L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Staffetta: così Di Battista farà le scarpe a Di Maio

Di Maio e Di Battista

Uno usa il fioretto, l’altro la sciabola. Il primo sembra un vecchio democristiano, piace alle signore. Il secondo è un giovane maledetto, scalda i cuori delle teenager. Tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista c’è di mezzo un mondo. E non sarà l’allontanamento temporaneo dalla politica di “Dibba” a colmare la distanza siderale che li separa.

Troppo diversi, anche per pensare di essere credibili quando parlano d’unione d’intenti, di MoVimento, di rifare l’Italia. Sono destinati a scontrarsi, forse a breve, quando i numeri di Di Maio non saranno all’altezza delle aspettative di una base che adesso vuol diventare partito di Governo, non solo più di Lotta.

E Di Maio, che fatica con i congiuntivi ma sa di politica, ha capito per tempo che il ruolo di capo politico dei grillini ha una scadenza: il 4 marzo. Sarà nella notte dello spoglio, quando le percentuali peseranno la consistenza dei 5 stelle, che capirà se la sua esperienza da leader è da ritenersi già archiviata.

Del resto, il suo, è un mazzo di carte senza jolly. Vince il centrodestra? È finito. Il M5s è primo partito? Deve cercare l’alleanza con Liberi e Uguali di Grasso o al massimo con la Lega di Salvini, ma può perderci la faccia. Sono i rischi del mestiere, il prezzo da pagare per essere l’interprete di un partito che per anni ha rivendicato la propria diversità dall’establishment, ma si è reso conto – con molta semplicità – che non ha i numeri, che non interpreta il pensiero della maggioranza del Paese.

Ed è sulla non-vittoria di Di Maio che scommette Di Battista. Perché va bene dedicarsi alla scrittura di un libro, va bene fare il padre, ma la scelta di non ricandidarsi è leggibile anche come un voler prendere le distanze da quel che avverrà da qui a poco. Un modo per rimarcare la propria differenza, per incarnare il simbolo del ritorno alle origini, dei Vaffa collettivi contro la casta.

Sarà a quel punto che Di Battista farà le scarpe a Di Maio. E il paradosso sarà il ricorso all’uomo della Lotta per tentare di andare al Governo. All’attivista che arringa le folle, piuttosto che a quello che le tranquillizza. L’ultima chance per avere un Movimento 5 stelle “normale” affonderà con Di Maio. Poi sarà Di Battista ad assumere le redini del partito. Sempre lui a cercare di dimostrare che in un duello serve la sciabola, mica il fioretto

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.

Perché Luigi Di Maio è “unfit”

Bruno Vespa, che con lui ha parlato a quattr’occhi, ha detto: “Mi è sembrato di incontrare Giulio Andreotti“. Meglio non farlo sapere ai grillini, che in quel caso Luigi Di Maio lo ripudierebbero, buttandolo giù dalla torre. Certo, il parere di Vespa è autorevole, ma il dubbio che questo paragone con Andreotti sia più che lusinghiero, sotto sotto resta.

E in fondo, non me ne vogliano i grillini, il confronto sarebbe impietoso perfino con molti altri esponenti dell’ultimo – e tanto vituperato – Parlamento nostrano. Siamo sinceramente sicuri che Gasparri sarebbe un premier peggiore di Di Maio? Non avrebbe maggiori esperienze e competenze da mettere al servizio degli italiani Ivan Scalfarotto del Pd? Dubbi che lasciano il tempo che trovano, perché la democrazia 2.0 made in 5 stelle fa sì che si possa diventare Presidente della Camera a soli 26 anni dopo aver ottenuto la bellezza di 189 voti alle Parlamentarie della Campania (neanche il più votato). E che ad ambire a Palazzo Chigi sia un giovane che, l’unica volta che è sceso nell’agone  – candidandosi nel suo Comune – ha racimolato 59 preferenze. Non proprio un politico di razza.

Attenzione: nessuno mette in dubbio il carisma gentile e l’impegno profuso da Di Maio.  Fin da ragazzo, per lui, la passione politica si tradusse nella fondazione di due associazioni studentesche universitarie. Ma nella politica vera, che come sappiamo è l’arte del compromesso, ha l’esperienza necessaria a gestire i dossier più spinosi uno che al preside del suo liceo un giorno disse:”Noi impediremo l’annuale occupazione dell’istituto, in cambio voi insegnanti parteciperete al nostro fianco alle manifestazioni in cui rivendicheremo strutture scolastiche migliori“?

Berlusconi, che ovviamente dal suo punto di vista ha tutto l’interesse a screditare il competitor, lo ha dipinto come un utile idiota di prodiana memoria:”Non penserete che – se vincessero – i 5 Stelle lascerebbero il giocattolo a quel ragazzotto che non prenderei nemmeno come fattorino nelle mie aziende, vero?“.

Ma a dare l’impressione che Di Maio sia molto fumo e poco arrosto sono i suoi stessi scivoloni, quelli che colleziona ogni volta che gli capita di parlare a braccio. Quelli, soprattutto, che prescindono dal suo curriculum.

  • Può rappresentare l’Italia un non-laureato? Sì. Peraltro è già successo con D’Alema. Non è questo il punto.
  • Può rappresentare l’Italia uno che si esprime così? “Guardi, io da sempre ho detto che… il Movimento ha sempre detto che noi VOLESSIMO fare un referendum sull’euro“.

E no. Il congiuntivo no. Vabbé. Forse il primo ministro in pectore del Movimento è più preparato sull’inglese. Quello che gli servirà per trattare, stavolta non con il preside della sua scuola, ma con i leader del Pianeta. Allora – con un po’ di spirito di osservazione e un pizzico di autocritica – comprenderà da solo che per il ruolo a cui ambisce è semplicemente “unfit“. Inadatto. Salvo pentirsi, lo dissero di Berlusconi. È chiaro che ancora non avevano visto arrivare Di Maio.