I Fantastici 4

De Luca, Decaro, Zaia, Fontana

In Italia circola un solo coronavirus. Nessuna mutazione: può cambiare la targa, ma la casa di produzione della macchina di morte rimane la stessa. A tentare di arrestarne la corsa c’è il governo: a rimorchio dell’emergenza, piuttosto che al comando. La serie di provvedimenti a ripetizione di questi giorni, di volta in volta sempre più restrittivi – ma sempre tardivi – ne sono la prova. Parallelamente stanno emergendo con forza almeno quattro figure, quattro modelli di governo locale, che meglio stanno interpretando questa crisi: e dal punto di vista della gestione, e da quello comunicativo. Simboli positivi dell’emergenza.

ANTONIO DECARO, sindaco di Bari – Il primo della lista è un sindaco. E che sindaco! Le sue intemerate per le vie della sua città sono diventate “virali” al punto che anche le tv cinesi hanno deciso di trasmetterle. Le immagini di Decaro che combatte contro l’indisciplina, che scova anziani e bambini negli angoli più remoti della sua amatissima Bari, sono l’emblema di ciò che un sindaco deve incarnare. In pochi ricordano che il primo cittadino non è soltanto quello che indossa la fascia tricolore alle processioni e taglia i nastri alle inaugurazioni: il sindaco è anche la prima autorità sanitaria della città. Animato da questo spirito, dalla volontà di fare rispettare le leggi nei confini che amministra, l’impavido Decaro sfida ignoranza e presunzione: “Andate a casa!“, urla quasi disperato con quell’accento che tanto ci piace, che non vediamo l’ora di riascoltare dal vivo, appena sarà possibile. Lo fa lasciandosi andare a delle esclamazioni sincere che lo rendono meno sceriffo e molto più umano, che danno la dimensione del suo sentimento per la città che governa: “Mi farete morire di crepacuore, mi farete!“. Non fatelo, tenetevelo stretto questo sindaco. Ps: Decaro sarebbe anche un ottimo presidente della Regione Puglia. Pensiero personale.

LUCA ZAIA, governatore del Veneto – Quella gaffe sui cinesi che mangiano i topi resterà una macchia indelebile. Da un presidente di Regione sarebbe lecito attendersi uno stile diverso, una cultura e una sensibilità di altro stampo. Ma un conto è la parvenza, un altro è la sostanza. E i numeri del coronavirus in Veneto, se rapportati a quelli di altre regioni del Nord, sono la dimostrazione dell’ottimo lavoro svolto finora dal leghista nel fronteggiare l’emergenza. Se il “modello Vo'” fosse stato applicato a livello nazionale oggi parleremmodi un’altra storia, certamente meno tragica. Sì, è vero che i tamponi costano, che probabilmente esaminare milioni di italiani sarebbe stata un’impresa: ma lo è pure che un test costa 30 euro, una persona in terapia intensiva circa 3000 euro al giorno. Fate voi il conto. Zaia a Vo’ ha deciso per un approccio ferreo, ha capito che mappare il contagio significava individuare gli asintomatici e isolarli, bucare le ruote del virus, che non è imbattibile e che infatti si è sgonfiato. Bravo, punto.

ATTILIO FONTANA, governatore della Lombardia – E’ stato criticato in lungo e in largo per aver deciso di indossare una mascherina in diretta Facebook quando una sua collaboratrice era risultata positiva al coronavirus. Il tempo, purtroppo, è stato galantuomo. Alla fine aveva ragione Fontana: meglio assumere tutte le precauzioni del caso, meglio comunicare un messaggio di attenzione e pericolosità del virus, che lanciare hashtag illusori e dannosi come #milanononsiferma. La verità è che la Regione Lombardia ha ragione: a Roma faticano a comprendere la gravità della situazione. Non è un peccato di presunzione, ma lo scotto da pagare per chi non vive nelle corsie degli ospedali lombardi, per chi le immagini dei feretri trasportati dai carri militari le ha viste soltanto in tv, come un’immagine lontana, di un altro mondo. Le richieste di “chiusura totale” che Fontana invoca da tempo sono state infine recepite a Roma, con il ritardo fisiologico (ma grave) con cui il governo fa i conti fin dal principio di questa crisi: senza mai riuscire a colmare il gap con questo virus maledetto, lasciando sul campo vite umane che avrebbero potuto essere messe in salvo. Fontana, allora, ad un certo punto ha deciso di mettersi in proprio: ha deciso come Regione di diventare il pubblico che chiede l’aiuto del privato. Le donazioni milionarie di Berlusconi, Caprotti, altri imprenditori, sono l’emblema di questa collaborazione. La ciliegina sulla torta è stata la chiamata dall’Africa di Guido Bertolaso, il campione delle emergenze tenuto in disparte per ragioni politiche. La sua mano si vede già: tra una settimana dovrebbe essere pronto il primo modulo dell’ospedale in Fiera, 250 posti letto di terapia intensiva che daranno ossigeno non solo ai malati ma anche all’intero servizio sanitario regionale, per ora, e in prospettiva (speriamo di no) anche a quello nazionale. Fontana sta agendo con rispetto per il governo, ma prima e meglio del governo.

VINCENZO DE LUCA, governatore della Campania – C’è un motivo se il suo soprannome è “sceriffo”. Definizione conquistata sul campo di battaglia, a colpi non di lanciafiamme, attenzione, ma di ordinanze, restrizioni, misure draconiane, quelle sì. Il presidente di Regione non è uno stinco di santo, non è perfetto, in passato si è reso protagonista di scivoloni non da poco. Ma dalla sua in questa emergenza ha almeno due fattori: l’esperienza, lo stile. Da ex commissario della Sanità campana, Vincenzo De Luca conosce meglio di chiunque altro le pecche del sistema regionale. Per questo, quando gli hanno chiesto perché non nominasse un supercommissario “alla Bertolaso” ha risposto nell’unica maniera davvero possibile: “Qui servirebbe Padre Pio“. De Luca è un accentratore, pensa di essere l’unico in grado di gestire l’emergenza coronavirus in Campania. Brutto a dirsi, ma forse ad oggi è davvero così. Le chiusure dei comuni potenziali focolai del virus sono state criticate da alcuni costituzionalisti, ma meglio una slabbratura istituzionale che migliaia di morti. Non sappiamo quanto possa durare il getto del lanciafiamme di De Luca, ma sappiamo che vederlo in strada, redarguire i passanti “alla Decaro”, è uno spettacolo. Come il suo ghigno, il suo piglio, il suo sguardo truce. Se finora la Campania ha retto lo deve a lui, allo sceriffo. Basta questo.

Il cuore (e i soldi) di Silvio

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha donato 10 milioni di euro alla Regione Lombardia: serviranno a realizzare il reparto di terapia intensiva che potrebbe sorgere alla Fiera di Milano. Applausi. Punto. O meglio, punto dovrebbe essere. Ma punto non è, non sarà mai, quando di mezzo c’è Silvio Berlusconi.

Nei giorni scorsi il problema era Nizza. “Ma cosa ci fa, Silvio, nella villa della figlia Marina? Perché non è rimasto ad Arcore? Perché non ha ripiegato in Sardegna? Vergogna! C’hai abbandonato proprio ora, Schettino che non sei altro!”. Piccola precisazione: Berlusconi non ha ruoli di governo che ne consiglino la permanenza a Roma. E, dettaglio non da poco, nonostante lo spirito da ragazzino (o se preferite ragazzaccio), la volontà di arrivare almeno a 120 anni espressa in tempi non sospetti, le sue conquiste più o meno giovani: la carta d’identità segna 83. I suoi medici lo sanno, Zangrillo del San Raffaele in primis, un eventuale contagio sarebbe un problema serio. Serve aggiungere altro?

Evidentemente sì. Serve ad esempio contestare la donazione, in tutti i suoi aspetti, perché se Berlusconi fa qualcosa di buono è ovvio che sotto ci sia qualcosa di male. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo alla Lombardia”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo ora che in Lombardia è arrivato Bertolaso”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma lo ha fatto perché se muoiono gli italiani poi chi la guarda Mediaset?”. E infine (ma giusto perché non ne possiamo già più) ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma 10 milioni per lui sono come 10 euro per me”. Domanda: tu 10 euro li hai donati?

La verità è un’altra. La verità è che Berlusconi ha fatto un bel gesto, al di là della politica, al di là delle fazioni, al di là che si chiami Berlusconi. Si può avere denaro, ma soprattutto cuore – italiano – anche da Nizza.

C’hanno ridato Bertolaso. Guido, pensaci tu

Guido Bertolaso

Lo avevamo chiesto, invocato. Ce l’hanno ridato, alla fine. Nella maniera più impensabile, imprevedibile, ma forse anche in quella più giusta. Rieccolo. Rieccoti, Guido. Troverà pane per i suoi denti, Bertolaso in Lombardia. La nomina a consulente personale del governatore Fontana sarà forse la sfida più difficile di una carriera fatta di Everest che l’ex capo della Protezione Civile è riuscito quasi sempre a scalare.

Riceverà un compenso simbolico di 1€. Informazione d’obbligo per i retroscenisti, i complottisti sempre di turno, i critici a prescindere, quelli buoni a vedere il marcio dovunque, anche quando marcio non c’è, non c’è mai stato.

Mister Emergenze, siamo pronti ad applaudirlo con il suo maglioncino d’ordinanza, con le maniche rialzate sul gomito: pronto, sul pezzo, reattivo nonostante gli anni. Emblema di decisione e decisionismo, certezza di una reazione che la Lombardia avrà fin dalle prossime ore. Potete scommetterci.

A Bertolaso spetterà guidare la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Ma il suo “ingaggio” significa una cosa sola: da domani, l’emergenza in Lombardia è compito di Bertolaso.

Rifuggiamo dalle polemiche col governo. Saremmo stati tutti più tranquilli se a lui fossero stati dati “pieni poteri” (per una volta servivano) per fronteggiare il coronavirus in Italia. Speriamo non ce ne sia bisogno. Speriamo abbia avuto ragione Conte a scegliere altri uomini, altri piani. Lo diciamo onestamente, con il cuore da italiani a pezzi in queste ore così drammatiche.

Bertolaso va nell’occhio del ciclone. Tra gli operosi ed eroici lombardi, lì dove serve. Le sue parole dicono di una sicurezza che non è ostentazione, piuttosto certezza di poter incidere, fiducia nei propri mezzi. Leggetele: “Se ho aperto l’ospedale Spallanzani vent’anni fa ed ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo”.

Eccolo, la Lombardia è già un passo avanti. C’hanno ridato Bertolaso. Guido, pensaci tu.