Tutti a scuola da nonno Silvio

Si può, con un partito ridotto al 6%, e a 84 anni suonati, risultare decisivi per la politica italiana?

E si può, con le stesse credenziali di cui sopra, costringere a giocare di rimessa due partiti “alleati” la cui somma dei voti fa all’incirca il 40%?

La risposta è che sì, si può: a patto di chiamarsi Silvio Berlusconi.

I retroscena raccontano che sia stato intorno alla mezzanotte di ieri che il Cavaliere ha deciso di imprimere l’accelerazione finale, quella decisiva. Quando ancora Matteo Salvini era certo di poter evitare una convergenza di Forza Italia con il governo, Silvio Berlusconi ha ottenuto infatti dal ministro Gualtieri le dovute assicurazioni sul fatto che le richieste del partito fossero state recepite in toto: stretta di mano virtuale e poi stamattina l’annuncio telefonico ai deputati azzurri, “noi votiamo lo scostamento di bilancio: gli altri facciano ciò che vogliono“.

E’ stato a quel punto che Matteo Salvini ha compreso per la prima volta dal marzo 2018, da quando cioè ha operato il sorpasso elettorale ai danni di Berlusconi, quanto possa essere difficile fare il leader dell’intera coalizione anziché del suo solo partito.

A dire il vero pochi giorni fa, quando ancora era certo di poter soffocare sul nascere la voglia berlusconiana di offrire collaborazione al governo, il leader della Lega aveva tentato di riproporre lo schema che in questi anni si era sempre rivelato vincente: sfoderare i muscoli tonici della sua forza politica rispetto a quelli afflosciati dell’ex premier.

Così era andata, per esempio, quando Berlusconi aveva individuato in Paolo Romani il nome giusto per il ruolo di presidente del Senato quasi tre anni or sono. Salvini, senza consultarlo, aveva riservato uno sgarbo al vecchio leader: la Lega vota l’azzurra Bernini, annunciò davanti alle telecamere all’insaputa di Silvio.

Fu l’orgoglioso ma all’epoca inascoltato Brunetta, in quell’occasione, a denunciare alle agenzie “l’atto ostile” della Lega. Rimarginare lo “sfregio” di Salvini fu possibile soltanto attraverso la ricerca di un “nome terzo” di provenienza forzista, quello della stimata Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Allo stesso modo, convinto di ottenere lo stesso risultato, Salvini aveva in questi giorni tentato di spaventare l’uomo di Arcore lanciando segnali intimidatori su due fronti: quello delle aziende di famiglia, con gli ostacoli posti sul cammino della norma “salva Mediaset“, e quello parlamentare, con il reclutamento – dal tempismo quanto meno sospetto – di tre parlamentari forzisti in uscita.

A sorpresa, missione fallita.

A maggior ragione se è vero che oggi il caso beffardo, o forse il tempo galantuomo, ha voluto che fosse proprio Brunetta a prendersi in Aula l’attesa rivincita, annunciando il voto favorevole di Forza Italia allo scostamento di bilancio, indipendentemente dall’avallo degli alleati di coalizione.

Eppure c’è dell’altro. Perché la “nuova fase” di collaborazione aperta oggi con il governo, per usare le parole del fedelissimo berlusconiano, segna anche l’inizio di una nuova fase nei rapporti interni al centrodestra.

Il Cavaliere, oltre ad aver dato una lezione di tattica ai due più giovani capi partito di Lega e Fratelli d’Italia, ha infatti mostrato un guizzo d’autonomia degno dell’epoca in cui era proprio il suo partito il primo per numeri all’interno del centrodestra. Con una differenza che cronaca impone di riportare: Berlusconi ha mostrato sempre nei confronti degli alleati più piccoli un rispetto il più delle volte non ricambiato. Quanto non si può dire fino ad oggi di Matteo Salvini.

Così, indipendentemente dal contesto mutato, dai rapporti di forza invertiti, da un passato che difficilmente tornerà, Berlusconi è tornato a fare Berlusconi. Ha portato a spasso Salvini e Meloni, dato loro una ripassata di grammatica politica, spiegato coi fatti ai sovranisti il vero significato dell’espressione “interesse nazionale” e lanciato un messaggio chiarissimo: Forza Italia ha una sua linea politica. Sembra poco, ma di questi tempi non lo è.

Matteo e Giorgia, tutti a scuola da nonno Silvio.


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Il modo migliore per ricordare Jole Santelli è non dimenticare la Calabria

Jole Santelli è morta lasciando sgomenta la Regione che governava e la politica tutta. Ma al di là del vuoto istituzionale, delle prossime elezioni in Calabria, della corsa alla sua poltrona che si scatenerà nei prossimi giorni (e per qualcuno è già iniziata), a colpire sono oggi i messaggi di cordoglio arrivati indistintamente da tutto l’arco costituzionale. Non solo gli amici e i colleghi di Forza Italia, il cui dolore era scontato, atteso; ma soprattutto gli avversari politici, i rivali di mille battaglie, i contendenti che hanno saputo cogliere la portata del momento, dare un senso alla parola “rispetto“.

Ci sarà tempo per discutere sull’eredità politica di Jole Santelli, sui suoi mesi al governo della Regione Calabria, su scelte e messaggi sbagliati, anche recenti. Così come si potrà essere orgogliosi sempre della sua tenacia, della sua combattività, del suo impegno per la terra che amava indubitabilmente. Questo è fare politica. Questo è ciò che si dovrà fare, ma a partire da domani.

Certo, però, sarebbe bello se gli stessi che oggi lasciano sui social i loro messaggi di profonda commozione, mettessero da parte bandiere di partito e differenze politiche, remando – per una volta – tutti dalla stessa parte. Se non intendono farlo per questa bella e disgraziata terra, la Calabria, potrebbero scegliere di farlo per la persona che li ha incredibilmente riuniti sotto le uniche insegne che realmente contano: quelle dell’umanità.

Ecco, forse non ci sarebbe modo migliore per ricordare Jole Santelli, per far sì che la morte di una donna di 51 anni non si limiti all’occasione per ottenere qualche like. Prima di ricominciare come se niente fosse, sulla pelle dei calabresi.

“Perché No”

Chissà perché nessuno ha pensato di reclutare per il referendum sul taglio dei parlamentari la canzone di Lucio Battisti, “Perché no“.

Messi da parte romanticismo e poesia- “in un grande magazzino una volta al mese, spingere un carrello pieno sotto braccio a te” – i versi di Mogol incarnano lo spirito di questa consultazione molto meglio di tanti articoli e dichiarazioni.

Sta tutto nel ritornello, nella domanda retorica che il cantante pone prima a se stesso e poi alla sua lei: “Perché no? Perché no? Perché no? Scusi lei, mi ama o no?“, seguita dalla risposta dell’interlocutrice: “Non lo so, però ci sto“.

Perché No, allora?
Voto No
, perché così vota una signora di 90 anni che di nome fa Liliana Segre. E di lei mi fido. Voto No perché, per usare le sue parole, “il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia” e “sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene“.

Sì, ma entra nel merito: perché No?
Voto No
, perché dobbiamo smetterla di perdonarci tutto. Di credere che i politici siano dei corpi estranei, mele marce catapultate a Roma cui prendersela quando le cose non vanno come speriamo. Deputati e senatori sono i parenti più prossimi del “popolo”: li abbiamo scelti noi. Voto no perché il problema non è il numero, semmai la qualità. Voto no perché il guaio non è lo stipendio, piuttosto il loro valore.

Quindi, dicevamo: perché No?
Voto No
, perché tagliare la spesa pubblica dello 0,007% non può essere l’ambizione di un grande Paese. Voto No, perché il caffè all’anno di risparmio garantito dal taglio lo offrirei volentieri al politico che rappresenta la mia Regione per esporgli i miei problemi. E invece con il Sì accadrà, per esempio, che pur avendo meno della metà degli abitanti, il Trentino Alto Adige avrà lo stesso numero di senatori della Calabria. O che l’Umbria vedrà più che dimezzata la sua pattuglia di esponenti a Palazzo Madama. Voto No, perché la rappresentatività non è uno scherzo.

Sì, d’accordo, ma se intanto prima tagliamo i parlamentari e poi “facciamo le riforme”…No! Come no? Perché no?
No, per lo stesso principio per cui “voi” decidete di votare sì. Le “riforme“, i “correttivi istituzionali“, la “modifica della legge elettorale“, dovevano essere votati prima. Prima di dire eventualmente sì. Anche per questo voto No. Perché non mi fido e non rinuncio alla democrazia a scatola chiusa.

Ma come la fai lunga, ma come sei provinciale…il mondo è cambiato…
Mondo? Già, lo conoscono bene gli italiani all’estero. Sono 6 milioni, più del 10% della popolazione. E se vincesse il Sì vedrebbero la loro rappresentanza decimata: un senatore per l’Europa, uno per tutto il Sud America, un altro per Centro e Nord America. Voto No, perché emigrare all’estero non significa essere italiani di Serie B.

Ok, ho capito: fai parte della “casta” anche tu!
No
, è che per me il Parlamento non è mai stato una “scatoletta di tonno“. Né ho mai creduto come Davide Casaleggio che “il Parlamento non servirà più“. Voto No, perché un “Vaffa” non ha mai risolto un problema che sia uno. Voto No, perché non voglio tagliare la politica, ma la cattiva politica (e credetemi ce n’è: che ce n’è). Voto No, perché credo nella democrazia, non nella demagogia.

Voto No, perché anche Lucio Battisti ogni tanto sbagliava. E allora non può valere un “non lo so, però ci sto“. Perché no? Perché No.

Berlusconi ricoverato: l’ora della grande paura

Sotto la coltre di febbrili rassicurazioni che deputati e senatori di Forza Italia si scambiano in chat, c’è la grande paura di queste ore.

Del resto bastava osservare gli sguardi degli esponenti forzisti presenti ieri all’iniziativa sulla disabilità in Liguria, al di sopra delle mascherine di circostanza, per percepire tutta la preoccupazione del momento. Non aiutava di certo la voce nasale del “Presidente” al telefono, che pure si adoperava per rassicurare tutti sul fatto che “sto abbastanza bene, non ho più febbre, non ho più dolori“. Lo smarrimento e l’allarme si erano già diffusi a macchia d’olio, come in uno dei tanti momenti passati in cui Berlusconi lamentava di essere stanco della politica. E intorno a lui i presenti si guardavano l’un l’altro, chiedendosi nel caso chi avrebbe garantito per il loro futuro in Parlamento o altrove.

Questa volta la preoccupazione è di altra natura: non c’è un Cavaliere che tentenna per disgusto nei confronti di un Paese che non lo comprende, dei giudici “rossi” che gli fanno la guerra o dei giornali che lo dipingono per ciò che non crede di essere. C’è semmai l’apprensione naturale nel sapere che un uomo di 84 anni è chiamato ad affrontare una sfida che ha già spezzato molti altri prima di lui.

Dopo l’ottimismo del pomeriggio, qualcosa in serata ad Arcore è cambiato. In peggio. Lo staff del Cavaliere ha organizzato con rapidità la misura che fin dalla notizia della positività era stata messa in conto come possibile opzione, possibilmente da scongiurare: quella del ricovero al San Raffaele. Sembra siano insorte alcune difficoltà respiratorie: prudenza ha voluto che fosse così allestito il trasferimento in ospedale, in modo da consentire un più attento monitoraggio dei sintomi (presenti).

Decisiva l’insistenza di Zangrillo, il medico finito nel mirino dei social per aver definito in queste settimane il virus “clinicamente morto”. Eppure quando dalla Tac è emerso l’indizio di una polmonite bilaterale allo stadio precoce è stato proprio il medico personale di Berlusconi ad insistere perché il paziente restasse in reparto, senza rincasare come invece era certo sarebbe accaduto.

D’altronde la pur non ampissima letteratura clinica sulla malattia chiarisce che uno dei tanti aspetti che rendono il Covid-19 particolarmente subdolo è la velocità con cui può aggravarsi il quadro clinico. Un po’ come ha sperimentato sulla propria pelle il premier britannico Boris Johnson: come Berlusconi deciso a continuare a lavorare nonostante il contagio, poi costretto al ricovero e infine intubato in terapia intensiva e informato dagli stessi medici del fatto che a rischio fosse la sua stessa vita.

Meglio dunque non rischiare: lo suggeriscono età e storia clinica del paziente. Quest’ultimo fino a ieri deciso a tenere alto il morale della famiglia e del suo team, arrivando a scherzare con Massimo Giannini de La Stampa sul fatto che “non vi libererete di me neanche questa volta”. E’ questa la speranza comune, condivisa dalla maggioranza schiacciante del Paese. Per l’uomo che della capacità di intuire il “sentiment” popolare ha fatto una ragione di vita, non deludere le aspettative non è mai stato così importante.

Vinci pure questa, Silvio

Se è vero che Silvio Berlusconi è l’arcitaliano, l’incarnazione vivente delle virtù e dei vizi del popolo dello Stivale, era scontato e inevitabile che il coronavirus avrebbe prima o poi bussato alla proteina spike di una qualche sua cellula, al recettore che consente al nemico invisibile di questo maledetto tempo di insinuarsi nel corpo umano.

Non sarebbe stato degno della storia di Berlusconi, che di questo Paese è stato emblema per un ventennio (piaccia o meno, è così), se finita la pandemia, trovato il vaccino, superato lo spavento, il Cavaliere fosse rispuntato in un salotto tv, agitando i suoi soliti fogli ripiegati, senza nemmeno un’influenza, una febbricola, una scoria della sofferenza che l’Italia ha scontato.

Lo diciamo ora, col sorriso sulle labbra, perché rassicurati dalle parole del suo medico Zangrillo, dal comunicato forzista che lo descrive al lavoro e intento a guidare la campagna elettorale per le Regionali. Lo scriviamo oggi, in risposta ai tanti che lamentavano la “fuga” del Cavaliere a Nizza nel pieno del contagio: assurdo, per loro, che un 83enne sfruttasse la possibilità di godere di un riparo dalla tempesta virale in atto. Lo chiediamo forte, dopo la notizia che Berlusconi ha il coronavirus: contenti ora?

L’uomo di Arcore è abituato a lottare. Con diversi malanni ha fatto i conti più e più volte. Come se il corpo del leader, quello che lui stesso ha speso dal 1994 ad oggi per giocarlo in funzione delle sue battaglie, gli lanciasse periodicamente un messaggio chiarissimo: “Silvio, a questi ritmi non reggo: altro che vivere fino a 120 anni…”.

Nel 1997 un cancro alla prostata, tenuto nascosto tre anni. Nel 2006 l’installazione di un pacemaker, nel 2013 il problema agli occhi, le foto con gli occhiali scuri da “padrino” che ancora oggi ispirano i social. Nel 2016 la grande paura: uno scompenso cardiaco porta i medici del San Raffaele a dire che “Berlusconi ha rischiato la vita, ha rischiato di morire”. Poi il 2019, la volta in cui un’occlusione intestinale porta il Cavaliere a guardare la morte negli occhi: “Ho avuto paura di essere arrivato all’ultimo girone”. Adesso il coronavirus: “Mi è successo anche questo, ma continuo la battaglia”, commenta lui, amaro, poco dopo la notizia della sua positività.

Positività, appunto: nel vocabolario del berlusconismo ne esiste una sola accezione, nulla a che vedere con la sfera virologica. Piuttosto un modo di essere, di guardare al futuro con ottimismo. Sempre e comunque. Anche stavolta, anche contro un nemico invisibile, difficile da artigliare per un vecchio leone. Ma pur sempre un leone. Vinci pure questa, Silvio.