Pure la Madonna

Salvini cita la Vergine Maria in relazione all'approvazione del decreto Sicurezza-bis

In principio fu il rosario agitato in piazza Duomo. Poi il giuramento tenendo il vangelo in mano. Dopo vennero i continui richiami al “buon Dio”. Il tutto seguito da una rivisitazione del pensiero di Papa Giovanni Paolo II per adattarlo al proprio credo. E infine toccò alla Madonna. Che da ieri, sappiatelo, è la responsabile dell’approvazione del decreto sicurezza-bis. Se vi state chiedendo chi sia il soggetto di queste temerarie sortite religiose ne deriva una certezza: siete più fortunati di chi scrive, non sapete che il nuovo successore di Pietro si chiama Matteo.

Che ogni giorno scrive su Twitter i suoi comandamenti, che si fa beffe di noialtri, additati perfino come i responsabili della sua ascesa, soltanto perché puntuali nel coglierne e denunciarne le derive. Sarebbe più giusto, forse, bussare alla porta delle opposizioni, chiedergli conto della loro paura di tornare al voto, talmente folle da aiutare il governo a sopravvivere, consentendogli di sfornare danni, scelleratezze e schifo.

Schifo sì, schifo. E non provate a definirci moralisti, bacchettoni, bigotti, buonisti, nell’ordine che preferite. Non stavolta, non questa. Non riuscirete ad insinuare il dubbio, sia pure per un solo istante, che magari siamo noi quelli “sbagliati”.

E no che non è accanimento, no è che non è un’ossessione. Piuttosto è rinnovato disgusto, quotidiano squallore. Credeteci: noi di Salvini vorremmo non parlarne. Ma come fai a non sbottare dinanzi ad un ministro che chiama in causa la Madonna per il provvedimento meno cristiano degli ultimi anni? Come puoi tacere dinanzi alla mancanza di rispetto continua, per chi crede e per chi no, che questo presunto leader produce? Risposta: non puoi.

E allora venite pure, attaccateci, assaliteci con cura. Diteci che sbagliamo, che facciamo il suo gioco, giustificatene i mezzi, esaltatene i modi, glorificatene gli scopi, osannatelo come un Dio. Noi restiamo qui. Forse pochi, ma convinti che la “politica” sia tutt’altro. Potete giurarci.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato)

 

Matteo Salvini è l’uomo che agita il rosario, che mostra il Vangelo e giura su di esso. Ma da ieri è anche il politico che strumentalizza le parole di un santo nel giorno dell’Immacolata Concezione. Il riferimento alle parole di papa Wojtyla è un colpo basso che più basso non si può. Il tentativo di giustificare il sovranismo ottuso professato dalla Lega estrapolando frasi decontestualizzate risalenti a 36 anni fa è un oltraggio alla memoria di San Giovanni Paolo II e all’intelligenza di chi quel papa lo ha amato e conosciuto talmente bene da sapere che in questo momento si sta rivoltando nella tomba.

Ma a Salvini bisogna rispondere sul punto. Il ministro ha detto che papa Wojtyla parlava dell’Europa come “unione di popoli distinti etnicamente, parlava di una grande varietà di culture, parlava delle ricchezze delle singole civilizzazioni nazionali, auspicava di veder nascere dalle varietà delle esperienze locali e nazionali una nuova e comune civilizzazione europea“.

Punto primo, Salvini: c’è differenza tra “distinzione etnica” e “razzismo”. Studia.

Punto secondo: la varietà di culture non impedisce una condivisione dei saperi.

Punto terzo: nessuno nega che le singole civilizzazioni nazionali siano una ricchezza.

Punto quarto: lo dice il papa, “varietà delle esperienze locali e nazionali” per formare “una nuova e comune civilizzazione europea”. Leggi.

Infine un passaggio che può essere illuminante. Leggere fa bene, in particolare leggere “tutto”, non soltanto i passaggi decontestualizzati che fanno più comodo.  Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, paragrafo 101 di “Ecclesia in Europa”: “Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni“.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato).

Le 21:37 di tredici anni fa…

 

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Avevo la metà degli anni che ho adesso. E non avevo mai visto morire un Papa. Neanche pensavo fosse possibile. Per me il Papa era quello lì. Era Papa Woytjla.

Ricordo una lunga puntata di Porta a Porta, una veglia di migliaia di persone sotto piazza San Pietro. La speranza che quel nonno acquisito non morisse, che se qualcuno poteva fare un miracolo era per forza di cose proprio lui.

Ricordo un coro, quasi da stadio: “Gio-van-ni Pao-lo! Gio-van-ni Pao-lo!“. Li chiamavano i Papa-boys. E a 13 anni mi sentivo uno di loro. Guardavano verso l’alto, in direzione delle finestre illuminate delle sue stanze. C’era il convincimento che finché fossero rimaste accese, così la speranza sarebbe rimasta viva.

Poi dissero in tv che il Papa stava morendo, che era consapevole di tornare alla “casa del Padre“, che per questo era rimasto nel suo letto in Vaticano. A resistere, mentre tutto il corpo si arrendeva, soltanto il suo cuore da sportivo.

Ricordo Bruno Vespa e il suo annuncio su Rai Uno:”Il Papa è morto“.

Svelarono, qualche ora dopo, che il Papa aveva sentito i cori della Piazza, e a stento aveva detto:”Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio“.

Era il 2 aprile di 13 anni fa. Le 21:37. Il tempo si è fermato.