Salvini e Sanremo 2020: ho fatto un sogno (ed era un incubo)

Archiviata l’edizione 2019 del Festival di Baglioni: sonnacchiosa e sonno-lenta, piatta e deludente. Eccoci al 2020: Salvini ha fatto cadere il governo subito dopo le elezioni Europee. Voto in autunno: Lega al 36%, Fratelli d’Italia al 5%, governano da soli. Arriva febbraio, l’Italia si ferma per il Festival della Canzone (rigorosamente) Italiana.

Alla conduzione c’è Lorella Cuccarini, la sovranista più amata dagli italiani. Le indicazioni sono chiare:”Non vogliamo vedere più robe come l’anno scorso…”. Non c’è bisogno di spiegazioni: Nino D’Angelo (solo mio omonimo) è fuori. Il napoletano non è “italiano”.

Ci sarebbe quella band toscana…ma sì, i Negrita! D’altronde la regione è ormai terra fertile per la Lega. Lontani i tempi delle inespugnabili roccaforti rosse. Eh no, ci dispiace, l’anno scorso sul palco hanno riservato una stoccata al “Capitano” parlando “dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco“.

Ok, ma quel giovane promettente, quello che ha cantato per ultimo, all’una passata della prima serata ed ha un nome strano. Ah ecco, Mahmood. Ma scherziamo? Quello ha il papà egiziano: è un clandestino, è già tanto che non lo rispediamo a casa sua. Ma invece Motta, che cantava “dov’è l’Italia? Mi sono perso“? Fuori anche lui, non abbiamo bisogno di qualcuno che metta in dubbio la nostra identità!

Va bene, passiamo alle vallette. No Belen, troppo argentina. No Hunziker, sarà svizzera ma sembra tedesca e strizza l’occhio alla Merkel. Ci serve un’italiana, meglio se padana. Ci ripromettiamo di controllare. E i comici? No, quest’anno niente. La satira fa ridere se è rivolta ai governanti, ma qui il dissenso non è ben visto, anzi, è vietato. E se attaccasse le opposizioni? Scusa, quali? D’accordo, ospiti illustri? Stranieri no. Fai così: metti Lino Banfi, che in fondo è grazie al M5s se siamo dove siamo.

Mi sveglio di soprassalto, sudato, qualche linea di febbre. Salvini e Sanremo 2020. Ho fatto un sogno: ed era un incubo.

Porca puttena, Nonno Libero c’è cascato

Una premessa è d’obbligo: a Nonno Libero vogliamo bene e vorremo bene sempre. Ma pure i nonni, a volte, sbagliano. Lino Banfi è un mostro sacro della comicità italiana, un emblema del nostro Paese che è giusto onorare e difendere, godersi e ringraziare. Ma vederlo sul palco che celebra il reddito di cittadinanza accanto a Luigi Di Maio è stato uno spettacolo che ci saremmo onestamente risparmiati.

Lui, da pugliese dal cervello finissimo, lo ha specificato subito che “con la cittadinanza” non c’entra nulla. Eppure è chiaro che la sua nomina a rappresentante dell’Italia all’Unesco lo rende improvvisamente un simbolo di parte, lo priva almeno un po’ della sua identità NAZIONAL-popolare, lo riduce ad espressione di uno spicchio di Paese che ha deciso di appropriarsene e di elevarlo ad orgoglioso emblema della propria semplicità.

Ecco, quella semplicità era fino ad oggi di tutti quanti. Da adesso, per quanto di ruolo istituzionale si tratti, nonostante Lino Banfi sia ambasciatore dell’Italia e non del MoVimento 5 Stelle, Di Maio l’ha fatta un po’ sua, rubandola a tutti gli altri.

Nella sua onesta ingenuità Nonno Libero non ha colto forse il sottinteso politico della sua presenza accanto a Giggino. Ha creduto alla buona fede di un giovane: non ha scavato oltre, si è fidato, ha sbagliato. E porca puttena, verrebbe da dire…