Sardegna, Salvini ha salvato Di Maio

Costretti a stare insieme, avvinghiati, stretti come sardine dalla Sardegna. Un unico destino, un matrimonio d’interesse che non potrà essere sciolto, almeno fino a maggio. Di Maio e Salvini, Salvini e Di Maio: l’uno legato all’altro, non per amore, piuttosto per debolezza. Reciproca.

Perché è vero, il voto sardo sancisce soprattutto il crollo del MoVimento 5 Stelle. Clamoroso, fragoroso. Innegabile. Ed è vero, pure,
ancora, che Salvini è primo nel centrodestra in una regione che niente ha a che vedere con la Lega e la sua storia.

Ma l’altro elemento che emerge con chiarezza è che neanche un all-in senza precedenti ha consentito a Salvini di affermare quella autonomia politica (diversa da quella di Lombardia e Veneto) a cui continua a costringerlo il Cavaliere resiliente.

Ha indossato – sfacciato – la felpa dei Quattro Mori, dimentico degli insulti leghisti a quel Sud di cui la Sardegna fa parte. Ha battuto il territorio come un segugio, tra bagni di folla che lo avevano illuso di fare il botto. Ha scelto – anzi, imposto – il candidato governatore Solinas. Ha provato a lucrare sul latte versato dei pastori sardi. Eppure Salvini da solo non basta, non vince, non sfonda.

Ed è in questa consapevolezza, nell’evidenza che l’elettorato di centro-destra non è in prevalenza di destra-centro, nella conferma che i “berluscones” saranno meno ma ancora molti, che affiora l’unica strada per Salvini oggi percorribile (e il suffisso “orribile” è fondamentale): tenere in piedi il governo coi grillini, pur di non tornare con la coda fra le gambe ad Arcore.

Ed è qui che si torna a Di Maio. Lo sconfitto, il traballante Di Maio. Debole al punto da non poter minimamente pensare di staccarsi dalla Lega, leader del MoVimento 5 stelle fino a quando questo governo durerà, poi chissà. E salvato da Salvini, uscito dalla Sardegna non così forte da abbandonare Giggino al suo destino.

Ajò, Giggino: è finita

di maio pensieroso

Francesco Cossiga, uno che di Sardegna ne sapeva qualcosa, raccontava che la sua regione era un laboratorio politico. Ciò che succedeva nel piccolo, nell’isola, era l’anticipazione di ciò che sarebbe potuto accadere nel grande, nel resto d’Italia. Se la sua lettura è corretta, allora è chiaro che il risultato fotografato dagli exit poll delle regionali è la prova di ciò che poco tempo fa avevamo pronosticato: il ritorno all’ovile di molti elettori alle formazioni di centrodestra e centrosinistra, e più in generale la fine del MoVimento 5 Stelle.

Per quest’ultimo passaggio bisognerà attendere un po’ più di tempo, quello necessario perché gli elettori si rendano conto che va bene la protesta, ma sola non basta. Ciò che emerge già da oggi, però, è l’accelerazione di un processo di crisi che coincide con l’andata al governo dei 5 Stelle. Non può essere in alcun modo consolatorio – secondo la regola italiana che il giorno dopo le elezioni non ha perso nessuno – sottolineare che (forse, attendiamo lo spoglio) il MoVimento 5 Stelle è il primo partito dell’isola. Così è troppo facile: partiva dal 42% delle Politiche e non faceva parte di una coalizione, i voti non sono andati divisi tra le diverse liste.

Negare che qualcosa si sia rotto è impossibile. Gli indizi sono troppi, i sondaggi a livello nazionale un sospetto, i voti veri nelle regioni una sentenza. Chi ne deve rispondere è Luigi Di Maio: è stato già sconfessato nel voto online sulla Diciotti, sta vedendo franare il MoVimento più rapidamente di quando avrebbe pensato, la sua leadership traballa e le Europee potrebbero sancirne la caduta definitiva.

E’ stato un attimo. Bisogna prenderne atto. Ajò, Giggino: è finita.

Conte su Marte

Giuseppe Conte ha visto arrivare all’orizzonte “un anno bellissimo”. Lo ha visto lui solo, però. E noi ce lo siamo posti il quesito. Ce le siamo fatte due domande.

Che il nostro presidente del Consiglio, oltre che avvocato del popolo, sia anche un illuminato visionario? E non è che per caso, per sbaglio, a dispetto di tutti i maggiori istituti nazionali e mondiali, da Bankitalia fino al Fondo Monetario Internazionale, l’unico a vederci giusto sia stato proprio lui?

Difficile, improbabile, ma non impossibile. Poi, però, in una fredda domenica mattina di febbraio capita di incappare in una sua intervista al Corriere, e allora lì al beneficio del dubbio rinunci, al margine d’errore dei vari istituti non credi.

Conte sostiene che l’ipotesi di un voto nel 2019 proprio non la riesce a vedere. E va bene – ti dici – ci può stare una difesa ostinata del suo governo, in fondo quando gli ricapita?

Nega che possa essere un problema una Lega che alle Europee sfonda e di contro un MoVimento 5 Stelle che arranca. E ok – di nuovo – in fondo è pur sempre uomo di Di Maio, che deve dirti?

Poi però inizia a pontificare sullo spread, a dire che è giusto dargli un peso economico, non politico. E a questo punto pensi che all’avvocato del popolo sfugga un concetto basico: la politica è economia.

A questo punto speri sia finita, ma finita non è. Il premier si ostina a negare la possibilità di una Manovra correttiva. Che è nei fatti. Segnatelo. Resta solo da capire se a farla sarà il suo governo o quello che ne raccoglierà le macerie.

Ed è qui, proprio qui, che raggiungi l’incresciosa consapevolezza che da “il 2019 sarà un anno bellissimo” fino a “escludo una manovra correttiva” c’è un solo, unico, filo conduttore, una granitica, incrollabile certezza: non sei tu il pessimista, non sbagliano tutti gli altri, è lui, Conte, che vive su Marte.

Salvini salvo, Di Maio meno: è nato un altro MoVimento 5 Stelle

Vince Salvini. E questo lo sapevamo da giorni. Pure nel caso la base grillina avesse votato in massa per l’autorizzazione a procedere ci saremmo ritrovati a parlare di un segretario della Lega pronto ad involarsi verso una schiacciante vittoria alle elezioni Europee sull’onda emotiva del caso Diciotti.

Ma è la percentuale di iscritti M5s che salva Salvini la vera notizia della serata. Il fatto che al netto di tutti gli appelli, i distinguo, i tentativi di orientare il voto da parte di Luigi Di Maio, alla fine sia stato soltanto il 59% dei votanti a seguire la linea tracciata dal “capo” politico.

Quasi la metà dei pentastellati ha scelto di esprimere un voto di dissenso rispetto all’indicazione dei vertici. C’è uno scollamento tra la famigerata base e il MoVimento 5 Stelle di governo che non può essere derubricato ad episodio isolato. Non fosse altro perché il tema oggetto della consultazione online – per inciso, una pagliacciata manipolabile, aliena rispetto a qualsivoglia forma di controllo sulla regolarità – investiva un tema caro all’elettorato grillino come l’immunità dei parlamentari di fronte alla legge.

Ora non è chiaro se Luigi Di Maio abbia sensibilità politica per rendersene conto o se sia troppo sollevato dal fatto di aver salvato il posto al ministero: quel che è certo è che il 40% di voti favorevoli all’autorizzazione a procedere sono il primo vero terremoto che mina la sua leadership all’interno del MoVimento 5 Stelle.

Stavolta non si tratta di qualche dissidente da mettere in castigo, non c’è in gioco un derby tra grillini Dc e grillini comunisti, tra chi preferisce la compostezza di Di Maio all’arroganza di Di Battista, sulla Diciotti matura una spaccatura molto probabilmente insanabile, l’evidente impossibilità di conciliare le aspettative degli “ortodossi” del MoVimento con i compromessi necessari a governare che si tratti di stringere un’alleanza con la Lega o che si parli di salvare il suo leader.

Sarebbero bastati solo 5mila voti in più ai “No” per segnare la fine della leadership di Di Maio all’interno del MoVimento 5 Stelle. E di conseguenza per porre fine all’esistenza del governo. Il paradosso è che a sancirla non sarebbe stato Salvini.

Se il voto online non ha ucciso l’esecutivo, però, è chiaro che ha inspessito la fronda che si oppone all’attuale guida politica, ha partorito l’opposizione interna, una minoranza pronta all’Opa. Da oggi non c’è più un solo MoVimento. Ne è nato un altro.

18 motivi per salvare Salvini sulla Diciotti

Al di là delle elucubrazioni mentali del M5s sul voto online che dovrà decidere se salvare o meno Salvini. Sorvolando sui tentativi disperati di influenzare il voto da parte di Di Maio e company, terrorizzati dall’idea che il governo possa cadere. Ci sono almeno 18 buoni motivi per negare l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini sul caso Diciotti. E lo dice uno che il leghista non lo ama particolarmente, per usare un eufemismo.

  1. Mandare a processo Salvini significa trovarsi la Lega alle Europee al 40%. Minimo. Volete questo?
  2. Quella di Salvini sulla Diciotti è stata una manovra spregiudicata e disumana nei confronti di disperati: ma parlare di sequestro di persona è giuridicamente inesatto. Non scherzate.
  3. Salvini sta applicando in fatto di immigrazione le misure largamente annunciate in campagna elettorale. Vabbé, rimpatri a parte su cui l’ha sparata grossissima. Andava squalificato prima se le sue proposte erano “illegali”.
  4. Non siete stanchi dei processi politici? Siete, cari grillini, i giustizialisti manettari che abbiamo sempre pensato che foste? Smentiteci, sorprendeteci.
  5. Votare contro Salvini sulla Diciotti significa sconfessare la linea politica dell’intero governo. Ora, noi saremmo anche d’accordo, ma “amici” M5s siete davvero così autolesionisti?
  6. L’avversario politico si batte alle elezioni. Volete mettere la soddisfazione?
  7. Occhio a creare un precedente (oddio, in effetti ce ne sono già altri): la magistratura faccia la magistratura, consenta alla politica di fare politica.
  8. Punire Salvini sulla Diciotti servirà ad evitare un nuovo caso Diciotti? No. La linea del governo è compatta sulla linea dei “porti chiusi” (che poi anche questa è una bufala).
  9. Mandare Salvini a processo per una questione legata ai migranti: pensate cosa accadrebbe un minuto dopo. Volete davvero rendere il clima nel Paese più avvelenato di così?
  10. Ci regalate la soddisfazione di vedere Di Maio arrampicarsi sugli specchi mentre giustifica per la prima volta la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di un esponente politico, peraltro suo alleato di governo?
  11. Volete provare a rendere il MoVimento 5 Stelle una forza politica se non “normale” quanto meno ragionevole?
  12. Con Salvini a processo il governo cade. Se non oggi, domani. Se non domani, dopodomani. Di nuovo: a noi sta bene. Ma lo sapete che oggi ci condannereste a Salvini premier, sì?
  13. Salvare Salvini significa risparmiarci mesi di dirette Facebook in versione “san Matteo da Milano martire“. Ci fate il piacere?
  14. Cari M5s, vi siete messi in un brutto guaio: sarete attaccati qualsiasi decisione verrà presa su Rousseau. Consiglio: l’anima (se mai l’avete avuta) l’avete persa. Risparmiatevi quel po’ di faccia che è rimasta: date seguito alla linea politica che avete concordato con l’alleato, siate rispettosi se non degli italiani almeno di voi stessi.
  15. Processare Salvini riporterà questa Lega nell’alveo del centrodestra. Vi invitiamo a restare uniti: per l’Italia vogliamo un altro centro-destra. Non un destra-centro.
  16. Non è da escludere che una decisione contro Salvini porti un pezzo di M5s ad allearsi con il Pd de-renzizzato. Anche in questo caso: per l’Italia vogliamo un altro centrosinistra. Restate vicini a Salvini. Forza.
  17. Ve lo diciamo qui e siamo pronti ad accettare scommesse: anche mandato a processo, Salvini verrebbe assolto. Risparmiatevi la fatica: non ne vale la pena.
  18. Davvero non vi sono bastati gli altri 17?

Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

  • Il flop alle elezioni suppletive di Cagliari
  • La debacle alle regionali in Abruzzo
  • I sondaggi nazionali in picchiata

Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

Chi ha ragione tra Francia e Italia

La sensazione provata da milioni di italiani dopo la decisione della Francia di richiamare il proprio ambasciatore è più o meno quella che si provava dopo un litigio di quelli forti, da bambini, con l’amico del palazzo accanto. Ti costava pure ammetterlo, perché lui le voleva sempre tutte vinte, eppure sapevi in cuor tuo di esser stato prepotente, di aver sbagliato, di dover fare – se non delle scuse – quanto meno il primo passo per riportare la pace.

Ecco, così è Italia-Francia. E peccato non sia una partita di pallone. Lì, almeno fino a qualche anno fa, avevamo qualche occasione di dire la nostra. Questa volta no. Non abbiamo motivo di iniziare una guerra coi nostri vicini, se non quella che fa bene a Di Maio e Salvini (per ora): distogliere l’attenzione dai problemi più gravi che ci portano ad essere il fanalino d’Europa dal punto di vista della crescita.

Ma possibile, diranno i sovranisti coi paraocchi, possibile che anche quando ci “attacca” un’altra nazione voi preferiate schierarvi contro questo governo? Possibile, purtroppo. Perché il torto e la ragione non hanno bandiera. E se provochi, stuzzichi, attacchi, devi aspettarti prima o poi una reazione, non puoi stupirti.

Se vai ad incontrare il leader dell’ala più estremista dei gilet gialli, quella che un sabato sì e l’altro pure mette a ferro e fuoco Parigi, se lo fai senza neanche la correttezza di avvisare il governo locale di un incontro di natura politica, vuol dire che non solo ignori le regole basiche della cortesia istituzionale, ma che sei anche uno sprovveduto, un pericoloso sprovveduto.

Se fai campagna elettorale sui terroristi italiani in Francia, se invece di lavorare a livello diplomatico col tuo omologo ministro dell’Interno affinché ne faciliti l’espulsione, vuol dire che non solo di riportare questi criminali a casa non ti interessa più di tanto, ma che sei un doppiogiochista, un pericoloso doppiogiochista.

Se diffondi teorie bugiarde sul franco “coloniale”, se ti lamenti con gli unici che fino ad oggi avevano rispettato gli impegni di redistribuzione dei migranti nei vari casi creati ad arte dalla Diciotti in avanti, se il tuo Presidente del Consiglio ammette alla cancelliera tedesca che il MoVimento 5 Stelle ha deciso di prendere di mira la Francia perché altrimenti non sa come frenare il suo declino, allora devi aspettarti che dall’altra parte delle Alpi qualcuno prima o poi reagisca.

Vi beccate – e ci becchiamo – che la Francia non si prenda più i migranti che aveva accettato di prendere in segno di amicizia verso l’Italia, che Air France si sfili dal tentativo di salvataggio di Alitalia, che agisca con un atto forte, risoluto, antipatico ma obbligato, dal loro punto di vista giusto e, purtroppo, anche dal nostro.

Ed è proprio questo il fatto che più difficilmente vi perdoneremo: l’averci costretto a vergognarci dell’Italia, almeno di quella che voi rappresentate.

Perdere la faccia o vendersi l’anima

di maio pensieroso

Concedere o no l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini? Stare nel mezzo: dire sì in giunta e no in Aula? Lavarsene le mani con un sondaggio sul blog? Sono le domande e le ipotesi che in queste ore affollano i pensieri di Luigi Di Maio, a riprova del fatto che il dubbio amletico, salvare o non salvare Salvini, al netto delle rassicurazioni del leghista, è un nodo cruciale per la tenuta del governo. Perché è francamente impensabile che un ministro dell’Interno continui a far parte di un esecutivo che sul caso Diciotti prima ne appoggia le azioni (disumane e strumentali), e poi quando si tratta di assumerne le responsabilità lo abbandona al proprio (dubbio) destino.

Eppure è proprio la coerenza dei comportamenti, dei fatti che dovrebbero seguire alle parole, che in un caso o nell’altro creerà problemi non marginali ai 5 Stelle. Perché decidere di evitare a Salvini il processo, opporre lo scudo parlamentare alla richiesta dei giudici, equivale a dire che sì, in qualche caso, per quanto isolato, per quanto specifico, esiste un cittadino, peggio, un politico, che può essere al di sopra della legge. E’ una questione che tocca da vicino la questione “etica” dei grillini, giustizialisti convinti e adesso spaccati da un problema che li costringe a scegliere tra la lealtà all’alleato e a quella dei propri princìpi.

Ma il punto che sfugge a molti è probabilmente un altro. Ovvero che la scelta più ovvia, quella più giusta secondo logica, salvare Salvini, si scontri in maniera inconciliabile con quello che fino ad oggi il MoVimento 5 Stelle è stato. Un partito quasi settario, dove la ricerca della “purezza” ha portato all’esasperazione della fede. Un gruppo di integralisti che pur di enunciare la propria superiorità ha denunciato un alto grado di distaccamento dalla realtà.

Eccolo, il nodo cruciale, l’impossibilità di fare la cosa giusta. Perché la cosa giusta non è in linea con i comandamenti del MoVimento. E’ un peccato originale che prima o poi presenta il conto. E’ arrivato, è dietro l’angolo. Bisognerà alla fine scegliere: tra perdere la faccia e vendersi l’anima.

Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…