Non è il “governo dei migliori”: lo guida il migliore

Chi nutriva dubbi sulle doti politiche di Mario Draghi dia una lettura attenta alla lista dei ministri del suo primo governo.

Non è tanto questione di valori in campo, quanto di capacità di fare sintesi. Siamo dinanzi ad un esempio plastico di “manuale Cencelli”, ad una distribuzione geometrica delle caselle in relazione al “peso” e all’anima dei partiti, ad un equilibrio ottenuto col bilancino. Il tutto caratterizzato, nei posti chiave, da alcune nomine che afferiscono direttamente all’inner circle di Mario Draghi o alle riserve della Repubblica.

Si pensi a Marta Cartabia, che alla Giustizia avrà l’ingrato compito di rappresentare una maggioranza con sensibilità che vanno dai 5 Stelle a Berlusconi (auguri a lei), ma anche ad Enrico Giovannini – una persona seria – chiamato a gestire un capitolo decisivo come quello delle Infrastrutture e dei Trasporti. Rispunta Colao, quello dell’omonimo “Piano” (onestamente non indimenticabile), ma con trascorsi da supermanager che all’Innovazione e Transizione Digitale non potranno certo far danni. Cingolani alla Transizione Ecologica, nuova casella voluta dai 5 Stelle, è una scelta perfetta per curriculum, è uno scienziato con esperienze da manager, ma da testare sul campo. E poi si arriva a Daniele Franco, nuovo ministro dell’Economia, plasticamente un “Draghi’s boy”, un passato alla Ragioneria dello Stato e in Bankitalia che lo rendono immediatamente in sintonia col premier per forma mentis e trascorsi.

Questi sono i tecnici di maggiore grido: ma quello di Mario Draghi è un esecutivo che non sembra vergognarsi del suo timbro politico. Lo si capisce dalla presenza del numero 2 della Lega, quel Giancarlo Giorgetti che al Mise dovrà rappresentare il partito del Nord, il tessuto produttivo che drena voti al Carroccio e chiede da tempo un cambio di passo rispetto agli strepiti salvinisti degli ultimi anni, ma anche dalla nomina del vicesegretario dem, Orlando, ad occupare una casella, il Lavoro, che per la sinistra non può essere una come tutte le altre. A proposito di Pd: Franceschini alla Cultura è un inamovibile, nella lottizzazione dei ministeri trova sempre il modo di farsi valere. D’altronde i dem restano dominati dalle correnti, mentre Guerini alla Difesa è una buona notizia: finora ha lavorato bene, ricevendo anche approvazione da parte dei vertici delle Forze Armate.

Il MoVimento 5 Stelle è rappresentato nella sua ala governista, spogliata da ogni riferimento al Contismo e al Vaffa d’annata: D’Incà ai Rapporti col Parlamento è scelta saggia, in questa vita ha fatto il politico, ma per modi e maniere avrebbe potuto benissimo fare il cardinale e giocare un ruolo decisivo in conclave. Eppure il vero vincitore è Di Maio: confermato agli Esteri, nella speranza faccia meno danni che nel Conte II, beneficiando di una maggiore chiarezza da parte di Palazzo Chigi sulla direzione della politica estere italiana. Per intenderci, i capisaldi saranno europeismo e atlantismo, la via della Seta sarà sforbiciata. Per Patuanelli dal Mise alle Politiche Agricole c’è una retrocessione: ma in questi casi conta esserci.

Forza Italia piazza le sue bandiere, esprime alfieri del berlusconismo più spinto: Brunetta alla Pubblica Amministrazione è una scelta pragmatica, ha già occupato il ministero, sa dove mettere le mani, ma soprattutto un premio alla fedeltà dell’economista corteggiato da Conte. Carfagna al Sud è una scelta logica: Forza Italia presidia il Mezzogiorno che ancora oggi rappresenta il suo bacino di voti più grande.

Speranza alla Salute non fa ben sperare (non dopo aver visto come ha gestito la seconda ondata): ma il suo consigliere personale, Walter Ricciardi, è uno dei pochi ad aver compreso la gravità della situazione epidemiologica in Italia e nel mondo. Adesso dovremo capire se con Draghi i suoi consigli verranno ascoltati più che con Conte.

E Renzi? Renzi aveva due ministre: ora ne ha una sola. Prima era decisivo per la vita del governo, ora è ininfluente, non ha più la golden share. Forse non ha fatto un regalo ad Italia Viva, ma ne ha fatto di certo uno all’Italia dandogli Draghi. Gliene va dato atto.

Sì, perché il fulcro di questo governo è proprio Super Mario. Parliamoci chiaramente: chi si aspettava il “governo dei migliori” sarà rimasto deluso. Tranne poche nomine, non abbiamo le più grandi eccellenze del Paese ad occupare le caselle nei rispettivi settori di competenza.

D’altronde questo non è un governo tecnico: la storia di Monti, l’entusiasmo alla lettura della compagine di governo di quei giorni, dovrebbe fungere da memento.

A fare la differenza tra la mediocrità e l’eccellenza dovrà essere il fuoriclasse riconosciuto della squadra: Mario Draghi. Mattarella lo ha chiamato nella consapevolezza che la sua presenza fosse l’unica veramente importante, quella in grado di cambiare volto al Paese.

Dopotutto la Costituzione è chiara: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”.

Ecco, la situazione è un po’ questa: non è il “governo dei migliori”, lo guida il migliore.

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L’eterno ritorno di Silvio rockstar

Non c’è gioia che scambierebbe con quella che regala il bagno di folla.

Era da troppo che mancava sulla scena, per non sentire la pelle d’oca, per non sentirsi di nuovo vivo. Lo si può essere anche a 84 anni suonati, con il cuore ballerino, il passo claudicante, visibilmente incerto. E allora va bene, giù la maschera – anzi, la mascherina – per un saluto ai fotografi che non si assembravano così per uno scatto da quasi un anno: “Ma c’è Silvio, che vuoi farci?”.

Lui saluta tutti, si guarda intorno quasi spaesato, e nel video in cui Draghi gli dà di gomito sorridente, mostrando per la prima volta con un suo interlocutore un minimo di sudditanza, c’è quasi la sensazione che Berlusconi non l’abbia sulle prime riconosciuto, tanto si è tutti così bardati, con metà volto coperto, coi timbri vocali camuffati dalle mascherine.

Già, proprio la voce è quella che tradisce Silvio. In alcuni momenti del suo intervento, al termine delle consultazioni, è come se d’improvviso diventasse afono. E’ fiato che manca, affanno che il vecchio baritono fatica a celare. Con sapienza ed esperienza porta a casa la partita, non prima di essere richiamato all’ordine dai suoi sodali: “Presidente, si rimetta la mascherina”, esorta Tajani. Mentre la Bernini, materna, ripete il comando due volte e si accerta che venga eseguito.

Nel breve tratto che dalla Sala dei Busti riporta all’esterno, deputati forzisti in astinenza da Silvio assaltano il loro campione. Tra i più commossi vi è certamente Brunetta, se ne andrà quasi sostenuto dalla Gelmini: ma c’è anche chi non resiste alla tentazione di un bacio.

Berlusconi nel frattempo si gode il momento, ebbro di vita riassaporata. A chi gli chiede: “Presidente, come sta?”, lui risponde sornione: “Che Dio ce la mandi buona”.

Poi è tempo di salutare, non sia mai che la disabitudine ad indossare la mascherina, a tirarla sotto il naso per farsi sentire meglio, produca danni.

Si monta in macchina, con gli agenti di scorta di sempre a fare cordone. Ed è subito nostalgia, inevitabile nostalgia.

Dura poco. Il tempo di immaginare il tempo futuro.

Perché è questo che Silvio con Draghi ha riconquistato: una prospettiva, una centralità, un posto su quel palcoscenico che gli era tanto mancato.

C’è un motivo se da sempre Gianfranco Rotondi dice che “Berlusconi non è un politico ma una rockstar”.

Ieri si è capito, nel giorno del suo eterno ritorno.

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Perché Salvini dovrà sostenere il governo Draghi

L’intelligenza politica di Matteo Salvini è quella che è: scarsa. Ma ci sono passaggi nella vita di chi fa questo mestiere, di chi ambisce un giorno a rientrare nel “palazzo” per restarvi, che rappresentano una tappa obbligata, un crocevia inevitabile nel percorso di maturazione da leader dell’opposizione a possibile uomo di governo.

Intendiamoci, Matteo Salvini non sarà mai un moderato: non fa parte della sua indole, non è nelle sue corde, ma dopo essersi scottato nella crisi che ha portato al Conte II ha compreso che il suo principale problema da qui ai prossimi anni è quello di scrollarsi di dosso lo “stigma” della maggiori cancellerie internazionali ed europee.

Il motivo è semplice: senza la loro approvazione in Italia non si governa.

In questo senso per il leader della Lega quella di Mario Draghi rappresenta un’occasione più unica che rara. Il governatore della Bce non è Monti e non è Conte: non ha l’ambizione di fare politica attiva nei prossimi anni, non gli interessa, per la vita ha altri progetti. Questo significa che Draghi avrà il compito di traghettare l’Italia fuori dalla crisi ma non oltre, che un suo eventuale governo non avrà un orizzonte troppo ampio, che difficilmente arriverà alla fine della legislatura.

Appoggiare Mario Draghi significa invece per la Lega diventare adulta, farsi interprete di una linea di responsabilità in Italia e in Europa, evitare di proporsi come una forza populista e basta. Vuol dire accreditarsi a Bruxelles non come la versione italiana del lepenismo, ma come un’opzione credibile nel momento in cui si tornerà a votare.

Il sostegno ad un governo Draghi sarebbe poi reso ancora più semplice da un mancato sostegno del MoVimento 5 Stelle: Salvini avrebbe infatti vita facile a puntare il dito contro gli irresponsabili grillini, passati in un batter d’occhio dal dirsi “pilastro” della legislatura al rifiutare l’appoggio al governo proposto nientemeno che dal capo dello Stato.

Sono tutte ragioni di “buon senso”, espressione di cui Salvini abusa ma di cui fa solitamente scarso uso, che portano a dire che il Carroccio voterà la fiducia al governo Draghi. D’altronde “Super Mario” rappresenta nella situazione attuale ciò che a lungo è stata l’Italia in Europa: è un soggetto “too big to fail”, troppo grande per fallire.

Questo per dire che è da sprovveduti immaginare che Mattarella abbia “bruciato” il nome di Draghi senza prima avere ricevuto adeguate garanzie: il presidente della Repubblica conta di riuscire a convogliare su Draghi un consenso ampio.

Salvini morderà il freno, gonfierà il petto, all’esterno elencherà condizioni irrinunciabili per assicurare il sostegno leghista, ma tutto porta a pensare che alla fine i suoi voti non mancheranno. Tassa da pagare per rientrare nel giro che conta, momento chiave a cui non può sottrarsi, pena lo sfaldamento della coalizione di centrodestra, con Forza Italia entusiasta alla prospettiva di tornare a sedersi ai tavoli che contano. Atto con cui dimostrasi pronto ad andare in proprio, gesto per sconfessare i critici.

Dovesse Salvini perdere questo treno state pur certi: non ne passeranno altri.

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Draghi, whatever it takes

Tutte le pedine sono andate a dama: Mario Draghi convocato al Quirinale alle 12 di domani. Questo è il preludio ad un incarico che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affiderà all’ex governatore della BCE con una consapevolezza: i partiti non potranno rifiutare l’appello a quello che viene chiamato genericamente “governo istituzionale”, ma altro non è che un “governo del Presidente”.

Può il Pd, che pensa a se stesso come il Partito della Nazione, rispondere picche all’appello accorato del capo dello Stato? Risposta: non può.

Può Forza Italia, un partito che in Europa fa parte del Partito Popolare Europeo (leggasi alla voce Merkel) rifiutare sostegno a Mario Draghi? Risposta: non può.

Possono Lega, MoVimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, continuare a chiedere le urne, elezioni subito, dopo la lista di controindicazioni elencata da Sergio Mattarella? Risposta: sulla carta possono, perché sono capaci di tutto, ma sono consapevoli – o quanto meno dovrebbero – che una scelta simile equivarrebbe a mettersi al di fuori dall’arco costituzionale.

Infine, può Italia Viva dire no a Mario Draghi, se Mario Draghi era fin dal primo momento l’approdo che Matteo Renzi sperava di raggiungere aprendo la crisi di governo? Risposta: non può.

In questo semplice riepilogo, in questo quadro della politica italiana, c’è la risposta alla domanda di questa sera: Draghi formerà un governo? Sì, lo formerà. E darà vita a quello che qualcuno ha chiamato il “governo dei migliori”. Un esecutivo di salvezza nazionale, per uscire fuori dalla pandemia, per mettere in sicurezza il Paese.

“SuperMario” lo ha già fatto una volta: salvando l’Euro e l’Italia da una sorte greca. Ci sono buoni motivi per credere che possa farcela di nuovo.

Poi guarderà al Colle, perché è chiaro ciò che questo blog aveva anticipato da tempo: Draghi ripercorrerà lo schema che fu del suo mentore, Carlo Azeglio Ciampi. Un passaggio a Palazzo Chigi, poi tutto porta a pensare che Sergio Mattarella abbia appena indicato il suo successore al Quirinale.

Qualcuno stanotte si straccia le vesti, gli orfani del Contismo credono di aver perduto uno statista: la verità è che l’Italia questa sera ha ricevuto una grazia. Immeritata ma una grazia.

Serviva un numero uno per uscire dalle secche: Draghi è il colpo di mercato allo scadere che ti svolta la stagione, la riserva della Repubblica che diventa fortunatamente titolare, il vaccino al virus della mediocrità.

C’è un Paese da ricostruire, c’è un’Italia da rifare.

Sì, “whatever it takes”, ad ogni costo.

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Giuseppe Conte tra veti e Vitali

Ad un certo punto della serata di ieri, subito dopo l’annuncio del senatore Luigi Vitali di Forza Italia, deciso a parole ad assicurare il proprio sostegno al governo Conte-ter, per alcune ore tra i contiani e le forze di maggioranza si è diffuso l’esaltante convincimento che il suo approdo nel neonato gruppo centrista avrebbe scaturito una sorta di effetto domino, portando i tanti indecisi di queste ore a schierarsi al fianco dell’uomo più popolare d’Italia.

L’entusiasmo, però, è durato meno dello spazio di una notte. Lo stesso Vitali, quel Vitali che martedì aveva negato la possibilità di un suo sostegno a Conte, e che mercoledì sera aveva fatto esattamente il contrario, questa mattina ha dichiarato di averci ripensato di nuovo: nessuna fiducia al premier dimissionario. A convincerlo una telefonata con Berlusconi prima e con Salvini poi.

Perché è importante? In parte perché Vitali ha svelato – non sappiamo se involontariamente o meno – lo schema di gioco del centrodestra in queste consultazioni. Il senatore, infatti, ha detto che a farlo desistere dai suoi propositi di responsabile è stato l’aver verificato con le sue orecchie che “non c’è la volontà di andare ad elezioni a tutti i costi, che era poi la mia preoccupazione. Berlusconi è disponibile a verificare le condizioni per andare avanti e uscire da questo momento difficile, Salvini a discutere di fisco e giustizia. Berlusconi non esclude neanche le larghe intese“.

Come questo blog aveva anticipato, al centrodestra per liberarsi di Conte basta poco: far capire ai parlamentari terrorizzati dalle urne che al voto non si andrà in nessun caso.

Altro discorso è quello che riguarda il premier dimissionario, intento nel frattempo a provarle più o meno tutte pur di restare in sella senza dipendere da Renzi- Legittimamente, intendiamoci, a patto però di non rivendicare una sostanziale differenza rispetto a chi lo ha preceduto a Palazzo Chigi.

Dal 12 gennaio in cui Conte minacciò il leader di Italia Viva (“Se esci ora dal governo poi non rientri“) molto sembra cambiato. Al punto che un virgolettato a lui attribuito e riportato da “La Stampa” recita oggi: “Non porrò alcun veto su Italia Viva, sono contento se faranno ancora parte di una maggioranza allargata, ma non mi umilierò in alcun modo“.

Una frase, in attesa di possibili smentite, che sembra quanto meno certificare l’affermazione del principio di realtà anche nell’inner circle contiano: senza Renzi non c’è una maggioranza. Questo dicono i numeri.

Certo, su quel “non mi umilierò in alcun modo” si potrebbe discutere. Ad esempio chiedendosi se tra veti posti e poi ritirati, tra Ciampolillo raccattati e Vitali corteggiati, l’umiliazione di Conte, dopotutto, non sia già avvenuta.

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