Cosa ci insegna l’incendio a Notre Dame

Cosa può esserci di buono in un incendio che brucia la Storia? Cosa di positivo nelle fiamme che divorano Notre Dame, come se l’Inferno fosse direttamente entrato nella Chiesa per ardere la fede di milioni di credenti? La risposta sta nella miriade di reazioni che ieri ci hanno attraversato: la paura, il dolore, la rabbia, il senso d’impotenza.

Come se a bruciare fosse non la cattedrale più importante della lontana Parigi, ma quella del nostro cuore, la Chiesa dove siamo cresciuti, la cappella di periferia dove siamo andati per anni. E ancora, per eccesso, come se ad andare a fuoco, lentamente ma inesorabilmente, stesse andando il Duomo di Milano o San Pietro in Vaticano.

Perché siamo stati travolti da quest’ondata di sentimenti? Perché non ci ritroviamo nel cinismo di Sgarbi, che relega l’incendio ad un evento collaterale, quasi che il mondo intero – ignorante – stesse drammatizzando per nulla? E perché – di nuovo – la vignetta satirica di Charlie Hebdo come altre volte in passato ci urta e ci disturba?

La risposta è l’insegnamento di questa catastrofe. Pur non avendo mai messo piede a Notre Dame ci siamo sentiti toccati dal nostro essere europei, dal nostro essere prima di tutto umani. Ieri abbiamo compreso sulla nostra pelle il significato della definizione “patrimonio dell’Umanità”. Quella cattedrale che bruciava, mentre i nostri occhi guidavano le pompe dei vigili del fuoco quasi a volerle indirizzare sul rogo giusto, era un pezzo di noi stessi che veniva portato via. Di noi come cristiani, come europei, come occidentali, come uomini.

Ecco, se è vero che Notre Dame distrutta all’inizio della Settimana Santa è un pugno dello stomaco, allora prendiamola tutta quanta la simbologia di quanto è accaduto. Dentro, tra le macerie e il fumo, spicca e svetta la grande croce dell’altare maggiore. Intatta, splendente, desiderosa di risorgere ai suoi antichi fasti, come in una Resurrezione.

Così noi abbiamo una lezione da imparare. Siamo ereditari di un patrimonio culturale immenso, siamo accomunati da un senso identitario che va ben oltre i confini dei nostri singoli Stati, siamo cittadini di un’Europa che deve e può rinascere, che deve restare in piedi anche quando gli incendi rischiano di bruciarla. Come quella croce. Come Notre Dame.

Notre Dame, mon Dieu

Nessuno ci crede davvero, nelle vie di Parigi. Né durante né dopo. Perché la cattedrale di Notre-Dame che va a fuoco, l’incendio che ne divora lo splendore, ha il sapore amaro di un turbamento esistenziale che ci tocca da vicino.

Ci sono elementi che paiono di contorno nelle nostre vite, testimonianze di un passato che è diventato il nostro presente e che proiettiamo inevitabilmente nel futuro, quasi fossero eterni. Oggi scopriamo che non lo sono. Non se li diamo per scontati.

Notre-Dame che diventa cenere, che si disperde nell’aria sotto forma di fumo, è la prova della nostra fragilità, è l’eredità della Francia, ma non solo, che va smarrita.

Non serve aver ammirato le vetrate della cattedrale dal suo interno. Non c’è bisogno di aver pregato dentro le sue mura. Non è necessario essersi appassionati alle vicende di Quasimodo ed Esmeralda frutto del genio di Victor Hugo. Il fuoco che arde la Storia brucia di suo, devasta il cuore di un’Europa ferita, oggi tradita.

Bisognerà ricostruire. È l’unica cosa che resta da fare. La sola che dona speranza.

È Notre Dame, mon Dieu.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

Borghi ha gettato la maschera della Lega sull’Europa

Sappiatelo fin da ora: le dichiarazioni di Claudio Borghi verranno catalogate a breve come “posizione personale” del deputato del Carroccio. Ma c’è un fatto, che non è secondario: Claudio Borghi è il responsabile economico della Lega. E se il responsabile economico della Lega in un convegno sull’Europa pronuncia testuali parole:”Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne“, se le pronuncia, dicevamo, allora c’è da pensare che forse è questa la vera posizione della Lega. Più che una exit strategy una Italexit.

Come se la lezione sulla Brexit non avesse insegnato nulla, come se le paure dei mercati, quelle che hanno fatto schizzare lo spread verso l’alto, le stesse costateci diversi miliardi di euro, fossero state in realtà tutto uno scherzo, argomenti buoni per un dibattito tra economisti amanti della teoria. Così torna lo spettro di un cigno nero che sembrava essersi volatilizzato. Ed ecco riaffiorare in superficie la vera natura della Lega, che non è cambiata sulla questione delle autonomie e nemmeno rispetto al proprio euro-scetticismo.

Non si tratta di una questione banale, non si parla di una dichiarazione roboante che lascia il tempo che trova. Al netto delle rassicurazioni e delle smentite che Salvini firmerà da qui alle prossime ore, nonostante i proclami che dalla Lega arriveranno sulla volontà di cambiare l’Europa dal suo interno, è fuori dall’Ue che il Carroccio ci vuole. Ma l’Italia non è, rapportata all’Europa, ciò che sono il Veneto o la Lombardia rispetto allo Stato centrale. Non è una “regione virtuosa” che può permettersi di richiedere l’autonomia.

Sarà bene spiegarlo a Borghi. Non prima di averlo ringraziato: ha il merito di aver gettato la maschera della Lega sull’Europa. Lo ha fatto in tempo. Forse.

E intanto l’Europa se ne va

Mentre Di Maio sfogliando i libri di storia è forse arrivato al capitolo sul colonialismo, Macron e Merkel firmano ad Aquisgrana un Trattato di cooperazione tra Francia e Germania che deve preoccuparci non poco. Non tanto, come sostenuto allarmisticamente da Giorgia Meloni, perché risultato di un atto ostile nei confronti dell’Italia. Bensì come prova che il treno dell’Europa sta passando, probabilmente troppo in fretta perché gli italiani se ne rendano conto e lo afferrino per tempo.

Germania, Francia e Italia sono ancora oggi il “motore” dell’Europa. Ma cosa succede se due di queste decidono di staccarsi e fare squadra a discapito della terza? Al di là della competizione che da italiani viviamo in maniera intensa proprio con francesi e tedeschi, né a Parigi né a Berlino hanno interesse ad ingaggiare una sfida strutturale con Roma. Per quanto siano di moda nazionalismi e sovranismi, l’unico modo che ha l’Europa per “contare” è quello di unirsi. Posizioni comuni in campo economico, militare, strategico – proprio quello che hanno sancito Germania e Francia ad Aquisgrana – rappresentano il solo sistema per alzare la mano, e quando serve la voce, dinanzi a giganti come Usa, Russia e Cina.

Non serve dunque essere dei geni per comprendere che questo Trattato penalizza l’Italia. E nemmeno bisogna stare all’opposizione per capire che prendersela con Macron e Merkel è sbagliato, oltre che inutile.

Piuttosto dovremmo domandarci dove ci sta portando l’atteggiamento di Salvini e Di Maio, vicepremier che per non parlare dei problemi interni spostano l’attenzione sulla Francia, occupandosi una volta di gilet gialli e l’altra del franco coloniale.

Più volentieri dovremmo concentrarci sulle alternative che l’essere populisti ci offre: davvero vogliamo fare comunella col blocco di Visegrad? Realmente pensiamo di poterci bastare noi soli?

Sembrano domande dalla risposta scontata. Eppure sono il crocevia del nostro futuro. Mai così incerto, mentre l’Europa se ne va.

Sì al nuovo referendum

Sarebbe curioso, oggi, sapere cosa pensa in cuor suo Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, dopo aver portato la Gran Bretagna sull’orlo dell’addio all’Unione Europea contribuendo a diffondere in giro un mare di frottole (fake news, per dirla alla maniera britannica). Farage, per chi non lo sapesse, è un amico di Di Maio e Salvini. Così, tanto per conoscere il personaggio.

Sarebbe bello, adesso, parlare coi teorici della democrazia diretta, di fronte ad una questione che è chiara, lampante, incontrovertibile: uscire dall’Unione si può, ma a discapito dei cittadini britannici. Certo, la sovranità popolare. Certo, il voto conta. Ma quasi tre anni di trattative inconcludenti hanno portato la Gran Bretagna ad un accordo svantaggioso.

Chiedere agli elettori: “Siete sicuri sicuri di voler uscire a queste condizioni?”, non sarebbe una scelta irrispettosa del voto di giugno 2016. Un nuovo referendum alla luce dei fatti, non delle fake news e delle previsioni. Piuttosto sui dati economici, sulle difficoltà di tenere unito il Paese, di restare sovrani (non sovranisti) sul mercato finanziario.

La morale della Brexit, di questa favola dai tratti tragicomici, è quella di una verità che arriva, magari non subito, ma comunque sempre. Non è mai troppo tardi per affermarla, per ammettere che si è mentito, che si è sbagliato. Serve trovare il coraggio, la consapevolezza che un passo indietro oggi equivale a cento salti avanti domani.

Silvio Berlusconi, che avrà tanti difetti ma che di politica estera ha sempre capito qualcosa, a dicembre, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, disse:” Mi auguro che la Gran Bretagna possa rimanere dentro l’Unione Europea. Accendo una candelina tutte le sere affinché ci possa essere un nuovo referendum per rimanere in Europa”.

Non aveva tutti i torti.

Sordi pure all’appello del Papa

Non alza i toni, il Papa degli ultimi. Ma spinge sulle parole che più pesano. L’accorato appello, innanzitutto. A chi? Ai leader europei. Perché? Affinché dimostrino concretamente. Che cosa? Solidarietà nei confronti dei 49 disperati salvati nel mar Mediterraneo.

È un messaggio politico, forse. Anzi, menomale. Perché è di politica che si sente forte l’assenza, di decisioni che appaiono scontate, e invece finiscono in pasto al baratto quotidiano della campagna elettorale permanente, alla mercè degli umori di uno, di un Salvini che procede a vele gonfie, forte del vento cattivista scambiato per rigore, di Di Maio che vorrebbe ma non può. O forse può ma non vuole. Nemmeno lui lo sa.

Così si resta in balia delle onde. Letteralmente. Strumentalizzando l’ennesima somma di egoismi nazionali, giocando sulla pelle di 49 malcapitati. Quarantanove: roba che non sposterebbe gli equilibri neanche in un paesino di mille anime.

Questione di principio insomma. Anzi, di principi. Sbagliati.

Sordi pure all’appello del Papa.

Salvini, tranquillo: sono 49 migranti, non 49 milioni

Come una maledizione che torna a colpire. Quella del 49. Come i milioni della Lega svaniti nel nulla. Ma anche come i 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye, una manciata di disperati che da giorni vagano per mare in balia delle onde e degli umori di Salvini. Grottesco tutto, grottesca l’Europa muta, colpevole, inadeguata. Ridicolo Di Maio, che ostenta buon cuore chiedendo che ad essere accolti siano donne e bambini: sette di numero, su 49.

Accolti, sì. Sbarcati no. Perché evidentemente il problema è pure questo: d’immagine, di pugno duro da agitare fino in fondo, fino all’ultimo, perché non si può cedere, no che non si può, non prima delle Europee. Porti chiusi, insomma. E magari pure gli occhi, nel senso che è meglio far finta di nulla, pensare che un giorno in più nel Mediterraneo, esposti al freddo di gennaio, non potrà fare poi tutta questa differenza. No?

In tutto questo la numerologia è spietata: 49, colpito e affondato. E viene da chiedersi se Salvini sarebbe pronto a barattare i soldi che la sua Lega deve allo Stato con un gesto d’umanità senza costi, se non mediatici, politici, elettorali. Ne guadagnerebbe in termini di umanità, certamente. Ma il punto è che forse non possiede la sensibilità necessaria per percepire lo scarto stridente che passa tra questi due 49 così diversi. Verrebbe quasi da scrivergli, da dirglielo per tranquillizzarlo: sono 49 migranti, non 49 milioni, forza. Falli scendere, ministro.

La barzelletta di Conte, Di Maio e Salvini

conte di maio salvini bis

 

C’è una barzelletta che comincia così:

C’erano una volta Di Maio e Salvini, nemici giurati, mai insieme. I loro partiti vanno bene alle elezioni e a loro va bene mettersi insieme per andare al governo. I due uniscono i loro programmi, fingono che sia possibile conciliare tutte le loro proposte, quasi fossero complementari, le une il pezzo mancante delle altre.

Ma poi Di Maio e Salvini litigano un po’: chi le realizza queste misure però? Io no, ma tu neanche. Prendiamone un altro: scelgono Conte, un professore dal “dubbio” curriculum che fino a pochi mesi prima era estimatore di Renzi al punto da mandargli messaggini sul cellulare per dirgli quanto fosse entusiasta del suo governo.

Quindi: c’erano una volta Conte, Di Maio e Salvini. I tre promettono al popolo che “non arretreranno di un millimetro”. Reddito di cittadinanza? Non si tocca. Quota 100? Questa è e questa rimane. Sembra essere tutto così bello, così una favola, che in un impeto di entusiasmo misto a follia, una sera di settembre Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi profanano il balcone di Palazzo Chigi e annunciano che con il deficit al 2,4% hanno appena abolito la povertà. Caspita, un motivo in più per non cedere ai “ricatti di Bruxelles”. Lo spread? “Me ne frego”.

Passano un paio di mesi tra bordate all’Europa e dichiarazioni strafottenti e qualcosa si incrina. La Commissione minaccia l’Italia di voler aprire una procedura d’infrazione. Ahia, questi fanno sul serio. Salvini e Di Maio iniziano a far passare il messaggio che non si appenderanno agli “zerovirgola”. I due a questo punto mandano in avanscoperta Conte. Firmano un comunicato in cui cantano le lodi del professore, fino a quel momento bistrattato e umiliato, trasformato con un tratto di penna da fantoccio a possibile salvatore della Patria. Tanto – pensano ma non dicono – se va male la colpa è sua.

Da qui arriviamo a ieri. Il deficit scenderà “almeno” dal 2,4 al 2,04%, dice Conte. Sono 7,5 miliardi di euro in meno. Insomma il trio fa una retromarcia: la Commissione e tutti quelli che protestavano contro la Manovra avevano ragione. Peccato che nel frattempo – fonte Bankitalia – tra spread e mutui, tra mercati e tassi d’interesse, siano andati in fumo 60 miliardi di euro degli italiani.

Vabbé, si dirà, tanto è una barzelletta…

Perché è una barzelletta, vero?

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.