La passerella di Conte in Libia: quando la politica estera serve ad uso interno

Essere felici per la liberazione dei pescatori di Mazara non vuol dire di conseguenza essere costretti a lodare le qualità dello statista Conte. E viceversa. Sottolineare che la passerella a Bengasi potesse essere evitata non significa cercare la critica ad ogni costo. Al contrario, vuol dire raccontare la verità.

Così come scrissi per Silvia Romano, se mi trovassi in un angolo sperduto del mondo, ostaggio in mano a spietati assassini, vorrei che lo Stato cercasse di salvarmi senza badare a spese. Lo stesso trattamento desidererei per un mio caro. Per questo motivo stoppo in partenza le critiche di chi oggi si chiede quanto sia costato il rilascio dei pescatori ostaggio in Libia.

Ci sono Paesi, ad esempio gli Stati Uniti, che non trattano con i sequestratori. La loro logica è la seguente: basta una sola trattativa per rendere immediatamente bersagli delle bande di terroristi in cerca di riscatto tutti i cittadini americani sul Pianeta.

Il ragionamento fila, ma noi non possiamo meravigliarci di essere italiani dall’oggi al domani: siamo il Paese che ha escluso in partenza l’uso dello strumento militare nella crisi libica, perdendo così quel po’ di influenza che c’era rimasta nel nostro ex giardino di casa dopo la morte di Gheddafi, figurarsi se dall’oggi al domani la politica è in grado di autorizzare una missione così rischiosa, potenzialmente in grado di costare la vita degli ostaggi. Siamo realisti.

Ecco allora un falso dilemma: “Abbiamo pagato il riscatto anziché mandare i reparti speciali a liberare gli ostaggi, vergogna!”. Come sempre, c’è una via di mezzo.

Un governo che si rispetti – e che sia rispettato – avrebbe potuto ventilare ripercussioni a livello militare sulle fazioni capitanate da Haftar e chiedere l’immediato rilascio degli ostaggi. Perché non è stato fatto questo? Qui si ritorna al punto di partenza: perché Conte non vuole utilizzare lo strumento militare. Di più: lo ha spiattellato ai quattro venti. Risultato: chi volete che ci tema? Ciò significa che in tutti i contesti che ci vedono impegnati, in primis nel Mediterraneo, tutti o quasi si sentono in diritto di fare quel che vogliono agli italiani. Tanto paga Pantalone.

Altro falso dilemma in arrivo: credere quanto espresso finora non signfica neanche, come fatto ad esempio dal numero uno del Copasir, il leghista Volpi, scadere nei ringraziamenti circoscritti alla sola intelligence. Questo atteggiamento, soprattutto da parte di una figura istituzionale, significa mettere in difficoltà la nostra stessa intelligence che, ricordiamolo, non è né di Conte né della Lega, ma al servizio della Repubblica italiana.

Insomma, c’è chi politicizza in un modo e chi in un altro.

Però sapete, quando Rocco Casalino, portavoce del premier, risponde ai giornalisti che chiedono informazioni sulla missione in Libia con una scenografica geolocalizzazione dal suo smartphone direttamente dalla municipalità di Bengasi, nutrire il sospetto che dietro il viaggio del Presidente del Consiglio vi sia una spettacolarizzazione della missione non equivale a cercare la polemica ad ogni costo.

La foto da “Il Foglio”

No, è farsi domande, farle a chi ha le risposte, fare cronaca. Tentare di raccontare la verità al di là di quanto questo o quel portavoce vorrebbe rappresentare, al di là degli obiettivi che un premier vorrebbe suggerire: di fatto che il suo viaggio sia stato decisivo per il rilascio degli ostaggi. Questo non è un falso dilemma. Questo è falso e basta.

Si è trattato di una passerella.

Una passerella, con tanto di picchetto in onore della delegazione italiana, organizzata dal generale Haftar, aspirante dittatore di Libia, il cui principale sponsor è – indovinate un po’? – l’egiziano Al Sisi, lo stesso che ancora oggi rifiuta di collaborare sul caso Regeni.

Evviva i pescatori di Mazara: sono davvero felice che siano stati liberati, ma non ditemi che Conte è uno statista e che l’Italia ha una politica estera.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

L’Europa è morta con questo migrante

Alla vigilia di quello che viene definito come uno dei Consigli UE più importanti della storia, siamo in grado di darvi un’anticipazione: l’Europa non esiste. O se mai è esistita è morta.

Lo ha fatto nel momento in cui nessuno dei suoi Paesi membri, in particolare quelli affacciati sul Mediterraneo, ha deciso di recuperare il cadavere di questo migrante alla deriva da settimane. Ripeto, settimane.

La testa incastrata nel gommone, le gambe rigide, divaricate, la pelle corrosa dal sole, il corpo offeso dal mare salato e dai pesci. Dal 29 giugno, giorno del primo avvistamento in acque Sar libiche, nessuno ha mosso un dito per recuperare questo corpo.

Uomo in mare. Morto, di sicuro. La segnalazione è arrivata al centro di ricerca e soccorso di Tripoli (gestito dagli italiani). Non è dato sapere come e perché questo disperato abbia esalato l’ultimo respiro. Se annegato in seguito ad un naufragio o strozzato nella morsa dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurlo verso una nuova vita. Non possiamo neanche presumerlo: servirebbe un’autopsia, ma chi può farla se nessuno intende prendersi la briga di strappare quelle membra dal suo destino infame?

I governi vigliacchi non vogliono saperne di sporcarsi le mani, che di problemi ne abbiamo già abbastanza con la pandemia, dicono. Dovremmo ricordarcene quando qualcuno rivendicherà la superiorità culturale dell’Occidente: la culla della civiltà non ha mosso un dito per inviare una barca con dei sommozzatori a recuperare quest’uomo. Non c’è neanche la scusante del rischio contagio, dell’accoglienza insostenibile di un altro migrante. Si trattava soltanto di offrirgli una degna sepoltura.

Ma sapete, di nuovo, quando dovremmo ricordarci di questa storia? Quando sentiremo, anche giustamente, qualcuno fare la predica a Matteo Salvini sui migranti. Non solo nessuno ha ancora abolito quei suoi decreti illegali e indegni ma, soprattutto, nessuno ha sentito il bisogno di marcare una netta differenza – con i fatti, non a parole – col precedente governo sul piano dell’umanità.

Quello slogan, “restiamo umani” a me onestamente non è mai piaciuto. Oggi, guardando la foto di quest’uomo morto in mare aperto, dovremmo domandarci un’altra cosa, piuttosto. Se umani, infine, lo siamo mai stati.

Di Maio è il peggior ministro degli Esteri della storia italiana: dia le dimissioni

Luigi Di Maio entrerà nei libri di storia come il peggior ministro degli Esteri che la Repubblica abbia mai avuto. Gli esperti di geopolitica, quelli bravi, sono soliti dire che la strategia di un Paese non si inventa: va soltanto riconosciuta. Precisato che a Di Maio non chiedevamo di ricostituire l’Impero Romano, è fuori discussione che l’ex capo politico del MoVimento 5 Stelle stia lasciando soltanto macerie. Tre esempi: Libia, Regeni, Hong Kong. E una richiesta: dimissioni.

Quello consumatosi in Libia è un disastro annunciato che soltanto una politica miope poteva non vedere. Ammantati di un pacifismo antistorico, derisi dalle cancellerie internazionali, di volta in volta sorprese dall’incapacità del nostro governo di difendere l’interesse nazionale, l’Italia ha semplicemente rinunciato ad avere un ruolo nella sua ex colonia. Davvero qualcuno pensa si possa dettare legge nel bel mezzo di una guerra mentre altri Stati inviano truppe a combattere? Realmente qualcuno è convinto che escludere un intervento militare possa scoraggiare gli altri Paesi dal mettere i “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, ed estendere la loro influenza? Di Maio in Libia ha infilato un disastro dopo l’altro: ormai siamo con un piede fuori da quello che fu il nostro cortile di casa. Quanto questo sia grave lo capiremo quando qualche potenza non propriamente alleata tenterà di installare basi militari a poche miglia dalle nostre coste.

Sul caso Regeni l’Italia ha subito l’ennesimo affronto da parte dell’Egitto. Questo blog ha da subito espresso una posizione chiara sul fatto che la vendita delle fregate militari al Cairo, senza ricevere in cambio nessun atto concreto sul fronte della collaborazione nelle indagini per la morte del nostro ricercatore, si sarebbe rivelata un errore politico e geopolitico. Non solo il nuovo procuratore egiziano non ha risposto ad alcuna delle 12 domande della rogatoria inviata dalla Procura di Roma ormai 14 mesi fa, ma ha anche chiesto di effettuare alcune verifiche sulle attività di Giulio in Egitto, quasi a voler rinverdire i soliti sospetti sul fatto che il nostro connazionale fosse nel Paese dei Faraoni per compiere un’attività spionistica. Il fallimento della diplomazia italiana rappresentata da Di Maio è lampante: a quasi 5 anni dall’uccisione di Regeni non ci sono neanche indagati. Chi pensava che trattare Al Sisi coi guanti bianchi avrebbe portato a qualcosa (Conte in primis) ha sbagliato. D’altronde se siamo i primi a dare un prezzo ai nostri cittadini (l’accordo per le fregate militari questo è), perché dovrebbero essere altri Paesi a rispettarci?

Chiudiamo con la partita di Hong Kong, sentita come meno prossima all’agenda italiana ma in realtà specchio degli sfaceli di Di Maio. Sinceramente convinti che la Cina sia la potenza che avanza, ignari del fatto che Pechino impiegherà decenni a risolvere le proprie contraddizioni interne prima di poter soltanto insidiare il primato americano, il MoVimento 5 Stelle ha legato l’Italia al progetto delle Nuove Vie della Seta cinesi, cavallo di Troia che ha scaturito le ire di Washington. Ora, offuscato da un pensiero economicistico che perde di vista il contesto generale, il governo italiano e il suo ministro degli Esteri tacciono dinanzi ai soprusi di Pechino su Hong Kong. Smarcandosi ancora una volta dall’Occidente – così come avvenne per il Venezuela – l’Italia non condanna, non storce il naso, non protesta per l’approvazione della legge per la sicurezza nazionale della Cina che cancella le libertà dei cittadini di Hong Kong. Venati di falso moralismo, quelli di “onestà onestà” preferiscono il silenzio, lasciando a quanti spesso vengono criticati dal mainstream l’onere di provare a salvare gli hongkonghesi.

Sconteremo nei prossimi anni il prezzo di una politica estera così dissennata e senza visione. In un Paese normale, un ministro degli Esteri che avesse registrato così tanti flop, in così poco tempo, su altrettanti scenari internazionali si sarebbe già dimesso. In un Paese normale, appunto.

Caso Regeni: l’ultimo schiaffo dell’Egitto all’Italia

Gli effetti personali consegnati dalle autorità egiziane all’intelligence italiana non sono i vestiti di Giulio Regeni. Di più: oltre a non essere gli indumenti richiesti ormai tre anni fa dai suoi genitori, non sono neanche oggetti appartenuti al nostro ricercatore. Un affronto bello e buono. Si tratta dello stesso materiale esibito dai servizi segreti del Cairo a margine di una sparatoria che portò alla morte di cinque innocenti tacciati di essere coinvolti nell’omicidio di Giulio, sacrificati sull’altare di una verità evidentemente troppo scomoda per essere rivelata e per questo oggetto di una messinscena, prontamente smascherata dagli inquirenti della Procura di Roma.

Come si può leggere questa mossa se non come l’ennesima provocazione dell’Egitto ai danni dell’Italia? Come si può definire l’atteggiamento del Cairo se non come un ulteriore schiaffo nei confronti della nostra diplomazia? Prima di protestare, però, di affidare ad un comunicato la nostra giusta indignazione, dovremmo trovare il coraggio di prendercela con noi stessi. Sul caso Regeni raccogliamo quanto seminato in questi anni e ribadito non più tardi di pochi giorni fa con l’accordo per la vendita di due fregate militari all’Egitto.

Maestra dell’autolesionismo, incapace di abbandonare l’economicismo che la caratterizza, di riconoscere l’interesse nazionale, l’Italia ha prima dato un prezzo alla verità su Giulio Regeni (10 miliardi di dollari), poi, scossa dalle proteste dell’opinione pubblica e da qualche sussulto politico, ha vergato lettere e dichiarazioni rivolte al Cairo col solito tono di superiorità fuori contesto, dimentica del fatto che l’Egitto non è quel Paese del terzo mondo che molti credono a queste latitudini, piuttosto attore geopolitico caratterizzato da protagonismo e forza militare terrestre superiore alla nostra.

Trattato da scolaretto discolo, dato in pasto all’opinione pubblica come Stato criminale (qual è), l’Egitto ha risposto sfidandoci apertamente, mettendo a nudo una volta di più la debolezza di un governo (questo, ma non solo) che mette gli affari davanti alla difesa dei propri cittadini. Prima di firmare qualsiasi accordo, di esporre il fianco alle giuste accuse dell’opinione pubblica, di autorizzare i genitori di Giulio Regeni a sentirsi abbandonati e traditi, l’Italia avrebbe dovuto richiedere all’Egitto atti concreti, piuttosto che vuote assicurazioni di una collaborazione che in questi anni nessuno ha mai veramente visto.

Io non so cosa accadrà il primo luglio, non so se l’incontro in videoconferenza tra la procura di Roma e quella egiziana darà ai Regeni le risposte che attendono da anni e che sono state messe per iscritto nella rogatoria inviata dai pm di Piazzale Clodio. Un colpo di scena, in questi casi, è sempre possibile: ma fino ad oggi la storia del caso Regeni è il racconto di un fallimento su più fronti. Un fallimento politico, perché denota l’incapacità di molti governi italiani di far valere i propri diritti in ambito internazionale. Un fallimento geopolitico, perché conferma la confusione di un Paese che – per citare l’esempio più lampante – preferisce vendere le proprie navi, indebolendo la sua stessa Marina, ad una nazione che non solo è coinvolta nell’omicidio di un proprio ragazzo, ma che nel Mediterraneo (ad esempio in Libia) è anche sua diretta concorrente. Ma, soprattutto, è un fallimento come Stato: non so quanti altri Paesi avrebbero gestito così maldestramente questa vicenda. Senza nessuno che sconti il prezzo politico di queste continue umiliazioni, senza nessuno che faccia un passo indietro, che ammetta la propria manifesta incapacità, la sconfinata mole di errori commessi. Senza nessuno che dica apertamente che questo ragazzo italiano, Giulio Regeni, non siamo riusciti a difenderlo. Né da vivo, né da morto. E che farlo, a dirla tutta, ci interessa sì, ma fino ad un certo punto.

Ciao, Libia

Ricordate quando Di Maio disse che per la Libia non c’era una soluzione militare? Ecco, poi in Libia è arrivato Erdogan, ha deciso di spostare le milizie turche a sostegno di Fayez al Serraj e ha ribaltato a suo favore uno stallo che durava da oltre un anno, mettendo in grave crisi Haftar e i suoi sponsor esteri. Il suo ingresso a Tripoli è avvenuto in maniera trionfale, il generale della Cirenaica è stato costretto alla ritirata e adesso la coppia Erdogan-Serraj si concede persino il lusso di rifiutare la tregua proposta dall’Egitto: possono avere (quasi) tutto, perché fermarsi?

Bene, potrebbe dire qualcuno, la Turchia ha fatto il lavoro sporco e noi ne approfittiamo. D’altronde siamo da sempre dalla parte di Serraj, giusto? No, purtroppo le cose non funzionano così. L’Italia in questi anni non ha mai avuto una chiara strategia in Libia. Ad ogni capovolgimento di fronte abbiamo tentato di riposizionarci. Quando Serraj era il capo del governo riconosciuto dall’ONU – non che poi questo conti qualcosa quando si va in guerra – ci siamo appuntati sul petto la medaglia di coloro che rispettano le massime istituzioni internazionali. Poi però è arrivato Haftar, e con Russia, Egitto, sotto sotto anche Francia, a sostenerlo, abbiamo pensato di essere particolarmente geniali nel pensare di cavalcare due cavalli. Non sia mai Serraj avesse perso.

Nel tentativo di perseguire la nostra “strategia” siamo caduti in errori da principianti. Come quando Conte, alla disperata ricerca di un ruolo per l’Italia – d’altronde Di Maio agli Esteri non è d’aiuto – inciampò in una gaffe che potrebbe apparire di etichetta, ma è di sostanza diplomatica, politica. Nello stesso giorno il premier incontrò a Roma (a sorpresa) il generale Haftar e poi si mise in attesa di Serraj. Alt, quest’ultimo il protocollo lo conosceva e colse lo sgarbo: prima si riceve il capo di un governo riconosciuto, poi, semmai, un leader di una fazione che sta portando un assedio da mesi ad un esecutivo legittimato dall’Onu. Risultato: saluti Italia, vado tra le braccia di Erdogan che almeno oltre alle parole fa anche (bellicosi) fatti.

Dopo tanto lavorio diplomatico, comunque, per un po’ abbiamo continuato ad illuderci che quei due cavalli potessero ancora trottare insieme. Come in un numero da circo, noi che acrobati lo siamo di mestiere, ci immaginavamo straordinari equilibristi, un piede per ogni cavallo: non cadremo mai. Ci abbiamo creduto così tanto che dopo la Conferenza di Berlino abbiamo esultato, diffuso comunicati in cui esprimevamo soddisfazione, abbiamo parlato di svolta e ritrovata centralità italiana. E dire che non serviva uno stratega di fama mondiale per denunciare il fallimento di quella riunione, come questo blog ha fatto nelle ore immediatamente successive alla sua conclusione.

Insomma delle due l’una: Sarraj o Haftar. Haftar o Sarraj. Ma noi no, non ci siamo arresi all’evidenza e ancora oggi qualcuno è convinto che dopo essere rimasti a guardare possa esserci spazio per l’Italia in Libia. La quarta sponda del Mediterraneo è perduta, la nostra influenza nell’area un ricordo. Non ci resta che tentare di limitare i danni. Magari accettando l’offerta di aiuto di Serraj, che pochi giorni fa ha telefonato a Conte chiedendo che i nostri soldati rimuovano le mine piazzate dalle milizie di Haftar a sud di Tripoli. Sarebbe quanto meno un modo per non abbandonare del tutto la regione. D’altronde, se qualcuno lo avesse dimenticato, in Libia ci sono 300 ragazzi del nostro esercito a difesa dell’ospedale militare di Misurata. Così come in Libia è sempre presente Eni: gas, petrolio, idrocarburi.

In gioco c’è l’interesse nazionale. O almeno c’era. Sì, perché non è detto che un giorno a fare i “nostri” interessi voglia essere qualcun altro. Magari un Sultano di nome Erdogan, da cui ora ci separano poche miglia nautiche. Non uno scenario rassicurante, vero? Ciao, Libia.