Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

Conte su Marte

Giuseppe Conte ha visto arrivare all’orizzonte “un anno bellissimo”. Lo ha visto lui solo, però. E noi ce lo siamo posti il quesito. Ce le siamo fatte due domande.

Che il nostro presidente del Consiglio, oltre che avvocato del popolo, sia anche un illuminato visionario? E non è che per caso, per sbaglio, a dispetto di tutti i maggiori istituti nazionali e mondiali, da Bankitalia fino al Fondo Monetario Internazionale, l’unico a vederci giusto sia stato proprio lui?

Difficile, improbabile, ma non impossibile. Poi, però, in una fredda domenica mattina di febbraio capita di incappare in una sua intervista al Corriere, e allora lì al beneficio del dubbio rinunci, al margine d’errore dei vari istituti non credi.

Conte sostiene che l’ipotesi di un voto nel 2019 proprio non la riesce a vedere. E va bene – ti dici – ci può stare una difesa ostinata del suo governo, in fondo quando gli ricapita?

Nega che possa essere un problema una Lega che alle Europee sfonda e di contro un MoVimento 5 Stelle che arranca. E ok – di nuovo – in fondo è pur sempre uomo di Di Maio, che deve dirti?

Poi però inizia a pontificare sullo spread, a dire che è giusto dargli un peso economico, non politico. E a questo punto pensi che all’avvocato del popolo sfugga un concetto basico: la politica è economia.

A questo punto speri sia finita, ma finita non è. Il premier si ostina a negare la possibilità di una Manovra correttiva. Che è nei fatti. Segnatelo. Resta solo da capire se a farla sarà il suo governo o quello che ne raccoglierà le macerie.

Ed è qui, proprio qui, che raggiungi l’incresciosa consapevolezza che da “il 2019 sarà un anno bellissimo” fino a “escludo una manovra correttiva” c’è un solo, unico, filo conduttore, una granitica, incrollabile certezza: non sei tu il pessimista, non sbagliano tutti gli altri, è lui, Conte, che vive su Marte.

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

“Pacchi” di Natale

Te ne accorgi subito, con quell’istinto sviluppato in tanti anni di onorata carriera, se dentro la carta, che hai amabilmente strappato con controllata foga animalesca e accurata tranquillità mascherata, c’è un regalo riciclato. Avranno pure acquistato una busta nuova dello stesso negozio per provare a fregarti, ma non ti ingannano, lo sai bene che quello è un bluff.

Lo stesso pensiero è balenato in queste ore a chi ha pensato di dare un’occhiata alla Manovra pasticciata del governo. Perché non servono le liste fake di Luigi Di Maio ad aggiustare una sostanza che è fatta di bugie e, diciamola tutta, pure porcate.

Basta pensare alla norma ingrassa-corrotti. Perché se Salvini da una parte scrive su Twitter #lamafiamifaschifo, dall’altra la Lega (con il lasciapassare del M5s) regala ai Comuni l’affido diretto degli appalti di importo fino a 150 mila euro, senza dover motivare la scelta e senza competizione tra aziende. Un pacchettino per i clan desiderosi di fare nuovi affari.

Magari fosse finita qui. Dentro la carta regalo c’è il via libera a chi esercita professioni sanitarie senza titolo. Un fatto grave, che non si può giustificare in nessun modo, perché mette a rischio in primis la salute dei pazienti, perché spalanca le porte alla confusione, perché denigra il merito, alla faccia del cambiamento. Un pensierino sotto l’albero dei malati, che già non hanno grande voglia di festeggiare, da oggi faranno i conti anche con l’insicurezza di essere finiti tra le mani sbagliate (ma autorizzate).

Per non parlare delle “palle di Natale”: ce n’è una per quota 100, una per il reddito di cittadinanza, una per gli investimenti spariti, una per le tasse sulle associazioni no profit che fanno volontariato, una per lo stop alle assunzioni nella pubblica amministrazione e nelle università. Un albero pieno di palle.

E non continuiamo. Perché è la vigilia. E non vogliamo guastarla a nessuno. Per il momento basta questo: al governo ci siamo ritrovati dei “pacchi”. Falsi, contraffatti, di qualità scadente. Non proprio i regali di Natale che avremmo sperato.

Il Parlamento sfregiato, come vuole Casaleggio

Può sembrare un tecnicismo, un regalo inaspettato per chi scrive le scalette dei tg sotto le feste. Vuoi mettere col solito servizio sulle luci e il cenone di Natale? Ma non è un dettaglio di contorno lo sfregio del governo al Parlamento.

C’è un maxiemendamento, contenente tutte le misure frutto dell’accordo con Bruxelles. La famosa Manovra non è altro che pagine e pagine di decisioni, capitoli su capitoli di cifre e parole, un testo su cui è scritto dove finiranno i soldi degli italiani. Arriverà in Senato oggi, alle 14:30. Neanche il tempo di leggere, di approfondire, di provare a capire se i conti tornano, se le promesse reggono, che alle 20:30 è già previsto il voto dell’Aula.

C’è puzza di una fretta malsana, quasi sospetta. Di chi ha voglia che non si vada troppo a fondo, che non si scavi, o almeno non subito. Che lo si faccia pure, magari, ma soltanto dopo. Che l’eventuale tradimento degli italiani venga fuori, ma meglio a Natale. Quando per fortuna tante tv restano spente. E anche gli schermi degli smartphone si illuminano un po’ meno.

Si dirà: “Ma il governo ha la maggioranza, gli italiani li hanno votati”.
Eppure mai era accaduto che la legge più importante della Repubblica, quella di Bilancio, restasse celata fino all’ultimo momento utile.

Ma chi oggi umilia il Parlamento, dai banchi della minoranza solo qualche mese fa chiedeva che all’Aula fosse restituita la sua centralità. Chi oggi imbavaglia il dibattito, gridava allo scandalo quando i precedenti governi facevano ricorso alla fiducia. Chi oggi abolisce il dissenso, si spingeva a parlare di dittatura se veniva utilizzato lo strumento della ghigliottina per ridurre i tempi di discussione.

Però il paradosso del governo che ha istituito il ministro per i Rapporti con il Parlamento, e poi il Parlamento lo umilia, resta. E tornano in mente parole strane, archiviate come utopie, visioni di un futuro che prima o poi si avvera. Di un Parlamento che “un giorno non servirà più”.

Come se quel giorno fosse arrivato.

Come se il Parlamento fosse sfregiato.

Come vuole Casaleggio.

Quattro miliardi di bugie

 

Il segno della retromarcia sta tutto nel non detto, nelle frasi mezze e mezze, nelle parole rimaste appese, strozzate in gola. Lontani i tempi del “Bruxelles? Me ne frego”. Perché sì, Salvini ci prova a fare il duro, a dire che l’Europa non deve avere figli e figliastri, che si è arrivati al 2% ma sotto non si andrà, ora basta. Però le sue parole hanno la stessa credibilità di chi diceva che sotto il 2,4% non si sarebbe scesi. Mai. Sì, si è visto.

Di Maio invece è quasi commovente. Sui social si sforza di tenere compatta una testuggine senza guscio, prova a dire che due miliardi in meno sul reddito di cittadinanza non comporteranno alcuna conseguenza. E una cosa è certa: faccia tosta e coraggio non gli mancano. La sua vicenda personale, però, rischia di sfociare a breve nel tragicomico. Mentre lui teorizza la nuova figura lavorativa del navigator, Beppe Grillo ha già in mente di affibbiargli una sorta di tutor: Alessandro Di Battista. Quando si dice “non c’è limite al peggio”.

Sarà curioso capire, da gennaio in poi, come Salvini e Di Maio imposteranno la loro campagna per le Europee. Solleticati dall’istinto primordiale di denunciare le regole ferree di Bruxelles, ma incatenati dalle loro stesse azioni, dall’ingannevole narrazione secondo cui quello 0,4% in meno non ha snaturato il senso della Manovra.

Stretti, avvinghiati, nell’abbraccio della paura: due miliardi li taglio io e altri due li togli tu.

Quel che resta è una somma: 4 miliardi di bugie.

Addio balcone

 

Il Palazzo dell’incontro è Chigi, sempre quello. Ma stavolta non spunta nessuno dal balcone che affaccia su Piazza Colonna. E non è colpa della pioggia che cade sulla notte romana, neanche del freddo di dicembre, piuttosto è il segno che il mondo del governo si è capovolto.

Dovevano abolire la povertà, hanno abortito la Manovra. Dovevano rovesciare le istituzioni europee, gli si è rovesciata addosso tutta la loro incompetenza. Costretti ad un artificio numerico che ingannerà soltanto qualche gonzo, a tagliare e tagliare ancora, per riuscire ad arrivare dal 2,4 al 2,04 sul rapporto deficit/Pil.

Come un marito sorpreso a letto con l’amante, il mantra è solo uno: negare, negare, negare. E se ad essere traditi sono in questo caso gli italiani che alle loro promesse c’hanno creduto, suonano come bugie che neanche la moglie più devota potrebbe accettare, quelle propinate da Salvini e Di Maio su quota 100 e reddito che non cambiano, figurarsi.

Dicono che nel rimpallo di responsabilità tra un leader e l’altro – taglia tu, no taglia tu, e via di questo passo – perfino Conte ad un certo punto abbia messo sul tavolo le sue dimissioni. Ipotesi smentita dopo poco. Sarebbe stato un gesto dignitoso. Di cambiamento vero, almeno quello. Sì, perché il governo del cambiamento intanto è scomparso. Sparito nel nulla. Nessuna traccia. Forse si è buttato dal balcone, una notte di settembre.

La barzelletta di Conte, Di Maio e Salvini

conte di maio salvini bis

 

C’è una barzelletta che comincia così:

C’erano una volta Di Maio e Salvini, nemici giurati, mai insieme. I loro partiti vanno bene alle elezioni e a loro va bene mettersi insieme per andare al governo. I due uniscono i loro programmi, fingono che sia possibile conciliare tutte le loro proposte, quasi fossero complementari, le une il pezzo mancante delle altre.

Ma poi Di Maio e Salvini litigano un po’: chi le realizza queste misure però? Io no, ma tu neanche. Prendiamone un altro: scelgono Conte, un professore dal “dubbio” curriculum che fino a pochi mesi prima era estimatore di Renzi al punto da mandargli messaggini sul cellulare per dirgli quanto fosse entusiasta del suo governo.

Quindi: c’erano una volta Conte, Di Maio e Salvini. I tre promettono al popolo che “non arretreranno di un millimetro”. Reddito di cittadinanza? Non si tocca. Quota 100? Questa è e questa rimane. Sembra essere tutto così bello, così una favola, che in un impeto di entusiasmo misto a follia, una sera di settembre Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi profanano il balcone di Palazzo Chigi e annunciano che con il deficit al 2,4% hanno appena abolito la povertà. Caspita, un motivo in più per non cedere ai “ricatti di Bruxelles”. Lo spread? “Me ne frego”.

Passano un paio di mesi tra bordate all’Europa e dichiarazioni strafottenti e qualcosa si incrina. La Commissione minaccia l’Italia di voler aprire una procedura d’infrazione. Ahia, questi fanno sul serio. Salvini e Di Maio iniziano a far passare il messaggio che non si appenderanno agli “zerovirgola”. I due a questo punto mandano in avanscoperta Conte. Firmano un comunicato in cui cantano le lodi del professore, fino a quel momento bistrattato e umiliato, trasformato con un tratto di penna da fantoccio a possibile salvatore della Patria. Tanto – pensano ma non dicono – se va male la colpa è sua.

Da qui arriviamo a ieri. Il deficit scenderà “almeno” dal 2,4 al 2,04%, dice Conte. Sono 7,5 miliardi di euro in meno. Insomma il trio fa una retromarcia: la Commissione e tutti quelli che protestavano contro la Manovra avevano ragione. Peccato che nel frattempo – fonte Bankitalia – tra spread e mutui, tra mercati e tassi d’interesse, siano andati in fumo 60 miliardi di euro degli italiani.

Vabbé, si dirà, tanto è una barzelletta…

Perché è una barzelletta, vero?

Non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì

Matteo Salvini ministro, foto da Web

 

Per due mesi, da quando cioè è diventata ufficiale la mossa suicida di impostare la Manovra con un deficit al 2,4%, Salvini e Di Maio hanno accusato chiunque criticasse quelle percentuali di essere “servo dell’Europa”. Questa, nel migliore dei casi, era la critica rivolta a quanti – noiosi che siamo – si preoccupavano di mettere in guardia il governo: guardate che i conti non tornano, state spendendo troppo e male, fermatevi ora, prima che sia tardi.

Molti miliardi persi dopo qualcosa è cambiato. Il dogma del governo sul deficit, accompagnato dall’ormai abusato “non arretriamo di un millimetro”, s’è trasformato da argomento tabù a occasione di riflessione. Scontro con la Commissione Europea? Macché, dialogo. Soldi intoccabili e già stanziati per reddito di cittadinanza e quota 100? Ma no dai, forse ne bastano meno.

Allora va bene tutto, ma credere al miracolo di san Giuseppe Conte no, questo no. Che sia bastata una cena a base di mele cotogne ad illuminare il governo sulla via di Bruxelles non lo riteniamo possibile. Allora diciamocele come stanno le cose, francamente, occhi negli occhi, da italiani.

Salvini e Di Maio hanno tentato un azzardo politico, sperando che la debolezza dell’Europa li lasciasse impuniti. Prima della Commissione Europea, però, a castigarli sono stati i mercati. E allora sono stati costretti ad innestare la retromarcia, ad ammettere che quelle raccontate finora, sulla sostenibilità delle misure, sugli impatti che avrebbero avuto sulla crescita, erano in fondo nient’altro che bugie.

La prossima curva è forse la più importante, quella prima del rettilineo. Per convincere la Commissione non bastano briciole, serve rivedere l’impianto della Manovra, adattarlo alla realtà. Salvini e Di Maio devono quindi scegliere: sono pronti ad ammettere che ciò che hanno promesso non si può fare? Perché la coperta è corta. E lo hanno dimostrato loro, quelli che non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì.

Azzeccagarbugli chiede più tempo, per distruggerci

Giuseppe Conte

 

Usa il linguaggio arzigogolato che gli è proprio. E da avvocato Azzeccagarbugli qual è prova a lavorare un impasto colloso e appiccicaticcio, ad incartare un uditorio stonato dal caos che l’esecutivo in cinque mesi di non-governo ha generato. Ma l’informativa urgente di Giuseppe Conte nell’Aula della Camera rientra di diritto nella top five dei momenti più umilianti di una legislatura che per quanto giovane ha già toccato il fondo a ripetizione.

Il senso dell’arringa sta tutto in questa frase:”Nel caso in cui l’Ecofin dovesse decidere di aderire alla raccomandazione della Commissione, chiederemo tempi di attuazione molto distesi. Questo tempo ci servirà per consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico“.

Una dichiarazione a dir poco lunare. Come ammettere di non aver capito nulla di quanto affermato dalla Commissione Ue, che la Manovra l’ha bocciata e la procedura di infrazione la avvierà proprio per non vedere realizzati i disegni kamikaze dell’esecutivo.

Conte invece chiede tempo, insiste nel parlare di una crescita che istituti di tutto il mondo non vedono, snocciola dati che definire ottimistici è un eufemismo, e quasi tenta l’ennesimo azzardo a perdere: provare a “fregare” Bruxelles sperando che da maggio in avanti i nuovi interlocutori siano altri.

Non c’è niente da fare. Al di là dei buoni propositi che durano lo spazio di un pomeriggio, delle dichiarazioni di intenti che a volte ci illudono che un dialogo su basi serie sia possibile, c’è solo da farsene una ragione: il governo del cambiamento non cambierà.