Draghi e il Dragone: l’Italia cambia passo sulla Cina

L’avvento di Mario Draghi ha sancito il ritorno della realtà a Palazzo Chigi. In nuce l’affermazione di due principi classici – nemmeno troppo innovativi – necessari per stare al mondo se ti chiami Italia: l’europeismo e l’atlantismo. Archiviata la diplomazia delle arance siciliane – buonissime, intendiamoci – sforbiciata la retorica della via della Seta, l’Italia è pronta a giocare la sua parte nell’agone internazionale. Con i suoi limiti e le sue difficoltà, ma senza più sbagliare porta in cui segnare.

Per comprendere il cambio di fase che il governo Draghi rappresenta rispetto al triennio precedente dobbiamo innanzitutto ricordarci chi è il presidente del Consiglio. Parliamo di un signore formatosi al prestigioso MIT di Boston (cinque anni – dal 1971 al 1976 – lavorando per pagarsi gli studi). Nel 2001, dopo l’esperienza al Tesoro, diventa managing director e vicepresidente della banca d’affari statunitense Goldman Sachs. A questi elementi bisogna aggiungere la straordinaria vicinanza di Mario Draghi alla parte più importante degli apparati americani. Janet Yellen, attuale segretario del Tesoro, così come l’economista Larry Summers sono figure vicinissime al premier italiano, negli anni scorsi punto di riferimento anche per l’ultima amministrazione Democratica, con Obama più volte intento a pronunciare la fatidica frase “se Mario pensa questo allora…“.

Cenni biografici bastevoli a comprendere quanto la politica estera dell’Italia di Draghi sarà legata a doppio filo con quella americana.

Al riguardo, nella Munich Security Conference di pochi giorni fa, Joe Biden ha messo in chiaro la priorità strategica della superpotenza: l’opposizione alla Cina. “Dobbiamo prepararci insieme alla competizione strategica a lungo termine con la Cina, e sarà una competizione dura“, ha avvisato il presidente americano, aspettandosi di ricevere dagli alleati indiscriminato sostegno politico – e se necessario militare – al perseguimento dell’obiettivo enunciato.

Sul fronte italiano, la notizia delle ultime settimane è una richiesta di matrice americana e nipponica: Roma è stata sollecitata a prendere parte al contenimento marittimo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, ovvero il teatro più incandescente del Pianeta. Invito caldeggiato in particolare dagli Stati Uniti, decisi a chiedere all’Italia atto di espiazione per il marchiano errore di aver aderito, unico Paese del G7, alle Nuove Vie della Seta cinesi. Onta che gli Usa non hanno dimenticato, di cui Draghi è chiamato a farsi carico.

Non è un caso che nel suo primo discorso programmatico in Senato l’ex governatore della Bce non abbia rivolto alcuna apertura a Pechino, neanche sul lato economico, premurandosi invece di dirsi preoccupato per “l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina“. Lo stesso “intorno” che alcune navi della Marina italiana potrebbero essere chiamate a presidiare.

Come prova ultima della fedeltà all’America, crocevia da affrontare per confermarsi presenti a se stessi prima che nel mondo.

Per certificare il cambio di passo dell’Italia – con Draghi – sul Dragone.

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Renzi in Arabia Saudita: tra errori politici e strumentalizzazioni

Il viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita ha sollevato in Italia un polverone di reazioni spesso disinformate, alimentando un moto d’indignazione strumentale alla crisi di governo italiana.

Vediamo di fare chiarezza: Renzi ha commesso un errore di opportunità politica, ma non nel senso che molti avversari del leader di Italia Viva stanno oggi tentando di far passare.

Il quotidiano “Domani”, che per primo ha riportato la notizia della partecipazione di Matteo Renzi al meeting noto come “la Davos nel deserto”, ha sottolineato come sia stridente l’immagine di un leader che apre una crisi di governo e poi vola a Riyad per percepire soldi da uno Stato straniero.

Di più: diversi osservatori stanno notando, non senza ragione, che l’Arabia Saudita sia uno stato che viola quotidianamente i diritti umani e civili della sua popolazione, e che il suo principe ereditario Mohammad bin Salman, sia il mandante riconosciuto dall’Onu dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Kashoggi.

Ora però il punto è un altro: dobbiamo intenderci, se l’Arabia Saudita è lo “stato canaglia” qui sopra descritto – e vi faccio la cortesia di sciogliere il dubbio: lo è – allora dobbiamo avere l’onestà intellettuale di ammettere che dal 1932, anno di nascita del nuovo regno saudita, intratteniamo come Stato italiano rapporti strettissimi con una monarchia criminale.

Parliamo di un giro di scambi nell’ordine di miliardi di euro tra i due Paesi, di approvvigionamento energetico (leggasi alla voce: Eni), di interessi economici, commerciali, financo geopolitici che sembriamo avere tutti d’improvviso dimenticato.

Forse oggi può risultare imbarazzante ricordarlo: ma l’Arabia Saudita è un partner strategico dell’Italia nella regione del Mediterraneo allargato. E lo è soprattutto in ragione del fatto che gli Stati Uniti vedono di buon occhio la presenza di uno Stato che bilanci l’influenza dell’Iran. Sarò più preciso: più che di uno Stato, di una sola famiglia, i Saʿūd appunto, che continueranno ad esistere al potere solo fino a quando gli Usa lo vorranno.

Questa è le realtà. O se preferite la realpolitik. La stessa realpolitik che fa sì che l’Unione Europea paghi puntualmente miliardi di dollari ad un signore di nome Erdogan – non un campione dei diritti umani – perché non riapra il rubinetto dell’immigrazione. La stessa realpolitik – questa sì, vergognosa – che non ha impedito al governo italiano di vendere fregate militari all’Egitto che ha ammazzato un proprio cittadino.

Questo per rendere l’idea del contesto. Nel merito della vicenda Renzi-Arabia Saudita, dunque, si sbaglia direzione degli attacchi.

  • Renzi, sebbene sia un senatore della Repubblica, resta un privato cittadino che può scegliere liberamente come investire il proprio nome e a quali soggetti legarsi. Se mi si chiede se penso sia sbagliato, anche da privato cittadino, legare il proprio nome a quello dell’Arabia Saudita, rispondo: assolutamente sì. Ma i due piani non vanno mai confusi: piaccia o meno l’Arabia Saudita è quello che viene definito “partner strategico” dell’area per l’Italia. E tale resterà fino a quando gli Usa non vorranno diversamente. Stati Uniti che, è bene ricordarlo agli smemorati, sono l’impero che governano la nostra sfera d’influenza. Tradotto: a noi è bandita la cosiddetta “grand strategy”. Evitiamo di pensarci paladini dell’Universo, limitiamoci a difendere il nostro interesse nazionale. Se ne siamo capaci.
  • E’ davvero un problema il “tempismo” dell’intervento di Renzi a Riyad? Crediamo realmente che possa essere Mohammad bin Salman a scegliere se Conte cade o meno? E che l’esito della crisi dipenda dalla conferenza del leader di Italia Viva in Arabia Saudita? Evito di rispondere perché non voglio offendere l’intelligenza del lettore.
  • Renzi fa bene a definire MBS un “grande amico?”. E fa bene ad intrattenere relazioni – a quanto si dice ben remunerate – con un fondo legato a doppio filo con la monarchia saudita? Posso rispondere soltanto a titolo personale e politico, poiché personale è la sua scelta e politiche le sue ricadute: per me no. Io al suo posto avrei cercato altri contesti per fare il conferenziere. E aggiungo: avrei avuto semplicemente la pelle d’oca a trovarmi di fronte al sorriso accondiscendente di un assassino leader di un regime autoritario.

La stessa pelle d’oca, però, la provo nel notare come questa vicenda – per certi versi sicuramente imbarazzante – venga strumentalizzata con il chiaro fine di delegittimare in patria un leader politico. Il tutto al fine di indirizzare in un senso più gradito la crisi di governo italiana.

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Analisi del discorso che Trump avrebbe dovuto pronunciare due mesi fa

Donald Trump ha parlato. Infine. Lo ha fatto perché ha capito di essere all’ultima spiaggia. Perché restare alla Casa Bianca da qui ai prossimi 12 giorni senza essere rimosso è l’obiettivo minimo che si è dato. Perché essere cacciato anzitempo dallo Studio Ovale rappresenterebbe un’umiliazione anche per lui che ha sempre interpretato le iniziative dei Democratici come delle medaglie da appuntarsi sul petto.

Da qui la scelta di intervenire con un video su Twitter – l’unico social che non gli è stato ancora bloccato – con parole che suonano come il massimo che il personaggio può offrire. Non vi aspettate lo stile di John McCain nella concessione della vittoria a Barack Obama, non lo troverete. Può sembrare una sfumatura, ma anche stavolta Trump non ha detto di essere stato sconfitto: è evidentemente più forte di lui.

Ecco il discorso integrale di Trump, con brevi intermezzi di commento. Per capire ciò che il presidente americano ha voluto dire (e non dire). Buona lettura.

*****

Vorrei iniziare affrontando l’atroce attacco al Campidoglio degli Stati Uniti. Come tutti gli americani sono indignato dalla violenza, dall’illegalità e dal caos. Ho immediatamente dispiegato la Guardia Nazionale e le forze dell’ordine federali per mettere in sicurezza l’edificio ed espellere gli intrusi. L’America è e deve sempre essere una nazione di legge e ordine“.

Primo passaggio, prima bugia. Ad ordinare l’intervento della Guardia Nazionale è stato il vicepresidente Pence. Da notare il riferimento alla nazione di legge e ordine, “law and order” nella dizione americana, uno degli slogan più amati ed utilizzati da Trump.

Ai manifestanti che si sono infiltrati in Campidoglio: avete profanato la sede della democrazia americana. A coloro che sono coinvolti in atti di violenza e distruzione: voi non rappresentate il nostro Paese. E a chi ha infranto la legge: pagherete.

Abbiamo appena vissuto un’elezione intensa e le emozioni sono alte. Ma ora bisogna raffreddare gli animi e ripristinare la calma. Dobbiamo andare avanti con l’interesse dell’America.

Questa è forse la frase di maggiore impatto politico: “Dobbiamo andare avanti”, dice Trump, lasciando intendere che la stagione delle recriminazioni sia da considerarsi conclusa. Sarà realmente così? Non credo.

La mia campagna elettorale ha perseguito con vigore tutte le vie legali per contestare i risultati delle elezioni, il mio unico obiettivo era quello di garantire l’integrità del voto. Facendo questo, mi sono battuto per difendere la democrazia americana. Continuo a credere fermamente che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare l’identità e l’idoneità di tutti gli elettori e per assicurare fede e fiducia in tutte le elezioni future.“.

Trump gioca di fioretto, sostiene che la sua azione si è mossa esclusivamente all’interno dei confini stabiliti dalla legge, prendendo così nuovamente le distanze dai riottosi. Si fa poi paladino della democrazia americana, senza rinunciare a sostenere che il sistema elettorale americano sia da rivedere. Onestamente, può avere le sue ragioni: ma perché nel 2016, quando ha vinto, questo sistema andava bene?

Ora, il Congresso ha certificato i risultati. Una nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio. Il mio obiettivo ora è quello di assicurare una transizione di potere fluida, ordinata e senza intoppi. Questo momento richiede guarigione e riconciliazione“.

Per la prima volta dalla fine delle elezioni Donald Trump ammette che non ci sarà un suo secondo mandato. Notate bene: non c’è nessuna apertura di credito a Joe Biden, che non viene neanche nominato. Trump si limita a fare esercizio da notaio, osservando che dal 20 gennaio non toccherà più a lui.

Il 2020 è stato un periodo difficile per il nostro popolo, una minacciosa pandemia ha sconvolto la vita dei nostri cittadini, isolato milioni di persone nelle loro case, danneggiato la nostra economia e ucciso innumerevoli persone. Sconfiggere questa pandemia e ricostruire la più grande economia della terra richiederà la collaborazione di tutti noi. Richiederà una rinnovata enfasi sui valori civici del patriottismo, della fede, della carità, della comunità e della famiglia. Dobbiamo rivitalizzare i sacri legami di amore e di lealtà che ci legano come un’unica famiglia nazionale“.

Due cose: primo, Trump della gestione della pandemia si è praticamente disinteressato per mesi; secondo, Trump che invoca collaborazione è un momento più o meno storico. Anche qui c’è il tentativo di mostrarsi come un presidente che può rimanere benissimo in carica fino alla fine del mandato. Mi spingo ad azzardare un’ipotesi che al momento sembra impensabile, ma conoscendo il personaggio non mi sento di escludere del tutto. Ve la dico: e se Trump alla fine decidesse di presenziare il 20 gennaio all’Inauguration Day di Trump?

Ai cittadini del nostro Paese, servire come vostro presidente è stato l’onore della mia vita. E a tutti i miei meravigliosi sostenitori. So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio. Grazie, Dio vi benedica, e Dio benedica l’America“.

La chiosa, “il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio”, è la conferma di quanto scritto ieri: Trump resterà in politica, in un modo o nell’altro.


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Biden: il Senato nella calza, Trump nel sacco

Il regalo della Befana a Joe Biden è il controllo del Senato e dunque del Congresso americano che oggi, tra una teoria cospirazionista e l’altra, certificherà il voto dei Grandi Elettori, compiendo un altro passo verso l’Inauguration Day che il 20 gennaio prossimo metterà fine a tutte le speculazioni e le ricostruzioni parallele, campate in aria, frutto di mistificazioni, da parte di chi analizza la politica con le lenti del proprio tifo, dimenticando per strada la realtà.

La vittoria pressoché certa in Georgia del reverendo Warnock (c’è la chiamata della CNN mentre vi scrivo), e quella in procinto di materializzarsi del giovane Jon Ossoff, significano per Biden anzitutto la possibilità di dettare ritmi e agenda al Congresso. Di non essere ostaggio di Mitch McConnell, il leader di maggioranza in Senato – in procinto di diventare “ex” – ovvero l’uomo che fino a pochi mesi fa era, dopo Trump, il Repubblicano più odiato dai Democratici d’America.

Certo, dopo i risultati di questi ballottaggi, il carico di aspettative sull’amministrazione Biden aumenta a dismisura, al punto che qualcuno aveva azzardato nelle scorse ore che una vittoria dei Repubblicani avrebbe avuto per i Democratici due effetti paradossalmente positivi. Non solo fornirgli l’alibi di un eventuali timidezze e fallimenti (“Sapete, i trumpiani bocciano tutte le nostre proposte…”) ma anche l’obbligo a tenere una posizione più equilibrata e meno spostata a sinistra, per assicurarsi di volta in volta i voti dei Repubblicani più moderati (Romney, Collins, Murkowski ecc.).

La storia politica di Joe Biden, però, porta a dire che il futuro presidente non commetterà l’errore di governare a colpi di maggioranza, ignorando l’opposizione Repubblicana. Così facendo fallirebbe nell’obiettivo annunciato della sua presidenza: quello di unire un Paese dilaniato dalle divisioni. Finendo peraltro sequestrato dai due estremi che abitano la sua coalizione: da una parte i socialisti alla Sanders, dall’altra Joe Manchin, senatore del West Virginia che, per usare la definizione di un noto commentatore nostrano, se vivesse nel nostro Paese farebbe parte di Fratelli d’Italia pur essendo stato eletto tra i Democrats.

La novità politica della nottata, però, è un’altra. Sebbene i sondaggi avessero indicato nei Democratici i favoriti (seppur di poco) della contesa, era pensiero comune che la Georgia, stato in cui un senatore dem non veniva eletto da 20 anni, avrebbe mandato un segnale di stampo Repubblicano. Vi era insomma la sensazione che quella che Trump ha spesso definito “maggioranza silenziosa”, quella che non manifesta in strada, che non risponde ai sondaggi, ma poi vota per il Gop, avrebbe fatto sentire la propria voce impedendo a Biden di avere “pieni poteri”.

La realtà è che è andata diversamente. Trump ha perso l’opportunità di fare l’ultimo sgambetto a Biden. E quando in Italia era notte fonda, con lo spoglio che iniziava a delineare una tendenza favorevole ai Democratici, è tornato a sostenere come chiave di lettura della probabile sconfitta quella di un complotto, di un imbroglio ai danni dei Repubblicani.

Proprio il Grand Old Party si trova adesso ad un bivio: il segnale lanciato dalla Georgia sembra essere incontrovertibile. Per quanto vi siano milioni di elettori Repubblicani che votano il partito solo ed esclusivamente per Donald, c’è una corposa porzione di americani, spesso decisiva per le elezioni a meno di trovarsi in uno stato roccaforte di uno dei due partiti, che ha il rigetto per il Partito Repubblicano proprio per via degli assurdi atteggiamenti di Trump.

Biden trova dunque nella calza della Befana il Senato, ma l’altra notizia è questa: i Repubblicani sono finiti nel sacco insieme a Trump.


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Conte ora ci dica cosa gli ha detto Al Sisi

Più e più volte, in questi mesi, Giuseppe Conte ha predicato calma sull’Egitto.

Quando gli schiaffi del Cairo sulla vicenda di Giulio Regeni apparivano così violenti da rendere inevitabile il ritiro dell’ambasciatore italiano, o quanto meno il richiamo per consultazioni, l’inquilino di Palazzo Chigi ribadiva: cautela, prudenza, pazienza.

Quando gli atti delle procure egiziane sfociavano in un affronto bello e buono nei confronti della memoria del ricercatore italiano ucciso, quando offendevano i suoi genitori, sempre dignitosi ma ormai stanchi di ascoltare parole vuote, Conte ostentava il convincimento che il dialogo con Al Sisi avrebbe portato presto i risultati sperati. Nessuno li ha visti.

E d’altronde anche chi gli suggeriva un approccio più vigoroso nei rapporti con l’Egitto non poteva certo disporre degli strumenti dell’avvocato del popolo per valutare se fosse o meno il caso di imprimere un’accelerazione sul fronte diplomatico. Era ed è soltanto Conte che alza il telefono e parla col generale Al Sisi: lui solo conosce il contenuto di quelle conversazioni, i dettagli di quei colloqui. Noi tutti, però, possiamo vedere che nessuna delle belle promesse si è ancora tramutata in realtà.

L’ultimo schiaffo egiziano, dopo tante speranze italiche, è quello sulla vicenda Patrick Zaky. Lo studente dell’università di Bologna è dal 7 febbraio rinchiuso nelle carceri egiziane: dieci mesi oggi. In questa triste ricorrenza un giudice ha respinto l’istanza della difesa del giovane, che ne aveva chiesto l’immediata scarcerazione. Per almeno altri 45 giorni Zaky resterà dietro le sbarre. Il motivo? Dieci post di un account Facebook che i suoi legali reputano fake ma che gli sono costate l’accusa di “diffusione di notizie false, incitamento alla protesta e istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”. Rischia fino a 25 anni di carcere.

E il governo? Muto. E Conte? Pure.

Adesso, dopo questa ulteriore vana attesa, dopo così cocenti promesse infrante, è ora che il premier assuma una posizione pubblica sui casi Regeni e Zaky. Il ché significa aggiungere dell’altro alle espressioni di dispiacere e comprensione del dolore delle famiglie di questi ragazzi. Il tempo della fiducia a scatola chiusa è scaduto: Conte ci dica cosa gli ha detto il generale Al Sisi. E perché mai dovremmo continuare a credergli.


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