Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Quindi i porti non erano chiusi

Bimba salvata dal naufragio

Le bugie hanno le gambe corte. Per mesi abbiamo ripetuto che quello dei “porti chiusi” era soltanto uno slogan buono per aumentare i like di Salvini. Nelle ultime ore ne abbiamo avuto conferma: la nave Mare Jonio con 30 migranti a bordo salvati dalla Marina italiana è in arrivo a Lampedusa e la “Stromboli” attraccherà ad Augusta con i 36 salvati ieri, che verranno ridistribuiti in 4 Paesi europei. Ps: finalmente l’Europa batte un colpo.

A scricchiolare è però la strategia di Salvini e non poteva essere altrimenti con una guerra in corso in Libia. Era chiaro a tutti meno che a lui. L’aspetto che bisogna sottolineare in questa vicenda è l’atteggiamento ondivago del MoVimento 5 Stelle: per mesi ha appoggiato la linea del pugno duro di Salvini, oggi riscopre il valore del dialogo con l’Europa. Bene, tardi ma forse ci sono arrivati. Chissà quanti naufragi e quanti morti si sarebbero potuti evitare se c’avessero pensato prima.

Ora, dato che la coerenza non sembra essere la qualità migliore di chi ci governa, non resta che aspettare per capire se questo atteggiamento di rottura rispetto alla (non) politica dell’immigrazione made in Salvini durerà o se è figlio soltanto della voglia di smarcarsi dalla Lega in vista delle Europee per prendere qualche voto a sinistra. D’altronde ormai lo abbiamo capito: ciò che conta per loro sono i voti, non le vite.

Capitano, non Generale

Il giubbotto della Polizia non gli basta più. Matteo Salvini, a furia di condividere il governo con dei fantasmi (i 5 Stelle), deve aver pensato che l’occasione è propizia per provare ad imporsi come Re d’Italia. E allora eccolo, come fosse una partita di Risiko, come fosse il protagonista di una pellicola di guerra in cui dispiegare sul tavolo le mappe e spostare i soldatini, tutto impegnato nel tentativo di dettare legge anche laddove non può.

La direttiva, la circolare, l’intimazione – chiamatela come vi pare – in cui Salvini ordina (e il verbo però è questo) al Capo di Stato maggiore della Marina e al comandante generale della Guardia Costiera di “vigilare” sulla Mare Jonio è il sintomo di una tracotanza che si è fatta pericolosa per gli equilibri istituzionali.

Perché o il ministro Salvini ignora che i reparti militari non rispondono a lui ma alla Difesa e al Presidente della Repubblica in qualità di capo Supremo delle Forze Armate (e sarebbe gravissimo) oppure decide di invadere il campo altrui consapevolmente, rendendosi protagonista non tanto di uno sgarbo, di una scortesia, di un errorino di galateo ma (peggio) di un antipasto di deriva sudamericana che appare dietro l’angolo.

Ora il punto è questo: Salvini ha molti difetti, ma non è un fesso. Scoppiato il conflitto in Libia ha compreso che la politica dei porti chiusi non può bastare. Quando c’è una guerra, quando ci sono dei rifugiati da soccorrere, i porti devono restare aperti. E allora facciamo così: crogioliamoci nell’illusione di “chiudere il mare”. Il suo sogno dell’immigrazione si sta trasformando in un incubo. Lo si capisce da questi falli di reazione: Salvini è nervoso, la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma pestare i piedi ai militari non è mai una buona idea.

La sensazione di distaccamento dalla realtà è forte, la predisposizione al dispotismo del soggetto certa. Qualcuno gli ricordi che per i suoi fan può pure essere il Capitano, ma non è ancora Generale…

L’incubo libico di Salvini

C’è incubo e incubo, sia chiaro. C’è quello di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa da un giorno all’altro, per niente certi di vedere il sole sorgere domani. E poi c’è quello di Salvini, che teme di essere vittima delle sue stesse bugie, che ha paura (tanta) di perdere voti a ridosso delle Europee proprio sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. Questione di prospettive, di fortune per niente affini, di diversi destini.

Il punto è uno: i porti sono aperti, mai stati veramente chiusi. Ma nel momento in cui in Libia dovesse ufficialmente scoppiare una guerra su larga scala fra le truppe di Sarraj e quelle di Haftar ecco che i porti italiani diventerebbero non aperti, spalancati. Salvini in questi giorni sta ripetendo che non cambierà nulla nelle strategie dell’Italia in caso di un conflitto in Libia: “Porti chiusi“. Nel migliore dei casi mente, com’è successo in passato e sarà in futuro. Nel peggiore non ha cognizione di ciò che sta accadendo a poche miglia marine dalle nostre coste. La differenza rispetto al passato è che stavolta rischia di andare a sbattere contro un muro: il suo.

Che Tripoli potesse essere considerato un porto sicuro era una tragica barzelletta ieri, lo sarà in maniera ancora più evidente domani. Non è campato in aria pensare che nelle prossime ore la Libia si trovi costretta a rinunciare alla propria zona SAR, l’area di competenza in cui ogni Paese è obbligato a prestare soccorso. Questo significa che potrebbe toccare nuovamente all’Italia, coadiuvata al massimo da Malta, incaricarsi dell’accoglienza dei migranti.

Tante volte abbiamo ascoltato Matteo Salvini dire che chi scappa dalla guerra è ben accetto in Italia. Ecco, dalla Libia potrebbero presto esserci migliaia di persone che scappano dalla guerra. Come la mettiamo? Soltanto seimila, secondo il dossier degli 007 consegnato al governo, sono detenuti all’interno delle prigioni-lager. Molte altre migliaia sono decise a lasciare l’inferno che da 8 lunghi anni sono costretti a vivere: l’Italia rappresenta per posizione geografica il primo approdo utile verso la salvezza.

Per la prima volta da anni siamo realmente esposti al rischio di un’invasione, per usare un termine apprezzato e abusato da Salvini. E questa volta non basterà twittare #portichiusi. Non si tratterà di giocare sulla pelle di 49 disperati. Per fronteggiare l’emergenza, quella vera, si dovrà mettere in campo una strategia comune. Bisognerà stringere alleanze e intese per alleggerire il carico dell’accoglienza. Con chi? Sì, con quelli che Lega e 5 Stelle hanno attaccato in tutti questi mesi. L’alternativa? Chiedere aiuto ai Paesi amici di Salvini. Sapendo però che, da provetti sovranisti, loro migranti non ne vogliono. Nemmeno se lo chiede Matteo.

Una cosa è certa: non bisogna sperare in una guerra in Libia, nemmeno se questa, è chiaro, metterebbe a nudo le carenze strategiche delle politiche di Salvini e soci. Sarebbe una deriva disumana, un gioco sulla pelle di poveri innocenti. Questo lasciamolo al governo. Almeno potremo guardarci allo specchio. Noi.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.