Perché Carlo Calenda è l’ultima possibilità per salvare Roma

Forse dovremmo smetterla di considerare Roma città eterna“, di pensare che può succedere qualsiasi cosa, proprio tutto, ma il Colosseo sarà sempre lì a ricordarci chi siamo, da dove veniamo. Le rovine di Roma non sono da tempo un’attrazione turistica, ma la realtà che tutti i giorni i romani si trovano a vivere. E Roma non solo non è più “caput mundi“, ma a breve rischia di vedersi strappare anche lo scettro di Capitale d’Italia.

A pochi mesi dalle elezioni in Campidoglio, chi scrive sente chiarissimo un brivido attraversarlo all’idea che Virginia Raggi venga confermata con un secondo mandato alla guida della città. Ma mentre da qualche giorno si discute apertamente della possibilità che Carlo Calenda si candidi a sindaco di Roma, e prima che l’ex ministro sciolga la riserva, è già evidente un fatto: l’assurdo atteggiamento del Pd – romano e nazionale – nei confronti di un’opportunità storica.

Calenda è dotato di quella “praticità” che serve oggi per risollevare la Capitale. E’ un manager – perché dire “amministratore” potrebbe suonare come una parolaccia – che nella pianificazione, nella risoluzione delle crisi, ha dimostrato di avere le sue qualità migliori: guarda caso le stesse che servono a Roma.

Calenda non è un comunicatore formidabile, spesso non è il miglior alleato di se stesso, a volte perde la brocca, altre ostenta un fair play dannoso per il suo mulino, ma sarebbe l’uomo giusto al posto giusto. Non penso che riporterebbe Roma ai fasti di un tempo, credo che la salverebbe quanto meno dal fallimento, che sarebbe capace di donarle una prospettiva. Mica poco.

Dal punto di vista politico la discesa in campo di Carlo Calenda è quella che ogni segretario di partito dovrebbe sognare. Un profilo in grado di attrarre voti da tutte le parti, che prima dell’avvento del sovranismo sarebbe potuto essere benissimo il candidato del centrodestra.

E invece il Pd che fa? Oppone assurdi paletti (Calenda dovrebbe per forza partecipare alle primarie), pre-condizioni, richieste di desistenza nei confronti del governo, propone una sorta di “do ut des” senza comprendere che la candidatura di Calenda sarebbe una manna dal cielo non solo per Roma, ma per lo stesso Partito Democratico, perché lo salverebbe dall’abbraccio mortifero del MoVimento 5 Stelle. Tutte queste ragioni, però, si scontrano con la tattica “dimaiozingarettiana“: accordarsi in tutte le grandi città che nella prossima primavera saranno chiamate al voto. Da Milano a Napoli, da Torino a Bologna, fino, appunto, a Roma.

Per il momento, il massimo dell’ambizione del Pd sembra essere il seguente approdo: chiedere al MoVimento 5 Stelle di rinunciare al nome di Virginia Raggi per non perdere totalmente la faccia e mettersi d’accordo su un candidato unico, diverso, nella Capitale. Che ovviamente non potrà essere Carlo Calenda. Legittimo, se si pensa di costruire un’alleanza strutturale: a patto di essere chiari, dicendo, per esempio, se questa scelta è convinta o forzata.

Nel primo caso l’interdizione per infermità mentale non è una prospettiva tanto campata in aria. Nel secondo si certificherebbe un fatto: per salvare l’accordo i grillini va bene anche sacrificare Roma. A quel punto una corsa solitaria di Calenda, se non addirittura appoggiato da ciò che rimane del centrodestra, sarebbe una severa, ma giusta, punizione.


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Beppe Grillo è il nuovo Garante del Pd

Non si può negare la capacità di Beppe Grillo di tenere la scena. D’altronde è un comico, stare sul palco è il suo mestiere, è ciò che gli riesce meglio. La telecamera che lo riprende è la sua compagna più fidata, l’arte ironica viene esercitata con maestria, e in quel “non rompete i coglioni” riservato al controcanto M5s nei confronti di Luigi Di Maio sta tutta la forza dissacrante di un leader che è ancora di fatto il “padrone” della sua creatura. Gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, contenti o meno rispetto alla conferma di Luigi Di Maio, da ieri si sono in qualche modo ricompattati. Perché? Perché “ha parlato Beppe”. L’Elevato – autoproclamato – è sceso in Terra tra i suoi figli e ha riportato la quiete dopo una tempesta di cui non si vede onestamente la fine.

Poi, però, vai a vedere la sostanza del messaggio, analizzi con attenzione tutti i passaggi di quel video in cui Grillo tenta di mettere il coperchio su una pentola in continua ebollizione, e ti rendi conto che di nuovo c’è ben poco, di ambiguo parecchio. Ci sono i soliti discorsi di populismo visionario, quelli che propongono di fatto di “abolire le malattie” per rendere meno pesante il carico sulle spalle della sanità, quelli che esaltano il momento di cambiamento mondiale e le possibilità che esso porta in dote.

Ma i passaggi concreti, quelli destinati a scolpire un possibile immaginario, sono contenuti in un paio di frasi.

  • La prima: “Magari facciamo da tramite tra una destra che arriva e che è un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì (in Emilia-Romagna, ndA). E quando parlo di progetti insieme alla sinistra parlo di progetti alti, bellissimi“.
  • La seconda: “Non siamo più quelli che eravamo 10 anni fa, mettetevelo bene in testa ed è meraviglioso“.

Sono due messaggi a loro modo dirompenti nell’universo stellato. L’ultimo è rivolto alla tanto agitata “base”, a quella marea di persone che pensa di aver perso il senso della propria esistenza politica, a coloro che preferirebbero tornare all’opposizione anche subito, a quanti continuano a vedere nel Pd un nemico atavico, giammai un alleato politico.

Già, il Pd. Nella promessa di “progetti insieme alla sinistra” di Grillo è forse racchiuso il paradosso di un partito arrivato a fine corsa. Lontani i tempi in cui Fassino dichiarava: “Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende. E perché non lo fa?“. Com’è andata a finire lo ricordiamo tutti. E che ora quello stesso Partito Democratico sia appeso all’intervento di Grillo per non lasciare il governo e confrontarsi con la realtà (le urne) è un dato sul quale riflettere.

Beppe ha fondato un partito. Secondo lo Statuto del MoVimento 5 Stelle ne è il Garante. Ma siamo sicuri che da ieri non sia diventato anche il Garante del Pd?

L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Se Di Maio diventa Di Mai

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai