Steve Bannon arrestato: cosa ne pensano Salvini e Meloni?

Quattro giorni dopo il terremoto politico del 4 marzo 2018, Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump, incontra “segretamente” Matteo Salvini. Il leader della Lega, fresco di storico sorpasso ai danni di Silvio Berlusconi nel centrodestra, è uno dei fiori all’occhiello del tour europeo che Bannon avrebbe compiuto ufficialmente per “costruire una nuova infrastruttura per un movimento populista globale“. Quando si dice l’ambizione.

L’uomo, del resto, di sognare “in grande” poteva permetterselo. Dall’aver fondato Breitbart, un sito di estrema destra famoso per i suo titoli a dir poco discutibili – qualche esempio: “La pillola rende le donne brutte e ripugnanti”, “Le donne nere sono disoccupate perché falliscono nei colloqui di lavoro” – Bannon si era spinto a conquistare la fiducia del biondo di Manhattan, eletto presidente degli Stati Uniti d’America anche grazie alle sue idee. E che idee!

Sostenitore del politicamente scorretto, simpatizzante del Ku Klux Klan, nelle elezioni del 2016 Bannon e il suo sito sono stati il megafono di fake news e teorie del complotto riguardanti Hillary Clinton e i Democratici. Su Breitbart hanno trovato spazio i temi cari alla cosiddetta “alt-right“, il movimento di “destra alternativa” ai Repubblicani tradizionali (per intenderci: Reagan, Bush, McCain ecc.), che ha rappresentato la base elettorale su cui Trump ha costruito gran parte del suo successo politico. Il suprematismo bianco, l’odio e l’aperta ostilità verso gli immigrati, l’antisemitismo, l’islamofobia, le campagne di sostegno alla libera circolazione delle armi, sono solo alcuni degli argomenti diventati – anche grazie a Bannon – il retroterra “culturale” comune a milioni di elettori di Trump.

Smaltita la sbornia della campagna elettorale, gli ego ipertrofici dei due hanno dimostrato di non poter coesistere a lungo. Ma Bannon c’aveva ormai preso gusto: dopo l’America ha così dato inizio alla sua campagna d’Europa. Salvini, sì, ma non solo. In Germania l’estrema destra di AFD. In Francia, ovviamente, Marine Le Pen. Proprio in occasione di un comizio tenuto dai cugini transalpini, per spiegare il legame con il Capitano nostrano, Bannon si spinse a parlare dal palco di “brother Salvini“. Un fratello, insomma.

Da avere un fratello in Salvini, però, Bannon pensò bene dopo qualche tempo di averne tanti…Fratelli d’Italia! Nel settembre 2018, Steve è ospite d’onore nella kermesse di Atreju organizzata da Giorgia Meloni. In quel contesto Bannon promette di “restituire la libertà agli italiani, nessuno potrà più dirvi cosa fare con il vostro paese“. Fa anche di più, arrivando a sostenere che “l’Italia è l’esperimento politico più importante. Da qui può partire la rivoluzione”. Forse voleva dire “INvoluzione“.

Fatto sta che sia Salvini che Meloni subiscono il fascino “made in Usa” di Steve e, paradosso dei paradossi, si ritrovano – loro, sovranisti e nazionalisti! – ad aderire a “The Movement“, ovvero il “movimento populista mondiale“. The Movement non può non farci pensare al MoVimento 5 Stelle, oggetto a sua volta delle attenzioni dello stratega a stelle e strisce, arrivato a definire il governo gialloverde Salvini-Di Maio, sulle pagine del New York Times, come il suo “sogno finale”. Evidentemente si accontenta di poco.

Eppure oggi dall’America arriva una notizia che sembra contraddire questo aspetto: Steve Bannon è stato arrestato con l’accusa di frode nell’ambito della campagna online di raccolta fondi ‘We Build The Wall’. La popolarità ottenuta in politica sfruttata per truffare centinaia di migliaia di donatori, convinti di finanziare la costruzione del controverso muro al confine tra Usa e Messico, storico cavallo di battaglia trumpiano. Oltre 25 milioni di dollari raccolti: chissà quanti finiti dritti nelle tasche di Steve, che ora rischia 20 anni di carcere.

Cosa c’entra questa storia con Salvini e Meloni? Assolutamente niente. Ma che il personaggio fosse poco raccomandabile, i nostri leader avrebbero dovuto intuirlo in primis dalle sue idee. Il problema è un altro: che molte di queste idee le condividono.

Forse le nonne non sbagliavano quando ci dicevano: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

“Pazzi irresponsabili”. Da quale pulpito?

Giorgio Gaber si chiedeva “che cos’è la destra, cos’è la sinistra?”. Alla prima domanda sento di poter rispondere con una negazione: la destra – quella moderna, democratica, presentabile – non è di certo incarnata da Giorgia Meloni.

Lo ammetto, non ho mai creduto che la linea politica di Fratelli d’Italia potesse discostarsi più di tanto dalle vette populiste raggiunte da Matteo Salvini. Non ho mai sperato che la parola moderazione, patrimonio oggi custodito nel centro-destra dalla sola Forza Italia, potesse quanto meno per logiche di convenienza (accalappiare i voti centristi) attecchire anche nel partito guidato dall’ex ministro per la Gioventù. A differenza di illustri analisti politici e rispettabilissimi giornali, non ho mai neanche lontanamente pensato che Giorgia Meloni disponesse della statura adatta a guidare l’Italia. E devo dire che oggi, dopo aver ascoltato il suo intervento alla Camera, ho capito che non mi sbagliavo.

Non sono stati tanto i toni urlati in Parlamento a convincermi che per una volta c’avevo visto giusto. All’opposto: basta spogliare l’arringa dall’innegabile energia di Giorgia per chiedersi se quell’intervento provenga che so, da un Pappalardo di turno (non il mitico Adriano, bensì il negazionista del virus), o se invece non sia stato partorito da un Matteo Salvini di genio. Insomma: per venire colpiti dalla sua pochezza.

I migranti, viva la fantasia, descritti come invasori, intenti a “violare i nostri confini” neanche fossero soldati di un esercito nemico. E poi le accuse: “Siete pazzi irresponsabili!”. Da quale pulpito, Giorgia, verrebbe da domandare.

Quelli che parlano di restituire la libertà agli italiani dopo la tragedia collettiva che questo Paese ha vissuto e dal quale nessuno può dirsi ancora al riparo, dovrebbero ricordare la lezione appena impartita dal coronavirus: ai politici, soprattutto in queste fasi, serve armarsi di prudenza. Piuttosto che parlare insomma di “deriva liberticida” – non si capisce perché visto che fortunatamente la quarantena è finita da un pezzo – servirebbe evitare di incappare in figuracce pericolose per la propria reputazione e per la salute pubblica come quelle infilate da Salvini nel pieno della pandemia: “aprire, chiudere, no riaprite, anzi chiudete, ma sì riapriamo”.

Servirebbe equilibrio, bisognerebbe avere rispetto dell’intelligenza degli italiani. A maggior ragione se ci si professa sovranisti, bisognerebbe quanto meno riconoscerlo, l’interesse nazionale. Invece Giorgia Meloni preferisce buttarla in caciara.

Guardate: come avrà capito chi legge questo blog da più tempo, io non amo Giuseppe Conte. Ma voglio solidarizzare con lui per una volta. Non so se davvero ha riso durante l’intervento della leader di Fratelli d’Italia, ma al suo posto non so dire se avrei saputo mantenere il consueto aplomb. Aggiungo che lo capisco, e lo giustifico, per un motivo di più: lui sghignazza perché ha compreso che fino a quando la destra avrà come massimi rappresentanti Salvini e Meloni sarà difficile che qualcuno lo spodesti. Più facile gli tenda un tranello qualche suo alleato. Però non rida troppo, che poi magari anche Matteo e Giorgia se ne accorgono e per fargli dispetto iniziano a fare un po’ di politica. Metti caso ne siano capaci…

Ognuno per sé ed Io per tutti

Se perfino Salvini arriva a lusingare Berlusconi, allora non sono soltanto i giornalisti cattivi a vedere ciò che è chiaro da almeno un paio d’anni: il centrodestra in Italia non esiste. Di certo non come soggetto politico. Al massimo come cartello elettorale, insieme di sigle, parvenza di squadra, agglomerato di interessi e di idee alla lunga inconciliabili. Per questo serve blindarlo. Ostentatamente rimarcarne l’unità d’intenti. Fino a quando in autunno tutte le foglie non cadranno dall’albero. Spogliando la realtà d’ogni parvenza.

D’altronde basta parlare con gli elettori, unico termometro affidabile dello stato di salute di una coalizione, per comprendere la natura di quest’alleanza. Chi vota Lega o Fratelli d’Italia di Berlusconi non si fida. E gli azzurri del Cavaliere è da molto tempo che nutrono uno strano senso di colpa, lo spaesamento naturale di chi sente di non essere cambiato, eppure ha finito da tempo per ritrovarsi su posizioni più vicine a quelle dell’odiata sinistra, che non a quelle assunte dagli alleati. O presunti tali.

Così la ritrovata centralità del Cavaliere, regalo della debolezza endemica della maggioranza, pare essere davvero il trampolino di quella che il democristiano Rotondi definisce oggi sul Corriere la partita per “l’eternità politica” di Berlusconi. All’idea di essere riconosciuto da statista il leader di Forza Italia non ha mai rinunciato. La legittimazione di sé nello schieramento avverso è la massima ambizione di qualunque attore politico che abbia più passato alle spalle che futuro davanti agli occhi. Concetto che sfugge all’interpretazione di Salvini e Meloni, giovani leader affamati di governo e potere, ad oggi dipendenti da Berlusconi più di quanto Silvio possa esserlo da loro.

Se a legarli c’è “affetto”, come anche stamattina dice Berlusconi sul Giornale, questo non significa che il collante sarà tale da resistere per sempre. Quando le partite per le Regionali saranno archiviate, il rispetto dei patti locali lascerà spazio alla visione dell’Italia di domani e tutti i nodi verranno al pettine. La legge elettorale di stampo proporzionale che verrà partorita suggerirà a Berlusconi di tenersi le mani libere. Ognuno per sé e Io per tutti, sarà lo slogan di Silvio.

D’altronde basta confrontare le dichiarazioni passate di Berlusconi su Conte con quelle odierne per comprendere quanto il mondo sia cambiato. Un anno e mezzo fa, il Cavaliere definì il premier un signore “che sa vestire bene e fare il baciamano alle signore”, oltre a “fingere di governare”.

Oggi gli conferma personale stima, pur precisando che “la stima non è una valutazione politica sull’operato del governo”.

E’ il segno che le lusinghe dell’avvocato del popolo qualcosa hanno sortito. “La sua epopea caro presidente è scritta a caratteri cubitali sui libri di storia”, pare abbia detto Conte a Berlusconi in un incontro di qualche mese fa. Presto per dire cosa germoglierà da questa oculata semina. Il raccolto è previsto in autunno. Ma se infine Silvio preferirà Conte a Salvini, comprenderlo non sarà troppo difficile. Alle porte dell’inverno non c’è più tempo per bluffare.

Stallo generale

Dunque cos’è rimasto di questi 10 giorni? Cosa ricorderemo di questi Stati Generali? Forse, soprattutto, la mancata sincronia con l’urgenza del Paese reale, le lentezze, le indecisioni. Al di là del podio da cui Conte parla, dell’elegante Casino del Bel Respiro di Villa Pamphilj sullo sfondo, qui la sensazione è un’altra: che sia tutto soltanto un “casino”, volgarmente detto, e che al massimo ci sia da fare un bel sospiro. E per chi crede, il segno della croce.

Sfidiamo il lettore ad elencare tre proposte concrete uscite da questi Stati Generali: scommettiamo che difficilmente riuscirà nell’impresa senza l’aiuto di una ricerca su Google (non imbrogliate). Sì, restano i proclami, e da Conte apprendiamo che l’Italia è un Paese “da reinventare”, piuttosto che da “riformare”. Ecco, da avvocato del popolo il premier ha compiuto nel giro d’un paio d’anni una trasformazione che lo ha reso demiurgo: nella filosofia platonica l’essere divino dotato di capacità creatrice. Dunque, va bene l’inventiva, l’ambizione di fare della crisi un’opportunità – slogan venuto a noia quasi quanto “andrà tutto bene” – ma poi sul taccuino di chi segue la politica resta sempre vuota la metà del foglio riservata ai fatti (l’altra, strapiena, è quella delle parole).

Che ancora ci siano migliaia di persone che attendono la cassa integrazione del mese di marzo è un vizio che annulla ogni possibile slancio verso il futuro, è un delitto che non può restare senza colpevoli politici.

Così come la proposta di tagliare l’Iva, botto finale di una kermesse rivelatasi il Festival delle banalità che avevamo preannunciato: c’è chi propone di sforbiciarla per addirittura 10 punti. Noi non chiediamo la Luna, ma qui qualcuno vive su Marte. Basterebbe guardare alla Germania, nazione che i conti in ordine li ha davvero (mica come noi) e non è andata oltre il taglio di 3 punti percentuale.

Piuttosto, gli Stati Generali saranno ricordati per le molteplici provocazioni di Conte al centrodestra. Schieramento, quest’ultimo, colpevole come lo sono gli assenti (che hanno sempre torto), ma onestamente chiamato in causa a sproposito dal premier con la richiesta di intercedere con i Paesi di Visegrad in Europa e infine oggetto di un tentativo tattico del Presidente del Consiglio di smembrarlo, con l’invito per singoli partiti anziché per coalizione agli incontri che dovranno tenersi nei prossimi giorni. Chi scrive crede che Forza Italia debba lasciare al più presto la compagnia di Salvini e Meloni, ma chi è Conte per non rispettare gli accordi tra partiti se perfino il Presidente della Repubblica lascia alle forze politiche la libertà di scegliere come presentarsi alle consultazioni?

Questo rimane di questi 10 giorni. Nulla di memorabile, se non la voglia di dimenticare. Stallo generale, più che Stati Generali.

Il Governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale

I ritardi ingiustificabili sul pagamento della Cassa integrazione, l’atto d’amore delle banche verso le imprese che non c’è stato, le slide senza anima e visione di Colao, le passerelle di Conte a Villa Pamphilj, le potenze di fuoco soltanto presunte, l’autocompiacimento, le manie di grandezza. Potrei continuare. Questo governo ha tante colpe, molte delle quali imperdonabili. Ma Carlo Bonomi di Confindustria è sleale.

Capisco le ragioni politiche di spingere sull’acceleratore ad inizio mandato. Non solo è comprensibile, è addirittura auspicabile che il nuovo numero uno degli industriali faccia sentire la propria voce nel dibattito nazionale. A maggior ragione in un momento delicato della vita del Paese come quello che stiamo vivendo. Ma poi Bonomi deve ricordarsi che il suo ruolo è quello di “dialogare” con la politica, non di “fare politica”.

Ho condiviso la maggior parte delle critiche mosse al governo da Confindustria. Ed è vero che lo spirito di questo esecutivo è stato fino ad oggi imperniato su un tipo di retorica centralista, statalista e anti-imprese. Tutto vero, tutto legittimo. Ma ha senso, in questa fase, presentarsi agli Stati Generali chiedendo pubblicamente la restituzione di 3,4 miliardi di accise pagate dalle aziende nel 2012? Ha senso mettere sul tavolo e reclamare, proprio oggi, l’addizionale provinciale sull’energia elettrica che secondo la Corte di Cassazione dev’essere rimborsata alle aziende che l’hanno versata nel 2010 e nel 2011? Certo, c’è una sentenza e va rispettata e applicata. In fretta, aggiungo. E certo, non c’è momento migliore per fornire liquidità alle imprese che annaspano. Ma non sarebbe stato politicamente più delicato e adeguato chiedere al governo un finanziamento apposito per le imprese anziché riaprire una vecchia ferita ed esacerbare lo scontro?

A maggior ragione in un momento storico in cui le opposizioni non si distinguono per lungimiranza e correttezza, discorso dal quale bisogna oggettivamente escludere Forza Italia, c’è una prateria per Confindustria. Ma questa prateria va sfruttata per correre, non per distruggere il terreno già friabile su cui l’Italia cammina a rilento.

Da Bonomi ho visto arrivare fino ad oggi tante critiche. E ripeto: ne condivido molte. Ma le uscite infelici iniziano ad essere tante. Come quella secondo cui “questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Rispetto per chi non c’è più. Meno frasi ad effetto per avere visibilità e prime pagine. Non c’è bisogno di alzare troppo la voce, Bonomi: Lei è stato già eletto a Viale Astronomia. Pensi ad elaborare proposte concrete, credibili. Lo aiuti questo governo, che ne ha bisogno.

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