Così Mike Pompeo ha richiamato all’ordine Luigi Di Maio

Era il 23 marzo 2019: Luigi Di Maio siglava a nome dell’Italia l’intesa con la Cina sulle Nuove Vie della Seta. Un progetto infrastrutturale nato con l’obiettivo di collegare l’Oriente all’Occidente, sulla carta. In realtà un progetto di portata strategica chiara, anche senza bisogno di essere Kissinger, rappresentante il fiore all’occhiello della diplomazia di Pechino.

Come segnalato da questo blog, in buona compagnia, quell’accordo sarebbe stato dal punto di vista italiano foriero di grossi rischi. In cambio di qualche arancia siciliana venduta sul mercato orientale, il governo gialloverde si diceva di fatto disponibile a sacrificare la propria sicurezza esponendosi alle ritorsioni americane in materia di collaborazione tra intelligence. Per non parlare del fatto che tutte le principali agenzie di rating, quelle che danno le pagelle alle finanze italiane consentendole di finanziare il proprio debito, sono americane.

Sorpreso dalla furiosa reazione americana, con Washington incredula rispetto all’idea che l’Italia, sua portaerei naturale nel Mediterraneo, fosse stata il primo Paese del G7 a legarsi al progetto asiatico, Di Maio tentava di derubricare il tutto ad un’intesa meramente commerciale, che nulla modificava rispetto al posizionamento dello Stivale sulla mappa geopolitica. Concetto ribadito anche in occasione dell’incontro di ieri a Roma tra il titolare della Farnesina e l’omologo statunitense, Mike Pompeo. Precisazione del tutto superflua.

Molti dimenticano, altri ignorano del tutto, che l’Italia è Paese afferente alla sfera d’influenza americana. Sul nostro suolo sono presenti circa 13mila militari Usa, con il nostro consenso. Ma è bene sottolineare che non se ne andrebbero neanche se glielo chiedessimo con cortesia. Perché non si entra e non si esce da una sfera d’influenza altrui per propria scelta.

Quanto l’abile Pompeo deve aver ricordato con delicatezza a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio nel corso del suo ultimo viaggio. Pur consapevole che l’amministrazione Trump potrebbe non ricevere un secondo mandato, il segretario di Stato americano è interprete di una strategia nei confronti della Cina che non muterà anche dovesse vincere Biden. Cambieranno forse toni e narrazione degli obiettivi americani, non la percezione che il Numero Uno ha del gigante asiatico, sentito come principale minaccia all’egemonia Usa. Per questo, nel momento in cui l’America chiede ai suoi alleati di serrare le file sulle questioni di interesse strategico, a partire dal 5G, all’Italia non è più concesso di sgarrare.

Questo è il senso del cortese richiamo all’ordine che Pompeo ha dichiarato di aver rivolto a Giuseppe Conte: “Gli ho chiesto di fare attenzione alla privacy dei suoi cittadini“. Notate il garbo del segretario di Stato americano: lo ha “chiesto”, dice. Sappiate che in realtà glielo ha comunicato, molto semplicemente. Quando la superpotenza si muove con questa decisione finisce il tempo dei voli pindarici e delle fantasie. Deve averlo capito persino Di Maio.


Apprezzi il mio lavoro? Vuoi tenere aperto questo blog? Dona!

Macron a Beirut ritrova la “grandeur” di Francia. L’Italia ha altro per la testa

Come questo blog aveva facilmente anticipato a poche ore dall’esplosione di Beirut, il Libano si appresta a diventare terra di conquista di potenze straniere. Come sempre nella sua storia, il Paese dei cedri attira attenzioni ambigue o interessate, portatrici di speranze nella popolazione il più delle volte tradite.

Il primo a comprendere l’importanza geopolitica della deflagrazione libanese è stato Emmanuel Macron. Non a caso accolto dalla popolazione locale come salvatore della patria. Al di là della lecita domanda su quale patria il presidente francese stia realmente tentando di tutelare, se la sua o quella libanese, non può sfuggire la portata tattica della mossa del leader dell’Eliseo. Estromesso da altri teatri incandescenti come Libia e Siria, Macron mette in pratica l’antica regola per cui i vuoti lasciati liberi da altri sono disponibili per essere occupati. In questo caso a fare spazio è lo Stato libanese, pressoché inesistente, genuflesso ad Hezbollah, il “partito di Dio”, e per questo vittima sacrificale perfetta per chi voglia rilevarne l’influenza.

A dargli una mano c’è il sentimento della gente. Dettaglio non banale: i leader non sono mai incubatori di ideali, semmai espressione degli stessi, espressi dalla collettività. Così ai libanesi che invocano un “regime change”, Macron promette di farsi garante del nuovo “patto politico per il Libano”, all’insegna di un “cambiamento profondo”. Questa sarebbe da sola una buona notizia, vista la corruzione dilagante nel Paese, ma l’intricato sistema di potere libanese, la convivenza forzata tra diverse confessioni religiosi, rendono la riuscita dell’esperimento difficile da assicurare.

Resta come dato, oltre al dramma inquantificabile della gente del posto, il tentativo, riuscito, di dare una spolverata alla “grandeur” francese. Dimensione imprescindibile per un sovrano quale Macron si immagina ed ambisce ad essere ricordato sui libri di storia, espediente che rende oggi d’attualità il quasi ossimoro proposto da Valéry Giscard d’Estaing, che definisce la Francia una “grande potenza media”. Se in questo caso è la superiorità morale francese che Macron tende ad affermare, quando la conferenza internazionale organizzata da Parigi per stanziare gli aiuti al Libano entrerà nel vivo, il discorso si farà ben più concreto e materiale.

Sarà soltanto a quel punto che la portata tattica della mossa di Macron diventerà palese. Il Libano come avamposto nel Mediterraneo per arginare l’avanzata turca, per ricalibrare equilibri che ad oggi vedono la Francia perdente. Con buona pace di chi, si veda l’Italia, ha evidentemente altro cui pensare per preoccuparsi di difendere il proprio interesse nazionale. Parolaccia inaudita. O in altri termini: per provare a liberarsi dell’etichetta di “superpotenza delle occasioni perdute”.

L’Europa è morta con questo migrante

Alla vigilia di quello che viene definito come uno dei Consigli UE più importanti della storia, siamo in grado di darvi un’anticipazione: l’Europa non esiste. O se mai è esistita è morta.

Lo ha fatto nel momento in cui nessuno dei suoi Paesi membri, in particolare quelli affacciati sul Mediterraneo, ha deciso di recuperare il cadavere di questo migrante alla deriva da settimane. Ripeto, settimane.

La testa incastrata nel gommone, le gambe rigide, divaricate, la pelle corrosa dal sole, il corpo offeso dal mare salato e dai pesci. Dal 29 giugno, giorno del primo avvistamento in acque Sar libiche, nessuno ha mosso un dito per recuperare questo corpo.

Uomo in mare. Morto, di sicuro. La segnalazione è arrivata al centro di ricerca e soccorso di Tripoli (gestito dagli italiani). Non è dato sapere come e perché questo disperato abbia esalato l’ultimo respiro. Se annegato in seguito ad un naufragio o strozzato nella morsa dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurlo verso una nuova vita. Non possiamo neanche presumerlo: servirebbe un’autopsia, ma chi può farla se nessuno intende prendersi la briga di strappare quelle membra dal suo destino infame?

I governi vigliacchi non vogliono saperne di sporcarsi le mani, che di problemi ne abbiamo già abbastanza con la pandemia, dicono. Dovremmo ricordarcene quando qualcuno rivendicherà la superiorità culturale dell’Occidente: la culla della civiltà non ha mosso un dito per inviare una barca con dei sommozzatori a recuperare quest’uomo. Non c’è neanche la scusante del rischio contagio, dell’accoglienza insostenibile di un altro migrante. Si trattava soltanto di offrirgli una degna sepoltura.

Ma sapete, di nuovo, quando dovremmo ricordarci di questa storia? Quando sentiremo, anche giustamente, qualcuno fare la predica a Matteo Salvini sui migranti. Non solo nessuno ha ancora abolito quei suoi decreti illegali e indegni ma, soprattutto, nessuno ha sentito il bisogno di marcare una netta differenza – con i fatti, non a parole – col precedente governo sul piano dell’umanità.

Quello slogan, “restiamo umani” a me onestamente non è mai piaciuto. Oggi, guardando la foto di quest’uomo morto in mare aperto, dovremmo domandarci un’altra cosa, piuttosto. Se umani, infine, lo siamo mai stati.

L’Albania non dimentica

“Besa”. C’è una parola albanese che in italiano non trova una traduzione corrispondente. Il suo significato è ben definito e allo stesso tempo troppo ampio per essere racchiuso in un solo vocabolo. Besa significa onore, lealtà, parola data, protezione promessa ad un ospite, ad un amico. Il popolo albanese non si nutre di alcun mito glorioso. Pensa a se stesso come al “grande sconfitto” della storia. Ma per dirla con le parole usate dal suo premier, Edi Rama, “forse esattamente perché noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà“.

Da quando il coronavirus ha scelto l’Italia come epicentro della sua furia, abbiamo visto arrivare dal resto del mondo aiuti più o meno disinteressati. Abbiamo applaudito lo sbarco in aeroporto del team di esperti cinesi accolti come salvatori della patria. Ci ha rallegrati l’invio di un’equipe di medici proveniente da Cuba. Abbiamo strabuzzato gli occhi alla visione di un enorme convoglio militare russo attraversare le strade di Roma. Ci siamo sentiti rassicurati dagli aiuti medici e logistici offerti dagli Usa: “Ecco, adesso ci salveranno gli americani“, abbiamo sperato. Ma in tutto il mondo niente, davvero niente, ci ha commosso come l’Albania.

Forse col cuore tenero che ci contraddistingue, con l’ingenuità che a volte, nei diversi consessi internazionali, porta i nostri stessi alleati a ridere di gusto della nostra postura geopolitica, ci ha fatto piacere osservare che l’amicizia può non essere un concetto astratto. Ad inizio anni Novanta l’Albania era un Paese al collasso. Forse non era neanche un Paese. Nel 1991 l’Italia, lasciata sola da Onu e compagnia cantante, spedì sull’altra sponda dell’Adriatico i propri militari. Disarmati. La loro sicurezza venne affidata alla polizia locale. In cambio distribuimmo viveri, generi alimentari, farmaci. Nell’ilarità prima, e incredulità poi, della comunità internazionale, stabilizzammo la situazione rinunciando ad ogni pretesa. Non eravamo lì per invaderla, l’Albania. Eravamo lì per aiutarla.

Per un popolo che vive di memoria dei tempi passati, che rivendica la propria appartenenza con orgoglio, che conosce fame e miseria, sogno e speranza, quell’aiuto è rimasto un segno tangibile della fratellanza tra due popoli uniti dalla geografia e dalla storia. Molti albanesi sono cresciuti guardando la tv italiana, cantando il Festival di Sanremo, immaginando che a separarli dal benessere vi fossero soltanto poche miglia nautiche.

Edi Rama ha detto: “Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che 30 medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. So che 30 medici non invertiranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo nella linea del fuoco da quella parte del mare. Ma so pure che anche laggiù è ormai casa nostra. Da quando l’Italia, le nostre sorelle e i nostri fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania bruciava di dolori immensi“.

Un proverbio albanese recita: “Fjalen e dhene nuk e trete dheu“. Ossia: La parola data non si annienta nemmeno sotto terra“. L’Albania non dimentica. E non tradisce. Besa.

Hong Kong, la Cina e la vergogna italiana

Nel Paese affascinato dal refrain “o-ne-stà, o-ne-stà”, può risultare difficile comprendere l’urlo proveniente dall’Estremo Oriente: “Li-ber-tà, li-ber-tà”. In Italia occupa le prime pagine dei giornali la vicenda della casa dell’ex ministra Trenta, onestamente imbarazzante: dice che la sua, dopo l’esperienza di governo, è una vita fatta di incontri e relazioni di un certo tipo. Dove abitava prima non può tornare, lì si spaccia droga, scherziamo? Il senso del ridicolo è stato oltrepassato da molto, quello della realtà pure, qualcuno avvisi Trenta e il marito che si stanno facendo del male da soli. Non hanno infranto le leggi? Pazienza. C’è una questione di opportunità che dai censori del Terzo Millennio, i grillini giacobini sempre pronti ad esercitare la loro (solo presunta) superiorità morale, è lecito attendersi venga colta.

In questo dibattito surreale, in questo Paese dei balocchi non in grado di conservare nemmeno i suoi gioielli (Venezia, Matera, la lista è lunga), arrivano gli echi di una storia lontana. Hong Kong. Da mesi migliaia di persone, definite genericamente “ribelli”, manifestano nelle strade. Hanno chiesto prima pacificamente di essere ascoltate, hanno poi fatto i conti con un regime totalitario, Pechino. La governatrice Carrie Lam non ha saputo gestire la protesta, ha fatto sì che diventasse una rivolta. La situazione è sfuggita di mano, al punto che gli organi di stampa filo-governativi (e come potrebbe essere diversamente, in Cina?) suggeriscono caldamente al presidente Xi Jinping di utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso per sedare le proteste. Detto in altri termini: repressione.

Succede così che il Politecnico di Hong Kong venga trasformato da centinaia di ragazzi in un fortino, l’ultima roccaforte dalla quale tentare di respingere l’assedio degli agenti che lanciano lacrimogeni e mulinano i manganelli per mettere in atto la volontà di Pechino. “Un Paese, due sistemi”: questa è la dottrina ideata dall’ex leader cinese Deng Xiaoping per far sì che l’ex colonia britannica tornasse alla Cina ma mantenendo le forme amministrative e il sistema economico che avevano fatto di Hong Kong un’isola di libertà sul modello occidentale. Questo principio costituzionale scadrà nel 2047. Il processo di transizione ha subito negli ultimi anni un’accelerazione preoccupante, dal punto di vista degli “hongkonghesi”. Si parla da giorni della possibilità di un intervento dell’esercito cinese. Nessuno dice chiaramente cosa accadrà dopo il 2047, tutti sanno che Pechino non accetterà nuovi compromessi o intromissioni.

In questo scenario politico inquietante, c’è chi combatte per la propria vita. Sì, sembra assurdo, ma c’è chi è disposto a lottare per i propri diritti. Così dei ragazzi raccolgono dalla palestra dell’ateneo delle racchette con cui respingono i candelotti lacrimogeni lanciati dalla polizia, usano giavellotti, archi e frecce come fossero (e lo sono) protagonisti di un’eroica resistenza. Gli ombrelli sono i loro scudi. Non sono dei santi (chi lo è veramente?), ma portano ad interrogarci sulle nostre scelte, sulle nostre priorità. E’ stato giusto, oltre che utile, essere il primo grande Paese a firmare un memorandum d’intesa con la Cina? La famosa Via della Seta è un atto di cui andare fieri? Aprire una corsia preferenziale con un regime totalitario orgogliosamente illiberale era strettamente necessario? Non sarà che nella smania di gridare in piazza “o-ne-stà, o-ne-stà” abbiamo perso di vista la “ve-ri-tà”?