Biden ha vinto in South Carolina (e Trump non ha ancora vinto le elezioni)

Lo hanno ribattezzato “Comeback kid”: il ragazzo (ok, ha 77 anni, ma è un dettaglio) della rimonta. Come nel 1992 Bill Clinton aveva soprannominato se stesso, risorgendo in New Hampshire quando tutti davano per finita la sua corsa per le primarie. Proprio ciò che è successo questa notte in South Carolina a Joe Biden. Per quel che vale, avevo scritto qualche giorno fa che se fossi stato un elettore americano avrei avuto pochi dubbi su chi votare: avrei scelto sicuramente Joe Biden. La sua storia politica, ma soprattutto personale, meritano un punto esclamativo. Forse il South Carolina ha posto le premesse perché questo punto esclamativo venga scritto.

Ha vinto il primo Stato dall’inizio delle primarie dem. Lo ha fatto meglio di come avrebbe dovuto in termini numerici. Ma soprattutto lo ha fatto con un timing perfetto: prima del Super Tuesday, il Super Martedì che chiamerà al voto 14 Stati e metterà in palio circa il 40% dei delegati decisivi per la nomination. La vittoria di Biden, in questo momento, fa del vecchio Joe un cavallo solido su cui puntare per l’elettorato moderato. Se Biden non avesse vinto in South Carolina, o se lo avesse fatto in maniera poco convincente, è molto probabile che i cosiddetti “centristi” (definizione a dire il vero approssimativa) avrebbero deciso di abbandonarlo per puntare su altri candidati. Mike Bloomberg, su tutti.

Le performance dell’ex sindaco di New York ai dibattiti televisivi non sono state indimenticabili, per usare un eufemismo. O meglio, proprio il miliardario vorrebbe che tutti le dimenticassero in fretta. La sua presenza al Super Tuesday è il maggiore ostacolo per Joe Biden: dopo il crollo di Amy Klobuchar e l’ennesimo risultato deludente di Pete Buttigieg, il rischio di una dispersione di voti tra i moderati è meno alto. Tradotto: è molto difficile che un elettore democratico “centrista” decida martedì di votare Klobuchar, a meno di non essere un suo fan sfegatato.

L’effetto South Carolina è importante per Biden soprattutto per questo: per il “rimbalzo” di cui la sua candidatura potrebbe beneficiare. Non sappiamo quanto Bloomberg sia forte, non avendo corso ancora in nessuno Stato. Ma sappiamo che la fetta di elettorato più affine al miliardario coincide molto con quella di Biden. Di certo dal South Carolina arriva un segnale non proprio incoraggiante per quello che Donald Trump ha ribattezzato “mini Mike”: Tom Steyer, miliardario che ha speso oltre 22 milioni di dollari soltanto in spot televisivi e radiofonici in South Carolina, è arrivato terzo. E si è ritirato dalla corsa. Cosa c’entra con Bloomberg? C’entra, perché dimostra che i soldi in una campagna elettorale non sono tutto.

Certo, Bloomberg ha un peso politico diverso da quello di Steyer. E la sua figura potrebbe portare al voto molti candidati moderati e indipendenti, rosicchiando a Biden potenziali elettori. In tutto ciò, Bernie Sanders ringrazia. Il vecchietto del Vermont spera di farcela con la forza dei progressisti e le divisioni altrui. Ma il South Carolina dimostra che la partita è aperta. Biden non sarà proprio un “comeback kid”, ma la sua rimonta potrebbe essere iniziata. Come minimo: Sanders non è ancora il candidato Democratico. E questo vuol dire che Trump non ha ancora vinto le elezioni di novembre.

New Hampshire, Old Biden

Le primarie Usa tra i Democratici si fanno di settimana in settimana più avvincenti. Ciò che la lunghezza dello spoglio in Iowa aveva fatto passare in secondo piano è tornato prepotentemente a galla in New Hampshire: Bernie Sanders è la scelta dell’elettorato radicale, Pete Buttigieg è più competitivo che mai per ritagliarsi il ruolo di candidato di punta tra i “moderati”, ma deve guardarsi dalla sorprendente ascesa di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che nell’ultimo dibattito ha trovato lo slancio necessario a realizzare la piccola grande impresa di arrivare terza nello Stato del granito.

Tra qualche tempo, è possibile che la vittoria di oggi di Bernie Sanders venga ridimensionata alla luce di un altro fattore: la somma dei voti ottenuti dai candidati moderati, se così si possono definire esponenti in ogni caso ben più a sinistra di Barack Obama, è maggiore di quelli radicali. Guardate sopra: Sanders e Warren, insieme, arrivano circa al 35%. I “centristi” come Buttigieg, Klobuchar e Biden superano il 50%. La vera corsa, dunque, riguarda la scelta nel campo moderato, colui o colei che si affermerà come il candidato da opporre a Sanders prima, e a Trump poi.

Il vecchio Joe

Questo ruolo di riferimento per i moderati, fino a qualche mese fa, veniva assegnato da default a Joe Biden, ex vicepresidente nell’era Obama. Biden in New Hampshire è andato malissimo, finendo quinto, peggio che in Iowa, dove già i risultati erano stati inferiori alle aspettative. Per un ex vicepresidente con il curriculum di Biden arrivare alle spalle di ben 4 candidati è un vero disastro.

Usciamo dalla cronaca per inserire una parentesi personale. Se fossi americano e dovessi votare alle Primarie dei Democratici, oggi voterei senza dubbio Joe Biden. Non si tratta di una scelta politica, ponderata, ma prettamente di cuore. Biden ha una storia durissima alle spalle, e per questo bellissima. Oggi ha i capelli bianchi, il viso stanco, fatica ad entusiasmare i giovani. Ma un tempo, Joe, è stato un coraggioso ragazzo balbuziente che ha sconfitto il suo problema imponendosi di parlare in pubblico. E lo ha fatto così bene che a 29 anni, con la sola forza delle sue parole e l’aiuto di sua sorella in campagna elettorale (altro che gli staff mastodontici di oggi!), ha battuto un senatore Repubblicano molto più quotato di lui, dato per sicuro vincitore, aggiudicandosi il seggio del Delaware.

Sembrava tutto perfetto, fino a quando la moglie e la figlia di un anno non sono morte in un incidente stradale. Da quel giorno, a differenza dei suoi colleghi che trascorrevano l’intera settimana a Washington per poi tornare a casa dalle famiglie nei weekend, Biden ogni sera saliva sul treno e tornava in Delaware, dai suoi figli. Nel corso degli anni, Joe ha fatto così tanti viaggi che gli è stata intitolata perfino la stazione da cui partiva e arrivava ogni giorno. Poi i figli sono cresciuti e uno di loro, Beau, era particolarmente promettente, talentuoso: tutti pensavano che un giorno avrebbe fatto politica come il padre. Non ne ha avuto il tempo: nel 2015 è morto per un tumore al cervello.

Oggi Joe Biden non ha più la forza di quando era ragazzo. Non è più così brillante nei dibattiti. E la sua abilità oratoria è forse più appannata, meno coinvolgente. I giovani che un tempo si entusiasmavano ai suoi comizi sono invecchiati con lui. La generazione di Buttigieg, per fare un esempio, guarda a Biden come ad un pezzo dell’establishment, un residuato bellico da mandare in pensione per fare posto al “nuovo”. Ecco, dopo Iowa e New Hampshire, Biden non è ancora spacciato. Ma l’effetto “band-wagon” non l’abbiamo inventato in Italia: l’elettorato è portato a salire sul carro del papabile vincitore. Il “voto utile” è spietato, ed è possibile che anche in Nevada e South Carolina, prossime tappe delle primarie, Biden non ottenga i risultati che si augura, a dispetto di una folta presenza di afroamericani e ispanici, segmenti demografici in cui è più popolare.

Di nuovo: non sono ragioni politiche a farmi tifare Biden. Non dico che sarebbe il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Ma se c’è un posto dove qualche volta le storie da film accadono questo è l’America. E la storia di Biden merita la Casa Bianca. Chissà, è difficile, ma non è troppo tardi. Non ancora, vecchio Joe.