Merci, Macron

L’intervista di Fabio Fazio ad Emmanuel Macron, per quanto accondiscendente possa essere stato il conduttore di Che tempo che fa – di cui continuiamo a rimpiangere enormemente la versione di Quelli che il calcio – ha messo in evidenza il dislivello politico e culturale tra chi oggi guida la Francia e tiene le redini dell’Europa, e chi invece in Italia semplifica tutto con slogan, selfie di nutella a colazione e frappe a cena (che non a caso al Sud vengono chiamate “chiacchiere”).

Macron ha capito che scendere sul piano del populismo sfrenato contro Salvini e Di Maio non porta risultati. La regola è quella che ogni stratega dovrebbe conoscere: se vuoi battere il nemico evita di sfidarlo sul suo terreno preferito. La contromossa in questo caso si traduce nell’accettare un esercizio più faticoso: spiegare pazientemente i problemi complessi di quest’epoca, quelli che attanagliano non solo l’Italia ma tutto l’Occidente.

Uno dei passaggi non a caso più interessanti dell’intervista di Macron è quello in cui ha ricordato che l’Europa non è un’isola. Le sue vicende sono condizionate da ciò che accade in Africa e in Medio Oriente. La paura dell’apertura che porta alla chiusura, la tentazione di sottrarsi ad una globalizzazione che avviene anche senza il nostro consenso, sono concetti ribaditi con forza ma senza arroganza in un’intervista che ha avuto il merito di far conoscere un lato inedito di Macron, quello di innamorato dell’Italia e di Napoli. Il richiamo ad Eduardo De Filippo, che per lui e Brigitte ha svolto il ruolo di Cupido, e quello a Stendhal, secondo cui “in Europa ci sono due capitaliParigi e Napoli” sono, per chi ascolta con malizia, un ruffiano tentativo di ingraziarsi il popolo partenopeo (perché mai? E a che scopo?), per tutti gli altri un orgoglio che bilancia il pericoloso disinteresse per le sorti del Meridione mostrato dal governo.

La mossa più intelligente di Macron, però, è stata forse quella di ignorare Salvini e Di Maio. Come si fa con i prepotenti per farli imbestialire: non gli si dà troppo peso. Problemi tra Italia e Francia? “Peripezie non gravi”. Tensioni che minano le relazioni tra alleati? “Non scherziamo. C’è Mattarella”. Ecco, è un lavoro di fioretto, non di sciabola. Ma è l’unico possibile per tenere l’Europa unita, per archiviare Salvini e Di Maio, derubricandoli ad incidenti di percorso.

Ringraziandola per la lezione di politica ai nostri (purtroppo) rappresentanti: merci, Macron.

Chi ha ragione tra Francia e Italia

La sensazione provata da milioni di italiani dopo la decisione della Francia di richiamare il proprio ambasciatore è più o meno quella che si provava dopo un litigio di quelli forti, da bambini, con l’amico del palazzo accanto. Ti costava pure ammetterlo, perché lui le voleva sempre tutte vinte, eppure sapevi in cuor tuo di esser stato prepotente, di aver sbagliato, di dover fare – se non delle scuse – quanto meno il primo passo per riportare la pace.

Ecco, così è Italia-Francia. E peccato non sia una partita di pallone. Lì, almeno fino a qualche anno fa, avevamo qualche occasione di dire la nostra. Questa volta no. Non abbiamo motivo di iniziare una guerra coi nostri vicini, se non quella che fa bene a Di Maio e Salvini (per ora): distogliere l’attenzione dai problemi più gravi che ci portano ad essere il fanalino d’Europa dal punto di vista della crescita.

Ma possibile, diranno i sovranisti coi paraocchi, possibile che anche quando ci “attacca” un’altra nazione voi preferiate schierarvi contro questo governo? Possibile, purtroppo. Perché il torto e la ragione non hanno bandiera. E se provochi, stuzzichi, attacchi, devi aspettarti prima o poi una reazione, non puoi stupirti.

Se vai ad incontrare il leader dell’ala più estremista dei gilet gialli, quella che un sabato sì e l’altro pure mette a ferro e fuoco Parigi, se lo fai senza neanche la correttezza di avvisare il governo locale di un incontro di natura politica, vuol dire che non solo ignori le regole basiche della cortesia istituzionale, ma che sei anche uno sprovveduto, un pericoloso sprovveduto.

Se fai campagna elettorale sui terroristi italiani in Francia, se invece di lavorare a livello diplomatico col tuo omologo ministro dell’Interno affinché ne faciliti l’espulsione, vuol dire che non solo di riportare questi criminali a casa non ti interessa più di tanto, ma che sei un doppiogiochista, un pericoloso doppiogiochista.

Se diffondi teorie bugiarde sul franco “coloniale”, se ti lamenti con gli unici che fino ad oggi avevano rispettato gli impegni di redistribuzione dei migranti nei vari casi creati ad arte dalla Diciotti in avanti, se il tuo Presidente del Consiglio ammette alla cancelliera tedesca che il MoVimento 5 Stelle ha deciso di prendere di mira la Francia perché altrimenti non sa come frenare il suo declino, allora devi aspettarti che dall’altra parte delle Alpi qualcuno prima o poi reagisca.

Vi beccate – e ci becchiamo – che la Francia non si prenda più i migranti che aveva accettato di prendere in segno di amicizia verso l’Italia, che Air France si sfili dal tentativo di salvataggio di Alitalia, che agisca con un atto forte, risoluto, antipatico ma obbligato, dal loro punto di vista giusto e, purtroppo, anche dal nostro.

Ed è proprio questo il fatto che più difficilmente vi perdoneremo: l’averci costretto a vergognarci dell’Italia, almeno di quella che voi rappresentate.

E intanto l’Europa se ne va

Mentre Di Maio sfogliando i libri di storia è forse arrivato al capitolo sul colonialismo, Macron e Merkel firmano ad Aquisgrana un Trattato di cooperazione tra Francia e Germania che deve preoccuparci non poco. Non tanto, come sostenuto allarmisticamente da Giorgia Meloni, perché risultato di un atto ostile nei confronti dell’Italia. Bensì come prova che il treno dell’Europa sta passando, probabilmente troppo in fretta perché gli italiani se ne rendano conto e lo afferrino per tempo.

Germania, Francia e Italia sono ancora oggi il “motore” dell’Europa. Ma cosa succede se due di queste decidono di staccarsi e fare squadra a discapito della terza? Al di là della competizione che da italiani viviamo in maniera intensa proprio con francesi e tedeschi, né a Parigi né a Berlino hanno interesse ad ingaggiare una sfida strutturale con Roma. Per quanto siano di moda nazionalismi e sovranismi, l’unico modo che ha l’Europa per “contare” è quello di unirsi. Posizioni comuni in campo economico, militare, strategico – proprio quello che hanno sancito Germania e Francia ad Aquisgrana – rappresentano il solo sistema per alzare la mano, e quando serve la voce, dinanzi a giganti come Usa, Russia e Cina.

Non serve dunque essere dei geni per comprendere che questo Trattato penalizza l’Italia. E nemmeno bisogna stare all’opposizione per capire che prendersela con Macron e Merkel è sbagliato, oltre che inutile.

Piuttosto dovremmo domandarci dove ci sta portando l’atteggiamento di Salvini e Di Maio, vicepremier che per non parlare dei problemi interni spostano l’attenzione sulla Francia, occupandosi una volta di gilet gialli e l’altra del franco coloniale.

Più volentieri dovremmo concentrarci sulle alternative che l’essere populisti ci offre: davvero vogliamo fare comunella col blocco di Visegrad? Realmente pensiamo di poterci bastare noi soli?

Sembrano domande dalla risposta scontata. Eppure sono il crocevia del nostro futuro. Mai così incerto, mentre l’Europa se ne va.

Di Maio si aggrappa a Zidane

Resta il dilemma di sempre: se dietro la sparata del giorno vi sia strategia o ignoranza. Desiderio di spostare l’attenzione dai problemi interni buttandola in caciara, oppure un’inadeguatezza preoccupante, una dose di incompetenza che sarebbe comica, se non si trattasse del vicepremier italiano. Pure il nostro, quindi.

Luigi Di Maio individua il problema dell’Africa nel “franco coloniale”. L’autoproclamatosi statista dell’autoproclamato governo del cambiamento apre una polemica con Parigi di cui non si sentiva onestamente il bisogno. E lo fa come sempre nello stile dei 5 stelle, a colpi di fake news. Quello che lui definisce “franco coloniale” altro non è che una moneta, non una tassa. Per chiarire: le tasse sono quelle che Di Maio e Salvini hanno aumentato per 13 miliardi. Quello franco-africano è un sistema volontario. E se è vero che molti dirigenti africani hanno espresso dei dubbi sulla sua utilità lo è altrettanto che Emmanuel Macron ha replicato:”Se alcuni paesi non sono felici con il Fca (Franc de la Comunauté français d’Afrique ), basta lasciarlo e crearsi la propria moneta”.

Ma la verità sembra un concetto superato, obsoleto, per i dioscuri populisti. Quel che conta è polemizzare, aizzare le masse, solleticare il campanilismo sopito, a costo di creare un incidente diplomatico che non porterà da nessuna parte. Mettere in discussione la condotta degli ultimi secoli di storia francese attribuendone le colpe a Macron. Eccolo, il dubbio che ritorna: ci sono o ci fanno?

Forse è più rassicurante pensare sia la seconda opzione, cullarsi nel pensiero che alla fine siano soltanto dei polemisti spudorati e astuti, capaci di sacrificare la serenità dei rapporti con un alleato storico sull’altare di un proprio tornaconto, di una campagna elettorale per le Europee che altrimenti sarebbe da giocare di rincorsa sui temi, quelli veri, ad esempio un’economia in recessione, un reddito di cittadinanza che non convince, una politica dell’immigrazione disumana e indegna.

Forse è più comodo così: forse è più facile rievocare Italia-Francia, l’eterna sfida tra cugini, la testata di Zidane. Prima però eravamo campioni del mondo. Adesso non ci qualifichiamo nemmeno. Nel senso che siamo inqualificabili.

Di Maio, i gilet gialli e la verginità perduta

Piaccia o no, il MoVimento 5 Stelle è stato per anni l’emblema dell’utopia in politica. Qualcosa va male in Italia? “Eh, ma vedrai che prima o poi i 5 Stelle…”. Racconto di un Paese che ci ha creduto, breve storia triste di una favola diventata incubo. Da salvatori della Patria ad incompiuti, da speranza concreta a simbolo vivente del “peccato, avrebbe potuto….ma alla fine non è stato”.

Luigi Di Maio si illude che basti il giallo dei gilet di Francia ad illuminare un’azione che si è ingrigita, ad invertire la rotta delle 5 stelle cadenti nell’universo politico nostrano. Auspica la nascita di un nuovo partito che si presenti in Francia, che usi Rousseau, che dreni voti alla coalizione di populisti che si presenterà alle prossime Europee. Sogna, di fatto, il ritorno ai fasti della protesta, ora che è diventato Stato.

Ma la scelta dei tempi in politica è (quasi) tutto. Così non può essere un dettaglio che Di Maio provi a mettere il cappello sui gilet gialli proprio nel momento in cui si manifesta la frattura tra il MoVimento 5 Stelle e la sua base, forse illusa ma pur sempre tradita. E non può esserlo nemmeno che l’abbraccio ai gilets jaunes arrivi quando la protesta per le vie di Francia ha perso gran parte della sua spontaneità, prestando il fianco ai violenti e ai rivoltosi.

Così affiora la comicità inconsapevole di un partito di governo che in Italia ha aumentato le tasse per 13 miliardi e in Francia sostiene chi ce l’ha con Macron perché non le ha abbassate.

E’ il canto d’un cigno triste. Di chi si illude che basti un gilet sgualcito a ritrovare la verginità perduta.

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.

Passeremo Le Pen dell’inferno

salvini le pen

 

Nel giorno in cui i mercati lanciano segnali allarmanti sulla situazione dei conti italiani, Di Maio e Salvini come sempre interpretano le rispettive parti: il poliziotto fesso e quello pazzo. Perché non ci sono i margini per trovare qualcosa di buono – e cattivo è dargli troppo filo – in un governo che dice di voler combattere il gioco d’azzardo ma alla fine proprio questo fa coi soldi degli italiani.

Uno, Di Maio, parla di complotto, vede spettri ovunque. L’altro, Salvini, evoca Soros e speculazioni anni Ottanta. Se non fosse che i margini per speculare li hanno creati proprio loro, se non altro che se l’Italia adesso è a rischio è proprio per l’instabilità che M5s e Lega hanno creato a colpi di deficit.

Ma che il lungo tunnel imboccato dal Paese sia solo all’inizio lo si capisce dal fatto che il leader del partito politico attribuito dei maggiori consensi, anche stavolta Salvini, si accompagni orgogliosamente con Marine Le Pen. Quella Marine Le Pen. Figlia di quel Jean-Marie Le Pen. Fieramente ma pericolosamente razzista e populista. Un biglietto da visita che l’Italia farebbe bene a strappare in tempo. A meno che non si decida, alla fine, di seguire nel baratro Salvini. E di passare con lui Le Pen dell’inferno.

Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

salvini libia

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.

Un vaccino contro Salvini

salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.

L’Italia nell’altra Europa di Salvini

salvini austria

 

Nell’attesa che Conte prenda coscienza di essere premier e che i 5 Stelle si accorgano di trovarsi finalmente al governo del Paese, Matteo Salvini ridisegna in un pomeriggio le storiche alleanze europee dell’Italia. Accoglie al Viminale il vice Cancelliere austriaco Strache e il collega degli Interni Kickl, in quella che altro non è se non la formalizzazione del sabotaggio in salsa sovranista dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Un’Europa che secondo i voleri di Salvini non sarà la stessa della Merkel e di Macron, gli interlocutori incontrati da Conte non una vita, ma una settimana fa. Gli stessi che nei rispettivi bilaterali hanno prima tentato di capire se col nostro Presidente del Consiglio fosse possibile intavolare una strategia comune poi, accortisi che in Italia comanda la Lega, hanno pensato bene di abbandonarci al nostro destino. Deciso da Salvini, ovviamente.

Da qui la scelta di salvare il governo Merkel – una che in Europa conta ben più di Conte – e di liberarla dal cappio attorno al collo che l’alleato di governo Seehofer era in procinto di stringerle. Chi ci rimette? Ovviamente l’Italia, che secondo l’intesa Parigi-Berlino dovrà farsi carico dei cosiddetti “movimenti secondari” dei migranti. Tradotto: chi arriva in Italia e tenta di uscirne per andare nel resto d’Europa verrà respinto alla frontiera.

Ma il paradosso del piano di Salvini è che a legarlo a quelli che a più riprese definisce gli “amici austriaci” è quella stessa passione sfrenata per il nazionalismo che proprio tra Italia e Austria non potrà che creare cortocircuiti e malintesi. Lo si capisce quando Kickl dice che sarebbe bene evitare la chiusura delle frontiere per scongiurare un “effetto domino“. Cosa significa? Che se l’unica frontiera aperta sull’Italia restasse quella austriaca, loro, gli “amici” di Salvini, il Brennero non esiterebbero a chiuderlo. E tanti saluti alla cosiddetta “alleanza dei volenterosi e dei fattivi“.

In questa sfilza di contraddizioni non meraviglia allora che l’idea alternativa di quella che è stata già ribattezzata “internazionale sovranista” sia quella di proporre a paesi Balcanici come Albania, Montenegro e Serbia la creazione di hotspot in cui accogliere i migranti respinti. Una sorta di moneta di scambio: voi ve li prendete e noi proviamo a farvi entrare nell’Unione.

Ma in questo risiko di alleanze strampalate, a destare maggiormente impressione è la scarsa reattività di Giuseppe Conte, di un premier che ostenta irritazione nei confronti di Germania e Francia, chiedendo che prima ancora dei “secondary movements” Merkel e Macron accettino di ridiscutere Dublino.

Senza capire, o forse senza volerlo fare, che in realtà di quel trattato dovrebbe prima parlarne con Salvini. È l’altra Europa in cui Matteo ci sta portando, quella di Orban, di Kurz e Visegrad, che di prendersi i nostri migranti non vuole saperne.