Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Salvini e la patrimoniale mascherata

Salvini a Porta a Porta

Per non dire un giorno di aver messo le mani nelle tasche degli italiani, si cambia metodo: si guarda direttamente sotto il materasso. E’ questa l’ultima pensata di Matteo Salvini, che in una calda serata d’estate svela a Porta a Porta il suo “piano” economico: sperare che gli italiani che hanno i loro soldi in una cassetta di sicurezza decidano di aprirle, si facciano tassare quel denaro e diano al governo i soldi necessari per fare la prossima Manovra.

Ora i ragionamenti da fare sono questi. Primo: la spasmodica ricerca di fondi alternativi è la prova delle menzogne che Salvini e tutto il governo ci hanno propinato in questi mesi. Per intenderci, alla domanda, “ma dove li trovate i soldi?”, la risposta era sempre la stessa:”I soldi ci sono”. La realtà dice altro: i soldi non ci sono e quindi si cerca sotto i materassi degli italiani.

Seconda riflessione: la tendenza a legalizzare l’evasione fiscale è sempre più una costante. Come dire che tutti quelli che hanno fatto le cose in regola per anni si sono garantiti al massimo un bonus per la propria coscienza. Se poi gli altri sono stati più fortunati e hanno beneficiato di condoni fiscali e simili beh, beati loro.

Terzo spunto: dopo i minibot – per la serie: “Non abbiamo soldi? Inventiamoci una nostra moneta e chi se ne frega!” – la proposta sulle cassette di sicurezza dimostra che Salvini & co. stanno facendo i salti mortali per non ammettere le loro bugie. Se possibile tentando anche di ricorrere a strumenti illegali e pericolosi. Fortuna che Mattarella c’è.

Quarto e ultimo punto. Ironia della sorte, colui che viene riconosciuto come nuovo leader del centrodestra, storicamente contrario alla patrimoniale, propone di fatto una patrimoniale mascherata. Per rendere chiaro il concetto, definizione di patrimoniale:”Imposta sui patrimoni”. E cosa sono i risparmi, anche quelli custoditi sotto il materasso, se non patrimonio degli italiani?

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

Conte su Marte

Giuseppe Conte ha visto arrivare all’orizzonte “un anno bellissimo”. Lo ha visto lui solo, però. E noi ce lo siamo posti il quesito. Ce le siamo fatte due domande.

Che il nostro presidente del Consiglio, oltre che avvocato del popolo, sia anche un illuminato visionario? E non è che per caso, per sbaglio, a dispetto di tutti i maggiori istituti nazionali e mondiali, da Bankitalia fino al Fondo Monetario Internazionale, l’unico a vederci giusto sia stato proprio lui?

Difficile, improbabile, ma non impossibile. Poi, però, in una fredda domenica mattina di febbraio capita di incappare in una sua intervista al Corriere, e allora lì al beneficio del dubbio rinunci, al margine d’errore dei vari istituti non credi.

Conte sostiene che l’ipotesi di un voto nel 2019 proprio non la riesce a vedere. E va bene – ti dici – ci può stare una difesa ostinata del suo governo, in fondo quando gli ricapita?

Nega che possa essere un problema una Lega che alle Europee sfonda e di contro un MoVimento 5 Stelle che arranca. E ok – di nuovo – in fondo è pur sempre uomo di Di Maio, che deve dirti?

Poi però inizia a pontificare sullo spread, a dire che è giusto dargli un peso economico, non politico. E a questo punto pensi che all’avvocato del popolo sfugga un concetto basico: la politica è economia.

A questo punto speri sia finita, ma finita non è. Il premier si ostina a negare la possibilità di una Manovra correttiva. Che è nei fatti. Segnatelo. Resta solo da capire se a farla sarà il suo governo o quello che ne raccoglierà le macerie.

Ed è qui, proprio qui, che raggiungi l’incresciosa consapevolezza che da “il 2019 sarà un anno bellissimo” fino a “escludo una manovra correttiva” c’è un solo, unico, filo conduttore, una granitica, incrollabile certezza: non sei tu il pessimista, non sbagliano tutti gli altri, è lui, Conte, che vive su Marte.

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.