Il fu MoVimento 5 Stelle

Allora che ne è stato di tutto ciò che doveva essere? La immaginavo più o meno così, tra qualche anno, la domanda delle domande posta da un disilluso 5 stelle. Rivolta ad un interlocutore indefinito, lanciata magari nei meandri della Rete, come un urlo strozzato nel vuoto cosmico di ciò che poteva e invece non è stato. C’è voluto meno tempo, in fondo. Sono bastati pochi mesi, perché grandi speranze venissero sacrificate su due altari: quello del governo a tutti i costi e quello della realtà.

Perché il paradosso, alla fine, è proprio questo: ogni promessa tradita dal MoVimento 5 Stelle è un passo avanti per l’Italia. Tesi pericolose e palesemente menzognere, propugnate con arroganza e violenza verbale, sfruttando l’ignoranza e la buona fede di milioni di elettori. L’utopia del nuovo, la volontà di spazzare via per sempre il vecchio, la rabbia e il dispetto, la furia e la rivalsa, ingredienti irrinunciabili di un “vaffa” che prima o poi gli italiani rispediranno al mittente.

E’ un elenco infinito di bugie, una lista di desideri irrealizzabili e per questo irrealizzati. Dall’Ilva al Tap, dalle trivelle alle banche. Oggi (per fortuna) Grillo si associa al patto a difesa della scienza. Scaricati dunque anche i no-vax. Rinnegato un pezzo di vergognosa storia grillina. Troppo tardi, verrebbe da dire.

Se non fosse che c’è sempre tempo per scrivere un libro di pagine strappate. Che dia risposta alla domanda di cui sopra. Che racconti la storia di chi voleva farla e c’è rimasto sotto. Il titolo c’è già: “Il fu MoVimento 5 Stelle”.

Vuole togliere i poteri a Mattarella: toglietegli il microfono, è meglio

grillo italia 5 stelle

 

Non può essere archiviata come l’ennesima boutade di un vecchio comico l’ultima uscita di Beppe Grillo al Circo Massimo sul Presidente della Repubblica. Che senso ha dire durante Italia 5 Stelle “dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato” se poco dopo, compresa la frittata, ci si rimangia tutto? E a cosa serve che Beppe Grillo sia ancora il Garante del MoVimento 5 Stelle se alla fine, per ragioni di opportunità, viene sbugiardato dagli stessi che proprio lui dovrebbe “garantire”?

Non è allarmante che il partito al governo, quello che pochi mesi fa ha ottenuto il 32% dei voti, invece di bocciare completamente la tesi del suo fondatore decida di nascondersi dietro un dito, facendo trapelare che il proposito di Grillo non verrà attuato – e menomale – soltanto perché “non è presente nel contratto di governo“?

Il punto è sempre lo stesso, l’incapacità del MoVimento 5 Stelle di venire a patti con la sua nuova dimensione. Quando qualcosa non va si evocano complotti, manine, “sistemi” che remano contro il “cambiamento”. Ma i primi a non aver accettato il loro “cambiamento” sono proprio i pentastellati: che hanno il potere ma non sanno come gestirlo, che fanno una festa da partito di lotta pure adesso che sono al governo, che danno ancora la parola a Grillo quando sarebbe giunta l’ora di togliergliela.

Di-gni-tà, di-gni-tà!

di maio pensieroso

 

Il peccato originale dei vari Vaffa Day non si lava con poche settimane di governo. Essere establishment, essere “casta”, per il partito populista il cortocircuito che manda in tilt tutto il “sistema” è un destino scritto nelle stelle (cinque).

E a poco valgono i party per il taglio dei vecchi vitalizi (un imbroglio destinato ad essere cancellato dalla Corte Costituzionale o dalla Cedu), i tentativi di smarcarsi dalla narrazione che vuole il M5s in versione Dr Jekyll e Mr Hyde, partito di governo ma pure di lotta (sì, ma contro chi?).

Il ritorno alla teoria del complotto made in Di Maio sul Decreto Dignità è lo spettacolo più indegno al quale potesse capitare di assistere. La “manina” cattiva e piddina evocata da fonti M5s (che avrebbe allegato alla relazione tecnica la stima per cui si perderanno 8000 posti di lavoro l’anno per effetto del provvedimento) cos’è se non una ridicola scusa?

Gridano al complotto, anche adesso che le oscure “stanze del potere” sono illuminate dal giallo grillino. Paventano improbabili interventi delle lobby, si sentono accerchiati, un po’ come quando dicevano che c’erano le sirene, che l’uomo non è sbarcato sulla Luna, che le Torri Gemelle le hanno buttate giù gli americani. Sì, come no…

Sono gli stessi che scandivano “o-ne-stà! o-ne-stà”, ma è già arrivato il momento di chiedergli “di-gni-tà, di-gni-tà”.

Non sa, non vede e non fa: Raggi a Roma semplicemente non serve

virginia raggi

 

Forse non bastano le buone intenzioni per fare politica. Soprattutto se alla prima esperienza di governo vieni catapultata in una realtà come Roma. Ne è la prova Virginia Raggi, che nessuno mette in dubbio ce la stia mettendo tutta per cambiare la Capitale, ma la verità è che “tutta” non basta.

E per quanto siano apprezzabili la sua resistenza e la sua resilienza rispetto a quelle che da Vespa non esita a definire “ondate di fango“, per quanto il suo nervosismo sia giustificato dal fatto che il nome che le crea imbarazzo sull’inchiesta del nuovo stadio della Roma – quello di Luca Lanzalone – le sia stato proposto e imposto da Grillo, Bonafede e Fraccaro, Virginia non può comunque sottrarsi alle sue responsabilità. Politiche, si intende.

Perché se Roma non è diventata il fiore all’occhiello che il M5s auspicava non è colpa soltanto dei giornalisti. Né del fatto – come dice e forse non ha tutti i torti – che venga criticata perché donna. Se Raggi è diventato sinonimo di guai, di problemi irrisolti, di buche sempre più grandi, un po’ di colpe sono pure sue.

La vera voragine che rischia di spalancarsi sotto i suoi piedi, però, potrebbe risucchiare al suo interno tutto il M5s. Perché sarà pure vero che Raggi è sempre uscita pulita dalle varie inchieste che in questi anni hanno sferzato il Comune, ma lo è altrettanto che l’idea di un MoVimento 5 Stelle indenne dal malaffare è di fatto morta e sepolta. Il partito dei cittadini, per governare, ha bisogno di tecnici, esterni, professionisti in possesso di ciò che quelli bravi definiscono “know-how”.

E allora può capitare di incappare in una mela marcia che infetti tutti, che renda opaca l’amministrazione agli occhi di quegli elettori che chiedevano il cambiamento e si sono ritrovati le stesse grane di un tempo.

Raggi si difende, prende le distanze da Lanzalone per come può: “Ognuno risponde per sé“. Ma che il controllo lo abbia perso è evidente anche quando apprende solo da Bruno Vespa che in Campidoglio è passata la proposta di Fratelli d’Italia di dedicare una via di Roma a Giorgio Almirante con i voti decisivi dei 5 Stelle.

Sulle prime – evidentemente sorpresa – abbozza una difesa, parlando di “aula sovrana come il Parlamento“. Poi qualcuno le spiega che per il MoVimento una scelta simile equivale a dire addio alla trasversalità, ad una scelta di campo netta e irreversibile, e allora dopo la mezzanotte cambia linea, annunciando che nessuna strada sarà intitolata ad Almirante, né ad esponenti del fascismo o a persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali.

Non ha responsabilità penali, ma politiche sì. Doveva essere l’emblema del buon governo pentastellato: ne è diventata suo malgrado il più grosso motivo d’imbarazzo. Virginia Raggi non vede, non sa e non fa. A Roma semplicemente non serve.

Grillo delira sull’ILVA. E il problema è che ora comanda

grillo

 

Non si scherza sul futuro delle persone. Non è più tempo di “vaffa Day”, di Maalox dopo elezioni perse. Beppe Grillo, se ancora non lo avesse capito, è il leader morale e il fondatore del partito di maggioranza al governo. Per questo motivo non può permettersi di trattare con superficialità e arroganza un tema delicato come quello dell’ILVA.

Ne parla profilando una possibile “riconversione”, prospettando una bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa da tradursi magari nella nascita di un “parco archeologico”. Ma Grillo il visionario questa volta è andato fuori tema. Vagheggia di un modello ILVA sullo stile della Ruhr, in Germania. Ma i sogni, in politica, devono fare i conti con la realtà. Sempre.

C’è un investitore, Mittal. Un colosso indiano che ha deciso dopo diverse controversie di accettare la sfida pugliese. Chiudere l’ILVA significherebbe condannare 20mila lavoratori alla disoccupazione, oltre che certificare che al Sud fare industria è impossibile. Riconvertirla vorrebbe dire un salto nel vuoto. Proprio quello che migliaia di famiglie non possono permettersi.

Salvate l’ILVA. E mettete fine a questi deliri.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


Hai apprezzato questo articolo? Che ne diresti di offrirmi un caffè? O magari una pizza, perché no? Scegli tu. Clicca sul pulsante DONAZIONE a fondo pagina. Così saprò che ciò che hai letto ti è piaciuto. E soprattutto potrò continuare a scrivere. 

Rimborsopoli M5s, sono come tutti

Lo hanno ribattezzato Rimborsopoli, a voler richiamare gli -opoli più celebri e infamanti della nostra storia: Tangentopoli e Calciopoli, per dirne un paio. E adesso c’è chi dice che tutta questa storia si trasformerà in boomerang, che i grillini avranno pure tenuto per sé qualche migliaia di euro, ma meglio loro che tutti gli altri, che le indennità da parlamentari se le intascano direttamente. Tutto lecito, persino condivisibile, se non fosse che lo scandalo scoppiato in questi giorni fa crollare di fatto il principio su cui il M5s si è fondato: l’onestà.

Lo ha capito prima di tutti Berlusconi, che sul caso si è limitato a commentare citando lo slogan dei grillini duri e puri, quelli che volevano Stefano Rodotà al Quirinale e manifestarono nel 2013 al grido di “o-ne-stà, o-ne-stà“. Ha fatto cilecca Renzi, che ha chiamato in causa Bettino Craxi, irritando l’ala socialista della sua coalizione e alienandosi i nostalgici della Prima Repubblica, salvo provare a metterci una pezza in un secondo momento.

Ma al di là degli avversari che tentano di cavalcare l’onda, la frittata nel MoVimento resta. Il rapporto di fiducia con l’elettore incrinato probabilmente per sempre. Sono uomini e donne come gli altri, gente perbene – come dappertutto – ma anche furbetti, attratti dall’inesauribile fascino del Potere e del Denaro. Crolla il mito della superiorità grillina, della diversità a prescindere, di quella differenza antropologica che una volta fu della sinistra.  Si sfilaccia la bandiera dell’onestà che Grillo e Di Maio avevano piazzato nel campo base pentastellato. Persa la verginità, smarrita la purezza, dissolta l’utopia degli inizi. Sono come tutti.

Staffetta: così Di Battista farà le scarpe a Di Maio

Uno usa il fioretto, l’altro la sciabola. Il primo sembra un vecchio democristiano, piace alle signore. Il secondo è un giovane maledetto, scalda i cuori delle teenager. Tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista c’è di mezzo un mondo. E non sarà l’allontanamento temporaneo dalla politica di “Dibba” a colmare la distanza siderale che li separa.

Troppo diversi, anche per pensare di essere credibili quando parlano d’unione d’intenti, di MoVimento, di rifare l’Italia. Sono destinati a scontrarsi, forse a breve, quando i numeri di Di Maio non saranno all’altezza delle aspettative di una base che adesso vuol diventare partito di Governo, non solo più di Lotta.

E Di Maio, che fatica con i congiuntivi ma sa di politica, ha capito per tempo che il ruolo di capo politico dei grillini ha una scadenza: il 4 marzo. Sarà nella notte dello spoglio, quando le percentuali peseranno la consistenza dei 5 stelle, che capirà se la sua esperienza da leader è da ritenersi già archiviata.

Del resto, il suo, è un mazzo di carte senza jolly. Vince il centrodestra? È finito. Il M5s è primo partito? Deve cercare l’alleanza con Liberi e Uguali di Grasso o al massimo con la Lega di Salvini, ma può perderci la faccia. Sono i rischi del mestiere, il prezzo da pagare per essere l’interprete di un partito che per anni ha rivendicato la propria diversità dall’establishment, ma si è reso conto – con molta semplicità – che non ha i numeri, che non interpreta il pensiero della maggioranza del Paese.

Ed è sulla non-vittoria di Di Maio che scommette Di Battista. Perché va bene dedicarsi alla scrittura di un libro, va bene fare il padre, ma la scelta di non ricandidarsi è leggibile anche come un voler prendere le distanze da quel che avverrà da qui a poco. Un modo per rimarcare la propria differenza, per incarnare il simbolo del ritorno alle origini, dei Vaffa collettivi contro la casta.

Sarà a quel punto che Di Battista farà le scarpe a Di Maio. E il paradosso sarà il ricorso all’uomo della Lotta per tentare di andare al Governo. All’attivista che arringa le folle, piuttosto che a quello che le tranquillizza. L’ultima chance per avere un Movimento 5 stelle “normale” affonderà con Di Maio. Poi sarà Di Battista ad assumere le redini del partito. Sempre lui a cercare di dimostrare che in un duello serve la sciabola, mica il fioretto

Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.