Il miglior discorso che Donald Trump non ha mai pronunciato

Intendiamoci, Melania Trump non sarà mai Michelle Obama. Ma quante lo sono in questo mondo? Possiamo dare la colpa alla pronuncia, al fatto che l’accento di un’immigrata europea (Melania è slovena) si noti particolarmente in un contesto formale come una convention di partito. Oppure possiamo prendere di mira la sua oratoria scarsamente empatica, quasi robotica. Infine, possiamo dirci che può dire quello che vuole, rifiutare la mano del marito quando scende dall’aereo, ma alla fine resta pur sempre la moglie di Donald Trump. Possiamo pensare qualsiasi cosa, sminuirla, attaccarla, ma così facendo perderemmo l’occasione per apprezzare il miglior discorso che un Trump (Melania) abbia mai pronunciato. E soprattutto quello che un altro Trump (Donald) NON ha mai pronunciato.

Melania ribalta la narrazione della Convention Repubblicana, strumentalmente impostata per descrivere la pandemia come un lontano ricordo. Mentre gli altri esponenti del Trumpismo ne parlano al passato, mentre davanti a lei siedono decine di persone praticamente senza distanziamento, mentre molti degli speaker delle due serate fanno riferimento al “China virus”, Melania si limita a parlare di “Covid-19”. Non nega la realtà, non la plasma a suo piacimento, non guarda alla pandemia come ad un dispetto del destino, allo sgambetto posto sulla strada della rielezione del marito. E mostra compassione per chi ha perso i propri cari, per chi soffre, per chi ha perso il lavoro, per chi pensa di non farcela. Ad un certo punto dice: “Voglio che sappiate che non siete soli“. Difficile da credersi, ma è qualcosa, nell’era Trump.

Non sembra esservi traccia di ironia quando la First Lady dichiara: “Non voglio usare questo tempo prezioso per attaccare l’altra parte perché, come abbiamo visto la settimana scorsa, questo tipo di discorso serve solo a dividere ulteriormente il Paese“. Melania se la prende con i Democratici per gli attacchi rifilati al marito: è legittimo. Così com’è lecito credere che la moglie del biondo di Manhattan si sia persa le prime due serate della Convention Repubblicana, dove il figlio di Trump, Donald Jr., è arrivato a descrivere Joe Biden come il mostro di Loch Ness. Dettagli, peccati veniali, credetemi, soprattutto se paragonati ai messaggi lanciati sulla questione razziale.

Melania pronuncia le parole che milioni di persone avevano sperato di sentire pronunciare dal presidente americano all’indomani dell’uccisione di George Floyd. “Come tutti voi, ho riflettuto sui disordini razziali nel nostro Paese. È una dura realtà che non siamo orgogliosi di alcuni pezzi della nostra storia. Incoraggio le persone a concentrarsi sul nostro futuro, pur imparando dal nostro passato. Dobbiamo ricordare che oggi siamo tutti un’unica comunità composta da molte razze, religioni ed etnie. La nostra storia varia e ricca di storia è ciò che rende forte il nostro Paese, eppure abbiamo ancora molto da imparare l’uno dall’altro“. Ecco, Donald Trump potrebbe imparare dalla moglie come unire il Paese. Obiezione: non sarebbe Trump. Vero, di certo sarebbe stato un presidente migliore di quel che è stato.

Sembra realmente commosso The Donald quando, a fine discorso, si avvicina alla moglie e la bacia, due volte. A differenza dei figli, la moglie descritta come riluttante ha fornito al mondo il lato umano del presidente. Il lavoratore infaticabile, il presidente che guarda agli americani come propri figli, l’uomo che valorizza le donne assegnandogli ruoli di responsabilità. Dev’essere per forza l’amore che parla.

Dallo staff di Melania sostengono che nessuno del team di Trump abbia revisionato il suo discorso, che sia tutta farina del suo sacco. Se è così, alla Casa Bianca farebbero bene a tentare di valorizzare la First Lady. Può essere lei l’arma segreta della sua campagna elettorale, il migliore sponsor del marito, l’altra faccia – migliore, perché opposta – del Trumpismo.

Il palazzetto semivuoto di Tulsa come specchio dello smarrimento di Donald Trump

Lungi dal fare previsioni a 5 mesi dal voto in America, ma una cosa è chiara fin da ora: per Donald Trump il 2020 non assomiglia neanche lontanamente al 2016. Bastava trovarsi ieri a Tulsa, Oklahoma, per capirlo. Le aspettative per il suo primo comizio dall’inizio della pandemia erano altissime: e anche per questo gli spalti vuoti del palazzetto descrivono meglio di ogni altra immagine il momento di smarrimento della leadership americana.

Dal milione di prenotazioni per l’evento alla desolazione delle tribune senza pubblico. Dall’intervento previsto all’esterno alla cancellazione dello stesso causa scarsa partecipazione. Dai proclami su Twitter sul grande comizio di Tulsa alla furia di Donald con i malcapitati collaboratori per il flop andato in scena.

Qualcuno potrebbe minimizzare ricordando Pietro Nenni e il suo pluricitato “piazze piene, urne vuote”. Ma la storia di Trump, fino ad oggi, ha sempre detto il contrario: nel 2016, l’anno in cui sconfisse Hillary Clinton, i suoi comizi assomigliavano per partecipazione ai concerti di una rockstar in tour per l’America più che agli interventi di un candidato alla Casa Bianca.

Ora è chiaro che la paura del contagio abbia influito sulle presenze a Tulsa, e nessuno mette in dubbio che Trump sia in grado di mobilitare milioni di persone. Per quanto i sondaggi descrivano oggi un vantaggio solido di Joe Biden, perfino nei cosiddetti “Stati in bilico”, al punto da prevedere una vittoria a valanga del candidato Democratico, è troppo presto per dare per spacciato un Presidente in carica che gode del consenso quasi unanime della base del suo partito.

Resta però fortissima la sensazione di un Trump poco lucido, meno in sintonia con gli umori dell’America profonda, caratteristica che nel 2016 lo portò ad intercettare le paure e la voglia di rivalsa degli Stati rurali decisivi per la sua vittoria.

Per farsi un’idea, basta vedere come il Presidente ha trattato le proteste per la morte di George Floyd in queste settimane: prima ha temporeggiato sperando che il caso venisse archiviato da un’altra notizia, poi ha invocato l’esercito, dopo ha inaugurato una politica social contraddistinta dallo slogan “Legge e Ordine”, infine ha dovuto ammettere che anche nell’elettorato Repubblicano si è sviluppata una sensibilità importante su argomenti come il razzismo sistemico nei confronti delle minoranze etniche ed è stato costretto a varare un ordine esecutivo per incoraggiare la riforma della polizia, la stessa che aveva difeso a spada tratta fin dall’inizio della vicenda.

A Tulsa, oltre a prendere di mira Joe Biden, oltre a chiedere di rallentare coi tamponi perché fare tanti test significa trovare tanti positivi (la Casa Bianca ha poi precisato che stava scherzando, ma certo!), oltre a ribattezzare il coronavirus “Kung flu” (“flu” significa febbre: un chiaro gioco di parole razzista per associare l’epidemia ai Paesi asiatici), oltre ad elogiare la risposta della sua amministrazione al coronavirus (viva la modestia e l’onestà, soprattutto), Donald Trump non ha trovato il tempo per spendere una parola su George Floyd. Un’ora e quaranta minuti d’intervento, poco meno del record di 123 minuti registrato a dicembre, dopo che la Camera aveva votato per il suo impeachment (e che volete, Trump è un po’ ossessionato dalle sue sorti). E non un commento, una parola di cordoglio, un pensiero alla famiglia Floyd.

Non è soltanto strizzare l’occhio al suprematismo bianco, è dimostrare di non essere connesso con un popolo che marcia da settimane, per non dire da decenni, in cerca di legittimazione e diritti. Non significa essere solo un tantino egocentrico, vuol dire semplicemente essere troppo presi da se stessi per guidare l’America. No, il 2020 non sembra proprio il 2016. Io lo spero.

Quei poliziotti salveranno l’America

Dov’è l’America? Nella mano in tasca di Derek Chauvin, l’agente in ginocchio che schiaccia con disinvoltura il collo di George Floyd? O nel coraggio di Christopher Swanson, sceriffo di Flint, che va incontro ai manifestanti, si libera di elmetto e manganello ed emozionato si rivolge ai cittadini gridando: “Questi poliziotti vi adorano!“, prima di unirsi al corteo e ricevere pacche sulle spalle?

Dov’è l’America? Nei tweet di Donald Trump, nel presidente che promette di sguinzagliare i cani feroci della Casa Bianca sui manifestanti al di là dei cancelli? O nell’intervento di Barack Obama, nell’ex presidente che oggi ricorda che scendere in piazza a protestare serve, ma fino ad un certo punto. Che votare conta, anche quando verrebbe da pensare il contrario, anche quando la scelta sembra essere al massimo quella del male minore.

Dov’è l’America? Nella superpotenza che si lancia (di nuovo) alla conquista dello Spazio? O nei 40 milioni ritrovatisi senza lavoro in poche settiamane? Dov’è l’America? Nell’eccellenza della ricerca che punta al primato per il vaccino del coronavirus? O negli oltre 100mila morti dall’inizio dell’epidemia?

La risposta è che l’America è ovunque, in ognuna di queste sfaccettature. Nel bene e nel male, nell’alto e nel basso. Troppo grande per puntare alla perfezione, troppo vissuta per riaffermare la sua verginità, troppo nella Storia per parlare di un fallimento.

Come collettività, come insieme di individui, l’America ha la possibilità di scrivere il proprio destino ogni giorno.

Per esempio: ci sono poliziotti che col ginocchio uccidono un afroamericano. E ce ne sono altri che in ginocchio, col capo chino, chiedono scusa per colpe non loro. Ecco, io penso che quei poliziotti salveranno l’America. Anche da sé stessa.

Leggi anche: Perché dobbiamo temere le rivolte in America

Leggi anche: Cos’avrebbe detto oggi Martin Luther King

Perché dobbiamo temere le rivolte in America

Per decenni guardare all’America ha significato gettare un occhio sul futuro. Non si trattava solamente del paio di jeans che avremmo indossato, del film che avrebbe poi sbancato il botteghino o dello smartphone con la mela morsicata che avremmo finito per acquistare. Guardare all’America voleva dire intuire il cambiamento che la nostra vita avrebbe sperimentato. Significava divinare con certezza le tendenze che la politica, la società in generale, avrebbero realizzato al massimo nel giro di qualche anno. Oggi, guardando i disordini che attraversano gli Stati Uniti in lungo e in largo, c’è da sperare che per una volta l’America non faccia testo. C’è da pregare che le proteste per la morte di George Floyd, degenerate in rivolte a causa di suprematisti bianchi e nazionalisti radicali, non contagino anche l’Europa.

C’è un’enorme differenza tra una protesta e una rivolta. Lo stesso campione dei diritti civili degli afroamericani, Martin Luther King Jr, ammetteva che le rivolte sono “la lingua degli inascoltati” ma allo stesso tempo sono “socialmente distruttive e autolesioniste“. Non sarà incendiando commissariati, distruggendo negozi, rovesciando auto, che i neri d’America otterranno l’uguaglianza che chiedono da secoli. Il punto è che l’uccisione di Goerge Floyd ad opera di un agente di polizia bianco non è stato il classico “incidente della storia”. Al contrario: è perfettamente in linea con la storia americana. Joe Biden, sfidante di Donald Trump alle prossime elezioni, ha parlato di una “ferita profonda perché viene dal peccato originale della nostra nazione“, in un riferimento alla schiavitù che non ha bisogno di essere spiegato.

Fino a quando i vertici della politica americana non decideranno di curare questa piaga, fino a quando si limiteranno a qualche impacco saltuario, a qualche medicazione sporadica, la ferita si allargherà, si infetterà, rischiando di estendersi al resto del corpo, minacciando la sopravvivenza stessa dell’intero organismo.

In Europa, in Italia, il problema del razzismo certamente esiste, ma ha un impatto meno lacerante sulla vita delle persone. Pensare però che basti questo a mettere al riparo le nostre comunità da rivolte sociali sarebbe un errore. I disordini che da Minneapolis si sono trasferiti in questi giorni nelle maggiori piazze d’America non sono più – o comunque non sono “solo” – proteste per la morte di George Floyd. Sono invece il sintomo di un disagio più profondo, la manifestazione di una malattia che trova terreno fertile in una società travolta da una pandemia. Una società con 40 milioni di nuovi disoccupati, in cui i più deboli sono ancora più deboli, i più ricchi sempre più garantiti, in cui il “sogno americano” è stato spogliato di ogni significato.

Questo è il virus che dobbiamo temere, guardando all’America. Un vaccino ci sarebbe già, ma non è così diffuso. Si chiama “Politica”.

Leggi anche: L’assurda fine di George Floyd

Leggi anche: Cos’avrebbe detto oggi Martin Luther King Jr

“I had a dream”

Il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I have a dream”.

Io ho un sogno“, disse il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, “che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!“.

Dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, a 57 anni da quel discorso, forse Martin Luther King pronuncerebbe altre parole. Probabilmente oggi direbbe: “I had a dream“. Io avevo un sogno.

Molti grandi discorsi, sono considerati tali per l’universalità delle parole che lo compongono. Perché sono validi oggi come lo erano ieri. Perché sono intrisi di valori e sentimenti che li rendono applicabili tanto al contesto presente quanto a quello per cui sono stati pensati. Questo vale anche per il discorso di Martin Luther King. E questa non è una buona notizia. Perché è il segno che il suo sogno non si è realizzato.

C’è una frase in particolare, tra le tante memorabili pronunciate da Martin Luther King quel giorno di molti anni fa a Washington, che mette i brividi alla luce dei recenti fatti di Minneapolis: “Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia”.

Sarebbe ingiusto dire che da allora niente è cambiato per i diritti degli afroamericani. Sarebbe sbagliato pensare che i neri d’America non abbiano ottenuto delle conquiste un tempo impensabili. Ma la questione razziale negli Stati Uniti non è un chiodo fisso dei Democratici, non è la caccia alle streghe denunciata da tanti Repubblicani, Donald Trump compreso. La questione razziale esiste e incide ogni giorno sulle vite degli afroamericani.

Ne abbiamo avuto esempi quotidiani ben prima della morte di George Floyd. Quando credevamo che niente fosse più democratico di una pandemia, il coronavirus ci ha ricordato che il modo in cui la nostra società è costruita fa sì che determinate fasce di persone siano più esposte di altre alla malattia. Afroamericani ed ispanici sono colpiti più duramente dal contagio rispetto ai bianchi: perché a causa della loro povertà hanno più problemi di salute cronica non curati rispetto ai ricchi; perché svolgono lavori in prima linea, indispensabili al funzionamento di una comunità, per i quali non esiste “smart working” che tenga.

Le proteste che stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis non sono la risposta al problema. Ma sono la reazione prevedibile ad un problema a cui la politica troppe volte ha deciso di non rispondere. Martin Luther King mise in guardia il suo popolo: “Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima“.

Come disse Michelle Obama alcuni anni fa: “Il nostro motto è: quando gli altri volano basso, noi voliamo alto“.

Cinquantasette anni, e molte sofferenze dopo, le parole di Martin Luther King riecheggiano come un memento: “Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il Paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo“.

Sì, il 1963 era un inizio.

Com’è lunga la strada verso il sogno.