Nessuna “svolta moderata” farà di Salvini un moderato

La principale qualità di Matteo Salvini non è la coerenza. L’esempio più lampante di ciò, il leader della Lega, lo ha fornito all’Italia nei giorni della prima ondata.

Da “aprire, aprire” a “chiudere, chiudere tutto“, andata e ritorno, è stato un attimo. Ma quando non è la coerenza ad animare le sue posizioni, può essere l’orgoglio, la presunzione di essere sempre e comunque nel giusto, il puntiglio opposto alla realtà che muta e smentisce i convincimenti di ieri, a far sì che Salvini resti ancorato alle sue idee.

Nelle settimane in cui i giornali riportano retroscena e propositi di “svolta moderata” e/o europeista della Lega e del suo leader, la cronaca appare diversa da quella che anche una parte (cospicua) del Carroccio vorrebbe dipingere. Per intenderci: Matteo Salvini non sarà mai e poi mai Giancarlo Giorgetti. E viceversa. Il primo non avrà mai la sensibilità e il fiuto politico del secondo. Il secondo non avrà mai le qualità di capopopolo che servono a fare il candidato premier di un partito che, nonostante il calo recente, risulta ancora oggi il preferito dagli italiani. Eppure il tour europeo che ha segnato la tregua fra i due dopo settimane di manifesta freddezza segnala la sopraggiunta consapevolezza di Salvini che senza buoni uffici in Europa – piaccia o meno – l’Italia non si governa.

Tra Salvini e Giorgetti c'è di mezzo l'Europa - La Stampa

A proposito della sensibilità politica di Giorgetti, è un difficoltoso lavoro di ricamo quello con cui l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio spiega che la Lega era sì “per uscire dall’Euro ma, ora che siamo dentro, uscire è complicato. Dobbiamo fare gli interessi nazionali in Europa“. Sono parole doppiamente significative: da una parte confermano che i timori degli europeisti italiani su un’avanzata della Lega erano fondati; dall’altra segnalano l’intenzione di uniformarsi ad uno scenario stravolto dalla pandemia. Per dirla con le parole di Giorgetti: “Il mondo cambia e cambiamo pure noi“.

Nessuno si illuda, però, di svegliarsi domani con un Salvini moderato ed europeista. Alla fatica di accreditarsi come un interlocutore credibile nelle cancellerie europee si aggiunge infatti il problema di cui sopra: l’indisponibilità a sconfessare le proprie posizioni finendo per esporsi al pubblico ludibrio. Per usare un esempio pratico: quale sarebbe la prova di un avvenuto ravvedimento di Salvini sulla via di Bruxelles? Magari il sì al Mes, mossa che peraltro avrebbe come primo effetto quello di far implodere le contraddizioni nella maggioranza Pd-M5s. Ma Matteo l’orgoglioso, di ammettere “urbi et orbi” che quei 37 miliardi di euro da spendere in sanità all’Italia servono eccome, proprio non vuole saperne. Piuttosto preferisce continuare a proporre idee impercorribili o dannose, come quella di finanziare il debito con i buoni del tesoro solo per italiani.

Non è tanto, dunque, l’amicizia con Marine Le Pen, né la fedeltà al gruppo europeo di “Identità e Democrazia“, a caratterizzare la parabola politica di Salvini e di conseguenza quella leghista. Piuttosto sono idee e convincimenti, prese di posizione e indole personale. Stupisce allora che a credere nel potenziale “liberale” del leader del Carroccio sia uno degli ideologi di Forza Italia, l’ex presidente del Senato Marcello Pera. E non perché Salvini sia uno stupido, ma semplicemente perché non ha nelle sue corde le qualità che servono per diventare punto di riferimento della maggioranza silenziosa degli italiani: che non è né di sinistra né sovranista.

A meno che, tra un tweet e un selfie, a Salvini non capiti tra le mani Il Principe di Niccolò Machiavelli. Il Capitano finirebbe per scoprire che l’uomo politico che ambisca a governare dev’essere flessibile nella sua strategia, senza affezionarsi troppo ad un solo copione: pena l’inciampo in una situazione che ne provocherà la rovina. Perché una tattica rivelatasi vincente in un determinato contesto non è garanzia di successo anche in futuro. Come pure, purtroppo per Salvini, è vero che tanto difficile è dire addio ad una strategia che si addice al nostro carattere e che ci ha fatto sempre trionfare, almeno fino ad un certo punto.


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L’Italia rischia la “sindrome della lotteria”

Chiamatela “sindrome della lotteria“. O se preferite il gergo utilizzato dagli psicologi usate pure l’espressione “sindrome da ricchezza improvvisa“. Almeno una volta nella vita ognuno di noi ha pronunciato la fatidica frase: “Ah se vincessi alla lotteria…“. Ringraziate che non sia mai accaduto: avere nel portafoglio il gratta e vinci giusto la vita la cambia davvero, ma in peggio.

C’è chi cade in depressione, perché una volta sperimentato un piacere così grande, sul lungo periodo fatica ad appagare il cervello con soddisfazioni dello stesso rango. Altri perdono letteralmente la testa. Perché quei soldi piovuti dal cielo, senza sacrificio, vengono percepiti in maniera del tutto diversa da quelli faticosamente guadagnati. Così le vincite vengono investite con leggerezza da far spavento, giocate, dilapidate: quando va bene si esauriscono nel giro di qualche anno. Non ci crederete, ma uno studio del Cnr del 2017 ha dimostrato che l’87% dei neo-milionari ritorna povero nel giro di 24 mesi.

Vi conosco: so che leggendo queste righe starete pensando, “a me non accadrebbe mai: fammi vincere la Lotteria che te lo dimostro“. Ma le statistiche indicano che difficilmente il vostro caso sarebbe diverso dagli altri. Forse rientrate in una delle restanti due categorie di “sfortunati fortunati”: ci sono i “sensibili”, quelli che per una vita intera, navigando in acque finanziariamente agitate, hanno associato l’idea di ricchezza al male. Passati dall’altra parte della barricata nello spazio di una scommessa, si riscoprono divorati dai sensi di colpa. Si trasformano così in delle spugne da strizzare a dovere: parenti, amici, colleghi, comunità. Chiunque tenta di prendere la sua fetta di torta, e il vincitore è ben contento di tagliarla, di dimostrare che lui è “diversamente ricco”. Diversamente, sì, nel senso che ricco lo sarà ancora per poco.

C’è infine un altro modo per perdere la testa (e la ricchezza): sentirsi un eletto dal destino, credere che la Dea Bendata dopo averci baciato la prima volta continuerà a farlo per sempre. Pensarsi in possesso del tocco magico, immuni da una sorte avversa, espone a rischi letali, capitomboli certi.

Tranquilli, non siete finiti su una pagina di avvertenza contro i rischi del gioco d’azzardo, il blog non ha cambiato indirizzo e continua ad occuparsi di politica. Chi scrive, vista la corsa all’oro scattata un attimo dopo l’accordo al Consiglio Ue raggiunto da Conte, dati i toni entusiastici e trionfalistici di questi ultimi due giorni, viste le pretese più o meno assurde di finanziamenti provenienti dalla qualunque, intende semplicemente invitare alla moderazione.

L’Italia non ha vinto alla Lotteria. Piuttosto ha ottenuto doverosi aiuti dall’Europa. Ma il circo che si sta scatenando attorno a queste somme, le pressioni, il fiato sul collo sul governo – e ricordiamolo, i soldi non sono neanche ancora arrivati – deve preoccuparci, far scattare un campanello d’allarme. Nessuno vuol essere profeta di sventura, anzi, ma lo abbiamo visto: quando piovono soldi dal cielo tutta la vita sembra in discesa. Può essere, l’importante è che la discesa non porti al precipizio. A buon intenditor poche parole…

Conte ha vinto, l’Italia meno

Spero mi perdonerete se non mi unisco al coro di giubilo per il risultato ottenuto dal presidente Conte al Consiglio Europeo. E d’altra parte invoco clemenza da parte di chi spererebbe di trovare su questo blog un’analisi che sia in linea, che so, con i commenti disfattisti e strumentali di Salvini, Libero, La Verità eccetera eccetera. Molto semplice pubblicare un articolo pochi minuti dopo la notizia dell’accordo senza conoscerne il contenuto, prendere posizione in maniera netta, prevenuta, scegliere chi ha vinto e chi ha perso in base alle proprie simpatie. Meno popolare e per niente redditizio tentare di analizzare umilmente un’intesa che, come per ogni compromesso, presenta pro e contro.

Molto in sintesi, perché a quest’ora avrete letto un po’ dappertutto i termini dell’accordo, credo che il vincitore “politico” di questo passaggio sia Giuseppe Conte. Dopo cinque giorni di lotta serrata al Consiglio Europeo, in cui il tavolo è stato molto vicino a saltare, il Presidente del Consiglio ha portato a casa un ottimo risultato, soprattutto in quanto a risorse ottenute. Anche a livello comunicativo la sua immagine ne esce rafforzata, quasi legittimata dal fatto di aver rappresentato gli interessi dell’Italia all’interno di un agone rivelatosi così complicato come quello europeo.

Dico che è Conte ad aver vinto perché sono meno sicuro che lo abbia fatto l’Italia.

Sapevamo che questi soldi non sarebbero arrivati subito. E sapevamo che sarebbero stati subordinati alla presentazione di un Piano Nazionale di Riforme. Tutto non solo lecito, anche legittimo e quasi auspicabile, vista la propensione tutta italiana a sperperare fondi in programmi assistenzialisti e senza visione. Ci sono però delle novità che non ci sono particolarmente favorevoli e corre l’obbligo di segnalare: la più pesante è a mio avviso quella del cosiddetto freno d’emergenza.

Ne avevo scritto qualche giorno fa: quella era la trincea da difendere con i denti da parte del Presidente del Consiglio. Evitare, di fatto, che un solo Paese potesse bloccare l’erogazione dei fondi sulla base delle proprie valutazioni. Rispetto alle richieste iniziali dell’olandese Rutte, che chiedeva un diritto di veto bello e buono, questo freno è molto più sfumato, visto che a decidere se sottoporre o meno al vaglio degli altri capi di Stato e di governo la questione sarà sempre la Commissione. Ma tra le mani dei Frugali resta un’arma importante: la possibilità non soltanto di rallentare il processo di erogazione dei fondi (quando la rapidità di risposta sarà fondamentale per arginare la crisi), ma addirittura di impedirne la spesa all’Italia e agli altri Paesi del Sud qualora riuscisse a portare sulle sue posizioni la maggioranza dei leader europei.

Anche sulla presunta vittoria del progetto europeo ho qualcosa da dire. In pochi oggi sottolineano un aspetto cruciale: è stato possibile aumentare la dotazione dei singoli Stati perché si è deciso di tagliare, ma forse sarebbe più giusto dire falcidiare, il Bilancio comune. Tradotto: più soldi alle singole nazioni, meno all’Europa come entità politica. Paradossalmente, Salvini oggi dovrebbe essere il più contento di tutti, perché viene sancita la prevalenza dello Stato sulla Commissione Europea. Ma ovviamente non può dirlo, il costo politico di una dichiarazione del genere sarebbe troppo grande.

Ultime questioni: vogliamo prendere coraggio e dirci una volta per tutte che un sistema di governance in cui Paesi che rappresentano solo il 10% della popolazione europea tengono ostaggio il restante 90% non funziona? E dopo essercelo detto vogliamo prendere iniziative concrete per cambiarlo?

Infine, ma non meno importante: come si evince dal fatto che il Recovery Fund sia legato alla presentazione di un Piano di Riforme che necessita di approvazione, i soldi che avremo dall’Europa sono sottoposti a delle condizioni che dovremo rispettare. Non sono regali, com’è giusto che sia: sono soldi per fare cose che sulla carta dovrebbero aiutarci. Appurato questo fatto, perché non ci decidiamo una buona volta ad attivare il Mes? Lì esiste una sola condizione: che li spendiamo in sanità. Non c’è Rutte che tenga e sono soldi disponibili subito. Non tra qualche mese o un anno: subito. Cosa aspettiamo?

La partita di Giuseppe Conte: come capiremo se l’Italia ha perso

Fosse davvero Italia-Olanda, potremmo sempre sperare da un momento all’altro nel rigore (contro i rigoristi) del genio Francesco Totti. Nessuno però a Bruxelles pronuncerà la fatidica frase “Mo je faccio er cucchiaio“. Ma nella partita di Giuseppe Conte, c’è un confine labile che determinerà chiaramente la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Sua, ma soprattutto dell’Italia.

Molto più della quantità di emolumenti riservati al Belpaese nell’ambito del Recovery Fund – che verrà approvato, prima o poi, perché così ha deciso la Germania nel pieno della pandemia – a fare la differenza sarà il meccanismo con cui sussidi e prestiti saranno erogati. Le richieste di sforbiciate nell’ordine delle centinaia di miliardi da parte dei Paesi frugali costituiscono un metodo di trattativa ben noto: la tattica consiste nell’alzare l’asticella delle pretese per giungere ad un compromesso accettabile (dal loro punto di vista). Tale impianto si scontra però con le necessità di cassa dei Paesi mediterranei e per questo non potrà passare. Più facile che salti l’intero tavolo, piuttosto.

La linea rossa che Conte non può tollerare, però, è che venga consentito al Consiglio Europeo di controllare come i soldi del Recovery Fund verranno spesi dall’Italia. Questa non sarebbe una troika, ma le assomiglierebbe molto. Darebbe carburante alla retorica sovranista di un’Europa matrigna e intenta a commissariare l’Italia. Il premier non può accettare un simile compromesso al ribasso. Non solo, come ha evidenziato lui stesso, perché l’ipotesi di un “freno d’emergenza” – di fatto un diritto di veto – non è compresa dai Trattati (del resto come ha fatto notare l’olandese Rutte in una situazione eccezionale come questa bisogna “essere creativi”), ma perché questo significherebbe mettere nero su bianco il non detto che tutti sanno da Bruxelles a Roma: l’inaffidabilità dell’Italia. Se è vero che siamo i primi a conoscere i nostri difetti, altra cosa è far sì che questi diventino terreno di negoziazione.

Certo, al di là dell’apprezzabile piglio del premier, si può dire senza temere di passare per i Salvini di turno – ovvero quelli che tifano per il fallimento del proprio Paese per proprio tornaconto – che il nostro governo ha fatto ben poco per presentarsi con le carte in regola all’appuntamento decisivo. Il Piano Nazionale delle Riforme scritto sull’acqua e senza alcuna condivisione con le opposizioni (chi assicura agli altri Stati membri che ciò che dice Conte a nome dell’Italia resti valido anche in caso di cambio di governo?) è un esempio lampante dell’improvvisazione italiana. Ma ancora più grave è l’errore tattico che Conte non ha avuto la forza politica di evitare: la mancata attivazione del Mes.

Abbiamo chiesto il Recovery Fund lamentando la situazione emergenziale della nostra economia. Abbiamo chiesto di fare in fretta perché tempo non ne abbiamo. E dall’altra parte è sorto spontaneo un quesito: perché se avete tutta questa fretta non usate il Mes? Domanda legittima, che giustifica il sospetto straniero che a Roma vogliano soldi per usarli in mance elettorali e simili. Per quanto antipatica e strumentale, la posizione dell’olandese Rutte si poggia sulle nostre contraddizioni. Alla fine rischiamo di finire con meno soldi dal Recovery Fund e con un’attivazione del Mes che rischia di essere interpretata dai mercati come la mossa della disperazione di un Paese con l’acqua alla gola.

Speriamo che Conte venga illuminato nel percorso che lo separa dalla metà campo al dischetto del rigore. Non gli chiediamo un cucchiaio, va bene anche sbucciare la palla: purché gonfi la rete.

L’Europa è morta con questo migrante

Alla vigilia di quello che viene definito come uno dei Consigli UE più importanti della storia, siamo in grado di darvi un’anticipazione: l’Europa non esiste. O se mai è esistita è morta.

Lo ha fatto nel momento in cui nessuno dei suoi Paesi membri, in particolare quelli affacciati sul Mediterraneo, ha deciso di recuperare il cadavere di questo migrante alla deriva da settimane. Ripeto, settimane.

La testa incastrata nel gommone, le gambe rigide, divaricate, la pelle corrosa dal sole, il corpo offeso dal mare salato e dai pesci. Dal 29 giugno, giorno del primo avvistamento in acque Sar libiche, nessuno ha mosso un dito per recuperare questo corpo.

Uomo in mare. Morto, di sicuro. La segnalazione è arrivata al centro di ricerca e soccorso di Tripoli (gestito dagli italiani). Non è dato sapere come e perché questo disperato abbia esalato l’ultimo respiro. Se annegato in seguito ad un naufragio o strozzato nella morsa dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurlo verso una nuova vita. Non possiamo neanche presumerlo: servirebbe un’autopsia, ma chi può farla se nessuno intende prendersi la briga di strappare quelle membra dal suo destino infame?

I governi vigliacchi non vogliono saperne di sporcarsi le mani, che di problemi ne abbiamo già abbastanza con la pandemia, dicono. Dovremmo ricordarcene quando qualcuno rivendicherà la superiorità culturale dell’Occidente: la culla della civiltà non ha mosso un dito per inviare una barca con dei sommozzatori a recuperare quest’uomo. Non c’è neanche la scusante del rischio contagio, dell’accoglienza insostenibile di un altro migrante. Si trattava soltanto di offrirgli una degna sepoltura.

Ma sapete, di nuovo, quando dovremmo ricordarci di questa storia? Quando sentiremo, anche giustamente, qualcuno fare la predica a Matteo Salvini sui migranti. Non solo nessuno ha ancora abolito quei suoi decreti illegali e indegni ma, soprattutto, nessuno ha sentito il bisogno di marcare una netta differenza – con i fatti, non a parole – col precedente governo sul piano dell’umanità.

Quello slogan, “restiamo umani” a me onestamente non è mai piaciuto. Oggi, guardando la foto di quest’uomo morto in mare aperto, dovremmo domandarci un’altra cosa, piuttosto. Se umani, infine, lo siamo mai stati.