Silvio ci pensa. Silvio, pensaci

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ci pensa, in questi giorni di caos. Consapevole che per il tempo che gli è dato non avrà ancora molte carte da giocare. Trattasi di ultima mossa, o giù di lì. Meglio non stare a sottilizzare. Perché la carta d’identità è impietosa, avara di sconti, più feroce della difesa del Milan di Sacchi, e sottolinea, meschina, che è tempo di ricordarsi che tempo non c’è. Non ci sarà.

E allora il Cavaliere, da imprenditore qual è stato per lavoro e qual è ancora per indole, ragiona su più fronti, diverse opzioni, provando a vedere se una scelta meno ovvia oggi possa regalargli una resa maggiore domani. Così, tirato per la giacca come sempre gli accade, nell’eterna guerra tra falchi e colombe di turno, tra consiglieri più o meno fedeli, Silvio deve scegliere il suo futuro. O meglio: la fine della propria storia.

Non è un caso che in questi giorni sia tornato nei retroscena il nome di Gianni Letta. L’anima istituzionale di Berlusconi, tra le menti più lucide che abbiano messo piede ad Arcore, lavora perché Forza Italia sia coinvolta nel cosiddetto governo “Ursula” che sta prendendo piede. Gli effetti di questa manovra sarebbero molteplici: in primis darebbe al partito la possibilità di tornare, sebbene marginalmente, al governo. In secondo luogo, ed è l’aspetto che più intriga Berlusconi, da sempre in cerca di una sorta di riconoscimento della propria figura di “statista”, consentirebbe al Cavaliere di accreditarsi come l’uomo che ha messo da parte i propri interessi per contribuire a salvare l’Italia dopo i fallimenti del governo a trazione Salvini.

Salvini, già. Il vero nodo da sciogliere, l’emblema del dilemma che dilania Berlusconi. Perché Silvio, diciamocelo, non vedrebbe l’ora di separarsi da quel giovane arrivista che lo tratta come un ingombro piuttosto che come un padre nobile. Ma se fatica a separarsene, a dar vita ad un nuovo “predellino”, non è soltanto perché non ha più le forze di 10 anni fa, ma al contrario perché coltiva il sogno, o forse l’illusione, di tornare leader del centrodestra. Restare al traino di Salvini oggi significa presidiare il campo nella speranza che prima o poi Matteo si sgonfi e gli elettori di quella parte tornino a scegliere di nuovo lui. Eppure abbandonarlo potrebbe voler dire confinarlo a destra estrema, Le Pen italiano.

E’ a questo che Silvio pensa. Silvio, pensaci.

Coerenza e coraggio

Matteo Salvini

Non c’è bisogno di essere Renato Mannheimer o Alessandra Ghisleri per capire che andare a votare presto, al più presto, sia la soluzione ideale per Matteo Salvini. Non c’è dubbio che l’aumento dell’Iva sarebbe una mazzata per l’economia delle famiglie italiane. Ed è certamente vero che un governo di accordo nazionale, del presidente, dell’inciucio – scegliete voi la definizione che preferite – avrebbe il potere di rompere le uova nel paniere di Salvini.

Ora però dobbiamo decidere se la politica è un gioco di società, un appassionante strategico fatto di alleanze improbabili che possono mutare a seconda delle carte che distribuisce il mazzo, o se invece vogliamo che sia una cosa seria, la proiezione di una società migliore di quella che questo governo ha contribuito a trasformare. Se per mesi abbiamo sostenuto che Lega e MoVimento 5 Stelle erano la faccia di una stessa medaglia ora non possiamo cambiare idea soltanto perché temiamo che Salvini vinca le elezioni. Non possiamo portare via il pallone proprio quando l’avversario sta per calciare il rigore: non siamo più nel nostro cortile.

Se l’idea di un Salvini al governo da solo o in tandem con Giorgia Meloni ci spaventa, ci inquieta, non possiamo rifugiarci in una manovra di palazzo. E’ di sicuro la strada più semplice, ma è con ogni probabilità quella sbagliata. Non ne fate una questione di “purezza”? Per una volta non vi interessa la coerenza? Non importa. Abbiamo comunque una prova che sia un errore. Sappiamo già cosa succede a lasciare Salvini da solo all’opposizione. Basta riportare le lancette indietro di qualche anno, quando tutti i partiti italiani – responsabilmente – hanno sostenuto l’allora governo Monti. Salvini all’epoca scaricò il peso di misure impopolari ma necessarie sulle altre forze politiche. Fu l’inizio della scalata. Guardate dov’è arrivato.

Troppo facile. Adesso Salvini deve assumersi la responsabilità del mancato abbassamento delle tasse, dell’incremento dell’Iva: che significherà aumento dei prezzi di un caffè al bar, di una pizza fuori, di un’andata al cinema. Deve spiegare al Paese perché per un anno è andato orgoglioso di questo governo e poi a ridosso della Manovra è scappato. E non significa “tanto peggio tanto meglio” ma “dalle parole ai fatti”.

Poi gli italiani saranno liberi di votarlo ugualmente: perché il bello di questo Paese – nonostante le tentazioni di chi vuole essere ministro dell’Interno, leader del primo partito italiano e contemporaneamente presidente della Repubblica e delle due Camere – è che viviamo in una democrazia.

Dunque potere al popolo. Non nel senso del partito. Ma di parola agli italiani. Perché in politica si può perdere tutto, ma non la faccia. Non la coerenza, non il coraggio.

Tav: opposizioni, sveglia!

Toninelli e Salvini

Compito delle opposizioni, da manuale, è quello di far emergere le contraddizioni all’interno della maggioranza e – se si creano le condizioni – farla cadere. In queste ore al Senato si discutono 6 mozioni sulla Tav. Quella politicamente più importante è quella presentata contro la realizzazione dell’Alta Velocità da parte del MoVimento 5 Stelle. Se dovesse passare, lo chiariamo subito, la Tav non subirebbe alcuno stop: la mozione, infatti, impegna il Parlamento a ridiscutere i trattati internazionali che hanno autorizzato la Tav. Impresa impossibile, visto che i 5 Stelle non troveranno mai una maggioranza su questo tema e in questo Parlamento.

Ora ne deriva una conclusione semplice, banalmente logica: chi oggi vuole provare a far cadere il governo ha una buona occasione. Se Pd e Forza Italia decidessero di non partecipare al voto della mozione grillina farebbero sì che la mozione pentastellata contro la Tav venisse approvata. Promemoria: non significa che la Tav verrebbe bloccata. In sede di ridiscussione, infatti, il Parlamento boccerebbe ogni richiesta di modifica dei trattati internazionali. E allora perché non fare questa manovra parlamentare? Perché non mettere a nudo le contraddizioni di un governo che si scontra su tutto? Perché non capire se Salvini ha davvero il coraggio di tornare al voto dinanzi ad un alleato – che come lui stesso ama ripetere – che chiede di tornare indietro anziché andare avanti? Perché non vedere se Di Maio ha la forza di perseguire nella richiesta di bloccare la Tav al costo di rinunciare alla poltrona o se invece – come dicono i “maliziosi” – questa mozione l’ha presentata soltanto per provare a salvare la faccia coi suoi dopo il via libera di Conte all’opera?

Chi sostiene che bisogna votare contro la mozione M5s commette un errore, si dimostra miope, nasconde dietro la parola “coerenza” una gigantesca paura: il ritorno al voto. Chi nutre questo sentimento, chi teme il giudizio degli elettori, dovrebbe cambiare mestiere. Provate a chiedere ad un italiano che ha votato un partito d’opposizione che cosa si aspetta dalle opposizioni: che votino per una mozione politicamente ininfluente aiutando il governo o che invece escano dall’aula provando ad innescarne la crisi? La risposta è ovvia.

Dunque chi oggi parla di coerenza se ne ricordi pure domani: quando ci dirà che questo governo è il male assoluto per l’Italia. Magari a qualcuno verrà spontaneo porre un quesito: perché non avete provato a farlo cadere quando ne avevate l’occasione, anziché impiccarvi ad una mozione priva di senso?

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Forza Italia ha un futuro?

Silvio Berlusconi, Forza Italia

Milioni di elettori di centrodestra, in fuga prima da Forza Italia e poi dalle urne. Milioni di italiani che di fronte alla prospettiva di votare uno che si è fatto strada a suon di “prima gli italiani” hanno preferito restare a casa. E dire che Salvini pagherebbe per prendersi un nome di partito così sovranista: pensateci, c’è qualcosa di più nazionalista in giro, a livello di simboli e messaggio, di “Forza Italia”?

C’è però un problema: le elezioni Europee concluse all’8,8% hanno dimostrato che Forza Italia è SOLO Silvio Berlusconi. Il partito non ha un suo messaggio, non coinvolge, non esiste. La notizia di un congresso da celebrare entro l’autunno è un passo avanti importante, così come in politica lo è ogni iniziativa di partecipazione. Ma è chiaro che da sola non basta ad arginare un declino che nemmeno l’eroismo di Berlusconi potrà riuscire ad evitare in eterno.

La domanda è una, quindi: Forza Italia ha un futuro? La risposta è che dipende. Dipende da Forza Italia. Basta analizzare i voti ottenuti dal partito: se al Sud è andato meglio rispetto al Nord non è soltanto perché la Carfagna è più popolare a Napoli di quanto non lo sia la Gelmini a Milano. Se l’Italia meridionale ha continuato a dare fiducia a Berlusconi anziché trasferirsi definitivamente su Salvini è perché ancora al Sud resiste una fronda anti-leghista, una trincea di gente di centrodestra con buona memoria che di farsi vampirizzare da quelli che fino a qualche anno fa li chiamavano terroni non ha nessuna voglia.

Basterebbe questo elemento di realtà per capire qual è la strada da intraprendere: chi vota Forza Italia, oggi, lo fa perché a sinistra non voterà mai, ma anche perché non si rivede in Salvini. E’ qui che si gioca la partita di Forza Italia. Tra i due estremi. Tra una destra rappresentata da Salvini e Meloni che prova a spacciarsi da centrodestra (ma non lo è) e un Pd che con Zingaretti è andato a sinistra (troppo) e non a caso cerca di tenersi stretto Calenda per non perdere il centro.

Il centro. Questo spazio misterioso e conteso. Prenderlo vuol dire ritagliarsi uno spazio liberale, democratico, moderato, cattolico (ma senza baci ai crocifissi). Significa differenziarsi dagli estremismi di Salvini, denunciarne le promesse tradite, fare opposizione senza stare più al suo traino, senza distinguere tra Lega e 5 Stelle quando si tratta di evidenziare gli errori del governo.

Che Berlusconi sia legato alla connotazione di centrodestra, avendolo fondato, è lecito e comprensibile. Ma per il bene dell’Italia non può accontentarsi di una Forza Italia che sia decisiva per la vittoria di Salvini: al contrario, deve lavorare per riportare Forza Italia ad essere il partito predominante della coalizione, costringendo la Lega a bussare alla sua porta com’è stato negli ultimi 25 anni. Per farlo deve finire l’epoca del “Salvini torni a casa” o del “governo dannoso per colpa dei 5 Stelle”. Lo spazio politico per risalire c’è, ed è immenso. Ma bisogna smarcarsi, distinguersi, liberarsi.

Si comincia da qui. Si continua con la scelta di un coordinatore nazionale che, con Berlusconi in Europa, abbia come prima qualità il carisma. Per essere chiari: Tajani non può essere il candidato premier di Forza Italia, mille volte meglio la Carfagna.

Servono scelte forti, nette, perché stare al centro non significa stare un po’ di qua e un po’ di là. Vuol dire invece comprendere le sfumature e le complessità dell’oggi. Pensare il domani e tentare di costruirlo senza cedere al vento della paura.

Forza Italia può scegliere. Il suo futuro è ancora – incredibilmente – nelle sue mani.

L’Italia nella bolla di Salvini

Salvini crocifisso

Non è negando una sconfitta che chi crede nella politica, nell’Europa, riuscirà ad affrontare l’oggi. E poi il domani. Non è cancellando dalla mente l’immagine di Salvini che bacia il crocifisso nel momento di massima esaltazione che ci toglieremo dalla testa quella domanda che da ieri a mezzanotte ci assale e ci affligge: “Ma com’è possibile che gli italiani…?”. E’ possibile. E’ successo. Ma bisogna lavorare da oggi perché non si ripeta, perché non peggiori. Perché al di là dell’invocazione blasfema al Cuore Immacolato di Maria, indipendentemente dalla bugie di chi mente pure nella notte del trionfo, quando dipinge un’Europa a trazione sovranista che non è nei numeri ma solo nei suoi sogni (gli euroscettici messi insieme non fanno il 25% dei seggi nel prossimo Parlamento), è evidente che si debba squarciare quel velo di profonda ipocrisia e mediocrità che ci avvolge e ci opprime.

Quindi, per dirne una: chi crede nella politica può esultare per il crollo del MoVimento 5 Stelle. Lo avevamo pronosticato qui tempo fa. Ci avevano risposto che erano solo elezioni locali: è andata peggio che nei loro incubi peggiori. Ma la sconfitta di un mio nemico non per forza corrisponde ad una mia vittoria. Per questo non può esultare il Pd, come invece ingenuamente aveva fatto il tandem Zingaretti-Gentiloni in una foto diffusa troppo frettolosamente dopo la pubblicazione dei primi exit poll. Non può perché in 14 mesi, nonostante abbia inglobato i fuoriusciti di Leu, nonostante abbia messo all’angolo quello che credeva il suo unico grande male (Renzi) nonostante dovessero essere queste le elezioni della rinascita e della resistenza, non solo non ha guadagnato un voto dalla catastrofe del 4 marzo ma ha addirittura perso 100mila voti. Non può, il Pd, festeggiare il sorpasso del MoVimento 5 Stelle: perché è frutto non del proprio avanzamento ma soltanto dell’arretramento dei grillini. Non può pensare con serenità al domani perché non ha elaborato una proposta politica alternativa, seria ma allo stesso tempo entusiasmante. Non può crogiolarsi perché con questa dirigenza la prospettiva resta quella non detta ma sussurrata, non annunciata ma imbastita: quella di un governo coi 5 Stelle.

Chi crede nella politica, chi crede nell’Europa e soprattutto nell’Italia in Europa non può poi che guardare con preoccupazione anche all’8,8% di Forza Italia. Silvio Berlusconi ha fatto un grande sprint in campagna elettorale: l’aver evitato il sorpasso della Meloni, contenendone l’ascesa è, per quanto ridimensionato rispetto ai grandi fasti del forzismo, il suo piccolo, forse ultimo, miracolo. Ma anche in questo caso è chiaro che non basta. L’errore politico è stato uno, dal principio: guardare a Salvini come ad un alleato indispensabile piuttosto che come ad un nemico battibile. Forza Italia ha rinunciato alla sua vocazione maggioritaria, sta scegliendo consapevolmente di diventare la stampella di una destra a cui non appartiene lasciando vuoto il centro. Si dirà, “ma il centro non esiste più”. Bisogna farlo riapparire, ricordare agli italiani il beneficio delle sfumature rispetto al pericolo degli estremismi.

Bisogna organizzarsi, mettere da parte le ideologie e le antipatie di un ventennio, rendersi conto che chi nel 2018 votò 5 Stelle non è tornato indietro, semmai ha cambiato forma di protesta, ha scelto un altro voto di rottura per vedere se porterà benessere rispetto ai partiti tradizionali. Sono voti che torneranno indietro soltanto quando Salvini, come già ha fatto Di Maio, dimostrerà di aver fallito. Ma restare sulla riva del fiume con i pop-corn in mano non è un atteggiamento responsabile. Non per chi vuol bene all’Italia. Bisogna costruire oggi ciò che sarà domani. Renzi 2014, Di Maio 2018 insegnano che il consenso è volatile, quanto mai passeggero. Oggi Salvini ha il Paese in mano, domani chissà. La democrazia si rispetta, il voto degli italiani pure. Ma scoppierà anche questa bolla, quella da cui oggi ci sentiamo soffocati, oppressi, amareggiati e un po’ straziati. Fidatevi.

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

L’onore delle armi

C’è il mito che barcolla. Quello dell’uomo che voleva vivere fino a 120 anni. Dell’indistruttibile Silvio, l’immortale con lo sguardo sempre rivolto al futuro. Per qualche ora il suo domani è stato incerto, coi medici del San Raffaele – Zangrillo in testa – dubbiosi sul fatto che il fisico di un 82enne fosse in grado di reggere un intervento complicato in anestesia generale. Ha avuto paura, Silvio. Molta. Ma alla fine è andata pure questa. E Berlusconi ne è uscito come ciò che è sempre stato: uno incapace ad arrendersi, anche quando la logica suggerirebbe il contrario.

Ora è chiaro che il Berlusconi politico ha avuto le sue colpe, è evidente che l’Italia che ha lasciato non è quella che ha promesso nel ’94, ma lo è pure che rispetto ad una stagione di nani politici la sua figura esce fuori come quella di un gigante.

Si è pensato per anni – a torto – che Berlusconi fosse il male assoluto, il Diavolo da eliminare dalla faccia della Terra, se possibile anche fisicamente. Si è scelto – sbagliando – di fomentare l’odio, di demonizzare l’avversario dipingendolo come il peggio esistente in politica. Si è preferito parlare dei suoi errori, piuttosto che dei propri valori. Si è in questo modo preparato il terreno all’ascesa dell’anti-politica e dei populisti, si è seminato l’odio e l’ignoranza che oggi raccogliamo.

La definizione migliore di Silvio Berlusconi, oggi, sta in una domanda. Quella che gli ha fatto il suo medico dopo l’intervento: “Ma chi te la fa fare?“. Non c’è motivo logico perché un uomo con la sua storia e nelle sue condizioni decida di sbatacchiarsi da una parte all’altra in cerca di voti. E chi parla della necessità di difendere le aziende non conosce la solida realtà di Mediaset. Non c’è amico fidato che abbia rinunciato a sconsigliarlo dal candidarsi, consapevole che il rischio di un tonfo è lì, dietro l’angolo, il pericolo di una fine poco gloriosa fin troppo concreto.

Ma è lì che sta, nell’atto di disobbedienza ai figli che gli chiedono di mettere davanti la salute, nella scommessa che Forza Italia supererà il 10%, l’essenza dell’uomo di Arcore. Uno che uscendo di scena meriterà comunque un plauso al coraggio, pure dai nemici di sempre. L’onore delle armi.

Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…