Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

Meglio la capitana del Capitano

Carola Rackete

Non c’è bisogno di essere di sinistra, di ostentare lo slogan “Restiamo umani” in contrapposizione a quello dei “#portichiusi”, per scegliere il lato giusto della storia nella vicenda della Sea Watch 3, per dire “meglio la Capitana del Capitano”. Non siamo amanti delle forzature, delle violazioni delle acque territoriali, ma ad essere violati per primi sono stati i diritti umani di 43 disperati che stanno friggendo da giorni in mare aperto a poche miglia da quello che ritengono un porto amico, un approdo sicuro. Lampedusa.

Matteo Salvini, sappiatelo, lucrerà su questa violazione da parte della comandante della Ong, la 31enne Carola Rackete, ottenendo tanti consensi così come accadde per la Aquarius prima e per la Diciotti poi. Ma la differenza che passa tra un politico e un acchiappa-voti risiede nella capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, sta nel coraggio di assumere decisioni impopolari purché oneste.

La retorica che Salvini diffonde, invece, quella degli italiani che lo pagano per difendere la Patria, si scontra con una domanda semplice, eppure necessaria: “Ma difendere da chi?”. Dalla comandante Carola? Da 43 uomini e donne che fino a pochi giorni fa sono stati torturati e seviziati nelle prigioni libiche?

Il cinismo di chi esibisce i muscoli, di chi promette di schierare la forza pubblica, di chi del “cattivismo” fa un modo di essere, di chi dice “non sbarcano nemmeno a Natale”, dev’essere smontato da una politica intelligente (Europa, dove sei?).

Perché far sbarcare esseri umani in difficoltà è un dovere, è un obbligo prima di tutto morale. Poi comincia un’altra partita: quella dell’accoglienza. Sono due piani distinti, che Salvini e chi gli fa il verso (tipo una Meloni sempre più macchietta che propone di affondare la nave) tentano di mescolare in maniera subdola, ambigua.

Non serve piangere il giorno dopo sulle foto di un padre e una figlia annegati nel tentativo di varcare un confine. Bisogna agire prima.

Il principio dev’essere: salviamoli tutti, accogliamone una parte.

E’ con questa ricetta, seria, onesta, sensata, che si può condividere e alleggerire il peso dei flussi migratori. Perché pensateci bene: un’estate dopo siamo punto e a capo. Salvini avrà pure aumentato i suoi voti, ma di certo non ha risolto il “problema” migranti.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Mini-Bot e mega rischi

Salvini e Borghi

La mozione parlamentare approvata dal Parlamento e sponsorizzata dalla Lega sull’emissione di mini-Bot rappresenta un segnale inquietante per l’Italia. Non è un mistero che le ardite teorie sull’uscita dall’euro di Claudio Borghi, principale consigliere economico di Matteo Salvini, passino proprio per l’emissione di questi titoli di stato di piccolo taglio che (ufficialmente) dovrebbero essere utilizzati per garantire allo Stato di pagare i suoi creditori, ma che in realtà costituirebbero il primo passo verso la creazione di una moneta parallela.

Il progetto è tanto semplice quanto rischioso: mettere in circolo pezzi di carta colorati simili a banconote dal valore corrispondente tra i 5 e i 100 euro, che privati e imprese potrebbero utilizzare per pagare le tasse, la benzina o i biglietti del treno. Letta così non sembra nemmeno così malvagia: che male c’è se lo Stato trova un modo diverso per pagare i propri debiti? La questione, però, è tutta politica ed è stata svelata in tempi non sospetti da Borghi in persona: i mini-Bot altro non sono che una moneta corrente alternativa all’euro. E di fatto costituiscono il primo passo (potenziale) verso l’uscita dall’unione monetaria. Secondo l’assurdo Borghi-pensiero, i mini-Bot darebbero infatti allo Stato il tempo necessario per resistere allo shock che un addio all’euro comporterebbe, diventando temporaneamente moneta di scambio in attesa dell’emissione della nuova.

Peccato che in queste assurde teorie non venga tenuto conto di un fattore molto importante, se non decisivo: la realtà dei mercati. Gli stessi che comprano il nostro debito (in euro) che motivo avrebbero di continuare a spendere soldi e a finanziarci avendo presente il rischio incombente che il governo Lega-M5s decida un bel venerdì pomeriggio (a Borse chiuse) di uscire dall’euro e rendere carta straccia tutti i loro crediti?

Sulla questione è stato molto chiaro Mario Draghi:”I mini-Bot? O sono soldi, quindi una cosa illegale, o sono altro debito e quindi lo stock sale. Non mi sembra che i mercati valutano positivamente questa idea, ma mi fermo qui“. Come dire, se non volete dare ascolto alla logica, provate almeno a fare i vostri interessi.

D’altronde Moody’s ha già messo in guardia l’Italia, dichiarando come il solo fatto che la proposta sia ricomparsa rappresenti un “credit negative”, ovvero un fattore negativo sulla valutazione del rating del Paese, di fatto la pagella che dice ai mercati se vale la pena investire sul nostro debito o se il rischio è troppo alto. Certo, è sempre possibile trovare degli investitori disposti a prendersi il rischio di comprare il nostro debito, ma ad interessi altissimi (ecco cos’è lo spread) ben più dannosi della già di per sé gravissima procedura di infrazione.

Se le motivazioni economiche non vi bastano a bocciare la proposta dei mini-Bot ce n’è un’altra di stampo politico e se vogliamo addirittura etico. Nell’ultima campagna elettorale per le Europee non c’è stato un riferimento – che sia uno – da parte di Salvini alla messa in circolazione di una moneta parallela, men che meno all’uscita dell’Italia dall’euro.

Che il governo pensi di creare le condizioni per portare il Paese fuori dall’euro e dall’Europa (perché di questo si tratta) senza aver prima consultato gli italiani sul punto è qualcosa di assurdo e inaccettabile. Se questo è il piano, Salvini e Di Maio ce lo dicano, abbiano il coraggio delle proprie azioni, se ne assumano l’onere, ma lascino a noi decidere se pagarne o meno le conseguenze. Propongano un referendum.

Procedura di infrazione: perché Salvini e Di Maio continuano a mentire?

Di Maio e Salvini, foto Enrico Mentana

Sarebbe ironico, se non fosse tragico, che nel giorno in cui la Commissione Ue compie il primo passo verso la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, il nostro premier Conte si trovi in Vietnam. Come una coincidenza, un ribaltamento dei fronti e della storia: l’Italia è un Vietnam.

E in questo gioco a perdere condotto dal nostro governo in maniera a dir poco irresponsabile e incoerente, stride un’altra assonanza dissonante. Ne è l’autore Pierre Moscovici, Commissario Ue all’Economia: “Come sempre con tutti gli Stati membri, siamo pronti a esaminare i nuovi dati che potrebbero modificare questa analisi. La mia porta è aperta“. Impossibile non pensare allo slogan dei “porti chiusi” di chi ci governa. Una involontaria lezione di dialogo.

C’è poi un numero, nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea, che dovrebbe essere ripetuto più e più volte, per rimarcare quanto la questione del debito non sia qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana. Lo ha citato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis: “L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante“. Questa è la realtà che alcuni politici vogliono tenere nascosta: far passare il debito come una questione dei “burocrati di Bruxelles”, qualcosa che non riguarda l’italiano medio da vicino. Falso, è l’opposto.

La strategia è assodata, basta leggere il post su Facebook di Di Maio:”Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!“. Peccato che una delle raccomandazioni per evitare la procedura d’infrazione sia proprio quella di attuare una riforma delle pensioni sostenibile.

Se Di Maio non vi basta c’è Salvini nel suo solito comunicato lunare: “Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà“. Tutto lecito, credibile, se non fosse che Salvini insieme a Di Maio ha buttato nel cassonetto diversi miliardi di euro per realizzare Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza. Misure finanziate in deficit, soldi che spesi in un serio piano di investimenti avrebbero realmente potuto rilanciare l’Italia.

In questo scenario il più lucido sembra l’unico non politico, Conte: “Farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che non fa bene al Paese“. Pure lui avrebbe dovuto pensarci prima.

Ora Salvini ha un capitale politico immenso, dovrebbe avere l’ambizione di salvare questo Paese: ma non lo fa. Di Maio non ha più niente da perdere, è nelle condizioni di accreditarsi come una persona seria, di dire la verità: ma non lo fa.

Il quesito sorge spontaneo: perché continuare a mentire?

Cosa ci insegna l’incendio a Notre Dame

Cosa può esserci di buono in un incendio che brucia la Storia? Cosa di positivo nelle fiamme che divorano Notre Dame, come se l’Inferno fosse direttamente entrato nella Chiesa per ardere la fede di milioni di credenti? La risposta sta nella miriade di reazioni che ieri ci hanno attraversato: la paura, il dolore, la rabbia, il senso d’impotenza.

Come se a bruciare fosse non la cattedrale più importante della lontana Parigi, ma quella del nostro cuore, la Chiesa dove siamo cresciuti, la cappella di periferia dove siamo andati per anni. E ancora, per eccesso, come se ad andare a fuoco, lentamente ma inesorabilmente, stesse andando il Duomo di Milano o San Pietro in Vaticano.

Perché siamo stati travolti da quest’ondata di sentimenti? Perché non ci ritroviamo nel cinismo di Sgarbi, che relega l’incendio ad un evento collaterale, quasi che il mondo intero – ignorante – stesse drammatizzando per nulla? E perché – di nuovo – la vignetta satirica di Charlie Hebdo come altre volte in passato ci urta e ci disturba?

La risposta è l’insegnamento di questa catastrofe. Pur non avendo mai messo piede a Notre Dame ci siamo sentiti toccati dal nostro essere europei, dal nostro essere prima di tutto umani. Ieri abbiamo compreso sulla nostra pelle il significato della definizione “patrimonio dell’Umanità”. Quella cattedrale che bruciava, mentre i nostri occhi guidavano le pompe dei vigili del fuoco quasi a volerle indirizzare sul rogo giusto, era un pezzo di noi stessi che veniva portato via. Di noi come cristiani, come europei, come occidentali, come uomini.

Ecco, se è vero che Notre Dame distrutta all’inizio della Settimana Santa è un pugno dello stomaco, allora prendiamola tutta quanta la simbologia di quanto è accaduto. Dentro, tra le macerie e il fumo, spicca e svetta la grande croce dell’altare maggiore. Intatta, splendente, desiderosa di risorgere ai suoi antichi fasti, come in una Resurrezione.

Così noi abbiamo una lezione da imparare. Siamo ereditari di un patrimonio culturale immenso, siamo accomunati da un senso identitario che va ben oltre i confini dei nostri singoli Stati, siamo cittadini di un’Europa che deve e può rinascere, che deve restare in piedi anche quando gli incendi rischiano di bruciarla. Come quella croce. Come Notre Dame.

Notre Dame, mon Dieu

Nessuno ci crede davvero, nelle vie di Parigi. Né durante né dopo. Perché la cattedrale di Notre-Dame che va a fuoco, l’incendio che ne divora lo splendore, ha il sapore amaro di un turbamento esistenziale che ci tocca da vicino.

Ci sono elementi che paiono di contorno nelle nostre vite, testimonianze di un passato che è diventato il nostro presente e che proiettiamo inevitabilmente nel futuro, quasi fossero eterni. Oggi scopriamo che non lo sono. Non se li diamo per scontati.

Notre-Dame che diventa cenere, che si disperde nell’aria sotto forma di fumo, è la prova della nostra fragilità, è l’eredità della Francia, ma non solo, che va smarrita.

Non serve aver ammirato le vetrate della cattedrale dal suo interno. Non c’è bisogno di aver pregato dentro le sue mura. Non è necessario essersi appassionati alle vicende di Quasimodo ed Esmeralda frutto del genio di Victor Hugo. Il fuoco che arde la Storia brucia di suo, devasta il cuore di un’Europa ferita, oggi tradita.

Bisognerà ricostruire. È l’unica cosa che resta da fare. La sola che dona speranza.

È Notre Dame, mon Dieu.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

Borghi ha gettato la maschera della Lega sull’Europa

Sappiatelo fin da ora: le dichiarazioni di Claudio Borghi verranno catalogate a breve come “posizione personale” del deputato del Carroccio. Ma c’è un fatto, che non è secondario: Claudio Borghi è il responsabile economico della Lega. E se il responsabile economico della Lega in un convegno sull’Europa pronuncia testuali parole:”Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne“, se le pronuncia, dicevamo, allora c’è da pensare che forse è questa la vera posizione della Lega. Più che una exit strategy una Italexit.

Come se la lezione sulla Brexit non avesse insegnato nulla, come se le paure dei mercati, quelle che hanno fatto schizzare lo spread verso l’alto, le stesse costateci diversi miliardi di euro, fossero state in realtà tutto uno scherzo, argomenti buoni per un dibattito tra economisti amanti della teoria. Così torna lo spettro di un cigno nero che sembrava essersi volatilizzato. Ed ecco riaffiorare in superficie la vera natura della Lega, che non è cambiata sulla questione delle autonomie e nemmeno rispetto al proprio euro-scetticismo.

Non si tratta di una questione banale, non si parla di una dichiarazione roboante che lascia il tempo che trova. Al netto delle rassicurazioni e delle smentite che Salvini firmerà da qui alle prossime ore, nonostante i proclami che dalla Lega arriveranno sulla volontà di cambiare l’Europa dal suo interno, è fuori dall’Ue che il Carroccio ci vuole. Ma l’Italia non è, rapportata all’Europa, ciò che sono il Veneto o la Lombardia rispetto allo Stato centrale. Non è una “regione virtuosa” che può permettersi di richiedere l’autonomia.

Sarà bene spiegarlo a Borghi. Non prima di averlo ringraziato: ha il merito di aver gettato la maschera della Lega sull’Europa. Lo ha fatto in tempo. Forse.

E intanto l’Europa se ne va

Mentre Di Maio sfogliando i libri di storia è forse arrivato al capitolo sul colonialismo, Macron e Merkel firmano ad Aquisgrana un Trattato di cooperazione tra Francia e Germania che deve preoccuparci non poco. Non tanto, come sostenuto allarmisticamente da Giorgia Meloni, perché risultato di un atto ostile nei confronti dell’Italia. Bensì come prova che il treno dell’Europa sta passando, probabilmente troppo in fretta perché gli italiani se ne rendano conto e lo afferrino per tempo.

Germania, Francia e Italia sono ancora oggi il “motore” dell’Europa. Ma cosa succede se due di queste decidono di staccarsi e fare squadra a discapito della terza? Al di là della competizione che da italiani viviamo in maniera intensa proprio con francesi e tedeschi, né a Parigi né a Berlino hanno interesse ad ingaggiare una sfida strutturale con Roma. Per quanto siano di moda nazionalismi e sovranismi, l’unico modo che ha l’Europa per “contare” è quello di unirsi. Posizioni comuni in campo economico, militare, strategico – proprio quello che hanno sancito Germania e Francia ad Aquisgrana – rappresentano il solo sistema per alzare la mano, e quando serve la voce, dinanzi a giganti come Usa, Russia e Cina.

Non serve dunque essere dei geni per comprendere che questo Trattato penalizza l’Italia. E nemmeno bisogna stare all’opposizione per capire che prendersela con Macron e Merkel è sbagliato, oltre che inutile.

Piuttosto dovremmo domandarci dove ci sta portando l’atteggiamento di Salvini e Di Maio, vicepremier che per non parlare dei problemi interni spostano l’attenzione sulla Francia, occupandosi una volta di gilet gialli e l’altra del franco coloniale.

Più volentieri dovremmo concentrarci sulle alternative che l’essere populisti ci offre: davvero vogliamo fare comunella col blocco di Visegrad? Realmente pensiamo di poterci bastare noi soli?

Sembrano domande dalla risposta scontata. Eppure sono il crocevia del nostro futuro. Mai così incerto, mentre l’Europa se ne va.