Luciana Lamorgese ha fatto (con poco, e non basta) più di Salvini sui migranti

Luciana Lamorgese

Non ha un profilo Facebook, non dispone di un account Twitter, non posta ciò che mangia su Instagram, non è ospite la domenica sera a “Live – Non è la D’Urso”, non è leader di un partito che deve allo Stato 49 milioni di debiti, ma Luciana Lamorgese ha ottenuto in pochi giorni sui migranti molto più di quanto non abbia fatto da ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Non che ci volesse tanto: cinguettare #portichiusi e prendersela con gli unici Paesi europei disposti a dare una mano all’Italia era forse la migliore strategia per conquistare consensi, ma di certo non la più adatta a risolvere i problemi inerenti “accoglienza”, “integrazione”, “rimpatri”, termini sconosciuti al “twittatore seriale”. A Luciana Lamorgese è bastato invece presenziare ad un vertice coi colleghi europei ministri dell’Interno (cosa non scontata per il suo predecessore) per ottenere un primo passo di collaborazione strutturale che possa definirsi tale.

Certo ci sono nodi da sciogliere non marginali rispetto alla bozza di Malta: per esempio l’intesa non riguarda i migranti economici (quelli che si spostano senza avere diritto d’asilo); e la rotazione dei porti d’accoglienza sarà su base volontaria (quindi saranno ancora sovraccaricate Italia e Malta). Di più: il meccanismo di redistribuzione automatica tra Paesi europei su cui si è trovato un accordo riguarda solo i migranti salvati nel Mediterraneo settentrionale da navi Ong o militari, ovvero l’8% del totale che arriva in Italia.

Ma è qualcosa, un inizio. E’ ancora troppo poco? Non è la solidarietà auspicata e di cui il Paese necessita? Siamo d’accordo. Ma è comunque di più rispetto a quanto (non) fatto da Salvini. E’ di certo meglio dell’orrendo spettacolo offerto con la Diciotti, la Sea Watch, la Sea Eye e chi più ne ha (per piacere) non ne metta. Non essere più ostaggio dei tweet di Salvini è una buona notizia, non assistere più alle polemiche contro la Carola Rackete di turno lo è altrettanto. E avere un ministro dell’Interno che fa il ministro dell’Interno appare oggi quasi un miracolo.

Un calcio che spezza il cuore

L’ultima crisi dei migranti è quella della Alan Kurdi, la nave che prende il nome dal bambino siriano di 3 anni il cui corpicino venne ritrovato su una spiaggia turca dopo il naufragio di un gommone che avrebbe dovuto portarlo in Europa.

Tre anni, come il bambino nordafricano colpito con un calcio a Cosenza, la mia città. Colpevole di aver sbirciato una neonata nella culla, colpevole di curiosità, colpevole di avere la sua età.

Ora possiamo nasconderci dietro un dito, far finta che la bestia che ha sferrato il calcio al bimbo di colore lo abbia fatto perché “fratello di un pentito di camorra” e dunque affetto da una cattiveria genetica, quasi innata.

Ma la verità è un’altra. La verità è che un episodio del genere, a Cosenza, in Calabria, in Italia, fino a dieci, vent’anni fa, non sarebbe mai successo. Se un delinquente – perché questo è – si è sentito autorizzato a prendere a calci un bambino di 3 anni è perché il clima di odio che si è respirato in questo Paese negli ultimi mesi lo ha autorizzato, non dico a farlo, ma a pensare che un gesto del genere fosse “giustificabile”.

D’altronde se è in primis lo Stato a confezionare provvedimenti che violano le leggi internazionali, a mostrarsi indifferente rispetto all’osservanza dei diritti umani, ad avallare politiche razziste, poi non c’è da sorprendersi se i più stupidi, i più ignoranti, compiono gesti del genere.

Per 14 mesi, su questa pagina, abbiamo condannato la condotta di Matteo Salvini come ministro dell’Interno e le politiche migratorie attuate dal governo Lega-M5s. I porti chiusi – oltre che inutili e inefficaci – sono una misura indegna di uno Stato liberale che voglia definirsi tale. Leggiamo che il nuovo ministro Luciana Lamorgese ha risposto picche alla richiesta della Alan Kurdi di entrare in porto. Il tutto mentre un naufrago a bordo ha tentato il suicidio. E della tanto decantata “discontinuità” richiesta da Zingaretti non vediamo traccia.

Se la paura di perdere consensi ha la meglio sulla capacità di assumere scelte di rottura rispetto al governo precedente, se prevale sulla volontà di costruire un Paese diverso, in cui la parola “integrazione” non viene letta come subdolo tentativo di “sostituzione della razza”, in cui il termine “accoglienza” non viene interpretato come prodromo di una “invasione”, allora sarà il caso di dire che il problema non era solo Salvini. Ma una classe politica incapace, tutta o quasi, di andare oltre i sondaggi, non in grado di disegnare un’Italia di cui andare fieri, un’Italia in cui un bambino di 3 anni può salutare una neonata nella culla, senza essere colpito all’addome con un calcio che spezza il fiato, ma soprattutto il cuore.