Di Maio è il peggior ministro degli Esteri della storia italiana: dia le dimissioni

Luigi Di Maio entrerà nei libri di storia come il peggior ministro degli Esteri che la Repubblica abbia mai avuto. Gli esperti di geopolitica, quelli bravi, sono soliti dire che la strategia di un Paese non si inventa: va soltanto riconosciuta. Precisato che a Di Maio non chiedevamo di ricostituire l’Impero Romano, è fuori discussione che l’ex capo politico del MoVimento 5 Stelle stia lasciando soltanto macerie. Tre esempi: Libia, Regeni, Hong Kong. E una richiesta: dimissioni.

Quello consumatosi in Libia è un disastro annunciato che soltanto una politica miope poteva non vedere. Ammantati di un pacifismo antistorico, derisi dalle cancellerie internazionali, di volta in volta sorprese dall’incapacità del nostro governo di difendere l’interesse nazionale, l’Italia ha semplicemente rinunciato ad avere un ruolo nella sua ex colonia. Davvero qualcuno pensa si possa dettare legge nel bel mezzo di una guerra mentre altri Stati inviano truppe a combattere? Realmente qualcuno è convinto che escludere un intervento militare possa scoraggiare gli altri Paesi dal mettere i “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, ed estendere la loro influenza? Di Maio in Libia ha infilato un disastro dopo l’altro: ormai siamo con un piede fuori da quello che fu il nostro cortile di casa. Quanto questo sia grave lo capiremo quando qualche potenza non propriamente alleata tenterà di installare basi militari a poche miglia dalle nostre coste.

Sul caso Regeni l’Italia ha subito l’ennesimo affronto da parte dell’Egitto. Questo blog ha da subito espresso una posizione chiara sul fatto che la vendita delle fregate militari al Cairo, senza ricevere in cambio nessun atto concreto sul fronte della collaborazione nelle indagini per la morte del nostro ricercatore, si sarebbe rivelata un errore politico e geopolitico. Non solo il nuovo procuratore egiziano non ha risposto ad alcuna delle 12 domande della rogatoria inviata dalla Procura di Roma ormai 14 mesi fa, ma ha anche chiesto di effettuare alcune verifiche sulle attività di Giulio in Egitto, quasi a voler rinverdire i soliti sospetti sul fatto che il nostro connazionale fosse nel Paese dei Faraoni per compiere un’attività spionistica. Il fallimento della diplomazia italiana rappresentata da Di Maio è lampante: a quasi 5 anni dall’uccisione di Regeni non ci sono neanche indagati. Chi pensava che trattare Al Sisi coi guanti bianchi avrebbe portato a qualcosa (Conte in primis) ha sbagliato. D’altronde se siamo i primi a dare un prezzo ai nostri cittadini (l’accordo per le fregate militari questo è), perché dovrebbero essere altri Paesi a rispettarci?

Chiudiamo con la partita di Hong Kong, sentita come meno prossima all’agenda italiana ma in realtà specchio degli sfaceli di Di Maio. Sinceramente convinti che la Cina sia la potenza che avanza, ignari del fatto che Pechino impiegherà decenni a risolvere le proprie contraddizioni interne prima di poter soltanto insidiare il primato americano, il MoVimento 5 Stelle ha legato l’Italia al progetto delle Nuove Vie della Seta cinesi, cavallo di Troia che ha scaturito le ire di Washington. Ora, offuscato da un pensiero economicistico che perde di vista il contesto generale, il governo italiano e il suo ministro degli Esteri tacciono dinanzi ai soprusi di Pechino su Hong Kong. Smarcandosi ancora una volta dall’Occidente – così come avvenne per il Venezuela – l’Italia non condanna, non storce il naso, non protesta per l’approvazione della legge per la sicurezza nazionale della Cina che cancella le libertà dei cittadini di Hong Kong. Venati di falso moralismo, quelli di “onestà onestà” preferiscono il silenzio, lasciando a quanti spesso vengono criticati dal mainstream l’onere di provare a salvare gli hongkonghesi.

Sconteremo nei prossimi anni il prezzo di una politica estera così dissennata e senza visione. In un Paese normale, un ministro degli Esteri che avesse registrato così tanti flop, in così poco tempo, su altrettanti scenari internazionali si sarebbe già dimesso. In un Paese normale, appunto.

Boris Johnson sarà anche un “buzzurro”, ma forse salverà Hong Kong

Troppo facile giudicare dalle apparenze. Ti trovi davanti un leader conservatore, con una capigliatura bionda scapigliata, una marcata propensione per le gaffes e le esagerazioni (se non proprio le bugie) e pensi subito di trovarti di fronte a Donald Trump. O almeno ad un suo doppione. Eppure Boris Johnson è diverso, molto più complesso di così.

Nessuno ha dimenticato la frase choc pronunciata all’inizio dell’epidemia di coronavirus: “Molte famiglie perderanno i loro cari“. E’ finita che BoJo ha rischiato di essere il “caro perduto” dalla sua, di famiglia. Qualcuno ha parlato di karma, altri hanno vergognosamente esultato, io credo che Johnson abbia commesso un grave errore di sensibilità politica: ha tentato di preparare al peggio gli inglesi quando gli inglesi avevano bisogno in quel momento di un orizzonte oltre il tunnel dell’incredulità, ha puntato sulla concretezza di Churchill dimenticando che stavolta il nemico non erano Hitler e l’esercito dei nazisti, ma un virus invisibile. Non si doveva reagire con orgoglio e resilienza, bisognava rispondere con compattezza e prudenza.

Eppure questo politico così poco elegante ma così ossessionato da Sir Winston, questo signore dall’espressione perennemente, apparentemente, alticcia ma dalla cultura invidiabile (laureato ad Oxford in storia antica, tanto per gradire), questo ex sindaco di Londra nato a New York (sì, come The Donald) così pieno di sé ma così affascinato dall’eredità dell’Impero Romano, ha compiuto per Hong Kong ciò che tanti soloni non hanno avuto il coraggio di fare. Provare a ribaltare il piano inclinato che sta portando il Porto Profumato tra le grinfie della Cina. Tentare di preservare la libertà di milioni di persone mentre il resto del mondo volge lo sguardo altrove, per timore di far infuriare il Dragone.

In che modo? Dichiarando che il Regno Unito è pronto a consegnare il passaporto britannico d’Oltremare a quasi tre milioni di hongkonghesi. Di fatto rendendo cittadini britannici tutti coloro che si trovavano a Hong Kong prima che fosse ceduto alla Repubblica Popolare Cinese.

Non si tratta di una mossa di lettura immediata, non è una semplificazione alla stregua di quelle del “tweeter-in-chief” della Casa Bianca. Si tratta di una tattica raffinata, tale da scatenare la reazione furibonda della Cina, che non a caso in queste ore sta preparando una controffensiva.

Ma perché Johnson con questa manovra ha irritato non poco Pechino? Semplice: nella malaugurata ipotesi che la Cina volesse stringere il cappio al collo di Hong Kong (7,5 milioni di abitanti), farlo con la consapevolezza che sul territorio vi sono 3 milioni di sudditi di Sua Maestà complicherebbe enormemente le cose. Esporrebbe la Cina alla furia degli Usa. Sì, perché un conto sono 3 milioni di hongkonghesi in pericolo, un altro lo sono 3 milioni di cittadini britannici, storici amici dell’America. Capito il giochino?

La reazione della Cina si articola sul fronte economico, tende a sfruttare la debolezza inglese dopo la Brexit. Per questo l’ambasciatore cinese a Londra ha avvisato privatamente Downing Street che qualora Huawei fosse escluso dal 5G nel Regno Unito le aziende cinesi potrebbero ripensare la decisione di finanziare la costruzione di una centrale nucleare in UK e di una rete ferroviaria ad alta velocità che, oltre a tenere unito il Regno, rappresenta anche una delle cambiali da onorare più costose della campagna elettorale per la Brexit.

Insomma, Johnson si è esposto. Ha preso dei rischi importanti. Lo ha imposto la grammatica strategica, la fedeltà all’alleato americano nella battaglia con la Cina. Non siamo nell’ambito della filantropia: gli attori della geopolitica non sono le dame di San Vincenzo. Però resta il fatto che ci sono i parrucconi che scrivono editoriali sui giornali, i leader o presunti tali che affidano ai “colloqui” pubblicati in prima pagina sui quotidiani i loro pensieri e lì si fermano (d’altronde viste le idee che partoriscono difficilmente potrebbero andare oltre). E poi c’è quel “buzzurro” di Boris Johnson, che coi suoi capelli arruffati, il nodo di cravatta improvvisato, le liti a tutto volume con la compagna e i vicini che chiamano la polizia, forse, dopotutto, nonostante tutto, salverà Hong Kong.

Il Porto Profumato puzza di Tienanmen

Per tutto il mondo è e resterà il “Rivoltoso Sconosciuto”. Quasi un nome da supereroe dei fumetti. Ma in realtà oggi nessuno sa dire che fine abbia fatto il giovane che il 5 giugno 1989 sfidò – e vinse – col suo solo corpo la fila di carri armati cinesi all’indomani del massacro in Piazza Tienanmen. Qualcuno sostiene che sia stato giustiziato da un plotone d’esecuzione poco dopo aver imbarazzato il regime davanti al mondo attonito; altri raccontano sia stato tenuto prigioniero per anni, salvo essere internato in un reparto psichiatrico senza apparente motivo. Per alcuni, infine, il giovane oggi diventato uomo si troverebbe a Taiwan. Paradosso della storia: là dove, presto o tardi, si deciderà il destino del regime cinese che il ribelle ha osteggiato, nel luogo che dirà se davvero la Cina riuscirà a diventare Numero Uno, sostituendo gli Usa come egemone del Pianeta.

Ma se oggi qualcuno volesse incontrare gli eredi morali del “Rivoltoso Sconosciuto” è a Hong Kong che dovrebbe cercare. Dove migliaia di giovani, molti neanche maggiorenni, sperimentano sulla loro pelle cosa voglia dire essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Hong Kong, dal cinese “Porto Profumato”, ad oggi puzza maledettamente di Piazza Tienanmen.

Oggi come allora la parola d’ordine del regime è repressione. Ma rispetto ad allora questa avviene in maniera più accorta: perché Pechino ha compreso nel tempo che la potenza si esprime anche attraverso l’altrui consenso. Difficile governare un popolo che rifiuta di esserti suddito. Così è avvenuto per anni in patria: dove il patto sociale tra il Partito Comunista e il popolo si è fondato sul benessere diffuso, sulla corsa sfrenata di un’economia drogata. Solo per questo l’intervento dell’esercito a Hong Kong è ipotesi ancora lontana: ultima opzione qualora la situazione precipitasse, cartuccia che sarebbe meglio non sparare per evitare di farsi ri-conoscere agli occhi del mondo intero.

A quel punto neanche le mascherine in regalo basterebbero a ripulire l’immagine di Pechino agli occhi degli occidentali, forse nemmeno degli europei, ingenuamente convinti che essere nella sfera d’influenza americana o cinese sia discussione da salotto, dettaglio marginale. Sperino di non trovarsi mai a verificare l’assurdità di tale pensiero. Si augurino di continuare a dare per scontata la loro libertà. Non come gli hongkonghesi, coinvolti in una battaglia così sproporzionata per le loro forze dal non sapere neanche individuare il preciso punto d’approdo delle loro proteste.

D’altronde perché scendono in piazza i giovani del Porto Profumato? Perché venga ritirata la legge sull’estradizione in Cina? Obiettivo raggiunto. Per protestare contro i metodi della polizia del posto? Basterebbe restare in casa. Per ottenere il suffragio universale? Per l’allungamento oltre il 2047 dello status “un Paese, due sistemi” che ne ha garantito fino ad oggi sufficiente autonomia? O si illudono addirittura che a Pechino possano anche solo per un attimo prendere in considerazione l’idea di concedergli l’indipendenza?

Quando la “legge sulla sicurezza” – questione di tempo – sarà approvata dal parlamento cinese, i democratici di Hong Kong saranno trattati come terroristi, pericolosi sovversivi da arrestare per preservare la stabilità. Ad un certo punto, dunque, si protesterà per rivendicare il diritto alla protesta.

Chissà che ne penserebbe il Rivoltoso Sconosciuto. Certo non arretrerebbe di un passo.

Il vero volto della Cina è a Hong Kong

Se qualcuno ancora auspicava che la Cina sostituisse gli Usa alla guida del mondo libero, beh, buongiorno da Hong Kong. Centinaia di manifestanti – “ribelli” secondo la narrazione cinese – sono stati arrestati con l’accusa di aver protestato contro la nuova legge sulla sicurezza in discussione da ieri all’Assemblea del popolo di Pechino.

Se approvata – e potete scommettere che lo sarà – la legge consentirà alla Cina di reprimere qualunque atto considerato “sovversivo” e pericoloso per la sicurezza nazionale. Facile intuire che gli appelli alla democrazia dei giovani hongkonghesi rientrerebbero nella categoria delle minacce esistenziali secondo l’ottica del regime totalitario guidato da Xi Jinping.

Il coronavirus sta agendo a livello geopolitico come un eccezionale acceleratore di particelle. Qualcuno ha detto che ad un certo punto, nel 2021, il mondo si risveglierà nel 2030. A Hong Kong temono seriamente che il salto temporale li porti dritti al 2047, l’anno in cui dovrebbe scadere ufficialmente la dottrina “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping, che fino ad oggi ha consentito all’ex colonia britannica di restare formalmente sotto il controllo della Cina senza rinunciare alla democrazia e all’autonomia economica.

La Cina guarda alle proteste per quel che sono. Non tanto – o meglio, non solo – una richiesta di autonomia nel processo democratico. Bensì lo sfogo di un sentimento separatista che a Pechino non trova ascolto: Hong Kong vuole andare per la sua strada, la Cina non vuole (e non può) accettarlo. Il rischio che tutto si traduca in un bagno di sangue è concreto: forse solo l’America può salvare Hong Kong.

L’Unione Europea continua a vivere nel magico mondo dell’irrilevanza. Continua a fare testo la domanda attribuita a Henry Kissinger: “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?“. Peggio del Vecchio Continente fa soltanto lo Stivale.

Luigi Di Maio, campione di realismo, dopo essere stato smentito dai colpi di fucile in Libia – ricordate quando scrivevamo che la Conferenza di Berlino era stato un flop? Ricordate quando il ministro degli Esteri sosteneva che fosse possibile una soluzione non militare? Ecco, appunto – qualche mese fa ha cercato di non irritare gli amici cinesi (non sia mai che saltassero gli ordini delle arance siciliane a Pechino!) e ha dichiarato che “l’Italia non vuole interferire nelle questioni altrui“.

Qualcuno informi il ministro che la questione ci riguarda eccome. Non per altro: l’Italia è il primo Paese del G7 ad aver aderito alla “Nuova Via della Seta” cinese. E a Washington non l’hanno dimenticato. Un altro maggiorente grillino, il sempre rivoluzionario (sui social) Di Battista, crede che “la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europee tale relazione“.

Ecco, a parte i dubbi (fortissimi) sul fatto che la Cina davvero riesca a sostituire gli Stati Uniti come superpotenza egemone del Pianeta, Hong Kong insegna che con un regime non si può trattare. Lasciamo la Cina in Cina. E cerchiamo di ricordarci il nostro posto: saldamente in Occidente, convintamente pro-democrazia, sempre accanto a chi combatte per la libertà.

Vincono i giovani di Hong Kong, perde la politica estera italiana

C’è un’espressione che dovrebbe portarci a riflettere con attenzione su quanto accaduto a Hong Kong nelle ultime elezioni distrettuali. Nei resoconti di tutti i giornali italiani e occidentali viene scritto che i candidati “pro-democrazia” hanno conquistato il 90% dei seggi. Proprio questa è la definizione allo stesso tempo più spaventosa e importante. Democrazia significa letteralmente “potere del popolo”. È normale che in un’elezione gareggi una forza dichiaratamente anti-democratica? È accettabile un sistema che impedisce al “popolo” di esprimere un governo che indirizzi le sue istanze?

Si dirà – anzi, è già stato detto – che il voto di ieri non è una bocciatura per Pechino ma rappresenta soltanto un test locale. Si dirà – e anche questo è già stato detto – che i consigli di quartiere non hanno grande possibilità di incidere nella vita politica dell’ex protettorato britannico. E che l’elezione era incentrata su una serie di questioni che poco hanno a che vedere con la protesta che ha portato milioni di persone in piazza negli ultimi 6 mesi.

Si dirà tutto questo, e molto altro ancora, per tentare di minimizzare un fatto “storico”. Ma difficilmente la gente, che come cantava De Gregori “fa la storia”, deciderà di porre fine alla sua domanda di libertà ora che ha attirato su di sé gli occhi del mondo intero. Certo, da parte di Pechino è in atto il tentativo di far passare le proteste degli “hongkonghesi” come il risultato di un “caos ordinato” dagli Usa. E anche la copertura mediatica delle elezioni di ieri, dove i risultati anti-Pechino sono stati pressoché oscurati dagli organi di stato nei vari telegiornali, sono un’indicazione del fatto che difficilmente Xi Jinping muterà orientamento sui destini di hong kong.

La data del 2047 in cui scadrà la validità della dottrina “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping, che ha consentito a Hong Kong di restare formalmente sotto il controllo della Cina ma di preservare un sistema democratico e un’autonomia economica, pende come una spada di Damocle sulle teste di milioni di persone che non intendono rinunciare ai propri diritti.

Ma il timore che a Pechino di queste richieste possa importare ben poco è tremendamente presente. L’ipotesi ad oggi più probabile è che Xi Jinping, più infastidito che allarmato dai risultati delle elezioni, possa avallare l’inizio di una trattativa sulle 5 richieste avanzate dai manifestanti:

  • Il ritiro legge sulla estradizione in Cina
  • Che il governo non definisca più le proteste “sommosse”;
  • Un’indagine indipendente sull’uso della forza da parte della polizia;
  • La liberazione incondizionata di tutte le persone arrestate durante e a seguito delle manifestazioni
  • Una riforma che garantisca un suffragio universale autentico per l’elezione dei leader di Hong Kong – come stabilito dalla mini Costituzione della città.

Difficile che quest’ultima venga presa in considerazione anche solo lontanamente. Significherebbe per la Cina accettare un “vero” concetto di democrazia. Impossibile per un regime autoritario che considera Hong Kong una sua proprietà e la libertà dei suoi cittadini una minaccia alla propria sicurezza.

Ecco perché la comunità internazionale ha il dovere di far valere i diritti della gente di Hong Kong. Ecco perché fa bene l’attivista e leader della protesta Joshua Wong a dirsi deluso dall’atteggiamento del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha detto: “Non vogliamo interferire nelle questioni altrui”. Il tutto mentre Beppe Grillo incontrava due volte nel giro di 24 ore l’ambasciatore cinese in Italia preoccupandosi – a suo dire – di portargli in dono del pesto. Un tragico esempio di diplomazia molto pentastellata, tutt’altro che stellare.