E allora il Pd?

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Matteo Orfini non ha tutti i torti. E già il fatto che il presidente di un partito proponga di “ammazzare” il partito che presiede è sintomatico dello stato di salute di un movimento che ha fallito la sua missione.

Il Pd così com’è non ha motivo di esistere. Non perché molti dei suoi dirigenti non siano validi. Non perché alcune delle politiche che ha messo in campo in questi anni al governo non siano state giuste.

Il Pd è finito perché si è dilaniato, vittima del fuoco amico e nemico, bersaglio sempre immobile, e dunque più facile da centrare, ogni volta che in Italia qualcosa non funzionava. Lo dimostra l’espressione divenuta tormentone sui social: “E allora il Pd?“. Come dire: “C’è la fame nel mondo“. Sì, “ma allora il Pd?“.

Non tutte le responsabilità, sia chiaro, sono del Pd. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ha chiarito in più modi che non sono anni fertili per chi crede nel centro-sinistra. Sparito in Francia, marginale in Germania, sconfitto in Italia: l’Europa non è da tempo la culla della social-democrazia. Ma il “mal comune” non suscita neanche un “mezzo gaudio”.

Resta la domanda di fondo: “e allora il Pd?“. Pensare che basti convocare il Congresso, movimentare un po’ l’elettorato con le primarie e aspettare di raccogliere i delusi dal governo è un’illusione. Né può bastare cambiare nome, se poi alla guida del nuovo partito di centrosinistra torneranno i soliti nomi e i vecchi volti, se al suo interno confluiranno le stesse correnti e gli stessi spifferi che hanno contribuito a fare del Pd un condominio rissoso.

Serve piuttosto capire cosa vuol diventare il centro-sinistra in Italia. Un partito che guardi a Corbyn, che rinneghi il proprio moderatismo in favore di un “ritorno a sinistra”, oppure che scelga di autodeterminarsi come un “polo centrista”, un contenitore che a quel punto non potrà disdegnare neanche un’alleanza coi liberali provenienti da altre culture.

Bisogna scegliere. Se lo si vuole lo si faccia al Congresso. Che diventi un’occasione per riunirsi e sulla base del confronto si decida cosa si vuol diventare. Insieme o divisi. Per questo la domanda giusta, più che “E allora il Pd?”, sembra essere: “Allora, Pd?”.

Franceschini, il solito

dario franceschini

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Il solito Pd

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Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo coi 5 Stelle: auguri!

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Chi nasce gregario difficilmente morirà leader. D’altronde una ragione ci sarà se per tanti anni il mediano ha fatto il mediano, e non il goleador. Avrà gambe diverse il ciclista che vince il Giro d’Italia, dal fido compagno di squadra che ha il compito di proteggerlo dal vento e di portargli le borracce.

Basta rendersi conto dei propri limiti, non cedere alla tentazione di credere a chi d’un tratto ti dipinge come il capo che da sempre s’aspettava, il federatore nato, l’uomo del destino e via dicendo.

Così pare complicato pensare ad un Paolo Gentiloni nuovo leader del centrosinistra. Anche perché di “nuovo”, nella mente del pacato Paolo sembra esserci ben poco.

Ad esempio non è una novità la volontà di “allargare” il campo, di tessere trame che intreccino una rete che contenga tutto quel che a destra non è. E allora fatto fuori Renzi con quel “dobbiamo cambiare tutte le facce”, non sarà un problema reimbarcare la ditta disciolta confluita in LeU, da Bersani a D’Alema, che della crisi della sinistra è stata se non artefice principale quanto meno co-protagonista.

Si inseriranno poi richiami al mondo ecologista: torneranno i Verdi. Non se ne andrà Nencini, a significare che il socialismo vive e lotta insieme a noi. Si proveranno a recuperare almeno una falce e un martello, per far sì che gli echi di un vecchio mondo attirino magari qualche nostalgico.

E poi ovviamente il Partito Democratico, il Pd che “deve rinascere”, che “tutto deve fare tranne morire”. Al quale potrebbe affiancarsi, secondo i piani del compassato Gentiloni, magari una neo-formazione centrista – più ambiziosa di quella di Tabacci e Bonino – capitanata (chissà) da Calenda in persona.

Da sinistra al centro, insomma, il vecchio centrosinistra.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo.

Come se in questi anni non fosse successo niente. Come se fosse possibile archiviare sconfitte e schiaffi sonanti con alleanze e ammucchiate.

Senza considerare che la prospettiva che oggi Gentiloni non pare disdegnare è quella di un’intesa con il M5s o almeno con una sua parte. Con quella che alla fine del flirt con Salvini sceglierà vanamente di rappresentare la sinistra, dopo aver fatto parte – chissà per quanto – di un governo di destra.

Forse era lecito aspettarsi una proposta migliore. O forse no. Alla fine se la gente ha portato al governo M5s e Lega non è solo per merito di Di Maio e Salvini…

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

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Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

La sinistra notte della sinistra italiana

siena

 

La prima a cadere è Massa. Poi tocca a  Pisa. Subito dopo a Siena.  La Toscana rossa non esiste più. Crolla, come un fortino a cui siano state abbattute tre torri. Il nemico che viene da lontano è un lombardo che accarezza le paure del popolo e le rende illusioni. Si chiama Matteo Salvini e ha in questo momento più di tutti il polso del Paese. Sa come accelerarlo, sa come gestirlo.

La chiamano luna di miele, si convincono che prima o poi quest’incubo finirà. Ma non c’è niente di provvisorio in un cambiamento che segna un’epoca. Vince la destra – e non il centrodestra – dove mai aveva vinto nel Dopoguerra. Significa che forse la sinistra italiana è morta davvero. Che pensare di rianimare il Pd presentando alla sua guida Paolo Gentiloni è come sperare di risvegliare la bella addormentata nel bosco con il bacio di un ranocchio, mica di un principe.

Litigi, divisioni, faide e guerre personali. Fino a quando lo spirito del tempo non ha travolto tutto e tutti, fino a quando le paure della gente hanno detto basta: proviamo altro, quelli di prima non valgono più.

La Toscana e l’Emilia, le “roccaforti rosse” inespugnabili, sono figlie di un’epoca che da ieri è passata per sempre.

Nella sinistra notte della sinistra italiana è successo questo: l’orologio è andato avanti. Siamo nel mondo nuovo.

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

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Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

letta renzi

 

Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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