli impedirebbe di rendere al massimo. No, Di Battista salta un giro di giostra perché il cavallo pentastellato stavolta è perdente. Non vuol mettere la faccia su quella che nel migliore dei casi sarà un’onorevole resa, nel peggiore una clamorosa disfatta. Così si astiene dal dire che il suo corso di falegnameria (che bello, che invidia positiva per lui che trova il tempo!) sarà a vita. Lascia aperta la porta: perché può darsi, dice, che un giorno gli torni la voglia. Che le bolle che gli provocano le poltrone e i palazzi d’improvviso svaniscano. Magari, guarda un po’ il destino, quando ci sarà da sostituire Di Maio.

No, non è il Messia di cui tanti attendono l’avvento. Visto il periodo: sta una Pasqua. Cos’è, allora? Un guerriero? No di certo. Un sopravvalutato, quello sì, di sicuro.

Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

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Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.

Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…

Cosa state insieme a fare?

Ce lo dite? Ce lo chiarite questo dubbio che c’assilla e che c’assale? Questa domanda che ci viene dal cuore, da italiani senza tessere e interessi, senza secondi fini e doppi sensi. Questo quesito che non trova risposta, che sorge spontaneo come il sole ogni mattina, ma mai tramonta, mai riposa.

Perché fa male, molto, rendersi conto che ad indicare la direzione di un Paese, il nostro, sì, pure il nostro, possa essere un signorotto arrogante che si distingue ogni giorno per i suoi francesismi e la sua classe. Del tipo: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni“. Che finezza, che statisti, quanta eleganza. E che spreco sono stati tutti questi anni senza questa classe non-dirigente al potere, vero?

Ma se pure vogliamo fingere che della Tav Torino-Lione non ci importi poi molto, che i problemi sono altri, allora va bene, parliamone, diciamoci le cose in faccia, guardiamoci negli occhi. Il lavoro. Questa è la priorità, l’urgenza che diventa emergenza. Ma Di Maio vuole un reddito per non lavorare. Salvini fa il nuovo duce della destra ma non ha proposto una politica neanche lontanamente di centro-destra. E le imprese se ne ricorderanno.

Va bene, potrà dire qualcun’altro, lascia stare il lavoro, c’è dell’altro dai, se guardi bene…Sì, tipo? Che so, la politica estera! Ecco, prima ridevano di Berlusconi, prima non contavamo nulla! Peccato che adesso contiamo per quelli sbagliati. Maduro, il dittatore Maduro, ringrazia l’Italia. Noi, proprio noi, italiani brava gente, associati ad un tiranno sanguinario, isolati dall’Europa e dagli Stati Uniti. Eh ma vuoi mettere l’autonomia di pensiero? Adesso decidiamo noi, nessuno ci dice cosa fare, metti l’Afghanistan! Sì, è vero: prima magari creavamo problemi solo in casa nostra, adesso andiamo a fare danni in giro per il mondo.

Però una cosa bisogna ammetterla. Al di là di tutti i litigi, le posizioni opposte, le vedute più diverse. Una cosa, una almeno, su cui questo governo è compatto come una testuggine, alla fine c’è. C’è dall’inizio, anzi, c’è da prima dell’inizio. C’è da sempre e non è mai sparita, c’è con coerenza ed evidenza. C’è, è la poltrona. Non si molla, mai.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

Parto col folle

Nove minuti e 44 secondi a dir poco alienanti, in bilico tra la risata isterica e il pianto disperato. Perché rendersi conto che a decidere il tuo destino (anche) e quello di 60 milioni di italiani sono – almeno in parte – quei due figuri che muovono verso Strasburgo come fossero in gita scolastica è un colpo basso, sotto la cintura di una settimana che sarebbe potuto iniziare meglio. Decisamente meglio.

Mentre Di Maio guarda il cellulare e guida in autostrada, scopri invece che Di Battista, reduce dalla sua esperienza da avventuriero in Guatemala, ha avuto tempo per visitare anche la fabbrica di Tesla nella Silicon Valley, di appurare come in futuro l’uomo sarà sostituito dalle macchine. Bella scoperta. Per questo motivo, dice, serve il reddito di cittadinanza. Anzi no: il reddito universale.

Senza negare che il problema dell’automazione e della disoccupazione busserà tra qualche anno alla nostra porta, pensare che le grandi multinazionali – ovvero quelle che detteranno i tempi del turnover tra robot ed essere umani – avranno a cuore le sorti di miliardi di persone è un’illusione che non può essere scambiata per una visione. Al massimo, le stesse aziende che toglieranno il lavoro – spiega bene Simone Cosimi su Wired – forniranno l’essenziale per vivere, il necessario per evitare la rivolta e garantire la pace sociale. Concetto ben diverso dalla giustizia sociale.

Tutti i discorsi sul lavoro che nobilita l’uomo non trovano posto nell’auto che porta i dioscuri grillini alla conquista dell’Europa. E il sospetto che Di Maio sia al ministero del Lavoro con l’intento di abolirlo del tutto, alla fine del filmato resta. Del resto dal decreto Dignità in poi, ci sta riuscendo. Mica come con la povertà…

Buongiorno! Siamo in viaggio con Alessandro. Volete sapere dove stiamo andando? Collegatevi!

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 14 gennaio 2019

Il fu MoVimento 5 Stelle

Allora che ne è stato di tutto ciò che doveva essere? La immaginavo più o meno così, tra qualche anno, la domanda delle domande posta da un disilluso 5 stelle. Rivolta ad un interlocutore indefinito, lanciata magari nei meandri della Rete, come un urlo strozzato nel vuoto cosmico di ciò che poteva e invece non è stato. C’è voluto meno tempo, in fondo. Sono bastati pochi mesi, perché grandi speranze venissero sacrificate su due altari: quello del governo a tutti i costi e quello della realtà.

Perché il paradosso, alla fine, è proprio questo: ogni promessa tradita dal MoVimento 5 Stelle è un passo avanti per l’Italia. Tesi pericolose e palesemente menzognere, propugnate con arroganza e violenza verbale, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di elettori. L’utopia del nuovo, la volontà di spazzare via per sempre il vecchio, la rabbia e il dispetto, la furia e la rivalsa, ingredienti irrinunciabili di un “vaffa” che prima o poi gli italiani rispediranno al mittente.

E’ un elenco infinito di bugie, una lista di desideri irrealizzabili e per questo irrealizzati. Dall’Ilva al Tap, dalle trivelle alle banche. Oggi (per fortuna) Grillo si associa al patto a difesa della scienza. Scaricati dunque anche i no-vax. Rinnegato un pezzo di vergognosa storia grillina. Troppo tardi, verrebbe da dire.

Se non fosse che c’è sempre tempo per scrivere un libro di pagine strappate. Che dia risposta alla domanda di cui sopra. Che racconti la storia di chi voleva farla e c’è rimasto sotto. Il titolo c’è già: “Il fu MoVimento 5 Stelle”.

Sci-muniti o sci-attori?

Il sospetto che Luigi Di Maio nel suo video di buon anno abbia fatto confusione esiste. Perché “la fine dell’inizio” rivendicata da Giggino sui monti di Moena accanto al caro “Dibba” assomiglia più che altro a “l’inizio della fine”. Come dire che scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Eccome se cambia.

Resta poi da capire che cosa si avvii verso la fine. Se l’Italia in balia di un governo che vive di proclami. Se il MoVimento 5 Stelle, vittima delle sue promesse irrealizzabili. O semplicemente Luigi Di Maio, affiancato da un tutor richiamato dal Guatemala, una sorta di “navigator” personale, per dirla alla sua maniera, che da qui a maggio avrà il compito di frenare la picchiata dei grillini ed arginare Salvini.

Ne deriva una deriva. Nel senso che per stare dietro ad un politico che cavalca gli istinti peggiori, la strana coppia dovrà giocoforza appiattirsi su una partita fatta di temi populisti e popolari.

In tutto questo c’è poi il gioco delle parti. Perché su un messaggio di due minuti, Di Battista parla meno di 20 secondi. Quasi Di Maio avesse voglia di riaffermare i ruoli gerarchici: qui comando io, qui la linea la detto io. Come no? L’invito è ad osservare Dibba nel minuto e 40 di monologo “giggesco”. Si agita inquieto, muovendosi avanti e indietro sulle punte. Sorride e guarda Di Maio con occhi felini. Come quelli di chi sa che dalla caduta dell’altro dipende anche la propria ascesa.

Perché, restando in tema di montagna, è pure apprezzabile lo slalom tentato da Luigi: i paletti da evitare sono da una parte quelli di una base grillina delusa, dall’altra quelli di un Salvini che rende la pista scivolosa ad ogni sterzata. Ma l’impressione definitiva è che Di Maio e Di Battista sappiano bene che il loro ostentato idillio è destinato a sciogliersi come neve al sole. Sci-muniti o sci-attori? Forse più la seconda.