L’Emilia-Romagna per sapere se Salvini sarà premier

La campagna elettorale che si è appena conclusa in Emilia-Romagna è stata una delle peggiori che la storia italiana recente ricordi. Solo per citare qualche aneddoto: bambini strumentalizzati a Bibbiano. Un ragazzo preso in giro perché dislessico. Un leader nazionale che citofona a casa di un presunto spacciatore tunisino dando prova definitiva che al Viminale per alcuni mesi abbiamo avuto la caricatura di uno sceriffo, piuttosto che un ministro. Il comune denominatore di questi episodi? Matteo Salvini.

Ma c’è un motivo se il Capitano ha fatto così tanto, “così troppo”. Se ha deciso perfino di rischiare il processo per la vicenda della nave Gregoretti, se ha coperto decine e decine di comuni dell’Emilia-Romagna come forse neanche la stessa candidata presidente della Lega, Lucia Borgonzoni, ha fatto.

Negare l’importanza del voto, catalogarlo come un appuntamento locale, fingere che le ripercussioni di una sconfitta di Bonaccini non ricadrebbero sul governo, significa prendere in giro chi legge, o in alternativa non sapere nulla di politica. C’è un terzo caso: essere Conte. Leggete la dichiarazione del nostro Azzeccagarbugli: “Le elezioni regionali non riguardano la sopravvivenza del governo, non sono un voto sul governo. È improprio pensare che la votazione della comunità emiliano-romagnola o calabrese possa riguardare l’azione di governo. Io confido che i risultati saranno positivi e che anzi possa derivare maggiore energia ed entusiasmo nell’azione di governo. Al di là del risultato, abbiamo preso un impegno di fronte al Paese, nella sede più autorevole che è il Parlamento, ed è un impegno che dobbiamo portare a termine“. Cos’è tutto questo? Un chiaro tentativo di Giuseppe Conte di salvare la sua scrivania a Palazzo Chigi. Coerente con la svolta di fine anno: “Non vedo un futuro senza politica“. Toh, chi l’avrebbe mai detto!

In tutto ciò c’è Matteo Salvini. Che si gioca tutto, o quasi. Perché un successo del centro-destra in Emilia-Romagna, con la Lega presumibilmente primo partito, sarebbe per lui il biglietto da far recapitare al Quirinale: “Presidente, hanno perso tutte le elezioni regionali, io non faccio che vincere dalle Europee: votiamo?“. La risposta non è scontata. Chi denuncerebbe un tradimento della Costituzione in caso di permanenza in vita del governo farebbe un torto alla propria intelligenza.

Ma Salvini non ha tempo per aspettarne altro. Il suo consenso è in fisiologica discesa, Meloni preme, è la nuova beniamina della destra, i moderati prima o poi torneranno, e in caso di sconfitta in Emilia-Romagna potrebbero perfino pensare di abbandonare il Capitano e dare vita al “grande centro”. Dopo essersi tagliato fuori dal governo del Paese da solo, dopo aver aperto una crisi sbagliata ad agosto, il momento della spallata è giunto. Non è detto che torni. Sono treni che non passano poi così spesso. Il popolo è volubile, il consenso è volatile. O Salvini vola ora oppure finirà per bruciarsi. Questo è: l’Emilia-Romagna per sapere se Salvini sarà premier.

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

Cosa ci dirà il Friuli-Venezia Giulia

 

La maschera, i contendenti l’hanno tolta ormai da qualche giorno. Al telefono non si sentono, al massimo parlano per intermediari e hanno pure rinunciato ad un evento comune della coalizione di centrodestra in Friuli-Venezia Giulia. Camminano da soli, Salvini e Berlusconi, consapevoli che il successo pressoché certo alle Regionali di domenica potrebbe rappresentare alla resa dei conti una vittoria di Pirro per l’intera alleanza.

D’altronde non è un caso che Salvini in questi giorni continui ad alimentare il forno con Di Maio, per quanto il leader del M5s lo definisca in pubblico “definitivamente chiuso” e sembri concentrato solamente sulla partita col Pd. Una commedia, una sceneggiata, che potrebbe arrivare a conclusione ben prima del 3 maggio, data in cui il Partito Democratico deciderà in direzione se sedersi o meno al tavolo con Di Maio.

Perché potrebbe essere proprio Salvini, forte dell’effetto Fedriga in Friuli, a parlare da leader non solo del centrodestra, ma di tutto il Nord Italia. “Eccomi, ho in mano tutta l’area produttiva del Paese: siete sicuri di poter fare un governo senza di me?“. Un messaggio diretto anche al Quirinale, a quel Mattarella che mandando Fico in esplorazione nel Pd ha di fatto stanato il leghista, lasciando emergere la sua voglia di Palazzo Chigi.

Ma l’altro messaggio che Salvini potrebbe lanciare con una Lega sopra il 30% e magari Forza Italia sotto il 10% è il seguente:”Da leader del centrodestra dico che abbiamo il dovere di dare un governo al Paese. Chi ci sta ci sta, non accetto più giochini e veti. Vale per tutti“. E in questo caso il destinatario sarebbe Berlusconi, che non a caso da una settimana sta rastrellando la regione, sicuro di ripetere quanto fatto in Molise.

Resta da capire fino a che punto il Cavaliere riuscirà a limitare i danni, visto che la candidatura del leghista Fedriga farà da traino al Carroccio. Ma soprattutto la curiosità di vedere come si comporterebbe Di Maio. Aspetterebbe davvero il Pd o cuocerebbe subito il centrodestra?

Di certo c’è solo un paradosso: potrebbe essere proprio Salvini a salvare il nemico Renzi dall’imbarazzo di dire no (o sì) ad un governo coi 5 Stelle…

#Senzadilui

 

Dicono che per un attimo, vedendo spuntare su Twitter l’hashtag #RenziTorna, sia stato tentato dal fare una dichiarazione ufficiale, dallo smascherare ad uno ad uno i dirigenti del Pd che vogliono l’accordo col MoVimento 5 Stelle; dicono che abbia perfino accarezzato per qualche istante l’idea di un ritorno al voto: “La gente ha già capito“. Dicono che abbia fatto e detto tutto questo, ma Matteo Renzi in questi anni di continua avanscoperta qualcosa ha imparato: in politica non sempre è corretto esporsi. Non subito, almeno.

Soprattutto quando è chiaro che il gioco non è tanto M5s sì o M5s no, piuttosto Renzi sì o Renzi no. Perché la convocazione di una direzione nazionale che nei prossimi giorni deciderà se sedersi o meno al tavolo coi grillini altro non è che una conta interna al Partito, il tentativo di una certa classe dirigente di strappare il timone dalle mani del capitano fantasma, del senatore di Scandicci che pure senza mostrarsi è ancora il punto di riferimento di un equipaggio intero, dell’uomo che il giorno dopo il voto ha dettato la rotta:”Fate il governo senza di noi“.

Renzi che crede di avere ancora i numeri per bloccare l’iniziativa di Franceschini e gli altri, di cui fa parte ormai lo stesso Martina; Renzi che guarda con sospetto lo stesso Graziano Delrio, che vede ombre dappertutto, ma che se per caso dovesse vedere sconfitta la sua linea non aspetterebbe un giorno per chiamarsene fuori, per strappare la sua tessera e tanti saluti a tutti.

Renzi che non arretra, che sorride dinanzi a quel #senzadime di cui sono pieni i social. Renzi che oggi, guarda un po’, è l’ultimo baluardo in Italia del centrosinistra. Renzi che ormai è chiaro: se vogliono fare l’accordo con Di Maio facciano pure, ma lo faranno #senzadilui.

L’italiano dimenticato del Molise

 

L’italiano dimenticato del Molise, ancora per qualche ora, si sentirà coccolato dal resto d’Italia. Tutti pronti su Google a scrivere “Elezioni Molise“. Anzi: “Risultati elezioni Molise“. Che alla fine questo è ciò che tutti vogliono sapere: chi vince? Di Maio o Salvini? E Berlusconi reggerà all’assalto della Lega?

Ma l’italiano dimenticato del Molise non ha memoria corta. Nella sua mente ha ben chiara la sua storia. Sa cos’è stato. Sa cosa avrebbe potuto essere. Sa anche cosa non sarà.

Per un po’ si è sentito perfino lusingato, da tanto interesse. Che finalmente essere pochi in Regione non era un handicap. Anzi, una possibilità: con tutti i leader nazionali a fare comizi nei comuni di 10mila abitanti, pronti ad ascoltare la voce dell’elettore semplice, a parlare con la gente, a stringere mani, mica accordi sottobanco. Roba da dopoguerra. Roba che “com’era bella la politica di una volta“.

Ma l’italiano dimenticato del Molise non si è illuso. Ha capito in fretta che il circo da domani se ne andrà. Leveranno le tende, i nostri politici. Torneranno nei Palazzi romani. Dove tutto si decide e dove inspiegabilmente aspettano il voto del piccolo Molise per capire che vento tira.

Barometro a campione ridotto, terra amara, sferzata dalla storia e dagli eventi.  Molise pensaci tu. Ma da domani non pensarci più.