Conte alla rovescia

Giuseppe Conte vs Ue

Su queste pagine abbiamo sempre difeso l’Europa, la sua importanza strategica per l’Italia. Lo abbiamo fatto convinti che il sogno europeista non fosse soltanto un’illusione, un’eredità sentimentale lasciataci in dote dai nostri nonni, dai nostri padri. Lo abbiamo fatto certi che i nazionalismi, i sovranismi, non avrebbero prevalso. Lo abbiamo fatto non offuscati da un’idea globalista e buonista di comunità aperta, non perché tiepidi sulla bellezza delle nostre tradizioni. All’opposto: perché convinti che solo unendo le singole forze dei Paesi membri sarebbe stato possibile creare un attore economico e geopolitico in grado di far sentire la propria voce al tavolo dei grandi del mondo. Perché sicuri che l’Europa fosse più di una moneta, altro oltre alla burocrazia, molto meglio dei suoi leader.

Lo abbiamo fatto, e lo rifaremmo. Ma la chiusura che oggi arriva dall’Europa, l’ottusa risposta che oppone il rigore alla necessità di misure urgenti contro il coronavirus, il bieco cinismo dei Paesi che si sentono al riparo dall’emergenza e pensano che la pandemia non sia problema loro, sono una ferita che forse non potrà rimarginarsi. Nemmeno dopo, quando tutto sarà finito.

Quante volte ci siamo sentiti ripetere: “L’Italia batta i pugni sul tavolo dell’Europa“? Bene, Conte stasera lo ha fatto. Lo abbiamo definito in passato avvocato Azzeccarbugli per la capacità di parlare molto e dire niente. Ne abbiamo contestato le politiche ondivaghe, le giravolte poltroniste, gli aspetti leghisti e poi l’illuminazione sinistra. Non ne condividiamo la linea economica finora attuata in risposta all’emergenza. Non amiamo la comunicazione “by Rocco Casalino”. Non crediamo sia Churchill. Ma con la stessa onestà intellettuale di sempre diciamo che oggi siamo con Conte.

Non è accettabile che Germania, Olanda e Paesi nordici continuino col loro atteggiamento da primi della classe quando si parla di istituire i cosiddetti “coronabond”, titoli di stato europei che potrebbero finanziare le spese dei diversi Stati senza portarli ad indebitarsi direttamente. Non è possibile in un’istituzione che si definisce Unione.

Così come non è pensabile che si possa dire sì al Mes senza sospendere la “Troika”: non siamo la Grecia, non siamo cattivi scolari che hanno saltato i compiti a casa. Siamo semplicemente entrati in un nuovo mondo: siamo nell’anno zero d.C. (dopo Coronavirus). Serve capirlo, in fretta.

Le parole di Conte sono le seguenti: “Che diremo ai nostri cittadini se l’Europa non si dimostra capace di una reazione unitaria, forte e coesa di fronte a uno shock imprevedibile e simmetrico di questa portata epocale? (…) Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno“.

Conte e il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, hanno chiesto che in 10 giorni la Ue trovi “una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo“. Dieci giorni. Non uno di più. Conte alla rovescia.

Il nuovo “whatever it takes” di Mario Draghi

Mario Draghi vs coronavirus

Mario Draghi è quello che gli americani definiscono un “game changer”. L’uomo che con la sua mossa può cambiare la partita, indirizzarne l’esito, risultare decisivo. Il discorso del “whatever it takes” con cui nel luglio 2012 salvò l’euro non è stato un caso, un colpo di fortuna, un incidente della storia. Lungimiranza, capacità di reazione straordinaria davanti alle crisi, sono tutte caratteristiche non comuni: quanto manchi un profilo come Mario Draghi nelle istituzioni europee ai tempi del coronavirus è evidente a chiunque non osservi la realtà politica ed economica coi paraocchi del pregiudizio.

Ma quando il principale giornale economico europeo, il Financial Times, pubblica il lungo intervento di un ex governatore della Bce del peso di Draghi – e lo fa a poche ore dal vertice dei capi di Stato e di governo europei chiamati a decidere le mosse da opporre alla più grave recessione della storia del Vecchio Continente – allora è chiaro che non ci troviamo dinanzi ad una curiosa coincidenza. Quell’intervento ha l’obiettivo di incidere, di impattare pesantemente sul corso, sulla curvatura di questa terribile storia: di cambiare la partita.

Con la franchezza che gli è propria, Draghi ha descritto la pandemia come una “tragedia umana dalle proporzioni potenzialmente bibliche“. Questo è l’incipit dell’intervento sul FT: come dire, avete capito con quale mostro state combattendo? Se sì, bene. Se no, ve lo spiego io. Inutile illudersi: la recessione, dice Draghi, sarà inevitabile. Ciò che serve adesso – non dopo, adesso – è agire con “forza” e “velocità” perché la crisi non si trasformi in una “prolungata Depressione“. Per l’ex governatore della Bce – non un pericoloso sovversivo, un allegro sabotatore della stabilità finanziaria – l’unica risposta possibile per l’economia è la seguente: fare debito, garantire che lo Stato si faccia carico dei problemi del privato.

Il concetto è il seguente: proteggere il lavoro per salvare i lavoratori, l’economia tutta. Per questo le banche devono fare la loro parte, “prestando danaro a costo zero alle imprese“. Così facendo le banche diventerebbero “strumenti di politica pubblica” e “il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali“. Quando devono farlo? Subito, altrimenti “i costi dell’esitazione potrebbero essere irreversibili“. Riportiamo testualmente: “Il corretto ruolo dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire“.

In questo intervento c’è tutto Mario Draghi. Il governo italiano, i governi europei, lo ascoltino. Adesso. Facciano tutto ciò che è necessario per vincere questa guerra. Whatever it takes.

Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Giuseppe Conte in teleconferenza con Ursula von der Leyen

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.

Il nostro “sovranista” preferito

mattarella presidente

Dove sono quelli che lamentavano scarsa presenza da parte di Sergio Mattarella nell’emergenza coronavirus? Che fine hanno fatto coloro che hanno criticato il Presidente della Repubblica accusandolo di essere schiavo dell’Europa e delle sue istituzioni? La differenza tra un populista e uno statista si vede nel momento di difficoltà: il primo strepita tutti i giorni, il secondo parla quando serve. E oggi serviva.

Il Quirinale verga una nota dai contenuti durissimi nei confronti della Bce. Come ci manca Mario Draghi. E chi ha avuto il coraggio di criticarne l’operato nel momento del commiato oggi abbia la dignità di tacere dinanzi alla dimostrazione di incapacità fornita da Christine Lagarde. Le sue parole imprudenti (“Non siamo qui per chiudere gli spread”) hanno alimentato la sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia. La sua dannosa debolezza, tradottasi nella decisione di non tagliare i tassi d’interesse, ha aggravato il problema di un tasso di cambio dell’euro che sta soffrendo non poco. Risultato: la Borsa crolla, Milano chiude perdendo il 17% nella seduta peggiore della sua storia, l’euro rischia la crisi.

Queste le parole di Mattarella: “L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione”. Non serve aggiungere altro. Ha detto tutto il nostro “sovranista” preferito.

Goodbye, my friends

Brexit

Alla geografia non si sfugge. Il Regno Unito resta in Europa. Ma è la geopolitica ad informare lo spirito dei popoli. I britannici, o forse sarebbe più giusto dire gli inglesi, per rimarcare la spinta che ha partorito la Brexit, alla mezzanotte di oggi lasceranno l’Unione Europea. Lo faranno alla loro maniera: un po’ arrogante per chi guarda da fuori, ma forse anche nell’unica veramente possibile. Fiduciosi nelle proprie potenzialità, certi che la loro storia imperiale gli garantirà un futuro se non roseo quanto meno accettabile.

Ed accettabile, dalle parti di Westminster, significa non vivacchio, mediocrità. Equivale a pensarsi potenza globale, essere percepita come tale, anche in un mondo non poco diverso da quello che vide l’Impero, alla fine dell’Ottocento, governare su un quarto delle terre emerse, su un quinto della popolazione mondiale. Storia che gli inglesi sanno di non potere resuscitare, quanto meno non nella forma di un nuovo colonialismo, ma che pure sono intenzionati a sfruttare, rifiutando un destino che altrimenti li vedrebbe costretti a vivere di un nazionalismo come altri: inglesi, sì, ma poi?

Da questo motivo di fondo bisogna partire per spiegare la Brexit. Non una questione economica (“Fuck business”, disse Boris Johnson chiarendo come le ragioni strategiche venissero prima di tutto il resto), non un’avversione “all’italiana” verso la burocrazia brussellese identificata come il male dei mali, bensì una questione di natura esistenziale, di stessa sopravvivenza. Aspetto, questo, non colto fino in fondo nel resto del continente. Gli inglesi hanno deciso per la Brexit per evitare di ritrovarsi inglesi e basta. Per non rinunciare alla Scozia, per reprimere le sue spinte indipendentiste; per evitare di svegliarsi un giorno senza la protezione dell’Ulster e del Mare d’Irlanda, trovandosi così esposti alla prospettiva, mai del tutto esclusa, di un attacco da Occidente.

Uscire dall’Unione Europea significa per gli inglesi impedire ai propri vicini di pensarsi europei, prima che britannici. Vuol dire annullarne il coinvolgimento in un’architettura più ampia, e dunque meno facile da controllare. Equivale a ricalcare lo schema che funzionò in passato, a declinarlo nel Terzo Millennio, blandendo Scozia, Irlanda del Nord e Galles con aiuti economici corposi in cambio di eterna fedeltà all’Inghilterra. Si traduce nella possibilità per questi Paesi di concentrarsi sulle nuove possibilità che il commercio offrirà, di trasferire all’esterno le pulsioni che altrimenti rischierebbero di fare implodere il Regno.

Non che questo scenario sia escluso. Non che sia possibile dire con certezza che nei prossimi anni non abbia a svilupparsi un conflitto simile ad una guerra civile tra i confini dei possedimenti di Sua Maestà: come frutto dell’inconciliabilità delle rispettive posizioni, come conferma del fatto che gli inglesi hanno perso il loro azzardo.

Guardando Oltremanica, quella che oggi solca il viso è una lacrima di malinconia, più che di nostalgia. Per ciò che avrebbe potuto, ma non sarà. La mano corre già verso il taschino, va a prendere il fazzoletto per asciugarla. Gli europei del continente salutano gli europei dell’Isola. Goodbye, my friends. And good luck.