Ma quale Festa del Lavoro?

Troppo facile dire “buona festa del Lavoro” e poi accendere la tv, buttare gli occhi sullo smartphone, far finta che il Primo Maggio sia una domenica, un giorno buono per stare a casa e riposare. Diciamocele le cose vere, le cose come stanno: c’è poco da festeggiare. Sì, chi vuole vada al Concertone, chi può ne approfitti per una gita al mare, per una scampagnata con gli amici, per un pranzo coi figli. Ma poi guardiamoli i numeri, ragioniamoci sulle cose.

Perché non può passare in sordina che nel 2019 andare a lavorare a Crotone rappresenti una sorta di avventura. Dati dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro su base Inail: “Il maggior numero di infortuni mortali di lavoratori si registra nella provincia di Crotone (6,3 ogni mille) e, a seguire, nelle province di Isernia (5,9‰) e Campobasso (4,7‰)“. Il Sud abbandonato, il Sud che si affida al potente sbagliato, il Sud delle promesse tradite guida anche la classifica per il numero assoluto di malattie cancerogene imputabili all’attività lavorativa: c’è Taranto in vetta. E il guaio è che non sorprende.

Ci avevano raccontato che l’Italia era una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ora col governo Di Maio-Salvini abbiamo scoperto che siamo un Paese fondato sul divano, il cui pilastro è il reddito di cittadinanza. Espressioni come “diritti dei lavoratori” chissà per quale motivo sono diventate appannaggio dei soli sindacalisti, sempre più autoreferenziali, sempre più incapaci di rappresentare le istanze di chi nel proprio lavoro ci crede, anche perché non ha alternativa: perché la società in cui saranno i robot a lavorare per noi non è ancora arrivata. Qualcuno informi Casaleggio.

E poi ci sono le donne, queste dimenticate. Perché a furia di parlare della teoria del gender poi si dimentica di parlare di una questione più urgente, che risponde al nome di gender gap. C’è la differenza che passa dallo stipendio di una donna e quello di un uomo che ricoprono la stessa mansione. C’è la discriminazione che riguarda le donne in età per mettere al mondo dei figli, quelle che vengono scartate dopo una rapida occhiata all’anno di nascita sul curriculum. Puoi diventare mamma? Sei fuori.

Ci sono i precari del lavoro, che poi sono anche i precari nella vita. Ci sono i ragazzi che il posto fisso è solo un ritornello dei film di Zalone, che 800 euro al mese sono una manna dal cielo. Ci sono i fidanzati che aspettano da dieci anni l’anno buono per fare il matrimonio, e non arriva mai. Ci sono quelli che di aprire un mutuo non se ne parla, che “mica abbiamo un lavoro stabile”. Ci sono quelli che programmano i figli: forse il 2020, o il 2021, male che va il 2022…

Ci siamo noi, in fondo. Quelli che il gusto di dirsi: “Buon Primo Maggio” non l’hanno perso. Ma poi ci riflettono su questa “Festa” e oggi più che mai dicono: “Festa sì, ma di quale Lavoro”? Forse ho capito. Forse la festa è solo per “loro”.

Ben svegliato, Boccia

 

Sono passati tre mesi, 90 giorni che sembrano un’era geologica, da quando Vincenzo Boccia incoronava Matteo Salvini rappresentante ufficiale delle istanze delle imprese italiane. Vedeva, il capo degli industriali, nel leader della Lega il cavallo su cui puntare, anzi, sul quale montare, perché è chiaro che Confindustria ha i suoi interessi da tutelare e a governo che cambia corrispondono salti sul carro da mettere in conto.

Ma le aperture di credito di settembre non sono diventati regali da scartare sotto l’albero di Natale. Segnale che Salvini e Di Maio hanno già mandato in fumo un patrimonio mastodontico in termini di fiducia: quello delle 12 associazioni di categoria rappresentative di 3 milioni di imprese e 13 milioni di dipendenti. Il 65% del Pil italiano riunito ieri a Torino ha suonato la sveglia ad un governo talmente dentro al tunnel da non vedere che la luce si può raggiungere dicendo semplicemente dei “Sì”: sì alla Tav, sì alle infrastrutture che rendono un Paese competitivo, sì agli investimenti.

Tre mesi. Sono stati probabilmente troppi. Perché non ci voleva un genio per capire – al contrario di quanto diceva Boccia – che di responsabile non c’era nulla nelle parole di Salvini dei primi giorni di governo. E di credibile ancora meno. Tempo al tempo. Meglio tardi che mai. E intanto ben svegliato, Boccia.

Cosa aspetta a dimettersi?

 

Luigi Di Maio fa anche una certa tenerezza, quando guarda negli occhi Filippo Roma delle Iene e gli confida che col papà non si sono parlati per anni, aggiungendo peraltro un “te lo dico col cuore” da far impallidire Barbara D’Urso. Ed è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Perciò la tentazione di andare controcorrente, di schierarmi per una volta dalla parte del capo politico M5s c’è stata, lo ammetto. E non sarebbe stata un’assoluzione, una pacificazione frettolosa e immotivata, piuttosto l’occasione per dimostrare la diversità che esiste tra signori e gente senza scrupoli, tra chi è provvisto di una sensibilità e chi invece è ossessionato dal desiderio di distruggere il rivale politico con tutti i mezzi a sua disposizione.

Ma al netto dei buoni propositi, difendere Luigi Di Maio è oggi impossibile. Avesse guidato un altro ministero, che so, quello degli Esteri, sarebbe rimasto solo un forte senso d’imbarazzo, un’onta difficile da lavare via per chi ha fatto dell’urlo “o-ne-stà, o-ne-stà” il suo grido di battaglia. Non fosse stato il ministro del Lavoro, quello che il lavoro nero è chiamato a combatterlo, la leggerezza del padre sarebbe stata un boccone facile per i suoi detrattori, qualche settimana sulla graticola e via con la prossima polemica. Non avesse ricoperto il ruolo di ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio avrebbe potuto spiegarci in tutta serenità da dove passa lo sviluppo delle imprese, cosa si può fare per favorire la crescita delle aziende e al contempo tutelare i diritti dei lavoratori. Ma i congiuntivi ancora una volta non sono amici di Di Maio.

In un Paese normale, in un’Inghilterra qualunque, il vicepremier avrebbe fatto un passo indietro prima ancora della messa in onda del servizio delle Iene. E non perché sia colpa sua. E non perché umanamente non mi dispiaccia anche un po’. No. Si chiamano ragioni di opportunità. E fanno rima con sensibilità. La stessa che Di Maio e i suoi hanno dimostrato in passato di non avere per faccende simili. Proprio quella che dovrebbe spingerlo a lasciare il suo doppio ministero. Cosa aspetta a dimettersi?

Il ministro del non-Lavoro

di maio lavoro

 

Come se non avesse ben compreso il proprio ruolo, Luigi Di Maio continua ad interpretare il suo impiego da ministro del non-Lavoro. E non è un lapsus, una forzatura, una critica sterile figlia di pregiudizi. Basta vedere gli atti, le promesse, gli annunci di questi primi mesi di governo per rendersi conto che Di Maio sta operando in maniera tale che tempo qualche anno e il suo ministero verrà chiuso per inutilità alla causa.

In principio fu il reddito. Quello di cittadinanza, una misura assistenzialista, che avrà come unico risultato quello di spingere i furbetti di turno a trovare escamotage ogni volta diversi per prolungare il periodo di nullafacenza retribuito.

Poi arrivò il Decreto Dignità, il primo atto del governo: e se il buongiorno si vede dal mattino sarà una lunga notte. Un’accozzaglia di misure caratterizzate da una visione chiusa, arcaica, superata del mondo del lavoro, scritte apposta per penalizzare le imprese, addirittura dannose in termini di occupazione, dal momento che causeranno la perdita di 8mila posti l’anno.

E infine c’è l’ultima perla: i negozi chiusi la domenica. Una sparata prima “integrale”, poi corretta con l’aggiunta di una turnazione secondo cui il 25% dei locali resterà comunque aperta (grazie). La motivazione ufficiale del Di Maio-pensiero è che le liberalizzazioni stanno distruggendo le famiglie italiane, che la gente lavora così tanto che genitori e figli a casa neanche si vedono più. Beato lui che vede così tanto lavoro in giro.

Per salvare veramente le famiglie, forse, bisognerebbe tentare di agire sui redditi, di incentivare gli acquisti e le assunzioni, di rimettere in moto il mercato, di assicurare un futuro ai giovani e almeno un presente ai loro genitori.

Bisognerebbe aiutare il lavoro, non toglierlo del tutto.