Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

Non sa, non vede e non fa: Raggi a Roma semplicemente non serve

virginia raggi

 

Forse non bastano le buone intenzioni per fare politica. Soprattutto se alla prima esperienza di governo vieni catapultata in una realtà come Roma. Ne è la prova Virginia Raggi, che nessuno mette in dubbio ce la stia mettendo tutta per cambiare la Capitale, ma la verità è che “tutta” non basta.

E per quanto siano apprezzabili la sua resistenza e la sua resilienza rispetto a quelle che da Vespa non esita a definire “ondate di fango“, per quanto il suo nervosismo sia giustificato dal fatto che il nome che le crea imbarazzo sull’inchiesta del nuovo stadio della Roma – quello di Luca Lanzalone – le sia stato proposto e imposto da Grillo, Bonafede e Fraccaro, Virginia non può comunque sottrarsi alle sue responsabilità. Politiche, si intende.

Perché se Roma non è diventata il fiore all’occhiello che il M5s auspicava non è colpa soltanto dei giornalisti. Né del fatto – come dice e forse non ha tutti i torti – che venga criticata perché donna. Se Raggi è diventato sinonimo di guai, di problemi irrisolti, di buche sempre più grandi, un po’ di colpe sono pure sue.

La vera voragine che rischia di spalancarsi sotto i suoi piedi, però, potrebbe risucchiare al suo interno tutto il M5s. Perché sarà pure vero che Raggi è sempre uscita pulita dalle varie inchieste che in questi anni hanno sferzato il Comune, ma lo è altrettanto che l’idea di un MoVimento 5 Stelle indenne dal malaffare è di fatto morta e sepolta. Il partito dei cittadini, per governare, ha bisogno di tecnici, esterni, professionisti in possesso di ciò che quelli bravi definiscono “know-how”.

E allora può capitare di incappare in una mela marcia che infetti tutti, che renda opaca l’amministrazione agli occhi di quegli elettori che chiedevano il cambiamento e si sono ritrovati le stesse grane di un tempo.

Raggi si difende, prende le distanze da Lanzalone per come può: “Ognuno risponde per sé“. Ma che il controllo lo abbia perso è evidente anche quando apprende solo da Bruno Vespa che in Campidoglio è passata la proposta di Fratelli d’Italia di dedicare una via di Roma a Giorgio Almirante con i voti decisivi dei 5 Stelle.

Sulle prime – evidentemente sorpresa – abbozza una difesa, parlando di “aula sovrana come il Parlamento“. Poi qualcuno le spiega che per il MoVimento una scelta simile equivale a dire addio alla trasversalità, ad una scelta di campo netta e irreversibile, e allora dopo la mezzanotte cambia linea, annunciando che nessuna strada sarà intitolata ad Almirante, né ad esponenti del fascismo o a persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali.

Non ha responsabilità penali, ma politiche sì. Doveva essere l’emblema del buon governo pentastellato: ne è diventata suo malgrado il più grosso motivo d’imbarazzo. Virginia Raggi non vede, non sa e non fa. A Roma semplicemente non serve.

Telefonate Elettorali, Episodio 2: ha vinto il centrodestra ma…

L’atmosfera è festosa. Il richiamo al voto utile degli ultimi giorni ha sortito effetti insperati: il centrodestra con il 43,5% ha vinto le elezioni. Forza Italia prende il 22%, la Lega si attesta al 15%, il resto se lo spartiscono Meloni (5%) e quarta gamba (1,5%). Un attimo dopo lo spoglio, però, è già tempo di pensare alla squadra di governo.

Arcore, ore 3:30 del 5 marzo. Squilla il telefono, è Matteo Salvini.

Salvini:”Presidente, sono Matteo. Auguri per questa vittoria”.

Berlusconi:”Ciao Matteo, mi dispiace per te. Davvero, non credevo che il Pd avesse questo crollo…”

Salvini:”Ma Silvio sono io, Matteo..non Renzi…Matteo Salvini!”

Berlusconi:”Cribbio Matteo, scusami. Sai, ho un’età…Allora: auguri anche a te. Anche se siete finiti dietro di noi, però…”

Salvini:”Presidente proprio per questo ti chiamavo…saremo pure secondi nel centrodestra. Ma senza i nostri collegi al Nord non si governa…”

Berlusconi:”Matteo, ma cosa dici? Non vorrai per caso impormi una leadership leghista? I patti erano altri!”

Salvini:”Silvio, mi dispiace ma non possiamo rischiare di trovarci con un tuo uomo al governo. Tu volevi piazzarci Galliani, lo so. Ma chi ci garantisce che alla prima occasione tu non faccia l’inciucio con Renzi? Ti avevo detto di andare dal notaio e mi hai detto no. Ti avevo detto di presenziare alla manifestazione anti-inciucio e mi hai detto no…Noi dobbiamo avere la certezza che il nostro sia un governo di centrodestra. Pure Giorgia è d’accordo”.

Berlusconi:”Ma come? Ma Giorgia l’ho lanciata io…Passami la Meloni, ci voglio parlare”.

Berlusconi schiuma di rabbia. Vincere non gli è bastato, adesso il rischio è che venga marginalizzato dai suoi “alleati”.

Meloni:”Presidente, so’ Giorgia. Noi di Fratelli d’Italia siamo d’accordo con la Lega. Rivendichiamo il ruolo centrale dello Stato. La Patria ha bisogno di una politica forte. Er mejo che possiamo fà è un governo de destra. Lei si adegui: il suo Ventennio è alle spalle. Spazio ai giovani che garantiranno la sovranità della Nazione”.

Berlusconi:”Ragazzi, ma non vi riconosco più. Ma avevamo fatto il patto dell’arancino, in Sicilia. Noi siamo moderati, non populisti!”

Salvini:”Silvio, parla per te”. Meloni:”Moderato sarà Lei, non offenda”

Berlusconi:”Ma come? Non vi riconoscete anche voi nei valori della grande famiglia del Partito Popolare Europeo? La signora Merkel mi ha detto…”

Salvini:”Ma chi? Quella “culona inchi***bile?””

Berlusconi:”Sì, quella…Ma…Matteo..allora sei stato tu a diffondere quell’espressione che mi venne ingiustamente addebitata e non appartiene nella maniera più assoluta al mio modo di esprimermi. Sei anche tu artefice di uno dei 5 colpi di stato nei miei confronti!”

Salvini:”Silvio ora stai esagerando, era una battuta…”

Berlusconi:”No Matteo, qui non si scherza! Adesso faccio saltare tutto. Sono IO che non ci sto a questi patti. Voi siete dei populisti, ribellisti, pauperisti e giustizialisti!”

Salvini e Meloni:”Ma questi non erano quelli del Movimento 5 Stelle?”

Berlusconi:”Sì. E voi siete il peggio del peggio!”

Roma, ore: 4:15 del 5 marzo. Studi di Porta a Porta. Bruno Vespa si accinge a chiudere la diretta, quando gli comunicano che c’è una telefonata in arrivo: è Silvio Berlusconi.

Vespa: “Presidente Berlusconi, auguri per la sua affermazione!”

Berlusconi:”Ecco, Vespa…io la ringrazio, ma qui c’è poco da festeggiare. Mi ritrovo purtroppo nella scomoda situazione di comunicare agli italiani che il loro voto è stato inutile. Dopo aver parlato con il leader della Lega, Matteo Salvini,  e la signora Giorgia Meloni è emersa chiaramente la loro intenzione di realizzare il sesto colpo di stato dal 1994 ad oggi”.

Vespa:”No Presidente…la prego! Non ce li elenchi tutti…”

Berlusconi:”Dottor Vespa! Lei mi deve consentire di dire agli italiani che siamo di fronte ad un golpe che neanche la sinistra avrebbe immaginato di realizzare. Neanche quei comunisti che io, sentendo forte dentro di me il dovere di scendere in campo nel ’94…….”

Alla fine, dopo 33 minuti di monologo, il senso delle parole di Berlusconi è chiaro: Salvini e Meloni come Fini e Casini, traditori. Il centrodestra ha vinto, ma non governerà. Si torna al voto.


Scenario elettorale numero 2: il centrodestra vince ma non si mette d’accordo.