Boris virus

Non mi allineo ai festeggiamenti sui social per la notizia della positività al coronavirus di Boris Johnson. Il primo ministro inglese ha sviluppato nelle ultime 24 ore sintomi lievi della malattia (febbre e tosse) ed è in autoisolamento, come ha annunciato lui stesso in un intervento su Twitter.

La sua gestione dell’emergenza sanitaria nei giorni scorsi mi aveva sorpreso: la franchezza, per usare un eufemismo, con cui l’ex sindaco di Londra ha annunciato alla nazione che “molte famiglie perderanno i loro cari” è stato inusuale anche per la comunicazione politica senza filtri dello scapigliato BoJo. Il popolo britannico è abituato a confrontarsi con momenti critici, sa cosa significa vivere “l’ora più buia”, soffrire per inseguire un flebile spiraglio di luce, cadere e rialzarsi. Ma l’approssimazione con cui BoJo e il suo staff avevano parlato al Regno Unito è stata non all’altezza della cultura del leader conservatore: in Italia c’è chi lo descrive come un Trump d’Oltremanica, un Salvini che ce l’ha fatta, un Bolsonaro con l’accento british. Non è così: Johnson è un uomo di profonda intelligenza e preparazione, ha studiato i classici, ha una passione sconfinata per l’Italia e la sua storia. Per questo la sua cattiva gestione dell’emergenza è stata ancora più grave e sorprendente.

Negli ultimi giorni la realtà ha bussato anche alle porte dell’isola. Il lockdown “all’italiana” è entrato a regime: “State a casa, è l’unico modo che abbiamo per salvare più vite“, ha detto Johnson. Soprattutto, il distanziamento sociale serviva come in Italia a garantire che il rinomato NHS, il servizio sanitario nazionale del Regno Unito, un fiore all’occhiello di cui ogni britannico va orgoglioso, non collassasse. L’immunità di gregge era un’illusione troppo lontana da raggiungere: la transumanza sarà lunga, ma in primo luogo le persone non sono pecore.

Chi oggi parla di karma, di legge del contrappasso, non merita comunque spazio. Non su questo blog. Auguri a Johnson. Che ce la faccia a superare il virus. E che la sua malattia scuota almeno il Regno Unito portandolo ad osservare il lockdown con fermezza. Perché l’ora più buia finisca in fretta.

Via col Regno

Da questa mattina, e fino a stanotte, nel Regno Unito si vota per le elezioni anticipate. Per la terza volta in 4 anni la politica d’Oltremanica chiede al suo popolo un mandato forte per governare. Esagerati? Magari sì. Ma viene spontaneo notare che in Italia per votare lo stesso numero di volte abbiamo impiegato 11 anni. Trova le differenze.

In passato è andata bene soltanto a David Cameron, ma poi sappiamo com’è finita: un referendum sulla Brexit ha modificato la curvatura della storia. Theresa May si è fidata nel 2017 dei sondaggi, intendeva sfruttare il “momentum” favorevole ai Conservatori, ma i sondaggi in Gran Bretagna per tradizione non sono affidabili come i nostri (sì, ogni tanto qualche merito ce lo prendiamo). E Theresa ha lanciato il suo personalissimo May-Day. Ora ci riprova Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra semplicisticamente descritto dalla stampa main-stream come un surrogato di Donald Trump d’Oltremanica.

BoJo non è Trump. E nemmeno Salvini

Certo, la chioma bionda ribelle (The Donald è phonato, non scherziamo) potrebbe ingannare e suggerire presenza di indole da populista sovranista, un Salvini più grassoccio, una Le Pen al maschile con la fortuna di appartenere al partito giusto, piuttosto che alla spaventosa destra estremista. Ma non è così. Definizione perfetta di BoJo è stata data su “Il Foglio” da quella mente finissima che risponde al nome di Giuliano Ferrara, per cui Johnson “non è un Arancione, non è un Truce, non è della razza dei Bolsonaro dei Duterte degli Erdogan, e a rigore non è nemmeno un Putin dipendente. È un inglese di Eton, supercasta. Un conservatore brillante, con il lignaggio della sua specie tutto a posto, che ha scritto libri anche divertenti su Churchill, non pamphlet per la casa editrice Altaforte“.

Istrionico come Churchill, l’uomo che salvò l’Europa dai nazisti, scarsamente empatico, antipatico all’establishment, decisamente arrivista, poco telegenico, non avvezzo al confronto coi giornalisti. Ma BoJo possiede una cultura che molti dei sovranisti sopracitati sognano, un fiuto da animale politico di razza, il pedigree del perfetto conservatore. Le sue sorti politiche dipendono dal voto odierno. Ma in gioco c’è molto più del suo destino personale.

Perché questo è il secondo referendum Brexit

Il secondo referendum sulla Brexit è di fatto questo. Johnson è il solo ad aver puntato sul Leave, sulla conferma di quel voto inimmaginabile del 2016, sull’orgoglio della diversità britannica, sulla libertà dai vincoli brussellesi, in una frase: sulla nostalgia dell’impero. Per questo ha ripetuto in maniera quasi ossessiva il suo “Get Brexit done“, lo slogan che è diventato un tormentone. Come dire “facciamo Brexit“, usciamo da questo tunnel di accordi con l’Ue, poniamo fine agli estenuanti giochi parlamentari, e poi occupiamoci delle altre priorità del Paese, dei veri problemi della gente. Punta a prendere i britannici per sfiancamento BoJo, sul loro desiderio di farla finita, di andare avanti con gli occhi bendati, ma pur sempre avanti.

Perché BoJo può “non-vincere”

Nessuno dubita che stanotte il primo partito sia il suo, ma anche in un sistema maggioritario esasperato come il “first-past-the-post” – chi arriva primo in un collegio prende il seggio e saluti alla compagnia (il sogno proibito di Salvini) – è concreto il rischio di un “hung Parliament“, un Parlamento appeso, bloccato. Non tanto perché il laburista Jeremy Corbyn entusiasmi gli elettori, anzi (d’altronde individuarne i limiti è stato fin troppo semplice). Ma proprio perché è chiaro a tutti gli anti-Brexit che il voto di oggi è l’ultima chiamata. Non c’è possibilità di appello. Ecco allora fiorire come funghi siti che spiegano ai “remainers” come votare per fermare Johnson. Lo chiamano “tactical voting“. Lo ha riassunto bene Lorenzo Pregliasco su YouTrend: “La versione british del nostro “turarsi il naso”. Esempio concreto: se sono un LibDem anti-Brexit e voglio evitare a tutti i costi che nel mio collegio vinca il candidato Conservatore, può darsi che mi convenga turarmi il naso e votare Labour, perché avrei più chances che nel mio collegio non vincano i Tories“.

Quasi tutto si giocherà nei cosiddetti “marginal seats“, paragonabili agli “swing states” americani, collegi in bilico, molti dei quali appartenenti al cosiddetto “red wall“, il muro rosso, l’equivalente delle una-volta-roccaforti-rosse italiane.

Ogni mattone buttato giù avvicinerà il bambino che voleva diventare “il re del mondo” a quella leadership inseguita per una vita intera. E allontanerà, bisogna accettarlo, gli amici britannici dall’Europa. Nessun dubbio su questo: se fosse un film si chiamerebbe “Via col Regno”.

La Nato ha un problema: la Nato

La Nato ha 70 anni. Auguri. Ma non si offenderà se le diciamo che li porta male, malissimo. La signora è in sovrappeso, 29 Paesi da mettere d’accordo non sono uno scherzo, e i suoi organi interni non fanno più il loro dovere. Trump ha un chiodo fisso, ragiona con una mano sul portafogli, è una deformazione professionale: i Paesi dell’Alleanza devono rispettare l’impegno assunto dopo l’11 settembre e spendere per la difesa almeno il 2% del PIL. Questo criterio, ad oggi, viene osservato soltanto dagli Usa e dalla Gran Bretagna tra i grandi Paesi. Gli altri due “contribuenti” ligi al dovere si chiamano Grecia ed Estonia. Non propriamente dei giganti.

Ieri, nel primo giorno del vertice celebrativo per il 70esimo anniversario della nascita della Nato tenutosi a Londra, il padrone di casa Boris Johnson ha parlato in termini entusiastici del Patto Atlantico. Donald Trump prima di lui aveva accusato Macron di essere stato tremendamente offensivo nei confronti della Nato. Sì, sta tornando l’anglo-sfera.

In questo momento l’Unione Europea non esiste. Sarebbe più coerente definirla Divisione Europea. Il presidente francese è stato forse troppo duro (non a caso la Merkel lo ha bacchettato) quando un mese fa ha parlato di una Nato in “stato di morte cerebrale“, ma soltanto il laburista norvegese Jens Stoltenberg, che dell’alleanza è il segretario generale, può dire oggi che va tutto bene. Macron ha individuato il punto centrale della questione. No, non sono i soldi investiti nella Nato (ma Trump ha ragione quando chiede che i patti vengano rispettati). Il problema è di altra natura: qual è l’obiettivo della Nato? Perché esiste? Garantire pace e prosperità? Benissimo. Ma chi è il nemico? Una volta c’era il blocco comunista sovietico da contenere. Oggi sarebbe utile aggiornare priorità e strategie. Domani potrebbe essere troppo tardi. La vera minaccia è la Cina: la penetrazione di Pechino in Occidente è preoccupante. L’Italia ha una politica estera così intelligente da aver firmato la Nuova Via della Seta: siamo sempre un passo avanti (direttamente nel baratro). Continuare a vedere nella Russia il nemico da combattere non farà che spingere Putin tra le braccia di Xi Jinping. Svegliamoci.

Poi c’è l’altra questione: l’assenza di coordinamento. Tra le verità pronunciate da Macron c’è la seguente: “Attorno al tavolo non abbiamo la stessa definizione di terrorismo. Guardo alla Turchia e vedo che combatte contro coloro che combattevano fianco a fianco con noi contro l’Isis: è una questione strategica“. Vero, ma la Turchia è anche il secondo esercito della Nato. E se il primo è guidato da un signore di nome Donald da cui dipende la difesa dell’Europa che dice: “Mi piace la Turchia e vado molto d’accordo con il suo presidente“, allora è chiaro che qualcosa non torna. La Nato ha un problema: la Nato.

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.

La sola cosa da fare per salvare la Siria

 

Il giorno dopo il bombardamento condotto sulla Siria da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, la domanda che ricorre più spesso è la seguente: e adesso?

Adesso stiamo a vedere, rispondono pure gli addetti ai lavori. Perché come spesso accade quando si tratta di Medio Oriente ciò che vale oggi potrebbe non valere domani.

Ci sono però dei punti certi, dati di fatto di cui bisognerebbe prendere atto.

  • Trump ha condotto un attacco mirato sulla Siria e ha ottenuto un doppio risultato: tenere fede alla promessa di punire Assad dopo l’uso di armi chimiche sui civili ed evitare lo scontro frontale con la Russia di Putin.
  • Assad resterà ancora a lungo il leader della Siria. Parliamo di un tiranno, di un dittatore. Non c’è altro metodo per definire un personaggio che bombarda il suo stesso popolo. Ma la verità è che l’occasione per spodestarlo è andata persa qualche anno fa. Obama ha avuto il match point e lo ha mancato: aveva minacciato il presidente siriano che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche sulla popolazione: la famosa red line. Non ha dato seguito alle sue minacce e ha consentito l’inserimento nella regione di Putin, di cui Assad è diventato il protetto.
  • Preso atto che il regime change è ormai impossibile da praticare, l’Occidente faccia un bagno di realtà. Assad lì è e lì rimarrà. Si può solo sperare di condizionarlo affinché faccia meno danni. E l’unico soggetto da cui Assad prende ordine si chiama Vladimir Putin. Domanda: servono a qualcosa – se non ad inasprire il contesto – le sanzioni nei confronti della Russia? Altra domanda: l’Onu serve ancora a qualcosa o è un Palazzo di Vetro nel senso che può spaccarsi al minimo urto.

In sintesi c’è solo una cosa da fare per salvare il salvabile in Siria. Che non farà piacere agli idealisti e non è forse nemmeno quella moralmente più giusta. Parlare con Putin.

Mettersi al tavolo con la Russia, piuttosto che con Assad. Accordarsi con lo Zar consapevoli delle proprie differenze, ma assicurandosi che il conto di una guerra che ha provocato finora mezzo milione di morti (mezzo milione, sì) non diventi sempre più salato.

Questo è ciò che si dovrebbe fare. Se volete sapere ciò che verrà fatto allora avete sbagliato articolo…