L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

Cosa ci dirà il Friuli-Venezia Giulia

friuli-venezia-giulia

 

La maschera, i contendenti l’hanno tolta ormai da qualche giorno. Al telefono non si sentono, al massimo parlano per intermediari e hanno pure rinunciato ad un evento comune della coalizione di centrodestra in Friuli-Venezia Giulia. Camminano da soli, Salvini e Berlusconi, consapevoli che il successo pressoché certo alle Regionali di domenica potrebbe rappresentare alla resa dei conti una vittoria di Pirro per l’intera alleanza.

D’altronde non è un caso che Salvini in questi giorni continui ad alimentare il forno con Di Maio, per quanto il leader del M5s lo definisca in pubblico “definitivamente chiuso” e sembri concentrato solamente sulla partita col Pd. Una commedia, una sceneggiata, che potrebbe arrivare a conclusione ben prima del 3 maggio, data in cui il Partito Democratico deciderà in direzione se sedersi o meno al tavolo con Di Maio.

Perché potrebbe essere proprio Salvini, forte dell’effetto Fedriga in Friuli, a parlare da leader non solo del centrodestra, ma di tutto il Nord Italia. “Eccomi, ho in mano tutta l’area produttiva del Paese: siete sicuri di poter fare un governo senza di me?“. Un messaggio diretto anche al Quirinale, a quel Mattarella che mandando Fico in esplorazione nel Pd ha di fatto stanato il leghista, lasciando emergere la sua voglia di Palazzo Chigi.

Ma l’altro messaggio che Salvini potrebbe lanciare con una Lega sopra il 30% e magari Forza Italia sotto il 10% è il seguente:”Da leader del centrodestra dico che abbiamo il dovere di dare un governo al Paese. Chi ci sta ci sta, non accetto più giochini e veti. Vale per tutti“. E in questo caso il destinatario sarebbe Berlusconi, che non a caso da una settimana sta rastrellando la regione, sicuro di ripetere quanto fatto in Molise.

Resta da capire fino a che punto il Cavaliere riuscirà a limitare i danni, visto che la candidatura del leghista Fedriga farà da traino al Carroccio. Ma soprattutto la curiosità di vedere come si comporterebbe Di Maio. Aspetterebbe davvero il Pd o cuocerebbe subito il centrodestra?

Di certo c’è solo un paradosso: potrebbe essere proprio Salvini a salvare il nemico Renzi dall’imbarazzo di dire no (o sì) ad un governo coi 5 Stelle…

#Senzadilui

renzi dimissioni 2

 

Dicono che per un attimo, vedendo spuntare su Twitter l’hashtag #RenziTorna, sia stato tentato dal fare una dichiarazione ufficiale, dallo smascherare ad uno ad uno i dirigenti del Pd che vogliono l’accordo col MoVimento 5 Stelle; dicono che abbia perfino accarezzato per qualche istante l’idea di un ritorno al voto: “La gente ha già capito“. Dicono che abbia fatto e detto tutto questo, ma Matteo Renzi in questi anni di continua avanscoperta qualcosa ha imparato: in politica non sempre è corretto esporsi. Non subito, almeno.

Soprattutto quando è chiaro che il gioco non è tanto M5s sì o M5s no, piuttosto Renzi sì o Renzi no. Perché la convocazione di una direzione nazionale che nei prossimi giorni deciderà se sedersi o meno al tavolo coi grillini altro non è che una conta interna al Partito, il tentativo di una certa classe dirigente di strappare il timone dalle mani del capitano fantasma, del senatore di Scandicci che pure senza mostrarsi è ancora il punto di riferimento di un equipaggio intero, dell’uomo che il giorno dopo il voto ha dettato la rotta:”Fate il governo senza di noi“.

Renzi che crede di avere ancora i numeri per bloccare l’iniziativa di Franceschini e gli altri, di cui fa parte ormai lo stesso Martina; Renzi che guarda con sospetto lo stesso Graziano Delrio, che vede ombre dappertutto, ma che se per caso dovesse vedere sconfitta la sua linea non aspetterebbe un giorno per chiamarsene fuori, per strappare la sua tessera e tanti saluti a tutti.

Renzi che non arretra, che sorride dinanzi a quel #senzadime di cui sono pieni i social. Renzi che oggi, guarda un po’, è l’ultimo baluardo in Italia del centrosinistra. Renzi che ormai è chiaro: se vogliono fare l’accordo con Di Maio facciano pure, ma lo faranno #senzadilui.

L’italiano dimenticato del Molise

 

L’italiano dimenticato del Molise, ancora per qualche ora, si sentirà coccolato dal resto d’Italia. Tutti pronti su Google a scrivere “Elezioni Molise“. Anzi: “Risultati elezioni Molise“. Che alla fine questo è ciò che tutti vogliono sapere: chi vince? Di Maio o Salvini? E Berlusconi reggerà all’assalto della Lega?

Ma l’italiano dimenticato del Molise non ha memoria corta. Nella sua mente ha ben chiara la sua storia. Sa cos’è stato. Sa cosa avrebbe potuto essere. Sa anche cosa non sarà.

Per un po’ si è sentito perfino lusingato, da tanto interesse. Che finalmente essere pochi in Regione non era un handicap. Anzi, una possibilità: con tutti i leader nazionali a fare comizi nei comuni di 10mila abitanti, pronti ad ascoltare la voce dell’elettore semplice, a parlare con la gente, a stringere mani, mica accordi sottobanco. Roba da dopoguerra. Roba che “com’era bella la politica di una volta“.

Ma l’italiano dimenticato del Molise non si è illuso. Ha capito in fretta che il circo da domani se ne andrà. Leveranno le tende, i nostri politici. Torneranno nei Palazzi romani. Dove tutto si decide e dove inspiegabilmente aspettano il voto del piccolo Molise per capire che vento tira.

Barometro a campione ridotto, terra amara, sferzata dalla storia e dagli eventi.  Molise pensaci tu. Ma da domani non pensarci più.

Berlusconi e la riabilitazione: l’azzardo del leader ferito, un ultimo all-in

berlusconi sorriso

 

Era il primo agosto del 2013 quando Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, venne raggiunto dalla sentenza di condanna per frode fiscale nel processo relativo ai diritti tv Mediaset. I suoi avvocati, per settimane, gli avevano ripetuto che non c’era nulla da temere, che l’assoluzione era praticamente certa.

Per questo, il pronunciamento dei giudici, venne vissuto da Berlusconi come uno dei colpi più duri della sua vita. Crollava il mito dei tanti processi senza neanche una condanna definitiva, del complotto della “magistratura di sinistra” mai in grado di trovare le prove necessarie a rendere colpevole un innocente.

Ed è forse quello, più di ogni altro, il punto di caduta del berlusconismo, il momento in cui la parabola del leader diventa discendente. Da quando la legge Severino – va detto, applicata retroattivamente – lo ha reso incandidabile, Berlusconi non ha fatto più il Berlusconi.

Il dominus nelle urne, l’acchiappavoti per antonomasia, ha sì giocato la partita ma sempre per la salvezza, non più per la vittoria del campionato.

Così ha iniziato la corsa al tribunale di Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che “dovrà restituirmi l’onore perduto“, la lotta contro il tempo (persa) per tornare candidabile per le elezioni.

E poi le giustificazioni – con gli altri e con sé stesso – sul fatto che “se Salvini ha superato Forza Italia è stato perché io non sono candidabile, se fossi stato in campo le cose sarebbero andate diversamente“.  L’illusione che il tramonto non debba arrivare mai, la convinzione che se è rimasto lo stesso di sempre non c’è motivo per cui gli italiani non debbano ancora fidarsi di lui.

Da qui la decisione di tentare un’altra partita. La richiesta di riabilitazione al tribunale di sorveglianza di Milano, chiamato a giudicare se Berlusconi negli ultimi 3 anni abbia dato “prove effettive e costanti di buona condotta“. L’obiettivo è duplice: tornare incensurato anticipando i tempi della Corte di Strasburgo per lavare l’onta della fedina penale macchiata; ma soprattutto tornare eleggibile.

Ed è questo il pensiero che gira e rigira nella testa del Berlusconi ferito. Ripresentarsi come leader a tutto tondo, capace di affrontare con le stesse armi i giovani che sperano di farlo fuori soltanto perché non può entrare in Parlamento. Una tentazione che accarezza da tempo: far saltare nuovamente il banco, dire no ad un governo con Di Maio, al ragazzino che ha avuto “l’arroganza” di porre il veto proprio sulla sua persona.

Un ultimo azzardo, un all-in che possa portarlo nuovamente a Palazzo Chigi. O forse alla fine politica sua e di Forza Italia. E c‘è qualcosa di folle e romantico in questa ostinazione. L’immagine di un leader malandato e ferito, che non vuole morire.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.

Come si elegge il presidente della Camera? Risposta: ne vedremo delle belle…

camera dei deputati

 

Il conto alla rovescia è partito. Il 23 marzo si eleggono i nuovi presidenti di Camera e Senato. Punto di snodo di una 18esima legislatura che, in un modo o nell’altro, dovrà darsi un inizio. Ma come si elegge il Presidente della Camera? E allo stato attuale c’è una forza politica che può fare tutto da sola? Risposta: no.

  • Il regolamento

Andiamo a vedere cosa dice il regolamento della Camera dei Deputati:

  • L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

Ora traduciamo. Al primo scrutinio non verrà eletto nessuno. Va bene lo scrutinio segreto, ma nessuno possiede i due terzi dei componenti della Camera. Un po’ di numeri: i parlamentari eletti sono 630. In attesa di conoscere le ripartizioni ufficiali (sì, non ci sono ancora), i conteggi delineano questo scenario:

  • CENTRODESTRA: 260 seggi
  • MOVIMENTO 5 STELLE: 221 seggi
  • PD + SVP: 112 seggi
  • LIBERI E UGUALI: 14 seggi

Nessuno ha i due terzi.

  • Cosa succede quindi?

Si va avanti: al secondo scrutinio anche le schede bianche vengono considerate come voti validi. Ma pure in questo caso sembra difficile un accordo. Servono 400 voti e rotti, a seconda dei votanti. Dunque, a meno che il centrodestra non trovi l’accordo con i grillini per spartirsi Camera e Senato  (e dunque Palazzo Chigi) non ci sono i numeri. Fino al secondo scrutinio, pur volendo, anche il Partito Democratico è tagliato fuori: aggiungendo i suoi 112 seggi a quelli di Movimento 5 Stelle o centrodestra non si arriva al magic number.

  • Terzo scrutinio: pop-corn

Ecco, da qui in poi ci si diverte: preparate i pop-corn. Al terzo scrutinio basta avere la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il Presidente della Camera. Quindi su 630 eletti il numerino magico diventa 316. E qui con un’alleanza i numeri ci sono:

  • CENTRODESTRA + MOVIMENTO 5 STELLE = 481
  • CENTRODESTRA + PD = 372 
  • MOVIMENTO 5 STELLE + PD = 333 

Sarà dal terzo scrutinio in poi – perché può darsi ce ne vogliano comunque molti di più e si prosegua ad oltranza- che capiremo che forma prenderà questa legislatura. E se ci sarà un governo, soprattutto…

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

Salvini e il sorpasso: ma Berlusconi non è domato

Nella notte che certifica il boom dei 5 stelle e rende plastica l’ingovernabilità del Paese, si consuma il passaggio epocale.

Quando i primi exit poll parlano di un sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia c’è ancora spazio per l’incredulità. Non era mai successo che il fondatore del centrodestra venisse superato da un concorrente interno alla sua stessa creatura. Così c’è bisogno di qualche ora per rendersi conto che è tutto vero: Salvini che supera Berlusconi, il mondo capovolto.

Spetta agli esponenti azzurri di lungo corso- quelli che le stagioni del berlusconismo le hanno attraversate tutte – fare buon viso a cattivo gioco quando le proiezioni dipingono un quadro allarmante, e il segnale da Arcore è muto.  Parla di vittoria del centrodestra, Brunetta, e si limita a quello. Ha l’arduo compito di rassicurare un popolo che non trova gusto nell’idea di un successo a trazione leghista, che sperimenta per la prima volta l’arretramento dell’uomo di Arcore.

Doveva essere l’elezione della rivincita, dell’argine ai populismi di diversa estrazione, del ritorno in Europa in grande stile: è stato probabilmente il crepuscolo di un’epopea irripetibile. Ci sono un prima e un dopo 4 marzo, un centrodestra di ieri e un forse-centrodestra di domani. Ma pare chiaro che a dare le carte non sarà più Berlusconi. Che pure col carattere tipico del campione abituato a giocare da leader tenta il dribbling fino a quando riesce a intravedere un po’ di spazio. Prima reclamando l’importanza dell’assegnazione dei seggi nell’attribuzione della leadership. Poi, quando pure quell’ipotesi pare sfumare, aspettando fino all’ultimo momento la fine degli scrutini.

Ma sta nella visita ad Arcore di Salvini l’ideale passaggio di consegne. Il leader della Lega varca per la prima volta i cancelli di villa San Martino non più da sottoposto, ma da leader di un’area intera. Ed ha il buon senso di non farlo pesare più di tanto, di mostrarsi come sempre rispettoso, per quanto mai riverente. Ci sono ad attenderlo anche Marina e Piersilvio Berlusconi, reduci dal canonico pranzo in famiglia del lunedì. Si congratulano con l’uomo che ha soppiantato il padre, senza sapere fino a quando questo idillio durerà.

Perché se è vero che Salvini ribadisce di giocare nel centrodestra, lo è altrettanto che Berlusconi difficilmente potrà venire a patti con l’idea di fare il maggiordomo in casa propria. Per quanto i numeri stavolta sembrino inchiodarlo ad un futuro da subalterno, il Cavaliere – nella dichiarazione consegnata alle agenzie -evita apertamente di investire Salvini di una leadership che ritiene ancora sua.

Attribuisce al suo essere incandidabile il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, giudica quasi miracoloso il 14% ottenuto, a fronte dell’ondata di protesta manifestatasi nelle urne. E pensa ad un futuro prossimo che possa restituirgli una nuova chance. Una partita da giocare in prima persona, in Parlamento o ancora nelle urne, per dimostrare che non esiste centrodestra senza di lui. Salvini ha completato il sorpasso, ma Berlusconi pensa che la gara sia finita. Non ancora, almeno.