Elogio sobrio di Ezio Greggio

Ezio Greggio e il padre Nereo

Non fate di Ezio Greggio il nuovo simbolo della sinistra, non rivestitelo di un ruolo che non gli appartiene, non descrivetelo come qualcosa di più di ciò che è sempre è stato: un conduttore simpatico, un “amico” della televisione. Non ingigantitene il gesto, non cantatene troppo le lodi, non parlatene come di uno statista mancato, non dipingetelo come l’eroe che ha deciso di opporsi alle indicazioni del fascismo di turno, come invece fece suo padre, Nereo, spedito soldato in Grecia, quando rifiutò di tornare in Italia per combattere contro partigiani e parenti, finendo per questo internato 3 anni in un campo di concentramento in Germania.

No, il rifiuto di Ezio Greggio alla cittadinanza onoraria conferitagli da Biella non deve sembrare qualcosa di speciale. Deve passare invece per quello che è: un gesto splendidamente normale, l’atto sincero di una persona perbene che sente di non potere scendere a patti con chi nega lo stesso riconoscimento a Liliana Segre, esempio di vita cui abbiamo inflitto anche la “punizione” di una scorta, intesa come il segno che la sua sofferenza, il suo dolore, quei numerini stampati sulla pelle, non sono serviti poi a molto.

Sia, quello di Ezio Greggio, l’elogio della normalità, della modestia, della sobrietà, dell’onestà intellettuale di cui gli italiani possono essere capaci. Non fatene l’emblema dell’anti-salvinismo, limitatevi a riservargli un applauso silenzioso, un “bravo” in testa, una promessa che anche voi, qualora se ne presentasse l’occasione, scegliereste di comportarvi come lui, esattamente come lui.

Una via di mezzo tra Salvini e Saviano

Saviano

C’è modo e modo di dire la verità. C’è modo e modo per denunciare ciò che non va. Si dirà che al tempo del populismo 2.0, dei rigurgiti fascisti o presunti tali, tirare di fioretto non porta risultati, che la gente ha bisogno di messaggi chiari, possibilmente forti, necessariamente incisivi. Si dirà tutto questo, e si arriverà al giustificare i mezzi per raggiungere il fine, diventando così diversamente populisti, diversamente fascisti.

Noi abbiamo poco da insegnare a Roberto Saviano. Non siamo suoi nemici, non siamo tra quelli che lo attaccano per il suo “attico a New York“, non ce l’abbiamo con lui perché “è diventato ricco scrivendo di camorra“, ne stimiamo il talento di scrittore, gli siamo grati per aver fatto luce su un mondo che non conoscevamo abbastanza e saremmo in prima fila se qualcuno davvero pensasse di levargli la scorta. Ma Roberto Saviano nel video di ieri non ci è piaciuto.

Non tanto nei contenuti, di cui condividiamo per sommi capi il senso: nella descrizione di Liliana Segre come simbolo da tutelare e di cui andare fieri, e in quella di Salvini e Meloni come politici mediocri responsabili per loro conto dell’inasprimento di un clima che s’è fatto pesante, davvero troppo. Ma quando Saviano dice “Salvini e Meloni, ci fate schifo“, quel modo rabbioso e aggressivo non lo riconosciamo, non lo condividiamo. Qualcuno, chissà stavolta da che parte, ci accuserà di buonismo. Noi invece riteniamo che sia buon senso.

Definire Salvini e Meloni come “squallide figure“, sostenere che “l’odio che state diffondendo vi si ritorcerà contro, contro di voi e le persone che vi circondano” equivale ad una minaccia neanche troppo velata, significa denunciare odio diffondendo altro odio.

La domanda, ora, è se sia possibile una via di mezzo tra Salvini e Saviano. Non tanto in termini di proposta politica (quello è certo), quanto di messaggio. C’è posto tra chi dice “chi decide cos’è razzismo?” e chi risponde “noi non apparteniamo a voi“? C’è spazio tra chi parlando di Liliana Segre dice “A me è appena arrivato un altro proiettile” e chi replica “un giorno la storia farà i conti con voi“?

La risposta è che sì, c’è una strada: è quella che comporta più fatica, che porta a denunciare l’incoerenza e la pericolosità di certe posizioni senza scendere al livello di chi le propone. È quella più difficile, la più tortuosa, è quella che passa per lo studio, per la consultazione di più fonti, per la lettura di libri che sappiano farci riconoscere gli inganni di chi li pronuncia. È la via di mezzo di chi sceglie la politica al populismo. Pure quando il populismo fa paura. Così paura da pensare che l’unico modo per sconfiggerlo sia produrne altrettanto.

La scorta è una ferita. Chiediamo scusa a Liliana Segre

Liliana Segre

Non c’era bisogno della decisione del prefetto di Milano, Renato Saccone, per rendersi conto che il clima in questo Paese s’è fatto da qualche tempo cupo, a tratti inquietante. Liliana Segre, 89 anni compiuti da poco, avrà da oggi due carabinieri ad accompagnarla in ogni suo spostamento. Questa signora onesta, questa vita che parla, uscendo da casa ogni mattina avrà due presenze fisse che tratterà benevolmente, come nipoti acquisiti, ma è certo che nel fare la spesa, nel recarsi a questo o quell’altro incontro, proverà nel frattempo un sentimento di disagio, un senso di irrisolto che per noi è un’onta, una macchia che ci porteremo dentro sempre.

Certo, lo Stato per una volta non si è preoccupato di escluderla, come quando ad 8 anni venne espulsa da scuola. E ancora: in questo caso il suo Paese le assegna una tutela a protezione della sua persona, non la manda a 13 anni ad Auschwitz per essere deportata in un campo di concentramento. La differenza c’è, eccome se c’è. Ma questa decisione del prefetto, doverosa, previdente, giusta, è anche la conferma che non sempre il Bene vince sul Male. Non completamente, almeno.

Dovremmo chiederci, allora, se è giusto che il leader politico più votato d’Italia debba sentirsi in diritto di rispondere, a chi gli chiede perché non ha votato favorevolmente alla nascita della Commissione Segre, con un’altra domanda: “Chi decide cos’è razzismo?“. Perché ci sono valori che in uno Stato di diritto, in uno Stato democratico e liberale qual è l’Italia, dovrebbero essere patrimonio di tutti. Valori indiscutibili, nel senso che non possono essere messi in discussione. Da nessuno e per nessun motivo. Vale per il razzismo, dove il gesto di stizza di un calciatore che non vuole essere apostrofato come “negro” viene derubricato a teatrino, e vale per l’antisemitismo, che purtroppo ancora c’è, esiste, è presente sui social ma soprattutto nelle menti di tanti italiani. Sempre troppi.

Per questo motivo, la consapevolezza di un’Italia che ancora tanti passi in avanti ha da compiere, con l’assegnazione della scorta a Liliana Segre diventa una ferita che non si può più ignorare. Sono passati tanti anni dalle pagine più nere di questo Paese. Ma non siamo stati in grado di estirpare le radici del Male. Ne fa le spese una signora gentile, che a quasi 90 anni è costretta a chiedersi se, dopotutto, l’aver saggiato l’Inferno in questo mondo abbia avuto un senso o se invece quella subita non sia stata una punizione gratuita, una lezione inflitta, marchiata per sempre sulla sua, di pelle, della quale in pochi hanno appreso il senso.

Noi per questo Le chiediamo scusa, signora Liliana. Cercheremo di fare di più. Sempre.

Forza Italia non ha tradito Liliana Segre, ha tradito Berlusconi

Liliana Segre

E’ vero, come dice Silvio Berlusconi, che l’astensione di ieri di Forza Italia sulla mozione Segre è stata strumentalizzata. Ma lo è pure che è stato lo stesso gruppo di senatori azzurri ad esporsi a questo rischio, decidendo di smarcarsi da un voto che come obiettivo finale non aveva quello di criminalizzare la libertà di espressione ma semplicemente di istituire una commissione d’inchiesta contro l’istigazione all’odio su proposta di Liliana Segre, persona e personalità evidentemente al di sopra delle beghe politiche quotidiane. Per intenderci, di ben altro livello rispetto al “chi decide cos’è razzismo?” di Matteo Salvini e al “#restiamoumani” di una certa sinistra rimasto hashtag morto una volta tornata al governo.

La puntualizzazione di Berlusconi su Facebook sul suo impegno decennale nel contrasto dell’antisemitismo è sincera quanto doverosa, ma resta allo stesso modo tardiva o inutile alla luce di quanto confezionato dai suoi senatori a Palazzo Madama. L’immagine che è passata all’esterno, e non a torto visto che i forzisti hanno votato in maniera identica a Lega e Fratelli d’Italia, è che FI sia della stessa pasta dei partiti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ovvero di schieramenti che non hanno perso occasione, in questi anni e in questi mesi, per ammiccare a fenomeni inquietanti nel segno dell’illiberalità e del razzismo.

Di nuovo: la storia di Silvio Berlusconi non può essere messa in discussione quando si parla di Israele e mondo ebraico. Soltanto nel 2010 “Bibi” Netanyahu disse del Cav: “Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale“. Proprio per questo motivo occorre domandarsi come sia stato possibile che i senatori di Forza Italia abbiano deciso di astenersi rispetto alla mozione di Segre. Così facendo hanno non solo commesso un errore politico, ma tradito la propria storia: Silvio Berlusconi, prim’ancora che Liliana Segre.