L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Dove sono i moderati?

Salvini Le Pen

Sono dunque questi i “nuovi” moderati? Sono loro gli eredi della tradizione cristiana, i custodi politici della nostra fede? Sono quelli che usano e strumentalizzano le parole di tre grandi Papi? Quelli che provano a mettere sullo stesso ring Papa Wojtyla e Papa Ratzinger per costringerli a combattere contro Francesco?

Sono quelli che in piazza Duomo a Milano come prima cosa dicono di non essere estremisti e un attimo dopo urlano “basta Islam” alla faccia della tolleranza?

Sono loro i futuri riformatori dell’Europa? Quelli che intendono distruggerla per rintanarsi all’interno di barriere così alte da oscurare pure il sole?

Ed è Salvini il leader del “buonsenso”? O è tutto semplicemente senza senso?

Come questa ossessione ricorrente per il rosario, diventato nel giro di un anno un vezzo scaramantico. Perché se giurare sul Vangelo ha portato bene la prima volta, allora ecco che perfino scomodare “il cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” quasi non sembra blasfemo, figurati se è peccato.

Si dice che le elezioni si vincano al centro, ma qui dev’esserci stato un errore, perché nessuno – davvero – può riconoscere in Salvini nemmeno tracce di quella categoria dell’animo umano che risponde al nome di “moderazione”.

Non basta passare dal verde d’annata leghista al blu rassicurante dei conservatori. Non basta togliersi la felpa e indossare la giacca. E neanche ripulirsi dopo giorni di barba lunga e capelli spettinati. Non tutto può essere ridotto ad una mera questione d’immagine. Non sempre la politica può essere la formulazione del “miglior” messaggio.

Perché serve a poco mostrare i cartelli col 15% della flat tax se poi, dal primo all’ultimo, tutti sanno che per fare la tassa piatta leghista serve aumentare l’Iva. Perché semplicemente non è credibile un leader che a parole si smarca dall’ultradestra e poi accoglie sul palco alcune delle più pericolose espressioni del razzismo e dell’intolleranza in Europa, gente che ancora postula la teoria della sostituzione etnica, abili manipolatori che usano la parola “patrioti” non intesa come “persona che ama la sua nazione”, ma come vocabolo che faccia da scudo a uomini e donne che diffidano, respingono, intimamente odiano l’altro, il diverso.

In questo contesto, in piazza Duomo, va in scena il Festival dell’arroganza. Se ne ha la prova quando rivolgendosi a Papa Francesco, con una grinta che sfocia presto in rabbia, Salvini dice che lui sta “azzerando i morti nel Mediterraneo con orgoglio e spirito cristiano”. Come dire che Sua Santità viene anche spogliato del suo ruolo di guida delle anime: c’è lui, ora,
ad indicare la nuova rotta del Cristianesimo. L’uomo che giura sul Vangelo, che brandisce il rosario e manda bacioni alla Madonnina.

Quello di Salvini è un protagonismo debordante, è un esibizionismo teatrale, ma è anche un personalismo rozzo. La prova dell’assenza di quella sensibilità di cui un grande leader dovrebbe disporre emerge con tutta la sua forza proprio in quel frangente: quando i fan sommergono il Papa di fischi. Un moderato li avrebbe fermati: sarebbe bastato un cenno, una mano alzata, per far capire che fino ad un certo punto sì, ma non oltre. Il gesto non arriva: quei fischi sono il cibo di un ego smisurato, forse illimitato, per questo pericoloso.

Ed è in questo mondo, in cui tutto viene sdoganato, perfino la sfida al Santo Padre, che l’uomo presto più votato d’Italia sguazza come uno squalo nell’oceano. In questo Paese così disilluso da volersi illudere, su questo palco pieno di estremisti travestiti da buonisti (sì, loro) perché consapevoli della loro essenza di impresentabili, che si ritorna al punto di partenza: dove sono i moderati?

Non in piazza Duomo, si capisce. Sicuro altrove. Ma chissà dove…

Quanto ci costano le sparate “spreadgevoli” di Salvini

Di Maio e Salvini

Ha troppo spesso gioco facile, Matteo Salvini, nel dire che prima dello spread vengono gli italiani. Peccato che l’andamento dello spread, che lo vogliamo o no, sia strettamente collegato alle fortune economiche degli italiani.

Se il vicepremier della settima economia al mondo – per inciso, l’Italia – si rende responsabile di frasi del tipo: “Del 3% me ne frego” succede una cosa molto semplice: tutti gli investitori, quelli che hanno comprato il nostro debito, capiscono che di questo Paese già così indebitato non ci si può fidare. Iniziano a vendere i nostri titoli di Stato e lo spread si impenna. In soldoni: perdiamo parecchi soldoni. Quanti?

Dal 4 marzo 2018 al 3 maggio, data dell’ultimo rilevamento della Fondazione Hume, si calcola che la ricchezza degli italiani tra titoli di Stato, obbligazioni e azioni sia diminuita di 90 miliardi di euro. I circa 30 punti guadagnati dallo spread in questi ultimi giorni fanno avvicinare pericolosamente il conto fino a 100 miliardi.

Ora fa sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che Luigi Di Maio abbia scoperto il valore della prudenza proprio a ridosso della campagna elettorale. E’ bello notare che tutto ciò che gli veniva contestato ora viene utilizzato proprio da lui per far sembrare Salvini l’unico responsabile dello sfacelo.

La verità è che questi 100 miliardi di euro andati in fumo, che sarebbero tornati utilissimi ora che il governo è impegnato in un’affannosa ricerca di risorse per evitare l’aumento dell’Iva (che impatterà direttamente sulla spesa di milioni di famiglie), altro non sono che la diretta conseguenza degli errori politici del governo Lega-M5s.

Certo in un clima di grande incertezza globale, con la guerra dei dazi tra Usa e Cina che manda a picco le Borse, delle sparate di Salvini non si sentiva il bisogno.

Sembra evidente che il leader della Lega abbia stabilito che i suoi voti – purtroppo direttamente connessi a frasi ad effetto come quelle sul vincolo del 3% – contano più dei soldi degli italiani.

Basta fare un semplice calcolo: 100 miliardi di ricchezza dello Stato bruciati a causa dello spread, diviso per 60 milioni di italiani fa circa 1.600. Sono gli euro che ogni italiano ha perso in meno di un anno a causa delle sparate “spreadgevoli” di Salvini e associati.

Se è vero che gli italiani votano con una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio lo scopriremo presto…

“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

Salvini e 23 miliardi di bugie per comprare gli italiani

Matteo Salvini l’ha sparata grossa. E il mitra stavolta non c’entra. Siamo nel campo delle illusioni, ma la portata dell’ultima promessa è talmente spropositata da meritare un approfondimento.

Si parla dell’aumento dell’Iva e degli ormai famosi 23 miliardi da trovare per evitarne l’aumento. Salvini presenta la sua ricetta a ‘La Stampa’: “Sono serenissimo. Perché credo il 27 maggio l’Europa cambierà approccio. Lo sanno anche la Merkel e Macron, i finlandesi o gli spagnoli che domani vanno a votare. La politica europea va rivista interamente. Vedrete che dopo le elezioni nessuno ci verrà a chiedere 23 miliardi“.

Ora, a parte che “stare sereni” in politica ha dimostrato di non portare particolare fortuna, ma il messaggio che traspare da una frase di questo genere è chiaro: “Votate la Lega e nessuno dall’Europa ci chiederà quei soldi”. Bugie su bugie, 23 miliardi di bugie.

Ne elenchiamo un paio. La prima è frutto di un’amnesia. Di sicuro Salvini ha dimenticato che non è stata l’Europa a chiedere all’Italia di mettere nero su bianco l’aumento dell’Iva, ma il suo governo. Basta leggere il Def, citofonare Tria, via XX Settembre, Roma.

La seconda bugia specula sulla disinformazione di tanti italiani. Si chiamano elezioni Europee perché vota tutta l’Europa. Questo significa che Salvini e i 5 Stelle – e con loro tutti i partiti euroscettici che si candideranno in Francia, in Spagna, in Germania e così via – nel migliore dei casi controlleranno il 25% dei seggi dell’intero Europarlamento. Popolari europei, socialdemocratici e i liberali dell’Alde grazie all’ingresso di Macron, avranno la maggioranza in Europa anche dopo il 26 maggio. Lo dicono tutti i sondaggi. Salvini si metta l’anima in pace: il voto alla Lega è l’emblema del voto inutile.

È all’interno di questo contesto che bisogna inserire le promesse di Salvini. Chiamarla mancia elettorale è fargli un complimento. Questi 23 miliardi non sono nelle sue disposizioni. Se vuole comprare gli italiani provi almeno a farlo coi suoi soldi. Basterebbero 49 milioni.

L’incubo libico di Salvini

C’è incubo e incubo, sia chiaro. C’è quello di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa da un giorno all’altro, per niente certi di vedere il sole sorgere domani. E poi c’è quello di Salvini, che teme di essere vittima delle sue stesse bugie, che ha paura (tanta) di perdere voti a ridosso delle Europee proprio sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. Questione di prospettive, di fortune per niente affini, di diversi destini.

Il punto è uno: i porti sono aperti, mai stati veramente chiusi. Ma nel momento in cui in Libia dovesse ufficialmente scoppiare una guerra su larga scala fra le truppe di Sarraj e quelle di Haftar ecco che i porti italiani diventerebbero non aperti, spalancati. Salvini in questi giorni sta ripetendo che non cambierà nulla nelle strategie dell’Italia in caso di un conflitto in Libia: “Porti chiusi“. Nel migliore dei casi mente, com’è successo in passato e sarà in futuro. Nel peggiore non ha cognizione di ciò che sta accadendo a poche miglia marine dalle nostre coste. La differenza rispetto al passato è che stavolta rischia di andare a sbattere contro un muro: il suo.

Che Tripoli potesse essere considerato un porto sicuro era una tragica barzelletta ieri, lo sarà in maniera ancora più evidente domani. Non è campato in aria pensare che nelle prossime ore la Libia si trovi costretta a rinunciare alla propria zona SAR, l’area di competenza in cui ogni Paese è obbligato a prestare soccorso. Questo significa che potrebbe toccare nuovamente all’Italia, coadiuvata al massimo da Malta, incaricarsi dell’accoglienza dei migranti.

Tante volte abbiamo ascoltato Matteo Salvini dire che chi scappa dalla guerra è ben accetto in Italia. Ecco, dalla Libia potrebbero presto esserci migliaia di persone che scappano dalla guerra. Come la mettiamo? Soltanto seimila, secondo il dossier degli 007 consegnato al governo, sono detenuti all’interno delle prigioni-lager. Molte altre migliaia sono decise a lasciare l’inferno che da 8 lunghi anni sono costretti a vivere: l’Italia rappresenta per posizione geografica il primo approdo utile verso la salvezza.

Per la prima volta da anni siamo realmente esposti al rischio di un’invasione, per usare un termine apprezzato e abusato da Salvini. E questa volta non basterà twittare #portichiusi. Non si tratterà di giocare sulla pelle di 49 disperati. Per fronteggiare l’emergenza, quella vera, si dovrà mettere in campo una strategia comune. Bisognerà stringere alleanze e intese per alleggerire il carico dell’accoglienza. Con chi? Sì, con quelli che Lega e 5 Stelle hanno attaccato in tutti questi mesi. L’alternativa? Chiedere aiuto ai Paesi amici di Salvini. Sapendo però che, da provetti sovranisti, loro migranti non ne vogliono. Nemmeno se lo chiede Matteo.

Una cosa è certa: non bisogna sperare in una guerra in Libia, nemmeno se questa, è chiaro, metterebbe a nudo le carenze strategiche delle politiche di Salvini e soci. Sarebbe una deriva disumana, un gioco sulla pelle di poveri innocenti. Questo lasciamolo al governo. Almeno potremo guardarci allo specchio. Noi.

Un sopravvalutato

Lo chiamano “guerriero”: ma che guerriero è quello che, tra un sorriso e una carezza, spiega ai suoi compagni di battaglia che lui no, preferisce saltarlo questo giro, non gli va. Perché in un video bucolico che vorrebbe risultare spontaneo ma che più studiato non si può, tra le galline che passano alle sue spalle e gli appunti sotto mano da ripetere come un pappagallo, Alessandro Di Battista svela la sua natura di opportunista.

Usa quel tono assolutorio solo nei confronti di sé stesso per spiegare che no, al netto di chi lo invoca, questa volta non si candiderà alle Europee. Si giustifica, quasi stesse facendo un torto enorme al Paese tutto. E la dimensione dell’assurdo in cui vive una certa porzione di fan grillini (non elettori, fan) è data dai messaggi che scorrono su Facebook mentre va in scena il Dibba-pensiero: “Guerriero abbiamo bisogno di te”, “Guerriero torna”, “Guerriero non abbandonarci”.

Sembrano i messaggi dei tifosi sulla pagina Instagram di un top-player intenzionato a mollare la squadra. Il meccanismo è quello: la sostanza è che Dibba non è un campione, piuttosto un miracolato dal “sistema”, quello che lui a parole piccona e che nei fatti è la sua più grande fortuna. Perché è proprio certa stampa, quella che lui accusa di aver scelto Salvini, a renderlo così centrale, così eccessivamente importante rispetto al proprio valore assoluto. E lui, che furbo è furbo, ci gioca, ci marcia, ci mangia: quando apre la diretta rassicurando che “io sto bene eh!” non fa altro che alimentare la narrazione che lo vuole come un poeta maledetto, un ribelle scapigliato che non si è piegato.

La verità è l’inverso. Di Battista non si candida non perché ascolti il cuore, non perché imbrigliare il suo talento in una missione che non sente gli impedirebbe di rendere al massimo. No, Di Battista salta un giro di giostra perché il cavallo pentastellato stavolta è perdente. Non vuol mettere la faccia su quella che nel migliore dei casi sarà un’onorevole resa, nel peggiore una clamorosa disfatta. Così si astiene dal dire che il suo corso di falegnameria (che bello, che invidia positiva per lui che trova il tempo!) sarà a vita. Lascia aperta la porta: perché può darsi, dice, che un giorno gli torni la voglia. Che le bolle che gli provocano le poltrone e i palazzi d’improvviso svaniscano. Magari, guarda un po’ il destino, quando ci sarà da sostituire Di Maio.

No, non è il Messia di cui tanti attendono l’avvento. Visto il periodo: sta una Pasqua. Cos’è, allora? Un guerriero? No di certo. Un sopravvalutato, quello sì, di sicuro.

“Purtroppo Silvio c’è”

Perché Salvini, nel lodare l’operato del governo coi 5 Stelle, dice che questi risultati insieme ad altri non li avrebbe ottenuti neanche nello spazio di 9 anni? Perché non sceglie un’altra cifra? Perché non dice 10, 15, 20 anni? Risposta: perché nove sono gli anni in cui è stato al governo Berlusconi Silvio, l’unico, l’ultimo, ostacolo rimasto in piedi sul suo progetto di conquista del Paese.

E’ tutta una provocazione, una ricerca continua del fallo di reazione nell’alleato, se così si può ancora definire un partner che viene spremuto a livello locale e schifato a livello nazionale. Eppure Berlusconi, che di Salvini ha tracciato il ritratto del traditore ormai da mesi, non cede alla tentazione di fare il Berlusconi. Che significherebbe sfidarlo a campo aperto, sparigliare, andare al braccio di ferro e vedere chi vince.

Non lo fa, Silvio. Non perché non voglia, più che altro perché non può permettersi di sbagliare mossa, consapevole che la prossima potrebbe essere l’ultima. Così attende il momento buono, quello del passo falso altrui, trovandosi costretto ad una partita di contropiede che per lui, teorico del possesso palla anche da presidentissimo del Milan, è un contrappasso fin troppo ingeneroso.

Il vero paradosso, però, è che anche così, pure dal letto d’ospedale in cui ha atteso i risultati della Basilicata, metaforicamente incarcerato più della sua ernia inguinale, anche se ridotto a numeri che mai avrebbe pensato di ritrovarsi a celebrare, Berlusconi è il centrale, l’ago di una bilancia perennemente in bilico.

Perché quel 9-10% che definisce la soglia di sopravvivenza del Cavaliere politico, quella percentuale che è da mesi il primo risultato osservato da Salvini subito dopo quello della Lega, è anche l’ultima diga rimasta in piedi prima che il fiume sovranista strabordi, sommergendo la parola “centro” da centro-destra e facendo di una coalizione una volta casa comune dei moderati il nuovo ritrovo dei fascisti d’Italia.

E’ quella, la linea del Piave. L’asticella che Berlusconi deve riuscire a fissare anche alle Europee se vuole continuare a contare. Eppure le imboscate potrebbero arrivare prima, come sembra di capire. Perché appurato che Berlusconi nel centrodestra i suoi voti continuerà a prenderli finché campa, allora Salvini sta pensando di provare a portarselo via, il centrodestra. Come? Magari partendo dal Piemonte. Presentando un suo candidato, venendo meno ai patti che assegnavano il governatore a Forza Italia, sancendo ufficialmente la rottura del vecchio schema del centrodestra proprio a ridosso delle Europee che per Salvini saranno un vero trionfo non se la Lega prenderà il 30% e oltre (quello è ormai scontato) ma se il pacchetto di voti di Berlusconi sarà più vicino al 5% che al 10%.

C’è spazio allora per un altro paradosso, l’ultimo: dalla sopravvivenza politica di Berlusconi dipende da una parte la continuità (tragica per il Paese) del governo M5s-Lega – che Salvini terrà in vita fino a quando non avrà i numeri per vincere da solo – ma pure l’unica possibilità per l’Italia di tornare ad un bipolarismo “sano”, tra centrodestra classico e centrosinistra.

Si diceva, una volta, “menomale che Silvio c’è”. Oggi per Salvini vale l’opposto: “Purtroppo Silvio c’è…”. Perché è ammaccato, è vero, “eppure Silvio c’è”.

So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.