Spiaggiato

Salvini al Papeete Beach

Spiaggiato. Ma non come un delfino, di cui non possiede la dignità. E neanche come una balena, perché sarà la storia a ridimensionarlo, a rendere chiaro che la sua apparente grandezza altro non era che un inganno, il risultato di un gioco di specchi. E allora spiaggiato punto. Spiaggiato al lido. Nel senso di Papeete Beach, Milano Marittima, diventato il centro gravitazionale della politica italiana nel 2019. Il segno dei tempi. Pure quello del degrado.

Salvini con le cuffie da deejay, Salvini a torso nudo, Salvini in infradito. E va bene, vorrai mica andare al mare coi mocassini? Vorrai mica stare in spiaggia col maglione? Vorrai mica che un ministro si goda le ferie in maniera riservata?

Ma lo spettacolo delle cubiste che ammiccanti davanti a lui ballano l’Inno di Mameli, questo no, non è dovuto. E’ il troppo che stroppia. E se un velo di tristezza ci assale nel vedere l’uomo che incarna le istituzioni italiane totalmente preso, e forse perso, dal suo strapotere quotidiano, ignaro della portata che ogni suo gesto ha sul popolo osannante, ecco che il lato comico della vicenda emerge inatteso ma puntuale, a ricordarci che siamo seri, qui non c’è proprio nulla di serio.

Quando il deejay al suo fianco fa partire il “popopopopopopo” dei Mondiali vinti nel 2006, i giovani festanti che lo intonano pensando di esaltare l’Italia in presenza del più nazionalista di tutti forse non sanno che in mezzo a loro c’è un intruso. Forse non sanno che Salvini, la notte in cui Zidane colpì con una testata Materazzi, tifava Francia.

E con questa chiudiamo, perché è perfetta per raccontare la contraddizione vivente rappresentata da Salvini. Di un ministro che chiede rispetto delle regole e poi domanda ai poliziotti di scarrozzare il figlio su una moto d’acqua. Di un leader che invoca sovranità e poi con le sue scelte ci rende più deboli. Di un “capo” che doveva fare il “governo del cambiamento” ed è finito spiaggiato.

Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.