Otto mesi di non-cambiamento

Otto mesi sono trascorsi dal 4 marzo. Dalla notte che ha “cambiato” l’Italia. Eppure non nel senso che i vincitori delle elezioni, quelli che dopo il voto esultavano come se avessero appena preso la Bastiglia, volevano far credere. Otto mesi, poco meno di una gravidanza, quanto basta per capire che il risultato dell’unione tra M5s e Lega non è il “governo del cambiamento” propagandato con una convinzione tale da apparire sospetta fin dal principio.

Diversi su tutto, per credo e provenienza, per “ideali” e storie, i partiti al governo sono tenuti insieme da due sole cose: la passione sfrenata per il populismo e l’attaccamento alle poltrone che hanno appena sottratto ai rivali di sempre. Non c’è niente di rivoluzionario in questi giacobini 2.0. Regna piuttosto l’immobilismo, il dissidio interno che si ripercuote sulla vita quotidiana degli italiani, l’incapacità di ammettere che si è promesso l’assurdo.

Così il reddito di cittadinanza e quota 100 “partiranno”: ma non partono. Le grandi opere, quelle che rendono tale un Paese, sono oggetto di quotidiani contrasti: dalla Tav al gasdotto Tap, dal Terzo Valico al Brennero, passando per Pedemontana e Muos. C’è una visione antitetica del mondo da provare a conciliare, e in questo scenario l’unico collante è l’odio per gli ex primi della classe, la tentazione di azzardare, la follia di farlo, per dimostrare di poter vincere una scommessa che in realtà è persa in partenza.

Ne sono una prova le ultime scaramucce sulla riforma della prescrizione, con Giulia Bongiorno che saggiamente ha placato le mire giustizialiste di un MoVimento che vorrebbe costringere tutti – innocenti compresi – a vivere sulla graticola di un procedimento penale vita natural durante.

E sull’altare delle divisioni si consuma il sacrificio di un Paese abbandonato al proprio destino in Europa, infilatosi consapevolmente (e questo è il dramma vero) in una spirale dalla quale sarà complicato uscire senza un brusco risveglio.

Otto mesi, otto, da quel 4 di marzo. Otto mesi di non-cambiamento.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

https://twitter.com/FrancoCelsi99/status/965151932439347201

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.