Giuseppe Conte, il Presidente fantasma

giuseppe conte

 

All’inizio dicevano che Giuseppe Conte amasse studiare i dettagli di ogni dossier, padroneggiare la materia fino in fondo, prima di dire la sua. L’anti-Salvini e Di Maio per eccellenza alla guida del governo Salvini-Di Maio. Il burocrate che non ama la ribalta, la concretezza al potere, il tecnico che farà bene il politico, la risposta all’uomo solo al comando. Dicevano, appunto.

In fondo sono bastate le prime due uscite a livello internazionale per smentire entrambe le descrizioni del Professore.

Primo: a Conte i riflettori piacciono, eccome. Ve le ricordate le pacche e i sorrisi con Trump e Macron al G7 di inizio giugno, ovviamente a favore di telecamera?

Secondo: il Presidente del Consiglio ha studiato poco e male il suo ruolo e le sue funzioni. Un vertice UE ed ecco la prima figuraccia da premier. Per i suoi colleghi capi di governo è già diventata memorabile l’alterigia con cui Conte – stizzito per la piega presa dal dibattito sull’immigrazione – ad un certo punto ha affermato: “Io sono professore di legge e so che se un documento ha un numero di protocollo quel documento si discute e si approva tutto, non a pezzi“.

Ne è seguita la presa in giro del premier bulgaro Borissov: “Bene, io ero un vigile del fuoco e non è così che si fa un negoziato“, corroborata dalla presa di posizione dell’omologo svedese Lofven: “Lei è un professore di diritto, e io ero un saldatore in una cittadina del Nord della Svezia, ma so che lei non si sta comportando in modo appropriato“.

Retroscena, elementi di contorno, coriandoli in un Carnevale fatto di maschere che cambiano senza soluzione di continuità. Ma è un dato di fatto che Giuseppe Conte, ad oggi, non abbia confermato né le promesse né le premesse:”Sarò l’avvocato difensore del popolo italiano“, aveva detto presentandosi al Paese.

Ha sconfessato se stesso al punto che il solitamente attendista Mattarella si è sentito in dovere di alzare il telefono e di comporre il suo numero per ricordargli che era lui, proprio lui, l’incaricato a risolvere lo stallo sulla nave militare Diciotti (italianissima) con a bordo 67 migranti che Salvini aveva deciso per puntiglio di bloccare a largo del porto di Trapani.

Per cui va bene tutto, va bene prendersela con Salvini e col suo attivismo dilagante. Va bene accusare Di Maio di essere costantemente a rimorchio della Lega, restare delusi per come il M5s non stia riuscendo ad imporre i suoi temi e la sua agenda. Ma va ancora meglio chiedersi cosa ne è stato di Conte, il Presidente fantasma, il Professore che all’appello risponde sempre assente. Non un buon esempio per i suoi alunni.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Non è vero che Conte peggio degli altri non potrà fare

conte senato

 

Nel giorno in cui il Presidente Conte si presenta all’Italia per ciò che è, tra i tanti interventi dell’opposizione spiccano quelli di Mario Monti e Matteo Renzi, due che a dirla tutta non si sono mai presi. Ma il paradosso della cosiddetta Terza Repubblica è proprio questo: Berlusconi è più vicino alla sinistra che ha combattuto per un ventennio, piuttosto che allo storico “alleato” leghista. E i comunisti rossi a loro volta rimpiangono l’uomo di Arcore: il vecchio mondo è sempre più rassicurante del nuovo che avanza.

Così, nell’aula di un Senato in cui l’entusiasmo assomiglia pericolosamente ad incoscienza, a turbare il clima arrivano le parole del Professore. Non Conte,  l’originale. Monti ha lo stile compassato di sempre, non è mai stato un capo-popolo, e mai lo sarà. Ma con la precisione di un tecnico di prim’ordine agita lo spettro della Troika. Ricorda a Conte e al suo governo che senza la responsabilità di Forza Italia, del Pd e dell’allora Terzo Polo, “voi oggi sareste ridotti ad agenti di un governo semi-coloniale“. Di più, lancia un monito che inquieta soltanto a sentirlo formulare: “non è escluso che l’Italia possa dover subire ciò che ha evitato allora: cioè l’umiliazione della Troika“.

Dall’altra parte c’è Renzi, che al ruolo di showman non si sottrae, che alla tentazione di evidenziare le anomalie della maggioranza Lega-5 Stelle cede volentieri. Così l’occasione è ghiotta per sottolineare che il governo del cambiamento rappresenta in realtà soltanto un aggiornamento del vocabolario politico: “Quello che nella XVII Legislatura si chiamava inciucio oggi si chiama contratto; quello che nella XVII Legislatura si chiamava partitocrazia oggi si chiama democrazia parlamentare, quello che nella XVII Legislatura si chiamava condono oggi si chiama pace fiscale, quello che nella XVII Legislatura si chiamava un uomo che tradisce il proprio mandato oggi si chiama cittadino che aiuta il governo a superare la fase di crisi”.

Da questi due interventi, da quello di un senatore a vita rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che ha messo in ginocchio l’Italia, e da quello di un leader sconfitto nelle urne ma condannato dalla sua indole a restare un capo, si evince la verità che molti oggi negano.

Non è vero che Conte sicuramente non farà peggio di chi lo ha preceduto. In questi anni siamo cresciuti poco e male. Si poteva fare certamente di più e sicuramente meglio. Ma in qualche modo abbiamo salvato la pelle.

E nessuno ci assicura che cambiamento faccia sempre rima con miglioramento.

Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto

conte fiducia

 

Parla per un’ora e 11 minuti. Ma ne sono bastati sinceramente un paio per rendersi conto che Giuseppe Conte non è migliore di chi lo ha scelto. Usa il Senato come fosse una piazza, alza la voce quando vuole l’applauso, legge un discorso che è il festival delle banalità. Un misto di citazioni dotte che sembrano buttate lì a casaccio, quasi fossero state recuperate su Google la sera prima.

Sembra crederci, Giuseppe Conte. Sembra, appunto. Tant’è che la frase più significativa di 71 minuti da dimenticare è quella in cui annuncia che non si soffermerà sui singoli punti del contratto di governo.

Sa che non può farlo. Sa che i fondi per finanziare ciò che dice non ci sono. Sa che è meglio prolungare la campagna elettorale all’infinito.

E allora non un numero, non una copertura, non un messaggio d’apertura al Paese. Non un messaggio di distensione all’Italia divisa.

Diceva di essere l’avvocato di tutti gli italiani ma si è già distinto per essere quello di una sola parte. Dell’Italia manettara e giustizialista, di quella degli slogan e dei populisti.

Sarà ricordato come il discorso della s-fiducia. Quella di un popolo che dopo questo intervento ha chiara una cosa: milioni di italiani, da oggi, non hanno un premier.

Cosa dirà Giuseppe Conte nel suo discorso sulla fiducia (e cosa no)

giuseppe conte premier

 

Il discorso sulla fiducia al Senato è per Giuseppe Conte il primo vero esame da Presidente del Consiglio. Non un concetto nuovo, per il Professore, che per una volta si troverà dall’altra parte della “cattedra”: lui il giudicato, lui quello chiamato a dimostrare di padroneggiare a dovere la materia.

Indiscrezioni delle ultime ore parlano di un discorso preparato in autonomia (e ci mancherebbe altro) ma tenendo conto delle considerazioni e delle istanze dei due veri azionisti del governo gialloverde: Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Sarà un intervento senza particolari picchi, non indimenticabile. Un discorso volto perlopiù a rassicurare l’esterno del Parlamento, a conferma del fatto che difficilmente nel corso della legislatura il perimetro dell’esecutivo potrà allargarsi (fatta eccezione, forse, per Fratelli d’Italia).

Conte cercherà dunque di dare seguito alla richiesta di credito inoltrata poco tempo fa da Di Maio ai mercati (“Fateci prima iniziare a lavorare“), tentando di proporre il suo governo non come un assembramento di pericolosi reazionari, bensì come un propulsore delle innovazioni necessarie al Paese per diventare competitivo con il resto d’Europa.

E proprio l’Europa sarà l’oggetto principale e il convitato di pietra della discussione a Palazzo Madama. Conte ribadirà con forza la collocazione europea dell’Italia, senza rinunciare però a quei distinguo tanto cari soprattutto a Salvini, affermando così la necessità di ripensare l’Unione per renderla più vicina agli italiani e rilanciando l’impegno a ridiscutere i Trattati più penalizzanti dal nostro punto di vista.

“L’avvocato degli italiani” non si sottrarrà alla tentazione di elencare i punti programmatici che hanno di fatto caratterizzato il contratto del “governo del cambiamento”: reddito di cittadinanza, flat tax e abolizione della riforma Fornero. Ciò che non dirà (ma c’è da capirlo) è come pensa di realizzare queste misure e dove crede il suo governo di trovare i soldi. Così come sarebbe una sorpresa scoprire la strategia dell’Italia in fatto di politica estera: saldamente ancorata al blocco atlantico o pronta a strizzare tutti e due gli occhi verso la Russia di Putin?

Come primo esame Conte proverà a strappare un 18. Non il migliore dei crocevia, per chi si propone di riscrivere la storia…

Salvini e Di Maio, fate una cosa: ringraziatelo

mattarella presidente

 

Poche parole, questa sera. Per capire cosa diventerà il governo giallo-verde avremo tempo. Ma nella notte che segna forse l’inizio della Terza Repubblica, concedetemi una richiesta, cari Di Maio e Salvini.

Quell’uomo coi capelli bianchi e gli occhi azzurro cielo, quell’uomo, che si è visto augurare la galera e la morte, Sergio Mattarella, insomma, senza il quale il governo ve lo sareste sognato, merita un paio di parole.

Due soltanto. Due almeno. Scusi e grazie.

Il tempo è galantuomo, sempre. Ha vinto Lei, Presidente.

Per un Savona qualunque si strappa l’Italia

paolo savona

 

La linea di non ritorno è stata varcata da un po’. Precisamente da quando Matteo Salvini ha chiarito che sul nome di Paolo Savona non arretrerà. Suggerimenti, proposte, idee, davanti alle telecamere; ma al tavolo con Giuseppe Conte quello per il ruolo di ministro dell’Economia diventa un diktat che dalle parti del Colle non vogliono e non possono tollerare.

Eppure è chiaro che Mattarella non ha alcun interesse ad impuntarsi. Per quale motivo dovrebbe opporsi alla nascita di un nuovo governo? Tanti sono stati i passi che il Quirinale ha compiuto affinché le forze politiche riuscissero a formare un esecutivo. Ha percorso diverse strade, promosso consultazioni su consultazioni, proposto perfino che fosse uno tra Di Maio e Salvini – se non addirittura entrambi – ad intestarsi la guida del governo. E allora perché proprio adesso Mattarella viene accusato di essere il sabotatore nemmeno tanto oscuro della partita?

Altra domanda: perché Paolo Savona a tutti i costi? Curriculum importante, non c’è che dire. Ma è davvero lui l’unico depositario della ricetta della salvezza italiana? Al Colle pensano il contrario. Ed è per questo che Mattarella indugia, frena, sconsiglia. Perché se pure qualcuno l’ha dimenticato, lui resta il Presidente “della Repubblica” e quella è chiamato a tutelare e a difendere. Anche dalle avventurose fughe in avanti che rischiano di mettere a repentaglio tutto il sistema di cui – è bene chiarirlo – facciamo parte tutti quanti.

Il punto, però, è che Mattarella per non forzare la mano quando poteva adesso si trova all’angolo. Perché i partiti “di maggioranza” hanno già dato il via ad una campagna elettorale contro il Colle che ha pochi precedenti nella nostra storia. Salvini ha iniziato a parlare di “frattura tra i Palazzi del potere e gli italiani“, Di Maio lo seguirà a ruota, e l’ipotesi che la gente si faccia convincere che la forzatura sia stata quella del Quirinale – e non dei partiti come in realtà è stato – è concreta.

Dovrebbe preoccuparci il fatto che per un Savona qualunque, sconosciuto ai più fino a dieci giorni fa, venga messa in discussione la più alta carica dello Stato. Dovremmo stare in allarme, pensando che un illustre sconosciuto può strappare l’Italia.

Sono tempi bui.

Berlusconi e il “vorrei ma non posso”

 

Non è la prima volta che la corda con Salvini rischia di spezzarsi. E forse non sarà nemmeno l’ultima. Ma nello strappo che per l’ennesima volta si ipotizza e non si consuma sta tutta la prigionia politica del momento di Silvio Berlusconi.

Il segno che il Cavaliere non sia libero da guinzagli arriva dopo le consultazioni con Giuseppe Conte. Nemmeno il richiamo dei giornalisti, neanche la possibilità di ritrovare il microfono e la parola, dopo le umiliazioni inferte da Salvini al Colle, lo convincono a mostrarsi davanti alle telecamere. Via da un’uscita laterale di Montecitorio e consegna del silenzio alle due capigruppo Bernini e Gelmini.

La nota che Forza Italia diramerà da lì a poco non è altro che la conferma dei sospetti di Berlusconi: sarà opposizione perché non ci possiamo fidare. Ma se dai 5 Stelle sapeva cosa attendersi, è da Salvini che Berlusconi è umanamente deluso. “Mi ha preso in giro“, va sfogandosi da giorni, rimarcando il fatto che i patti con il leader del Carroccio non erano questi.

Ha ottenuto il via libera al governo per non passare da traditore, ma alla fine ha tradito lo stesso, è il Berlusconi-pensiero riferito a Salvini, che anche ieri dopo essere stato braccato dal vecchio Silvio in una stanza di Montecitorio non si è trattenuto dal rifilare una stoccata alla delegazione forzista che non si era presentata davanti alle telecamere: “Siamo qua per non mancare di rispetto alle dirette televisive“, ha detto appena uscito dal colloquio con Conte. Colpito e quasi affondato.

Dicono che ogni giorno Berlusconi mediti un colpo di teatro, che muoia dalla voglia di denunciare la giravolta di Salvini, che intimamente speri di veder naufragare in extremis il balletto di governo M5s-Lega per tornare al voto con il centrodestra unito (o con ciò che n’è rimasto) e dare l’assalto a Palazzo Chigi.

Poi però Gianni Letta gli ricorda i sondaggi e consiglia di aspettare tempi migliori, di attendere almeno che Di Maio e Salvini commettano i primi errori.

È un continuo di “vorrei ma non posso“, nel mondo di Silvio. La domanda che evita di farsi, però, è questa: “Ma prima o poi potrò di nuovo?“.

L’avvocato Conte, che sa già di Azzecca-garbugli

giuseppe conte

 

C’è da dire che Giuseppe Conte ha mostrato una buona dose di coraggio a scegliere per sé la definizione di “avvocato del popolo italiano“. Non fosse altro perché di Avvocato, nell’immaginario collettivo nostrano, resterà sempre e comunque uno solo: l’Avvocato appunto, Gianni Agnelli.

Certo nessuno sa con certezza se quell’appellativo il nobile Conte se lo sia dato da solo oppure se un paio di sceneggiatori (due a caso) abbiano deciso al suo posto di inserire nel primo e imbalsamato discorso da premier incaricato un’indicazione di ciò che ci aspetta.

E sì, perché se Conte sarà il nostro avvocato difensore c’è da pensare che qualcuno vorrà accusarci, attaccarci. La retorica del complottismo, del “ce l’hanno tutti con noi, poveri italiani che siamo” non è destinata a svanire in fretta, purtroppo.

Però nel darsi questa definizione Conte sembra confermare l’idea che quello nascente sia tutto tranne che un governo politico. È una connotazione da tecnico, quella che Conte si è scelto. Monti era il Professore, ad esempio. E lo è rimasto anche dopo aver lasciato Palazzo Chigi. Di Conte cosa diremo tra 5 anni? Verrà naturale chiamarlo Presidente?

L’impressione (almeno la prima) è che il premier incaricato sia destinato ad essere ricordato come un avvocato celebre della storia italiana, eppure non propriamente stimato: tale Azzecca-garbugli. Quello che Renzo (non Renzi, sia chiaro!) ne I Promessi Sposi definisce “l’avvocato delle cause perse“. Quello che s’ingegna di volta in volta per trovare le scappatoie legali per giustificare gli azzardi di don Rodrigo.

In questo caso la fatica sarà doppia: i don Rodrigo sono almeno due, Di Maio e Salvini. Nella speranza, tra qualche mese o addirittura qualche anno, che il nostro Azzecca-garbugli non prenda in prestito la frase che Manzoni fece pronunciare a Lucia: “Non sono io che ho cercato guai, ma sono i guai che hanno cercato me“.

Conte-nti voi..

conte giuseppe

 

Habemus premier. Capiremo poi, però, se sarà gaudium magnum. Di certo c’è che non si parte col piede giusto. Con un capo (?) del governo come Giuseppe Conte che da una parte dovrà lavare l’onta del curriculum gonfiato, dall’altra chiarire che il suo essere tecnico non lo priva della potenzialità di essere politico.

A questo punto ci si chiede perché un’alleanza che si preannuncia di legislatura, non abbia trovato al suo interno il coraggio e la forza di assumere la guida del Paese. E soprattutto quale forma assumerà la compagine che sta per nascere, ma è chiaro che ci troviamo in un territorio inesplorato: dietro l’angolo può trovarsi la qualunque, pure il baratro purtroppo.

Ciò che è comprensibile, ma non condivisibile, è l’entusiasmo di chi ha votato M5s e Lega.  Conte è ad oggi un ibrido indefinibile. Anche fosse mero esecutore del programma non è detto che tra 5 anni l’Italia starà meglio di oggi.

Al cinema si direbbe che i trailer sono terminati. Adesso inizia il film: ma chi ha il biglietto sia pronto a tutto. Pure a vedere un horror.