L’Italia nella bolla di Salvini

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Dove sono i moderati?

Sono dunque questi i “nuovi” moderati? Sono loro gli eredi della tradizione cristiana, i custodi politici della nostra fede? Sono quelli che usano e strumentalizzano le parole di tre grandi Papi? Quelli che provano a mettere sullo stesso ring Papa Wojtyla e Papa Ratzinger per costringerli a combattere contro Francesco?

Sono quelli che in piazza Duomo a Milano come prima cosa dicono di non essere estremisti e un attimo dopo urlano “basta Islam” alla faccia della tolleranza?

Sono loro i futuri riformatori dell’Europa? Quelli che intendono distruggerla per rintanarsi all’interno di barriere così alte da oscurare pure il sole?

Ed è Salvini il leader del “buonsenso”? O è tutto semplicemente senza senso?

Come questa ossessione ricorrente per il rosario, diventato nel giro di un anno un vezzo scaramantico. Perché se giurare sul Vangelo ha portato bene la prima volta, allora ecco che perfino scomodare “il cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” quasi non sembra blasfemo, figurati se è peccato.

Si dice che le elezioni si vincano al centro, ma qui dev’esserci stato un errore, perché nessuno – davvero – può riconoscere in Salvini nemmeno tracce di quella categoria dell’animo umano che risponde al nome di “moderazione”.

Non basta passare dal verde d’annata leghista al blu rassicurante dei conservatori. Non basta togliersi la felpa e indossare la giacca. E neanche ripulirsi dopo giorni di barba lunga e capelli spettinati. Non tutto può essere ridotto ad una mera questione d’immagine. Non sempre la politica può essere la formulazione del “miglior” messaggio.

Perché serve a poco mostrare i cartelli col 15% della flat tax se poi, dal primo all’ultimo, tutti sanno che per fare la tassa piatta leghista serve aumentare l’Iva. Perché semplicemente non è credibile un leader che a parole si smarca dall’ultradestra e poi accoglie sul palco alcune delle più pericolose espressioni del razzismo e dell’intolleranza in Europa, gente che ancora postula la teoria della sostituzione etnica, abili manipolatori che usano la parola “patrioti” non intesa come “persona che ama la sua nazione”, ma come vocabolo che faccia da scudo a uomini e donne che diffidano, respingono, intimamente odiano l’altro, il diverso.

In questo contesto, in piazza Duomo, va in scena il Festival dell’arroganza. Se ne ha la prova quando rivolgendosi a Papa Francesco, con una grinta che sfocia presto in rabbia, Salvini dice che lui sta “azzerando i morti nel Mediterraneo con orgoglio e spirito cristiano”. Come dire che Sua Santità viene anche spogliato del suo ruolo di guida delle anime: c’è lui, ora,
ad indicare la nuova rotta del Cristianesimo. L’uomo che giura sul Vangelo, che brandisce il rosario e manda bacioni alla Madonnina.

Quello di Salvini è un protagonismo debordante, è un esibizionismo teatrale, ma è anche un personalismo rozzo. La prova dell’assenza di quella sensibilità di cui un grande leader dovrebbe disporre emerge con tutta la sua forza proprio in quel frangente: quando i fan sommergono il Papa di fischi. Un moderato li avrebbe fermati: sarebbe bastato un cenno, una mano alzata, per far capire che fino ad un certo punto sì, ma non oltre. Il gesto non arriva: quei fischi sono il cibo di un ego smisurato, forse illimitato, per questo pericoloso.

Ed è in questo mondo, in cui tutto viene sdoganato, perfino la sfida al Santo Padre, che l’uomo presto più votato d’Italia sguazza come uno squalo nell’oceano. In questo Paese così disilluso da volersi illudere, su questo palco pieno di estremisti travestiti da buonisti (sì, loro) perché consapevoli della loro essenza di impresentabili, che si ritorna al punto di partenza: dove sono i moderati?

Non in piazza Duomo, si capisce. Sicuro altrove. Ma chissà dove…

Quanto ci costano le sparate “spreadgevoli” di Salvini

Ha troppo spesso gioco facile, Matteo Salvini, nel dire che prima dello spread vengono gli italiani. Peccato che l’andamento dello spread, che lo vogliamo o no, sia strettamente collegato alle fortune economiche degli italiani.

Se il vicepremier della settima economia al mondo – per inciso, l’Italia – si rende responsabile di frasi del tipo: “Del 3% me ne frego” succede una cosa molto semplice: tutti gli investitori, quelli che hanno comprato il nostro debito, capiscono che di questo Paese già così indebitato non ci si può fidare. Iniziano a vendere i nostri titoli di Stato e lo spread si impenna. In soldoni: perdiamo parecchi soldoni. Quanti?

Dal 4 marzo 2018 al 3 maggio, data dell’ultimo rilevamento della Fondazione Hume, si calcola che la ricchezza degli italiani tra titoli di Stato, obbligazioni e azioni sia diminuita di 90 miliardi di euro. I circa 30 punti guadagnati dallo spread in questi ultimi giorni fanno avvicinare pericolosamente il conto fino a 100 miliardi.

Ora fa sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che Luigi Di Maio abbia scoperto il valore della prudenza proprio a ridosso della campagna elettorale. E’ bello notare che tutto ciò che gli veniva contestato ora viene utilizzato proprio da lui per far sembrare Salvini l’unico responsabile dello sfacelo.

La verità è che questi 100 miliardi di euro andati in fumo, che sarebbero tornati utilissimi ora che il governo è impegnato in un’affannosa ricerca di risorse per evitare l’aumento dell’Iva (che impatterà direttamente sulla spesa di milioni di famiglie), altro non sono che la diretta conseguenza degli errori politici del governo Lega-M5s.

Certo in un clima di grande incertezza globale, con la guerra dei dazi tra Usa e Cina che manda a picco le Borse, delle sparate di Salvini non si sentiva il bisogno.

Sembra evidente che il leader della Lega abbia stabilito che i suoi voti – purtroppo direttamente connessi a frasi ad effetto come quelle sul vincolo del 3% – contano più dei soldi degli italiani.

Basta fare un semplice calcolo: 100 miliardi di ricchezza dello Stato bruciati a causa dello spread, diviso per 60 milioni di italiani fa circa 1.600. Sono gli euro che ogni italiano ha perso in meno di un anno a causa delle sparate “spreadgevoli” di Salvini e associati.

Se è vero che gli italiani votano con una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio lo scopriremo presto…

“Dicci” Salvini

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.