Caso Regeni: l’ultimo schiaffo dell’Egitto all’Italia

Gli effetti personali consegnati dalle autorità egiziane all’intelligence italiana non sono i vestiti di Giulio Regeni. Di più: oltre a non essere gli indumenti richiesti ormai tre anni fa dai suoi genitori, non sono neanche oggetti appartenuti al nostro ricercatore. Un affronto bello e buono. Si tratta dello stesso materiale esibito dai servizi segreti del Cairo a margine di una sparatoria che portò alla morte di cinque innocenti tacciati di essere coinvolti nell’omicidio di Giulio, sacrificati sull’altare di una verità evidentemente troppo scomoda per essere rivelata e per questo oggetto di una messinscena, prontamente smascherata dagli inquirenti della Procura di Roma.

Come si può leggere questa mossa se non come l’ennesima provocazione dell’Egitto ai danni dell’Italia? Come si può definire l’atteggiamento del Cairo se non come un ulteriore schiaffo nei confronti della nostra diplomazia? Prima di protestare, però, di affidare ad un comunicato la nostra giusta indignazione, dovremmo trovare il coraggio di prendercela con noi stessi. Sul caso Regeni raccogliamo quanto seminato in questi anni e ribadito non più tardi di pochi giorni fa con l’accordo per la vendita di due fregate militari all’Egitto.

Maestra dell’autolesionismo, incapace di abbandonare l’economicismo che la caratterizza, di riconoscere l’interesse nazionale, l’Italia ha prima dato un prezzo alla verità su Giulio Regeni (10 miliardi di dollari), poi, scossa dalle proteste dell’opinione pubblica e da qualche sussulto politico, ha vergato lettere e dichiarazioni rivolte al Cairo col solito tono di superiorità fuori contesto, dimentica del fatto che l’Egitto non è quel Paese del terzo mondo che molti credono a queste latitudini, piuttosto attore geopolitico caratterizzato da protagonismo e forza militare terrestre superiore alla nostra.

Trattato da scolaretto discolo, dato in pasto all’opinione pubblica come Stato criminale (qual è), l’Egitto ha risposto sfidandoci apertamente, mettendo a nudo una volta di più la debolezza di un governo (questo, ma non solo) che mette gli affari davanti alla difesa dei propri cittadini. Prima di firmare qualsiasi accordo, di esporre il fianco alle giuste accuse dell’opinione pubblica, di autorizzare i genitori di Giulio Regeni a sentirsi abbandonati e traditi, l’Italia avrebbe dovuto richiedere all’Egitto atti concreti, piuttosto che vuote assicurazioni di una collaborazione che in questi anni nessuno ha mai veramente visto.

Io non so cosa accadrà il primo luglio, non so se l’incontro in videoconferenza tra la procura di Roma e quella egiziana darà ai Regeni le risposte che attendono da anni e che sono state messe per iscritto nella rogatoria inviata dai pm di Piazzale Clodio. Un colpo di scena, in questi casi, è sempre possibile: ma fino ad oggi la storia del caso Regeni è il racconto di un fallimento su più fronti. Un fallimento politico, perché denota l’incapacità di molti governi italiani di far valere i propri diritti in ambito internazionale. Un fallimento geopolitico, perché conferma la confusione di un Paese che – per citare l’esempio più lampante – preferisce vendere le proprie navi, indebolendo la sua stessa Marina, ad una nazione che non solo è coinvolta nell’omicidio di un proprio ragazzo, ma che nel Mediterraneo (ad esempio in Libia) è anche sua diretta concorrente. Ma, soprattutto, è un fallimento come Stato: non so quanti altri Paesi avrebbero gestito così maldestramente questa vicenda. Senza nessuno che sconti il prezzo politico di queste continue umiliazioni, senza nessuno che faccia un passo indietro, che ammetta la propria manifesta incapacità, la sconfinata mole di errori commessi. Senza nessuno che dica apertamente che questo ragazzo italiano, Giulio Regeni, non siamo riusciti a difenderlo. Né da vivo, né da morto. E che farlo, a dirla tutta, ci interessa sì, ma fino ad un certo punto.

Ciao, Libia

Ricordate quando Di Maio disse che per la Libia non c’era una soluzione militare? Ecco, poi in Libia è arrivato Erdogan, ha deciso di spostare le milizie turche a sostegno di Fayez al Serraj e ha ribaltato a suo favore uno stallo che durava da oltre un anno, mettendo in grave crisi Haftar e i suoi sponsor esteri. Il suo ingresso a Tripoli è avvenuto in maniera trionfale, il generale della Cirenaica è stato costretto alla ritirata e adesso la coppia Erdogan-Serraj si concede persino il lusso di rifiutare la tregua proposta dall’Egitto: possono avere (quasi) tutto, perché fermarsi?

Bene, potrebbe dire qualcuno, la Turchia ha fatto il lavoro sporco e noi ne approfittiamo. D’altronde siamo da sempre dalla parte di Serraj, giusto? No, purtroppo le cose non funzionano così. L’Italia in questi anni non ha mai avuto una chiara strategia in Libia. Ad ogni capovolgimento di fronte abbiamo tentato di riposizionarci. Quando Serraj era il capo del governo riconosciuto dall’ONU – non che poi questo conti qualcosa quando si va in guerra – ci siamo appuntati sul petto la medaglia di coloro che rispettano le massime istituzioni internazionali. Poi però è arrivato Haftar, e con Russia, Egitto, sotto sotto anche Francia, a sostenerlo, abbiamo pensato di essere particolarmente geniali nel pensare di cavalcare due cavalli. Non sia mai Serraj avesse perso.

Nel tentativo di perseguire la nostra “strategia” siamo caduti in errori da principianti. Come quando Conte, alla disperata ricerca di un ruolo per l’Italia – d’altronde Di Maio agli Esteri non è d’aiuto – inciampò in una gaffe che potrebbe apparire di etichetta, ma è di sostanza diplomatica, politica. Nello stesso giorno il premier incontrò a Roma (a sorpresa) il generale Haftar e poi si mise in attesa di Serraj. Alt, quest’ultimo il protocollo lo conosceva e colse lo sgarbo: prima si riceve il capo di un governo riconosciuto, poi, semmai, un leader di una fazione che sta portando un assedio da mesi ad un esecutivo legittimato dall’Onu. Risultato: saluti Italia, vado tra le braccia di Erdogan che almeno oltre alle parole fa anche (bellicosi) fatti.

Dopo tanto lavorio diplomatico, comunque, per un po’ abbiamo continuato ad illuderci che quei due cavalli potessero ancora trottare insieme. Come in un numero da circo, noi che acrobati lo siamo di mestiere, ci immaginavamo straordinari equilibristi, un piede per ogni cavallo: non cadremo mai. Ci abbiamo creduto così tanto che dopo la Conferenza di Berlino abbiamo esultato, diffuso comunicati in cui esprimevamo soddisfazione, abbiamo parlato di svolta e ritrovata centralità italiana. E dire che non serviva uno stratega di fama mondiale per denunciare il fallimento di quella riunione, come questo blog ha fatto nelle ore immediatamente successive alla sua conclusione.

Insomma delle due l’una: Sarraj o Haftar. Haftar o Sarraj. Ma noi no, non ci siamo arresi all’evidenza e ancora oggi qualcuno è convinto che dopo essere rimasti a guardare possa esserci spazio per l’Italia in Libia. La quarta sponda del Mediterraneo è perduta, la nostra influenza nell’area un ricordo. Non ci resta che tentare di limitare i danni. Magari accettando l’offerta di aiuto di Serraj, che pochi giorni fa ha telefonato a Conte chiedendo che i nostri soldati rimuovano le mine piazzate dalle milizie di Haftar a sud di Tripoli. Sarebbe quanto meno un modo per non abbandonare del tutto la regione. D’altronde, se qualcuno lo avesse dimenticato, in Libia ci sono 300 ragazzi del nostro esercito a difesa dell’ospedale militare di Misurata. Così come in Libia è sempre presente Eni: gas, petrolio, idrocarburi.

In gioco c’è l’interesse nazionale. O almeno c’era. Sì, perché non è detto che un giorno a fare i “nostri” interessi voglia essere qualcun altro. Magari un Sultano di nome Erdogan, da cui ora ci separano poche miglia nautiche. Non uno scenario rassicurante, vero? Ciao, Libia.

In Libia (forse) una tregua, non certo la pace

La Conferenza di Berlino sulla Libia si traduce in un festival di ipocrisie e di buone intenzioni. Un poco o nulla di fatto che sancisce l’impossibilità a breve termine di porre rimedio ai tanti, troppi, errori commessi negli ultimi anni nella quarta sponda del Mediterraneo. Al di là delle conclusioni esposte dai partecipanti al meeting, un insieme di buoni propositi che definire utopistici è dire poco, la contraddizione più evidente è rappresentata da quella che oggi la stampa celebra come il più grande dei successi: la folta partecipazione di nazioni e di loro alti rappresentanti al tavolo delle trattative. Perché è un bene? Perché conferma la volontà – o meglio, l’interesse comune – di trovare soluzione al conflitto. Ma perché è soprattutto un male? Perché conferma i tanti interessi in gioco, impossibili da accontentare tutti.

Nel video diventato virale di Giuseppe Conte che cerca, senza trovarlo, un posto in prima fila nella foto di gruppo a Berlino, sta l’immagine dell’Italia di oggi in quello che una volta era considerato – a torto o a ragione – il “nostro giardino di casa“. Perso per ambiguità manifesta e assenza di visione a lungo termine il proprio ruolo di guida nella regione, Roma si consola e si dice soddisfatta dei risultati raggiunti dalla Conferenza di Berlino: una riunione figlia non degli incontri, con tanto di incidenti diplomatici, orchestrati da Conte nelle ultime settimane, bensì della paura matta dell’Unione Europea di vedersi tagliata fuori per sempre dalla decisione di Erdogan di inviare truppe a sostegno di Tripoli.

Proprio il turco, maestro del doppiogioco, è con Putin il vero vincitore della partita. Al di là dell’effettiva possibilità di spartirsi la Libia, o ciò che ne rimane, resta per lo Zar e il Sultano l’aver occupato il vuoto di potere lasciato dagli europei, italiani e francesi in primis, costretti ora a ripiegare e ad avvalersi dell’ombrello (bucato) dell’Onu per salvare il salvabile.

Notizie dal fronte riportano di un’ennesima violazione della tregua già a poche ore dalla fine della Conferenza berlinese. Gli sforzi di Angela Merkel, una delle poche statiste che oggi l’Europa possa vantare al suo interno, descritta a fare la spola tra Sarraj e Haftar, riottosi all’idea di incontrarsi, figurarsi a stringersi la mano e a firmare il documento prodotto dal meeting, rischiano di sciogliersi in poco tempo come neve al sole, ma sono anche l’emblema di un fallimento annunciato.

Non c’è bisogno di essere degli storici per sapere che non v’è mai stata una pace degna di tale nome senza che i contendenti abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo e di superare le rispettive rivendicazioni in nome di un comune interesse. La scoperta dell’acqua calda, in Libia, è che ciò che va bene a Sarraj si traduce nella fine di Haftar. E viceversa. Anche per questo l’annuncio di una nuova Conferenza a febbraio è la prova di un nulla di fatto. In Libia è stata ottenuta (forse) una fragile tregua, non certo la pace.

Conte e Di Maio: un disastro di proporzioni libiche

Non bisogna cedere alla tentazione del “piove, governo ladro“. Se la situazione in Libia per l’Italia è complicata, per non dire compromessa, la colpa non è solo del governo Conte. Certo, in particolare il premier ha avuto diverso tempo a disposizione per imprimere la propria visione strategica in materia di politica estera ai due esecutivi che ha avuto l’onore e l’onere di guidare fino ad oggi. Se non l’avete afferrata non preoccupatevi: non siete i soli. Ma non bisogna sovraccaricare di eccessive responsabilità questo presidente del Consiglio: fa male dirlo, ma Giuseppi non conta così tanto.

Un discorso simile può essere fatto per il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, impegnato da mesi nel dare voce ad un ritornello un po’ d’antan, neanche fosse in predicato di salire sul palco di Sanremo. D’altronde non ci sarebbe da sorprendersi: nei giorni in cui il mondo ha vissuto una delle crisi potenzialmente più pericolose degli ultimi anni, quella tra Usa e Iran, in Italia il dibattito era incentrato fondamentalmente sulla presenza o meno di Rula Jebreal all’Ariston. Eppure il cantare di Di Maio risulta stonato. O meglio, fuori tempo. Ripetere all’infinito che per la Libia non esiste soluzione militare, non distoglierà gli attori principali della regione dal cercarla. Di più: escludere un intervento sul campo dei nostri soldati, producendo un pacifismo da salotto antistorico e antigeopolitico, non fa altro che consolidare le certezze degli altri Paesi interessati a spartirsi ciò che resta del nostro “fu cortile di casa“.

La frenesia diplomatica italiana delle ultime ore in relazione a ciò che accade oltre il Canale di Sicilia, l’incontro tra Conte e il generale Haftar, così come quello saltato col premier Sarraj, denunciano non una ritrovata centralità sullo scacchiere libico da parte dell’Italia, bensì la volontà di limitare i danni, il consolidarsi di un caos che avvantaggia tutti, meno che noi. Non c’è da prendersela con la sorte, ma con noi stessi. Dal 2011 in poi non ne abbiamo azzeccata una. Fosse possibile, resusciteremmo Gheddafi anche subito: come minimo potremmo parlare di Libia in maniera compiuta, e non dell’insieme di città, tribù, milizie che ormai da anni ragionano per proprio conto.

Il solito atteggiamento italiano, quello di muoversi a seconda di dove il vento soffia più forte, non ha prodotto i risultati sperati. Avevamo puntato su un cavallo, Fayez al Sarraj, e lo abbiamo abbandonato (ma ufficialmente anche no) alle prime difficoltà, lasciando che la Turchia di Erdogan avesse la possibilità di proiettare sulla Libia le sue reminiscenze da Impero Ottomano. Il motivo? Loro sono disponibili a dislocare sul terreno un contingente militare e ad offrire protezione a chi gliene fa richiesta. Noi no, noi strimpelliamo canzonette di pace o proviamo a vincere la guerra semplicemente passando da un fronte all’altro.

Così abbiamo provato a sondare Haftar, ma il generale ha degli sponsor ben più credibili di noi: Francia, Russia, Egitto. Ognuno ha ben chiaro ciò che deve fare. Persino gli americani, apparentemente disinteressati a ciò che accade in questa parte di mondo dopo aver avallato il caos con Hillary Clinton, sono ben contenti di osservare le medie potenze nell’atto di spendere energie e risorse in una guerra per procura. Gli unici perennemente indecisi siamo noi. Non è “piove, governo ladro” ma poco ci manca. Alla fine saranno gli altri a decidere per noi.

Addio Libia: come l’Italia sta perdendo il suo “giardino di casa”

Per conoscere la storia bisogna averla letta. C’è un motivo se un bel giorno Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche in Libia a sostegno di Tripoli. No, il Sultano non è un filantropo, non è un paladino dei diritti umani, non si è improvvisamente innamorato di Fayez al-Serraj, il premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu. Il passaggio parlamentare che l’8 gennaio prossimo sancirà il dislocamento di soldati turchi, in carne ed ossa, in quel pantano che ufficialmente prende il nome di Libia, ma tutto è meno che una nazione, ha radici antiche. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al tempo in cui le province di Tripolitania e Cirenaica rientravano tra i possedimenti dell’Impero Ottomano, il “grande malato d’Europa” avviato verso un inesorabile declino. Anno 1912: l’Italia giolittiana, appoggiata dalle altre potenze europee nelle sue pretese colonizzatrici, risolve in suo favore, non senza difficoltà, e soprattutto atrocità nei confronti delle popolazioni locali, il conflitto italo-turco.

Il gioco di sponda tra Serraj ed Erdogan

La visione di Erdogan al riguardo è chiara da tempo: favorire un rinascimento islamico sullo stile dell’impero decaduto e con la sua figura di Sultano al centro di questo schema. “Il mondo islamico, che ha reso Istanbul, il Cairo, Damasco e Baghdad centri di scienza e di cultura per secoli, può realizzare una rinascita degna della sua storia“. Non è un virgolettato inventato da qualche complottista, sono le parole pronunciate da Erdogan in persona, un monito che l’Occidente fino a questo momento non è stato in grado di raccogliere. La richiesta d’aiuto inoltrata ai Paesi “amici” da Serraj nei giorni scorsi per “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia” è un messaggio funzionale all’entrata in gioco del “boss del quartiere”, quell’Erdogan che non aspettava altro che vedere autorizzata la sua incursione nel territorio libico.

La mossa disperata di Roma

Qui ha inizio un gioco geopolitico che come sempre vede l’Italia incapace di difendere il proprio interesse nazionale. La Libia, all’apogeo del regime fascista, veniva definita “la quarta sponda” d’Italia. Un prolungamento quasi naturale della Penisola. I tempi rispetto ad allora sono cambiati, ma ciò che accade a poche miglia nautiche dal nostro territorio ci riguarda direttamente. Non è soltanto il nostro “giardino di casa” ad essere a rischio. Per capire bisogna leggere alla voce Eni. Il Cane a sei zampe produce in Libia il 15% del petrolio. Circa un terzo del gas naturale prodotto dal gruppo è libico. Per non parlare della presenza del gasdotto Green Stream, che copre una parte delle nostre forniture. Questo è ciò che ci impone di guardare con apprensione agli sviluppi in Libia ma, a meno di un repentino cambio di strategia, il nostro ruolo è al momento quello di osservatori interessati con le mani legate dietro la schiena. I recenti contatti telefonici con la Russia di Putin da parte di Giuseppe Conte non sono un segnale di ritrovata centralità, il sintomo di un laborioso e proficuo attivismo, piuttosto sono da interpretare come una mossa disperata da parte di Roma, costretta a chiedere a Mosca che si faccia mediatrice dei diversi interessi in gioco, senza considerare che l’avanzata turca in Libia risponde proprio ad un ridisegno delle sfere d’influenza nel Mediterraneo, avallato dai russi col silenzio assenso degli Usa, che ci vede perdenti.

Il pacifismo da salotto di Luigi Di Maio

Non hanno aiutato in questo senso le mosse messe in campo dagli ultimi governi italiani nel post-Gheddafi. Dopo aver puntato tutte le fiches su Serraj, Roma ha pensato bene di diversificare il rischio tentando di farsi amico Haftar. Il generale a capo delle milizie di Tobruk era però già forte del sostegno della Francia, in questo momento storico tra le potenze più ostili ai progetti di espansionismo turco. Dalla parte di Erdogan giocano però due fattori non marginali: il primo è quello di rappresentare il confine fisico ad una potenziale “invasione” di migranti provenienti dalla Siria, motivo per cui nessuno in Europa ha il coraggio di urtarne la suscettibilità. Il secondo è la disponibilità ad inviare soldati dove più risulta utile alle esigenze progettuali del suo sultanato. La retorica del ministro degli Esteri Di Maio, secondo cui la soluzione in Libia dev’essere politica e diplomatica ma non militare, denuncia un pacifismo da salotto, anti-geopolitico, che rappresenta in questo momento la maggiore debolezza dell’Italia. Se non siamo disposti a prendere in considerazione la difesa dei nostri interessi nazionali perché qualcun altro dovrebbe essere disposto a fare il lavoro sporco per noi?