Di Maio, i gilet gialli e la verginità perduta

Piaccia o no, il MoVimento 5 Stelle è stato per anni l’emblema dell’utopia in politica. Qualcosa va male in Italia? “Eh, ma vedrai che prima o poi i 5 Stelle…”. Racconto di un Paese che ci ha creduto, breve storia triste di una favola diventata incubo. Da salvatori della Patria ad incompiuti, da speranza concreta a simbolo vivente del “peccato, avrebbe potuto….ma alla fine non è stato”.

Luigi Di Maio si illude che basti il giallo dei gilet di Francia ad illuminare un’azione che si è ingrigita, ad invertire la rotta delle 5 stelle cadenti nell’universo politico nostrano. Auspica la nascita di un nuovo partito che si presenti in Francia, che usi Rousseau, che dreni voti alla coalizione di populisti che si presenterà alle prossime Europee. Sogna, di fatto, il ritorno ai fasti della protesta, ora che è diventato Stato.

Ma la scelta dei tempi in politica è (quasi) tutto. Così non può essere un dettaglio che Di Maio provi a mettere il cappello sui gilet gialli proprio nel momento in cui si manifesta la frattura tra il MoVimento 5 Stelle e la sua base, forse illusa ma pur sempre tradita. E non può esserlo nemmeno che l’abbraccio ai gilets jaunes arrivi quando la protesta per le vie di Francia ha perso gran parte della sua spontaneità, prestando il fianco ai violenti e ai rivoltosi.

Così affiora la comicità inconsapevole di un partito di governo che in Italia ha aumentato le tasse per 13 miliardi e in Francia sostiene chi ce l’ha con Macron perché non le ha abbassate.

E’ il canto d’un cigno triste. Di chi si illude che basti un gilet sgualcito a ritrovare la verginità perduta.

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.