Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Trump incontra Kim: saluti e baci (e ci salvi chi può)

 

Faccia a faccia tra potenti. Prova di forza, incontro d’affari. Gabbia di matti. Chiamatelo come volete l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, ma una cosa è certa: da qui a poco si fa la storia. Nella stessa stanza, il prossimo maggio, si troveranno di fronte l’uomo più potente del mondo (ma occhio a Putin che avanza) e quello che gli ha tolto il sonno nell’ultimo anno e mezzo.

Usa e Corea del Nord, mai così vicine. Al punto che si fatica pure a determinare il luogo dell’incontro. Perché uno, Kim, non è mai uscito dalla sua Corea. Mai una visita ufficiale, un viaggio da Capo di Stato, nulla. L’altro, The Donald, dopo aver spalancato un portone al dittatore non può rischiare di andarlo a trovare in casa propria, incappando magari in un Kim che si alzi quel giorno di pessimo umore, faccia saltare il banco, gli rifili uno schiaffo diplomatico e sancisca la sua fine politica.

Così l’inquilino della Casa Bianca non avrà modo di osservare da vicino il “grosso pulsante nucleare” posizionato sulla scrivania di Kim. Quello con cui il Capo di Stato nordcoreano ha terrorizzato non solo gli Usa, ma soprattutto Corea del Sud e Giappone. Perché ormai è chiaro, verificato, certo: il dittatore ha i missili e possono arrivare lontano. Ne è la prova proprio l’incontro di maggio, annunciato da Trump su Twitter (e dove sennò?).

A Washington hanno preso atto che la Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare. Sedersi al tavolo col nemico significa riconoscerlo come un problema, ma anche accreditarlo come interlocutore. E qui entrano in gioco Trump e il suo desiderio di scrivere la storia. Quella voglia di ottenere un riconoscimento universale, di smentire chi dall’inizio lo ha bollato come un tamarro arricchito.

trump

E in questa sorta di deficit emotivo, in questo atteggiamento tipico del bullo che picchia duro perché non si sente accettato, l’uomo di New York trova sponda nel leader di Pyongyang. Anche lui desideroso di approvazione, al punto di aver sfidato il mondo intero: costruendo missili, aprendo lager nel Paese per sopprimere i pochi che si azzardavano a mettersi di traverso, arrivando a giustiziare uno zio e ad uccidere il fratello maggiore col gas nervino. Zero scrupoli, molti calcoli.

E scordatevi che Kim accetti di arrivare negli Usa. Si sente braccato in patria, al punto di limitare i suoi (pochi) spostamenti alle ore precedenti al sorgere del sole. Teme di essere vittima di attentati, di finire avvelenato. Figurarsi se deciderà di mettere piede a Washington, dove qualcuno un attimo dopo l’atterraggio potrebbe ammanettarlo. E a quel punto chi s’è visto s’è visto. Tanti saluti alla guerra nucleare e ai missili, che nessuno in Corea del Nord avrebbe più il coraggio di sganciarli.

Per cui teniamoci forte, allacciamo le cinture di sicurezza, ma controlliamo pure che il seggiolino eiettabile funzioni a dovere. Trump e Kim. O Trump contro Kim. Ma magari Trump con Kim. Magari, sì…