C’eravamo tanto odiati

Berlusconi e Prodi

Darsele di santa ragione per una vita intera, colpendo sopra e sotto la cintura. Odiarsi politicamente, non sopportarsi umanamente, pensarsi l’uno la nemesi dell’altro. Definire il rivale “ubriaco“, rispondere a tono, chiamare l’avversario “utile idiota“. E poi, diversi anni dopo, stringersi idealmente la mano, deporre le armi. Riconoscere il valore dell’altro, pur nella diversità. Ritrovarsi sotto un’unica bandiera: quella dell’Italia.

Romano Prodi e Silvio Berlusconi amici non lo sono mai stati, né lo saranno mai. Troppo distanti per sentirsi in qualche modo affini, troppo protagonisti della stessa stagione per pensare di condividerla, di cederne all’altro almeno un pezzo. Ma prima che cali l’ultimo sipario ecco le parole che non ti aspetti dal Professore: “La vecchiaia porta saggezza“, riferita al leader azzurro.

Certo, una punta di acidità è rimasta, una presunzione di superiorità pure. Perché dire che la vecchiaia porta saggezza significa due cose che a Berlusconi non faranno di certo piacere: la prima, che il tempo è passato anche per lui; la seconda, che la saggezza di oggi ieri non c’era. Ma il narcisismo deve inevitabilmente fare posto al significato politico delle parole di Prodi: c’è la legittimazione dell’avversario di un ventennio, il tentativo ultimo di pacificazione con l’uomo che a lungo la sinistra ha preferito demonizzare perché priva del coraggio di affrontare le proprie contraddizioni.

Prodi ha invece la stazza per dire ciò che in tanti pensano da anni di Silvio Berlusconi e non dicono per timore degli strali alleati: il Cavaliere non era il mostro che è stato dipinto. Di più: è un gigante rispetto ai nani politici che oggi allungano i propri artigli sul centrodestra. Certo, con Forza Italia fortemente ridimensionata, aprire oggi a Berlusconi è più facile rispetto a 10 anni fa. Ma il fatto che a pronunciare queste parole sia stato proprio Prodi fa trascendere la riflessione dal contesto quotidiano. Il Professore non ha un personale interesse a sponsorizzare il Cavaliere: credere che lo faccia in prospettiva di un’elezione al Quirinale significa sottovalutarne l’intelligenza, sottostimarne la profondità di pensiero, la coerenza delle opinioni.

La portata di questa svolta è talmente significativa che è lecito attendersi nelle prossime ore delle precisazioni da parte delle rispettive cerchie. Si tenterà di minimizzare, di contestualizzare la frase di Prodi, di ricordare le differenze che hanno separato i due per una vita e sempre li caratterizzeranno. Lo si farà per proteggere Berlusconi dal “fuoco amico” della destra. Per evitare che i populisti parlino di inciucio e via discorrendo.

Ma intanto queste parole sono state pronunciate. E sono la lezione che due vecchi leader danno alla politica sciatta e radicalizzata di oggi. Dall’alto di chi il Paese ha avuto l’onore e l’onere di guidarlo, Berlusconi e Prodi dimostrano che prima dell’interesse di partito viene quello dell’Italia. Così si può dire sì al Mes in contrasto alle idee dei propri alleati: mettendo il popolo davanti alle ideologie. E allo stesso tempo si può affermare che l’avversario di ieri non debba necessariamente essere il nemico di domani.

In una frase: c’eravamo tanto odiati, domani è un altro giorno.

Ognuno per sé ed Io per tutti

Berlusconi

Se perfino Salvini arriva a lusingare Berlusconi, allora non sono soltanto i giornalisti cattivi a vedere ciò che è chiaro da almeno un paio d’anni: il centrodestra in Italia non esiste. Di certo non come soggetto politico. Al massimo come cartello elettorale, insieme di sigle, parvenza di squadra, agglomerato di interessi e di idee alla lunga inconciliabili. Per questo serve blindarlo. Ostentatamente rimarcarne l’unità d’intenti. Fino a quando in autunno tutte le foglie non cadranno dall’albero. Spogliando la realtà d’ogni parvenza.

D’altronde basta parlare con gli elettori, unico termometro affidabile dello stato di salute di una coalizione, per comprendere la natura di quest’alleanza. Chi vota Lega o Fratelli d’Italia di Berlusconi non si fida. E gli azzurri del Cavaliere è da molto tempo che nutrono uno strano senso di colpa, lo spaesamento naturale di chi sente di non essere cambiato, eppure ha finito da tempo per ritrovarsi su posizioni più vicine a quelle dell’odiata sinistra, che non a quelle assunte dagli alleati. O presunti tali.

Così la ritrovata centralità del Cavaliere, regalo della debolezza endemica della maggioranza, pare essere davvero il trampolino di quella che il democristiano Rotondi definisce oggi sul Corriere la partita per “l’eternità politica” di Berlusconi. All’idea di essere riconosciuto da statista il leader di Forza Italia non ha mai rinunciato. La legittimazione di sé nello schieramento avverso è la massima ambizione di qualunque attore politico che abbia più passato alle spalle che futuro davanti agli occhi. Concetto che sfugge all’interpretazione di Salvini e Meloni, giovani leader affamati di governo e potere, ad oggi dipendenti da Berlusconi più di quanto Silvio possa esserlo da loro.

Se a legarli c’è “affetto”, come anche stamattina dice Berlusconi sul Giornale, questo non significa che il collante sarà tale da resistere per sempre. Quando le partite per le Regionali saranno archiviate, il rispetto dei patti locali lascerà spazio alla visione dell’Italia di domani e tutti i nodi verranno al pettine. La legge elettorale di stampo proporzionale che verrà partorita suggerirà a Berlusconi di tenersi le mani libere. Ognuno per sé e Io per tutti, sarà lo slogan di Silvio.

D’altronde basta confrontare le dichiarazioni passate di Berlusconi su Conte con quelle odierne per comprendere quanto il mondo sia cambiato. Un anno e mezzo fa, il Cavaliere definì il premier un signore “che sa vestire bene e fare il baciamano alle signore”, oltre a “fingere di governare”.

Oggi gli conferma personale stima, pur precisando che “la stima non è una valutazione politica sull’operato del governo”.

E’ il segno che le lusinghe dell’avvocato del popolo qualcosa hanno sortito. “La sua epopea caro presidente è scritta a caratteri cubitali sui libri di storia”, pare abbia detto Conte a Berlusconi in un incontro di qualche mese fa. Presto per dire cosa germoglierà da questa oculata semina. Il raccolto è previsto in autunno. Ma se infine Silvio preferirà Conte a Salvini, comprenderlo non sarà troppo difficile. Alle porte dell’inverno non c’è più tempo per bluffare.

Berlusconi ha diritto ad avere giustizia

“Io sono qui. Io resto qui. Io non mollo!”. A Roma è una torrida giornata dell’agosto 2013. Silvio Berlusconi è stato condannato in Cassazione per frode fiscale. Davanti Palazzo Grazioli si riunisce una folla arrivata da tutta Italia per manifestargli sostegno e vicinanza. E Berlusconi, dal podio, continua a dirsi innocente, a promettere battaglia contro i giudici politicizzati. Lo fa perché non riesce a farne a meno, perché la resa non fa parte del suo repertorio. Ma lo sguardo per la prima volta è vuoto. Davvero, di tutti i processi in cui è stato coinvolto, questo è quello che riteneva il più inverosimile. Sarà in quei giorni che avrà inizio quello che Fedele Confalonieri, l’amico di una vita, definirà tempo dopo “un momento di spaccatura, una sorta di black out dopo la sentenza di condanna per il caso Mediaset”.

Sette anni più tardi, dopo l’audio svelato da Quarta Repubblica sulle parole di Amedeo Franco, relatore della sezione feriale della Cassazione presieduta dal magistrato Antonio Esposito che condannò Berlusconi nel 2013, c’è chi tenta di archiviare la questione – anche su giornali importanti – con un teorema che suona più o meno così: “Sì, vabbè, magari era innocente stavolta ma sai quante volte l’ha fatta franca?”. Il punto è che non va bene affatto. Perché quella sentenza, attesa con l’ansia febbrile con cui all’epoca si attendevano tutte le cose riguardanti Berlusconi, rimane ad oggi anche l’unica condanna del leader di Forza Italia. Dite che ha aggirato i processi? Che ha comprato i testimoni? Resta il fatto che negli altri 70 processi a cui è stato sottoposto nessun giudice ha mai trovato qualcosa da ridire, finora. Così come resta il fatto che quella sentenza abbia cambiato per sempre il corso della politica italiana.

Sarà che il personaggio rimane sulle scatole a molti. Sarà che anche oggi, barricato com’è nella casa di Nizza della figlia Marina, esule dall’Italia per sfuggire ai pericoli che l’età e le operazioni gli metterebbero davanti in caso di contagio, Silvio Berlusconi viene ritenuto da molti un impresentabile. Non sta a me difenderlo, non ne ricaverei alcun beneficio, semmai il contrario. Mi limito a constatare che con lui ancora politicamente in piedi l’Italia poteva contare su un centrodestra se non tradizionale quanto meno istituzionale ed europeista. Fatto cadere Berlusconi si è spalancata una prateria per le destre che hanno barbarizzato il dibattito e impedito il dialogo tra le parti. Berlusconi era ed è molte spanne sopra Salvini e Meloni.

Sapere oggi, a sette anni di distanza, che un giudice che ha firmato quella sentenza abbia parlato di un “plotone di esecuzione” per eliminare l’avversario politico, che abbia ritenuto di doversi liberare da un peso che gli gravava sulla coscienza, che si sia sentito schifato da come una parte della magistratura agiva, ecco, questa è una ferita che va sanata. Scegliete voi come. Non ho le competenze per dire se quella sentenza vada annullata, se il processo vada rifatto o se invece basti una nomina a senatore a vita per ricucire lo strappo di quell’estate. Credo comunque, onestamente, che niente di tutto ciò potrebbe restituire a Berlusconi 7 anni fatti di sofferenze e umiliazioni, 7 anni in cui è stato chiamato “pregiudicato” e spogliato del ruolo di leader del centrodestra, 7 anni in cui è stato costretto ai servizi sociali e in cui ha dovuto perfino subire l’onta di un periodo di “rieducazione”, tra gli sghignazzi di chi non conosce la parola “rispetto”.

Pure per l’uomo che si credeva infinito spostare indietro le lancette non è un’opzione. Rimane un fatto: anche lui, come tutti, ha diritto ad avere giustizia. Anche se si chiama Berlusconi.

Stallo generale

Conte agli Stati Generali

Dunque cos’è rimasto di questi 10 giorni? Cosa ricorderemo di questi Stati Generali? Forse, soprattutto, la mancata sincronia con l’urgenza del Paese reale, le lentezze, le indecisioni. Al di là del podio da cui Conte parla, dell’elegante Casino del Bel Respiro di Villa Pamphilj sullo sfondo, qui la sensazione è un’altra: che sia tutto soltanto un “casino”, volgarmente detto, e che al massimo ci sia da fare un bel sospiro. E per chi crede, il segno della croce.

Sfidiamo il lettore ad elencare tre proposte concrete uscite da questi Stati Generali: scommettiamo che difficilmente riuscirà nell’impresa senza l’aiuto di una ricerca su Google (non imbrogliate). Sì, restano i proclami, e da Conte apprendiamo che l’Italia è un Paese “da reinventare”, piuttosto che da “riformare”. Ecco, da avvocato del popolo il premier ha compiuto nel giro d’un paio d’anni una trasformazione che lo ha reso demiurgo: nella filosofia platonica l’essere divino dotato di capacità creatrice. Dunque, va bene l’inventiva, l’ambizione di fare della crisi un’opportunità – slogan venuto a noia quasi quanto “andrà tutto bene” – ma poi sul taccuino di chi segue la politica resta sempre vuota la metà del foglio riservata ai fatti (l’altra, strapiena, è quella delle parole).

Che ancora ci siano migliaia di persone che attendono la cassa integrazione del mese di marzo è un vizio che annulla ogni possibile slancio verso il futuro, è un delitto che non può restare senza colpevoli politici.

Così come la proposta di tagliare l’Iva, botto finale di una kermesse rivelatasi il Festival delle banalità che avevamo preannunciato: c’è chi propone di sforbiciarla per addirittura 10 punti. Noi non chiediamo la Luna, ma qui qualcuno vive su Marte. Basterebbe guardare alla Germania, nazione che i conti in ordine li ha davvero (mica come noi) e non è andata oltre il taglio di 3 punti percentuale.

Piuttosto, gli Stati Generali saranno ricordati per le molteplici provocazioni di Conte al centrodestra. Schieramento, quest’ultimo, colpevole come lo sono gli assenti (che hanno sempre torto), ma onestamente chiamato in causa a sproposito dal premier con la richiesta di intercedere con i Paesi di Visegrad in Europa e infine oggetto di un tentativo tattico del Presidente del Consiglio di smembrarlo, con l’invito per singoli partiti anziché per coalizione agli incontri che dovranno tenersi nei prossimi giorni. Chi scrive crede che Forza Italia debba lasciare al più presto la compagnia di Salvini e Meloni, ma chi è Conte per non rispettare gli accordi tra partiti se perfino il Presidente della Repubblica lascia alle forze politiche la libertà di scegliere come presentarsi alle consultazioni?

Questo rimane di questi 10 giorni. Nulla di memorabile, se non la voglia di dimenticare. Stallo generale, più che Stati Generali.

Il Governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale

Giuseppe Conte e Carlo Bonomi

I ritardi ingiustificabili sul pagamento della Cassa integrazione, l’atto d’amore delle banche verso le imprese che non c’è stato, le slide senza anima e visione di Colao, le passerelle di Conte a Villa Pamphilj, le potenze di fuoco soltanto presunte, l’autocompiacimento, le manie di grandezza. Potrei continuare. Questo governo ha tante colpe, molte delle quali imperdonabili. Ma Carlo Bonomi di Confindustria è sleale.

Capisco le ragioni politiche di spingere sull’acceleratore ad inizio mandato. Non solo è comprensibile, è addirittura auspicabile che il nuovo numero uno degli industriali faccia sentire la propria voce nel dibattito nazionale. A maggior ragione in un momento delicato della vita del Paese come quello che stiamo vivendo. Ma poi Bonomi deve ricordarsi che il suo ruolo è quello di “dialogare” con la politica, non di “fare politica”.

Ho condiviso la maggior parte delle critiche mosse al governo da Confindustria. Ed è vero che lo spirito di questo esecutivo è stato fino ad oggi imperniato su un tipo di retorica centralista, statalista e anti-imprese. Tutto vero, tutto legittimo. Ma ha senso, in questa fase, presentarsi agli Stati Generali chiedendo pubblicamente la restituzione di 3,4 miliardi di accise pagate dalle aziende nel 2012? Ha senso mettere sul tavolo e reclamare, proprio oggi, l’addizionale provinciale sull’energia elettrica che secondo la Corte di Cassazione dev’essere rimborsata alle aziende che l’hanno versata nel 2010 e nel 2011? Certo, c’è una sentenza e va rispettata e applicata. In fretta, aggiungo. E certo, non c’è momento migliore per fornire liquidità alle imprese che annaspano. Ma non sarebbe stato politicamente più delicato e adeguato chiedere al governo un finanziamento apposito per le imprese anziché riaprire una vecchia ferita ed esacerbare lo scontro?

A maggior ragione in un momento storico in cui le opposizioni non si distinguono per lungimiranza e correttezza, discorso dal quale bisogna oggettivamente escludere Forza Italia, c’è una prateria per Confindustria. Ma questa prateria va sfruttata per correre, non per distruggere il terreno già friabile su cui l’Italia cammina a rilento.

Da Bonomi ho visto arrivare fino ad oggi tante critiche. E ripeto: ne condivido molte. Ma le uscite infelici iniziano ad essere tante. Come quella secondo cui “questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Rispetto per chi non c’è più. Meno frasi ad effetto per avere visibilità e prime pagine. Non c’è bisogno di alzare troppo la voce, Bonomi: Lei è stato già eletto a Viale Astronomia. Pensi ad elaborare proposte concrete, credibili. Lo aiuti questo governo, che ne ha bisogno.

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