Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

L’onore delle armi

C’è il mito che barcolla. Quello dell’uomo che voleva vivere fino a 120 anni. Dell’indistruttibile Silvio, l’immortale con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Per qualche ora il suo domani è stato incerto, coi medici del San Raffaele – Zangrillo in testa – dubbiosi sul fatto che il fisico di un 82enne fosse in grado di reggere un intervento complicato in anestesia generale. Ha avuto paura, Silvio. Molta. Ma alla fine è andata pure questa. E Berlusconi ne è uscito come ciò che è sempre stato: uno incapace ad arrendersi, anche quando la logica suggerirebbe il contrario.

Ora è chiaro che il Berlusconi politico ha avuto le sue colpe, è evidente che l’Italia che ha lasciato non è quella che ha promesso nel ’94, ma lo è pure che rispetto ad una stagione di nani politici la sua figura esce fuori come quella di un gigante.

Si è pensato per anni – a torto – che Berlusconi fosse il male assoluto, il Diavolo da eliminare dalla faccia della Terra, se possibile anche fisicamente. Si è scelto – sbagliando – di fomentare l’odio, di demonizzare l’avversario dipingendolo come il peggio esistente in politica. Si è preferito parlare dei suoi errori, piuttosto che dei propri valori. Si è in questo modo preparato il terreno all’ascesa dell’anti-politica e dei populisti, si è seminato l’odio e l’ignoranza che oggi raccogliamo.

La definizione migliore di Silvio Berlusconi, oggi, sta in una domanda. Quella che gli ha fatto il suo medico dopo l’intervento: “Ma chi te la fa fare?“. Non c’è motivo logico perché un uomo con la sua storia e nelle sue condizioni decida di sbatacchiarsi da una parte all’altra in cerca di voti. E chi parla della necessità di difendere le aziende non conosce la solida realtà di Mediaset. Non c’è amico fidato che abbia rinunciato a sconsigliarlo dal candidarsi, consapevole che il rischio di un tonfo è lì, dietro l’angolo, il pericolo di una fine poco gloriosa fin troppo concreto.

Ma è lì che sta, nell’atto di disobbedienza ai figli che gli chiedono di mettere davanti la salute, nella scommessa che Forza Italia supererà il 10%, l’essenza dell’uomo di Arcore. Uno che uscendo di scena meriterà comunque un plauso al coraggio, pure dai nemici di sempre. L’onore delle armi.

Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…

“Purtroppo Silvio c’è”

Perché Salvini, nel lodare l’operato del governo coi 5 Stelle, dice che questi risultati insieme ad altri non li avrebbe ottenuti neanche nello spazio di 9 anni? Perché non sceglie un’altra cifra? Perché non dice 10, 15, 20 anni? Risposta: perché nove sono gli anni in cui è stato al governo Berlusconi Silvio, l’unico, l’ultimo, ostacolo rimasto in piedi sul suo progetto di conquista del Paese.

E’ tutta una provocazione, una ricerca continua del fallo di reazione nell’alleato, se così si può ancora definire un partner che viene spremuto a livello locale e schifato a livello nazionale. Eppure Berlusconi, che di Salvini ha tracciato il ritratto del traditore ormai da mesi, non cede alla tentazione di fare il Berlusconi. Che significherebbe sfidarlo a campo aperto, sparigliare, andare al braccio di ferro e vedere chi vince.

Non lo fa, Silvio. Non perché non voglia, più che altro perché non può permettersi di sbagliare mossa, consapevole che la prossima potrebbe essere l’ultima. Così attende il momento buono, quello del passo falso altrui, trovandosi costretto ad una partita di contropiede che per lui, teorico del possesso palla anche da presidentissimo del Milan, è un contrappasso fin troppo ingeneroso.

Il vero paradosso, però, è che anche così, pure dal letto d’ospedale in cui ha atteso i risultati della Basilicata, metaforicamente incarcerato più della sua ernia inguinale, anche se ridotto a numeri che mai avrebbe pensato di ritrovarsi a celebrare, Berlusconi è il centrale, l’ago di una bilancia perennemente in bilico.

Perché quel 9-10% che definisce la soglia di sopravvivenza del Cavaliere politico, quella percentuale che è da mesi il primo risultato osservato da Salvini subito dopo quello della Lega, è anche l’ultima diga rimasta in piedi prima che il fiume sovranista strabordi, sommergendo la parola “centro” da centro-destra e facendo di una coalizione una volta casa comune dei moderati il nuovo ritrovo dei fascisti d’Italia.

E’ quella, la linea del Piave. L’asticella che Berlusconi deve riuscire a fissare anche alle Europee se vuole continuare a contare. Eppure le imboscate potrebbero arrivare prima, come sembra di capire. Perché appurato che Berlusconi nel centrodestra i suoi voti continuerà a prenderli finché campa, allora Salvini sta pensando di provare a portarselo via, il centrodestra. Come? Magari partendo dal Piemonte. Presentando un suo candidato, venendo meno ai patti che assegnavano il governatore a Forza Italia, sancendo ufficialmente la rottura del vecchio schema del centrodestra proprio a ridosso delle Europee che per Salvini saranno un vero trionfo non se la Lega prenderà il 30% e oltre (quello è ormai scontato) ma se il pacchetto di voti di Berlusconi sarà più vicino al 5% che al 10%.

C’è spazio allora per un altro paradosso, l’ultimo: dalla sopravvivenza politica di Berlusconi dipende da una parte la continuità (tragica per il Paese) del governo M5s-Lega – che Salvini terrà in vita fino a quando non avrà i numeri per vincere da solo – ma pure l’unica possibilità per l’Italia di tornare ad un bipolarismo “sano”, tra centrodestra classico e centrosinistra.

Si diceva, una volta, “menomale che Silvio c’è”. Oggi per Salvini vale l’opposto: “Purtroppo Silvio c’è…”. Perché è ammaccato, è vero, “eppure Silvio c’è”.

Una Imane fesseria

Farneticanti sottintesi si rincorrono sui social e su alcuni giornali rispetto alla morte di Imane Fadil. Saranno gli inquirenti, come sempre, a dover fare luce su quanto accaduto.

Ma sul non-detto però sussurrato, sul non-pubblicato però insinuato, ci sia consentito uno sfogo di garantismo che sfocia consapevolmente nell’innocentismo. Perché è inaccettabile che la morte di Imane, poiché testimone nel processo Ruby, venga più o meno sottilmente associata a Silvio Berlusconi.

La macchina del giornalismo schierato si è messa in moto un minuto dopo la notizia del decesso della ragazza. E attenzione a chi oggi la santifica, dipingendo di lei un ritratto da martire: sono proprio quelli che stanno strumentalizzando la sua morte per i loro fini, sono proprio quelli da cui guardarsi.

Perché il punto è sempre questo: per una certa parte di questo Paese che Silvio Berlusconi non sia più al governo non è abbastanza. Per questa parte di Paese lo scontro politico è stato sempre un pretesto per distruggere l’uomo. Quasi che il maggiore crimine commesso dal Cavaliere sia stato quello di nascere, e poi di continuare ad esistere. Così, se una ragazza che diceva male di Berlusconi muore, allora è una stata uccisa su ordine di Silvio. Questo è l’assurdo che si trova sul web, questo è l’indegno che non si scrive ma si suggerisce.

E’ arrivato il momento di uscire da questo vortice perverso. Se non ci si è riusciti per 20 anni, alimentando un clima di odio che ha avuto il solo obiettivo di bloccare questo Paese, di disporre il terreno per i partiti populisti oggi al governo, allora ci si provi adesso, con un Berlusconi più vecchio e più debole, quasi al punto di essere definito “innocuo”.

Non sappiamo come sia morta la povera Imane. Siamo dell’avviso che un’indagine seria e accorta vada condotta fino in fondo per appurare la verità. Ma siamo anche stanchi dei giornali che alimentano l’insano vizio di osservare ciò che accade dal buco della serratura, siamo disgustati dall’uso che di un decesso assurdo e ingiusto si può fare, siamo stomacati dalla politica che demonizza l’avversario. Soprattutto perché sappiamo già che alla fine il coinvolgimento di Berlusconi nella morte della Fadil si rivelerà una Imane fesseria.

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.