Quindi a cosa è servito votare MoVimento 5 Stelle?

di maio pensieroso

 

Non che ci si potesse attendere un dominio grillino al governo. Già il fatto di dover contare sulla Lega per ottenere la maggioranza riequilibrava a favore del Carroccio i rapporti di forza. Perché il M5s avrà pure preso più voti, ma senza quelli di Salvini l’esecutivo non si formava.

Ma da qui alla trasformazione del governo Conte nel governo Salvini il passo è stato breve, pure troppo. Se ne accorgono ogni giorno gli attivisti e i cittadini che i 5 Stelle li hanno votati per cambiare l’Italia. A modo loro, però. Non secondo gli schemi del ministro dell’Interno, che in due settimane ha già monopolizzato la scena e compiuto pure il sorpasso nei sondaggi rispetto all’alleato. Definizione, quest’ultima, che all’interno del M5s qualcuno inizia a mettere in dubbio. Perché è certo che Salvini non stia tirando la corda al fine di spezzarla?

Per il momento le parole d’ordine sono migranti e rom. Dopo l’estate toccherà probabilmente alla legittima difesa. Poi con le Europee sullo sfondo a Salvini basterà ricordare agli italiani quanto Merkel e Macron siano brutti e cattivi per capitalizzare nelle urne un anno di nulla o quasi al governo.

Ma dell’ascesa incontrastata di Salvini il primo responsabile è proprio il MoVimento 5 Stelle. Perché se i messaggi del leghista fanno breccia e quelli grillini si traducono al massimo in proposte da articolare, studiare, ragionare, allora delle due l’una: o Di Maio ha promesso in campagna elettorale proposte impossibili da realizzare oppure ha sprecato il 32% di voti scegliendo per sé e i suoi i ministeri sbagliati.

La stessa indicazione del compassato Conte alla presidenza del Consiglio appare oggi come una concessione di troppo all’incendiario Salvini, che a fagocitare l’auto-proclamatosi “avvocato del popolo italiano” ha impiegato il tempo di un “amen”.

Il rischio è che adesso Di Maio cerchi di alzare a sua volta il tiro per stare al passo dell’enfasi leghista. Che tenti magari di trovare a sua volta nemici nuovi, che dia inizio ad una caccia alle streghe, come quella annunciata sui finanziamenti ai partiti (retroattiva) e sui raccomandati della P.A., che avrà soltanto il merito di esasperare ulteriormente i toni, di tirare fuori il carattere manettaro di una parte grillina, dando vita ad un governo di estrema sinistra-destra degno di un film horror.

Ma se delle proposte simbolo grilline nemmeno più si parla, se il reddito di cittadinanza è lontano, se la presenza pentastellata è divenuta pura rappresentanza, votare M5s a cosa è servito? A portare Salvini al governo?

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.