No, caro Di Maio: dalla compattezza del M5s non dipende il futuro dell’Italia

di maio pensieroso

 

Per la seconda volta in pochi mesi il MoVimento 5 Stelle viene meno alle proprie promesse elettorali. Il primo impegno mancato è stata la chiusura dell’ILVA (e menomale). Il secondo la mancata realizzazione del gasdotto Tap, sempre in Puglia, che alla fine si farà (altro sospiro di sollievo). Di Maio si difende sostenendo che non avevano avuto modo di vedere le carte: ma che politico è, anzi, è un vero politico quello che promette la luna senza sapere se avrà una navicella in grado di conquistarla?

Ma c’è di peggio. Di Maio oggi interviene sul blog del MoVimento con un articolo in cui chiede ai suoi di restare “molto compatti. Fusi insieme. Come la testuggine romana”. Questo perché alcuni, a quanto pare, stanno iniziando a sfilarsi, a storcere il naso, a rappresentare il cosiddetto “malcontento della base”. Per questo, riferendosi a questi soldati  indisciplinati, Di Maio dice “il risultato è che minaccia di sfilarsi dalla testuggine mettendo a repentaglio non solo il Governo, ma anche le possibilità dell’Italia di avere un futuro diverso da quello che gli altri avevano già scritto per noi”.

Non è finita. Di Maio conclude:”E’ bene infatti avere molto chiaro che dalla compattezza della testuggine del MoVimento dipende non solo il futuro del governo, ma anche quello del nostro Paese. Chi si sfila si prende questa responsabilità dinanzi ai cittadini e di questo dovrà renderne conto”.

Due appunti, caro Di Maio.

Uno, stai tranquillo: l’Italia per fortuna non è il MoVimento 5 Stelle. L’Italia è un grande Paese con una grande Costituzione, un grande Presidente della Repubblica e una “società civile” che non vi consentiranno di distruggerci.

Due, dici che se le cose andranno male sarà colpa di chi si sfila. Una volta la manina, una volta quelli che non fanno vedere la carte, ora quelli che lasciano il posto nella testuggine.

Ma una volta, una sola, pensi di assumertela qualche responsabilità?

Due buone cose del governo, sui vaccini e sull’Ilva

di maio m5s

 

La differenza tra chi ha costruito la propria carriera sugli insulti e chi ha a cuore il bene del Paese sta nel saper ammettere quando l’avversario politico realizza qualcosa di buono. Questo ha fatto oggi Luigi Di Maio su Ilva, al termine di un percorso accidentato, reso ancor più scivoloso dai maldestri tentativi di screditare l’ottimo lavoro svolto dal suo predecessore, Carlo Calenda.

La buona notizia è che Ilva non chiuderà, né diventerà un parco giochi come chiedeva un delirante Beppe Grillo. Gli assunti subito saranno 10.700 anziché 10.000, come da piano originario. Resta da capire cosa ne farà Mittal di questi 700 in più, visto che nel suo piano aziendale specificava di poter gestire la fabbrica con 9500/10.000 lavoratori a partire dal 2023.

Ma al di là dei dettagli dell’intesa, che dovrà essere ratificata da un referendum tra i lavoratori, la migliore notizia sta nel fatto che il governo è riuscito a trovare il coraggio di cambiare idea. Grazie alle pressioni dell’opposizione, della stampa, dell’opinione pubblica, dei tecnici, Di Maio ha capito che la responsabilità imponeva una scelta diversa da quella promessa in campagna elettorale.

Il M5s perderà molti voti a Taranto? Probabile, ma di sicuro acquisterà una credibilità diversa sulle prossime vertenze. Ed in fondo è quello che è successo sui vaccini, con la maggioranza che dopo aver generato il caos ha capito – stritolata fra gli allarmi della comunità scientifica e del mondo della scuola – che era il caso di  cancellare l’emendamento al milleproproghe che avrebbe consentito l’iscrizione dei bimbi non vaccinati alla materna e al nido, mettendone a rischio la salute.

Questo si chiama buon senso. Questo significa fare politica. E in questo sta la differenza tra “noi” e “loro”. Nel “coraggio” di dire “bravi”, nell’interesse dell’Italia. Non in funzione dei sondaggi.

Di Maio scherza sull’Ilva. Ma l’Ilva non è uno scherzo

 

Manca solo l’annuncio di una diretta streaming. Poi il festival della finta trasparenza, condito da immancabile dose di populismo dilagante, meriterà realmente 5 stelle. Perché l’invito che Di Maio rivolge a 62 sigle più o meno autorizzate a discutere di Ilva in vista del confronto al Mise è uno spettacolo tragicomico di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Perché si parla della più grande industria del Sud Italia, del più importante impianto siderurgico d’Europa, di 20mila lavoratori che per una ragione o per un’altra si trovano adesso a pochi giorni dalla perdita del lavoro. E c’è invece un ministro che preferisce buttarla in caciara, generare caos e polemiche, sbandierare trasparenza e partecipazione, quando invece è chiaro che ciò che cerca è il chiasso, l’unico strumento che ha per sovrastare l’assordante silenzio gialloverde.

Fa bene il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a sottrarsi a questo indecoroso teatrino imbastito da Di Maio. Nessuno può pensare che in un contesto del genere si possa discutere seriamente di Ilva e del suo futuro. Sperando ne abbia uno, a questo punto.

Nessuno può credere che sia questa la maniera migliore di affrontare i problemi. Perché alla fine questo è: Di Maio scherza sull’Ilva, ma l’Ilva non è uno scherzo.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Grillo delira sull’ILVA. E il problema è che ora comanda

grillo

 

Non si scherza sul futuro delle persone. Non è più tempo di “vaffa Day”, di Maalox dopo elezioni perse. Beppe Grillo, se ancora non lo avesse capito, è il leader morale e il fondatore del partito di maggioranza al governo. Per questo motivo non può permettersi di trattare con superficialità e arroganza un tema delicato come quello dell’ILVA.

Ne parla profilando una possibile “riconversione”, prospettando una bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa da tradursi magari nella nascita di un “parco archeologico”. Ma Grillo il visionario questa volta è andato fuori tema. Vagheggia di un modello ILVA sullo stile della Ruhr, in Germania. Ma i sogni, in politica, devono fare i conti con la realtà. Sempre.

C’è un investitore, Mittal. Un colosso indiano che ha deciso dopo diverse controversie di accettare la sfida pugliese. Chiudere l’ILVA significherebbe condannare 20mila lavoratori alla disoccupazione, oltre che certificare che al Sud fare industria è impossibile. Riconvertirla vorrebbe dire un salto nel vuoto. Proprio quello che migliaia di famiglie non possono permettersi.

Salvate l’ILVA. E mettete fine a questi deliri.