Luigi, molla.

Luigi Di Maio

Leader difficilmente si diventa, quasi sempre si nasce. E Luigi Di Maio sta mostrando in questi giorni tutta la sua inadeguatezza al ruolo, tutta la sua incapacità di rappresentare un punto di riferimento per la sua parte politica e per il Paese. Le recenti uscite di Beppe Grillo vanno lette come una paterna azione di tutoraggio nei suoi confronti, un nemmeno troppo velato commissariamento da parte di un Elevato che per salvare la sua creatura è sceso a patti con ciò che ha sempre considerato il Diavolo.

Ora sarebbe facile prendersela con Luigi Di Maio, denunciare il suo sfacciato poltronismo, denigrare il suo indebito vittimismo, chiedergli conto di parole a lui note come “dignità” e “onestà”, domandargli se pensa realmente che basti presentarsi alla stampa e leggere 10 punti oggi, altri 20 domani, come fossero i buoni propositi della letterina di Natale, per dimenticare i danni realizzati in 14 mesi di (s)governo con Salvini.

Sarebbe semplice, perfino lecito, forse addirittura necessario. Ma non servirebbe. Perché avrebbe lo stesso effetto di parlare con un italiano in norvegese. E attenzione: noi non crediamo che Di Maio sia stupido. Non ci interessa il suo passato da steward al San Paolo, qui nessuno si è mai azzardato a definirlo “bibitaro” in un’accezione negativa. Onore a chi lavora onestamente, sempre.

Ma Luigi Di Maio non ha gli strumenti per comprendere che la sua stagione politica è finita, non è strutturato per riconoscere il punto di caduta della sua esperienza, non ha i mezzi per salvaguardare ciò che rimane della sua persona. Soprattutto non ha chiaro che la sua sta diventando una farsa, ciò che nel teatro antico rappresentava l’intermezzo tra due drammi (il primo è stato più che altro una tragedia, il secondo vedremo).

L’ostinazione con cui ambisce a ricoprire un ruolo di primo piano nel futuro governo tradisce sì l’ambizione sfrenata di chi ha vinto la lotteria e non vuole rinunciare al suo futuro da turista per sempre, ma allo stesso modo denuncia una pochezza umana che non è propria di un leader (vero), men che meno di un uomo di Stato.

Non sappiamo se Di Maio sia attorniato da cattivi consiglieri, da quella specie di malfidati arrivisti che si trova in tutti gli ambiti, in ogni settore, ma soprattutto in politica. Se fossimo suoi amici, però, non avremmo dubbi su cosa dirgli. Per il suo bene, due parole: Luigi, molla.

Il MoVimento 5 Stelle si vergogna del Pd

Di Maio

Come se ad aver perso 6 milioni di elettori nel giro di un anno non fosse il suo MoVimento. Come se ad essere passati dal 32 al 17% fossero altri. Come se la crisi di governo aperta da Salvini fosse un suo merito, un suo successo politico, Luigi Di Maio stabilisce pre-condizioni, emette diktat, scandisce i tempi e i modi del confronto con il Pd.

Come se 14 mesi di sfacelo non bastassero, come se non avesse mai governato, come se le sue parole fossero minimamente credibili, il capo politico dei 5 Stelle delinea punti programmatici, prova a rifarsi una verginità politica e ad incollarsi alla poltrona, consapevole che un altro treno no, difficilmente passerà.

E in questa spregiudicatezza, demerito di un Pd che a sua volta subisce il gioco anziché farlo, c’è tutta l’arroganza di chi avrà pure archiviato l’era del “non ci alleiamo con nessuno” – salvo poi cercare sponde con tutti – ma allo stesso modo chissà perché continua a sentirsi superiore, ontologicamente diverso, fondamentalmente altro.

Così può spuntare un Di Battista qualunque e chiedere oltre al taglio dei parlamentari anche la revoca immediata delle concessioni autostradali ai Benetton. Oppure può capitare che Grillo e Di Maio pretendano come “conditio sine qua non” per governare che il Presidente del Consiglio non solo sia 5 stelle, ma anche specificatamente Conte. E già che ci siamo perché non chiedere ai dem di dire no alla Tav?

Se vi sembrano richieste evidentemente eccessive, se pensate che a tutto c’è un limite, che questa più che una trattativa sembra un ricatto, sappiate che l’impressione è corretta, la realtà ben delineata. Se il MoVimento 5 Stelle arriva a chiedere al Pd oltre il politicamente comprensibile, se si spinge a tirare la corda correndo il rischio che si spezzi non è – solo – perché un altro forno con la Lega resta comunque aperto. La verità è che del Pd si vergogna maledettamente. Come la sua base, prevalentemente contraria ad un accordo con quello che fino a pochi giorni fa era il “Partito di Bibbiano” e da qualche ora si è trasformato nel salvagente per restare aggrappati al governo. Non le migliori premesse, per dirsi di sì.

Vade retro “nuova sinistra”

Zingaretti e Di Maio

C’è una differenza netta, sostanziale, nelle due proposte di governo giallorosso che avanzano in queste ore. C’è la proposta di Renzi, che parla di un governo istituzionale per mettere in salvo l’Italia dalla recessione. E poi c’è quella di Zingaretti, che vede in questa particolare situazione l’occasione per costituire una nuova alleanza politica, strutturale, con il MoVimento 5 Stelle.

Nei piani della “ditta”, di fatto, c’è l’annessione dei grillini, il tentativo di farne una costola della sinistra capace di fare da ago della bilancia in particolare nelle prossime consultazioni regionali, su tutte quelle in Emilia Romagna. Un piano strategicamente neanche troppo “fesso”, se non fosse per un discorso di coerenza.

Se può essere accettata di malavoglia, turandosi il naso, la prospettiva di un governo con chi per 14 mesi ha prestato il fianco a Salvini, se la si ritiene l’unica concreta possibilità per salvare l’Italia dalla deriva sovranista, diverso è scegliere consapevolmente di dare vita ad un’alleanza politica che abbia come fine ultimo quello di fare di Di Maio, Di Battista e Taverna interlocutori stabili.

Sta sottilmente ritornando di moda il “momento Scalfari”, in riferimento alla dichiarazione dell’ex direttore di “Repubblica” – subito dopo il voto del 4 marzo – secondo cui cui il MoVimento 5 Stelle alleato al Pd sarebbe diventato “la nuova sinistra“. Scalfari in seguito rettificò parlando di “scherzo provocatorio“, ma oggi sembra proprio questo il disegno che hanno in mente Zingaretti e compagni.

Ecco, se la “nuova sinistra” è un MoVimento 5 Stelle alleato strutturale del Pd, se Grillo e Casaleggio diventano i soggetti da consultare per concordare il nuovo Presidente della Repubblica, allora povera Italia. Se la “nuova sinistra” è quella che per una parte ha varato e votato i decreti (in)Sicurezza di Salvini, allora sei messa male, Italia. Se la “nuova sinistra” è quella giustizialista e manettara, quella che gode delle inchieste e sparge sterco sulle famiglie coinvolte, se la “nuova sinistra” è quella che dice no alla Tav e alle Grandi Opere, se è quella che va in deficit e crea debito, se è quella che dice sì al reddito di cittadinanza e no al lavoro, allora buona fortuna, Italia.

Dal “MoVimento del cambiamento” al “cambiamento del MoVimento”

Doveva finire così. In fondo era scritto. Il MoVimento del Vaffa ha mandato a…..pure se stesso. Nel calcio si chiamano falli di reazione: ti buttano a terra e tu scalci, frustrato, provi a colpire l’avversario pur sapendo che non si fa, non è giusto. Così Di Maio si illude che basti stravolgere M5s, snaturarne l’indole, fare del MoVimento qualcosa di più simile ad un partito, per arginare una caduta tanto rapida quanto fragorosa.

Via al tetto del doppio mandato nei Comuni. Ma come? Non era un modo per impedire che la politica diventasse una professione? Non era il metodo per evitare che ci si attaccasse troppo alle poltrone? Sì alle alleanze con le liste civiche, e addio per sempre all’ideale di purezza. Sono come gli altri,
anzi peggio. Verginità perduta, o forse mai avuta.

Il compromesso che diventa abitudine, d’altronde se è successo a Roma di allearsi con la Lega, perché non può capitare lo stesso in un comune di 3mila anime? Fila tutto, il discorso è logico. Ma la prossima volta risparmiateci tutta la retorica sulla superiorità morale, sulla nuova politica, sull’etica di cui voi soli siete i custodi, sull’onestà, onestà. Onestà?

In tutto ciò c’è Di Maio, un leader che il giorno dopo la sconfitta più pesante da quando guida il MoVimento si preoccupa di assicurare che il suo ruolo non è in discussione per almeno 4 anni. Se volevate una prova della crisi che attraversa quella classe (non)dirigente eccola, servita. Non c’è un confronto che non sia con Casaleggio. Gli iscritti, la famosa “base”, vengono consultati solo per ratificare scelte impopolari, vedi Diciotti, per salvare la faccia a chi la faccia non ha il coraggio di metterla.

Doveva essere il “MoVimento del cambiamento”, alla fine hanno fatto altro: il “cambiamento del MoVimento”.

Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

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  • I sondaggi nazionali in picchiata

Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.