Capitano, non Generale

Il giubbotto della Polizia non gli basta più. Matteo Salvini, a furia di condividere il governo con dei fantasmi (i 5 Stelle), deve aver pensato che l’occasione è propizia per provare ad imporsi come Re d’Italia. E allora eccolo, come fosse una partita di Risiko, come fosse il protagonista di una pellicola di guerra in cui dispiegare sul tavolo le mappe e spostare i soldatini, tutto impegnato nel tentativo di dettare legge anche laddove non può.

La direttiva, la circolare, l’intimazione – chiamatela come vi pare – in cui Salvini ordina (e il verbo però è questo) al Capo di Stato maggiore della Marina e al comandante generale della Guardia Costiera di “vigilare” sulla Mare Jonio è il sintomo di una tracotanza che si è fatta pericolosa per gli equilibri istituzionali.

Perché o il ministro Salvini ignora che i reparti militari non rispondono a lui ma alla Difesa e al Presidente della Repubblica in qualità di capo Supremo delle Forze Armate (e sarebbe gravissimo) oppure decide di invadere il campo altrui consapevolmente, rendendosi protagonista non tanto di uno sgarbo, di una scortesia, di un errorino di galateo ma (peggio) di un antipasto di deriva sudamericana che appare dietro l’angolo.

Ora il punto è questo: Salvini ha molti difetti, ma non è un fesso. Scoppiato il conflitto in Libia ha compreso che la politica dei porti chiusi non può bastare. Quando c’è una guerra, quando ci sono dei rifugiati da soccorrere, i porti devono restare aperti. E allora facciamo così: crogioliamoci nell’illusione di “chiudere il mare”. Il suo sogno dell’immigrazione si sta trasformando in un incubo. Lo si capisce da questi falli di reazione: Salvini è nervoso, la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma pestare i piedi ai militari non è mai una buona idea.

La sensazione di distaccamento dalla realtà è forte, la predisposizione al dispotismo del soggetto certa. Qualcuno gli ricordi che per i suoi fan può pure essere il Capitano, ma non è ancora Generale…

Il capro espiatorio

C’è una manina quando le cose non vanno. Sempre. Un colpevole, un condannato senza processo. E’ questa la cultura dei 5 stelle, la piattaforma creata da Di Maio per giustificare la propria incapacità e i propri errori. Il populismo di governo è uno scaricabarile senza fine, una campagna elettorale permanente, un attacco personale indegno. Nel tritacarne finisce così Giovanni Tria, che di questo governo è stato dal primo giorno un corpo estraneo, e adesso sconta la sua vicinanza più o meno presunta con una consigliera che di celebre ha solo il cognome: Bugno. Non il grande Gianni.

Ora, che il figlio della seconda moglie di Giovanni Tria sia stato assunto nell’azienda del marito della Bugno è evidentemente un argomento che non può interessare alla gran parte dell’opinione pubblica. Quanto meno non a quella che, piuttosto che ai destini del figliastro del ministro del Tesoro, è interessata a conoscere il destino dell’economia del Paese. Un’economia che l’Ocse ha fotografato senza ossigeno, che il Fondo Monetario Internazionale vede instabile e il presidente della Commissione europea definisce preoccupante.

In tutta questa serie di considerazioni, forse non marginali, si inserisce l’elemento caratterizzante dei 5 stelle al governo: l’incapacità di mettere a fuoco il problema. Secondo Di Maio il problema non è la crescita zero: sono le amicizie di Tria. Secondo i grillini il guaio non sono le misure inserite in una Manovra che andrebbe (e andrà) riscritta punto dopo punto. No, sono le resistenze (comprensibili) di Tria a firmare il decreto sui rimborsi ai risparmiatori che espone lui e i funzionari del Tesoro ad una responsabilità dinanzi alla Corte dei Conti in assenza di un dispositivo chiaro, preciso, certo, che dica quanto spetta e a chi.

Non è la prima volta che si rincorrono voci di dimissioni di Tria, non sarà l’ultima che saranno smentite. Il contabile con la passione per il tango resterà al suo posto per lo stesso motivo per cui non ha lasciato il suo incarico a settembre dell’anno scorso: un suo eventuale passo indietro lascerebbe l’Italia in balia dei mercati, che non capirebbero (o meglio, forse capirebbero fin troppo bene) come mai il ministro dell’Economia si dimette da un governo che fino ad oggi ha assicurato di avere i conti in ordine. D’altronde non che ci siano troppe alternative: perché se cacci Tria devi mettere un altro al suo posto. E, schizzati a parte, al momento non sembra esserci nessuna figura disposta a salire su questa folle giostra e allo steso tempo in grado di mettere d’accordo i tre attori: M5s, Lega e Quirinale.

Resta l’amarezza di una deriva ormai assodata, forse irreversibile. Quella di un sistema, il nuovo, che abbatte chi non si allinea a colpi di fango, di melma tutta da dimostrare, di accuse e di gossip, di veleni e illazioni.

Perché è questo, in fondo, che è rimasto in assenza di numeri incoraggianti, di una politica economica seria, del coraggio di attuarla: il racconto di una favoletta. E in ogni favola che si rispetti c’è sempre un cattivo, un capro espiatorio. Tria, per questa volta.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.

Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…

Terroni, orgogliosamente

Libero, il giornale in questo momento più vicino a Matteo Salvini, titola oggi “Comandano i terroni”, sottolineando come – fatta eccezione per il suo amato “Capitano” – le posizioni di vertice delle istituzioni siano occupate prevalentemente da persone nate al Sud: da Mattarella a Di Maio, passando per Fico e una lunga sfilza di sottosegretari meridionali.

Chi vi scrive è nato a Cosenza e vive tutt’ora in Calabria. Certa arretratezza la conosce per esperienza diretta, ma non invidia l’arroganza di Vittorio Feltri, direttore di quel quotidiano, e di chi ha pensato quel titolo. Sono, siamo, orgogliosamente terroni. E non perché condividiamo le politiche di Di Maio e di Fico (anzi). Non perché pensiamo che se un sottosegretario sia campano o siciliano faccia meglio il suo lavoro di un collega veneto o piemontese.

Non viviamo di queste competizioni. Non crediamo che l’Italia abbia bisogno di divisioni, non più di quelle che proprio Matteo Salvini ha creato in questi mesi e in questi anni. Non viviamo nell’incubo dell’uomo nero. Neanche di quello bianco. Non ci riconosciamo in Mattarella perché palermitano, ma solo perché lo riteniamo un grande Presidente della Repubblica.

Né cerchiamo approvazione, un riconoscimento da parte di chi crede di avere la verità in tasca, da chi si crede superiore perché ha ereditato un sistema di servizi più efficiente, una realtà più serena e funzionale.

Siamo meridionali, non rinneghiamo le nostri origini. Non ignoriamo i nostri errori e i nostri orrori. Ma pretendiamo il rispetto che ci è dovuto, soprattutto da chi ogni giorno ripete lo slogan “prima gli italiani”. Lo siamo pure noi, caro Feltri. Fieramente, orgogliosamente. Che vi piaccia o no.

Le pagelle dei politici nel 2018, secondo me

pagella politica

La cosa buona del 2018 a livello politico? Che sta per finire. Battute a parte, analizziamo l’anno che è appena trascorso. Doppia pagella per i protagonisti principali: un voto “generale”, diciamo “oggettivo”, e un’altro “personale”, le pagelle secondo me.

MATTARELLA, VOTO GENERALE: 9. Messo di fronte al terremoto politico del 4 marzo è riuscito nell’impresa di far nascere l’unico governo veramente possibile. Sempre vigile nei momenti più delicati, su tutti il caso Diciotti, quando il suo intervento ha sbloccato lo stallo inumano sui migranti imposto da Salvini. Avrebbe certamente preferito altri interpreti alla guida del Paese, ma come dice Paolo Savona (non uno a caso) “‘chest so’ ‘e carte e cu chest s’adda jucà”. VOTO SECONDO ME: 10. Ha tenuto insieme un Paese che nei giorni della formazione del governo rischiava l’implosione. Offeso sul personale da Di Maio, che ne ha vergognosamente chiesto l’impeachment, ha continuato a difendere la Repubblica e si è fatto garante della Costituzione. Sergio Mattarella è un gran signore e un grande Presidente. Godiamocelo.

SALVINI, VOTO GENERALE: 8,5. Politicamente non si può negare sia l’uomo dell’anno. Ha sconfitto Berlusconi in casa sua, portato la Lega dal 4 al 17% delle elezioni, e i sondaggi lo danno ora sopra il 30%. Di più: è andato al governo e chissà come (eh, chissà) ne è diventato il padrone assoluto. E’ l’uomo più popolare del momento, il dominus della scena italiana. Gli mancano un paio di step: vincere le elezioni da solo per diventare premier e conquistare l’Europa. VOTO SECONDO ME: 4,5. E’ il megafono del razzismo di Stato, il traditore di milioni di elettori di centrodestra che hanno votato Lega e si sono ritrovati con Di Maio. Il Nord produttivo inizia già a borbottare, la politica economica del governo non è quella promessa. Fornero superata? Macché. Prima o poi gli italiani si stancheranno dei tweet con pane e nutella, capiranno che c’è altro oltre alla battagli anti-migranti, si accorgeranno che c’è vita, oltre Salvini.

DI MAIO, VOTO GENERALE: 6. A Giggino quel che è di Giggino: si è candidato e ha preso il 32%. Bravo. Poi basta però. Tanto caos e tante retromarce. Ilva chiude? No. Il Tap salta? No. La prossima promessa tradita (per fortuna) sarà sulla Tav. La manina denunciata da Vespa, che si è poi scoperta essere la sua, è stata una gaffe clamorosa. Nel 2019 si gioca tutto sul reddito di cittadinanza. VOTO SECONDO ME 4,5: La sceneggiata sul balcone di Palazzo Chigi è da censura, la frase per cui la povertà è stata abolita lo perseguiterà per sempre, purtroppo.

CONTE, VOTO GENERALE 5,5. Nelle ultime settimane si è ritagliato un ruolo da mediatore tra Salvini e Di Maio, è andato in Europa a fare la parte del poliziotto buono. Però da avvocato del popolo è diventato avvocato del governo, il ché non depone bene…VOTO SECONDO ME: S.V. Conte chi?

RENZI, VOTO GENERALE: 5. La sua colpa più grande è, per dirla alla sua maniera, quella di non aver usato il lanciafiamme nel Pd. Ha fatto salire a bordo più o meno tutti. E il 4 marzo è andato a fondo con tutta la barca. Giuste le dimissioni il giorno dopo la debacle. Giusto l’aver ostacolato l’intesa col M5s. Lo volevano gli elettori. Talento ha talento, eppure…VOTO SECONDO ME: 5,5. Da troppo tempo è chiaro che Renzi e il Pd non hanno nulla da condividere. Serve coraggio per lanciare un nuovo partito, per ammettere che quella casa non è la sua, che forse non lo è mai stata. Ogni giorno nel Pd è un giorno perso.

BERLUSCONI, VOTO GENERALE: 5. Per la prima volta un candidato di centrodestra, Salvini, prende più voti di lui. Forza Italia è ai minimi storici. E l’età avanza. Lui non si arrende, è vero, ma le prossime Europee possono essere l’ultimo atto della sua storia politica. O risorge per l’ennesima volta o questa volta è finito, davvero. VOTO SECONDO ME: 6. Per ciò che è stato il 4 marzo, riletto oggi quel 14% ha del miracoloso. Berlusconi è un leone ferito, ma pur sempre un leone. Raggiunge la sufficienza in extremis: l’iniziativa dei gilet azzurri è il segnale che finalmente ha elaborato il lutto del tradimento della Lega. C’ha messo un po’ troppo, ma meglio tardi che mai. E poi c’è la scena al Quirinale, quella in cui conta accanto a Salvini. Momenti da ricordare…

Vuole togliere i poteri a Mattarella: toglietegli il microfono, è meglio

grillo italia 5 stelle

 

Non può essere archiviata come l’ennesima boutade di un vecchio comico l’ultima uscita di Beppe Grillo al Circo Massimo sul Presidente della Repubblica. Che senso ha dire durante Italia 5 Stelle “dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato” se poco dopo, compresa la frittata, ci si rimangia tutto? E a cosa serve che Beppe Grillo sia ancora il Garante del MoVimento 5 Stelle se alla fine, per ragioni di opportunità, viene sbugiardato dagli stessi che proprio lui dovrebbe “garantire”?

Non è allarmante che il partito al governo, quello che pochi mesi fa ha ottenuto il 32% dei voti, invece di bocciare completamente la tesi del suo fondatore decida di nascondersi dietro un dito, facendo trapelare che il proposito di Grillo non verrà attuato – e menomale – soltanto perché “non è presente nel contratto di governo“?

Il punto è sempre lo stesso, l’incapacità del MoVimento 5 Stelle di venire a patti con la sua nuova dimensione. Quando qualcosa non va si evocano complotti, manine, “sistemi” che remano contro il “cambiamento”. Ma i primi a non aver accettato il loro “cambiamento” sono proprio i pentastellati: che hanno il potere ma non sanno come gestirlo, che fanno una festa da partito di lotta pure adesso che sono al governo, che danno ancora la parola a Grillo quando sarebbe giunta l’ora di togliergliela.

Ubriachi di potere: e taccia chi dissente

di maio e salvini

 

Se anche un arbitro che ama usare poco il fischietto come Sergio Mattarella si sente in dovere di mettere in guardia dal “potere che inebria”, allora è evidente che il gioco si è fatto più rude del previsto. Certo, il capo dello Stato chiarisce che l’istituzione che presiede ha vissuto tempi più tumultuosi, e per fare un esempio cita gli anni Settanta, quelli del terrorismo e delle bombe.

Ma gli ultimi sviluppi, come in un diario che ogni giorno aggiunge una pagina horror, confermano una volta di più l’importanza di quei “pesi e contrappesi” previsti dalla Costituzione che lo stesso Mattarella non perde occasione per ricordare.

Perché lascia sconcertati, perplessi – ma non sorpresi – il fatto che il vicepremier Salvini risponda agli appunti del presidente INPS, Tito Boeri, su quota 100, chiedendone le dimissioni. Peggio: lo invita a candidarsi, a cimentarsi nell’agone politico e a proporre agli italiani quelle idee, ignorando volutamente che la relazione tecnica in cui Boeri prefigura un aumento del debito da 100 miliardi nel caso passasse “Quota 100” non è la proposta di un rivale politico da screditare bensì il frutto di uno studio approfondito sui numeri.

E’ una tentazione alla quale Salvini non riesce a rinunciare. Come quando un mese fa, raggiunto dall’avviso di garanzia per il caso Diciotti, disse che lui era stato eletto, i giudici che indagavano sul suo operato no. Ancora una volta il richiamo al consenso popolare, quello sì effimero, come lo stesso Salvini prima o poi apprenderà sulla sua pelle. Quasi fosse necessario essere legittimati dal popolo – o meglio, dalla maggioranza – per esprimere un parere, quanto più se in dissenso con chi governa.

E su questo versante Di Maio non è da meno. Lo dimostra la reazione scomposta nei confronti di Bankitalia, rea di aver sollevato perplessità sulla riforma che dovrà sostituire la Fornero, e invitata a sua volta a candidarsi alle elezioni. Così come prefigurano aspirazioni da democratura i ventilati tagli all’editoria, gli attacchi alla stampa e alla sua autonomia.

Per questo ancora una volta Mattarella ha fatto centro: “La storia insegna che l’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare”. Se solo l’avessero letta, la storia…

5 domande a Silvio Berlusconi

 

Se qualche anno fa a Silvio Berlusconi avessero detto che un giorno non troppo lontano sarebbe stato rimpianto anche dai comunisti….forse c’avrebbe creduto. Lui soltanto, però.

Eppure così è: nell’Italia del 2018 è successo pure questo. Che i nemici storici rimpiangano l’antagonista primo, che si dicano disposti a stringergli la mano, pur di scacciare per sempre il cancro populista.

Ma di Berlusconi in questa folle estate ci sono poche tracce. Qualche cena in Sardegna, la presa di posizione sul no a Marcello Foa come presidente di vigilanza Rai, la solidarietà a Matteo Salvini per l’inchiesta del pm di Agrigento.

E poco altro, forse troppo poco.

Allora provo a fargli qualche domanda. Con Salvini e Di Maio non sono stato fortunato, ma magari Silvio risponde.

Caro Presidente Berlusconi, Lei è stato il fondatore del centrodestra italiano. Anzi, Lei è stato il centrodestra in Italia. Dal 4 marzo, però, col sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, il baricentro dell’alleanza si è spostato molto a destra, al punto che di centro, di moderato, di liberale, pare essere rimasto ben poco.

Domanda numero 1: Non crede che la deriva assunta da Salvini sia lontana dagli ideali di cui Lei si è fatto portavoce per più di un Ventennio? Non pensa che Salvini sia un ottimo leader per la Lega ma al contrario una pessima guida per il centrodestra unito? Insomma: non ritiene sia arrivata l’ora di mollarlo? 

Caro Presidente Berlusconi, sul fatto che lei non sia di sinistra non ci sono dubbi. Ha combattuto i comunisti per una vita intera, ne è stato l’incubo ricorrente, nessuno può insinuare niente di simile. Per questo motivo è impossibile immaginare un’alleanza futura tra Pd e Forza Italia. E questo è un fatto che ha ribadito in più di un’occasione.

Domanda numero 2: Ma se si creasse un fronte largo, aperto alla società civile, senza bandiere ideologiche, ispirate soltanto alla difesa della libertà, delle istituzioni repubblicane, dei valori democratici oggi messi a repentaglio dal governo M5s-Lega. Se ci fosse la possibilità di ritrovarsi in uno schieramento simile, lontano anche dalla connotazione classica di “centrodestra”, Lei si farebbe trovare pronto?

Caro Cavaliere, anche i suoi acerrimi rivali le hanno sempre riconosciuto una dote invidiabile: la tenacia, la grinta, il piglio di chi lotta fino in fondo perché crede nella battaglia che conduce. È vero però che i tempi cambiano, che nell’era dei social serve una presenza quotidiana, non bastano più – da soli – i videomessaggi e i comunicati. Non basta più lo sprint nell’ultimo mese di campagna elettorale. Serve un leader.

Domanda numero 3: Ha la forza e la voglia di spendersi attivamente come leader politico? Ha la consapevolezza che Antonio Tajani è un ottimo comprimario ma non sarà mai un trascinatore? Ha chiaro dentro di sé che la riorganizzazione di Forza Italia da sola non basta se allo stesso tempo non arriva dall’alto una spinta importante. Insomma: c’è bisogno di Berlusconi. Ma Berlusconi non è nato per fare il secondo di Salvini. Concorda?

Caro Presidente, credo che se potesse tornare indietro con la macchina del tempo, almeno negli anni recenti, sceglierebbe di non rompere il Patto del Nazareno con Renzi sull’altare di Sergio Mattarella. I cattivi consigli di D’Alema e le reciproche incomprensioni hanno fatto saltare un’intesa che avrebbe potuto garantire un progresso importante al Paese in termini di riforme e spianato la strada ai populisti.

Domanda numero 4: Se è vero che in tanti pensano a Matteo Renzi come il suo erede naturale, se è chiaro che le sue vedute sono più simili al Matteo del Pd che a quello della Lega, se per caso, e dico se, fosse Renzi il promotore di quel rassemblement che si oppone a Di Maio e Salvini, sarebbe pronto ad appoggiarlo?

Caro Presidente, spero abbia modo, tempo e voglia di leggere questi miei quesiti.

Domanda numero 5: Mi risponde? 

Salvini, falli scendere

diciotti

 

Sulla pelle di 177 migranti si consuma l’ennesimo sfoggio di muscoli del Presidente del Consiglio ombra. Matteo Salvini non ha rivali in questo governo. E forse nemmeno Mattarella ha più la forza di contrastare la brutta piega presa dall’esecutivo. Perché è un fatto, ormai, che l’intenzione del leghista sia quella di rendere normalità ciò che invece normale non è.

Un sequestro di persona plurimo “di Stato”, lo ha chiamato Saviano, che a volte con le parole esagera ma questa volta non è andato troppo lontano dalla realtà. Poiché da ormai sei giorni ci sono uomini, donne e bambini che dopo essere stati raccolti in mare non sono liberi di andare da nessuna parte: intravedono la libertà a pochi metri di distanza, in quel porto di Catania che pare messo lì come una cattiveria, lo guarderanno, lo sogneranno, ma non vi sbarcheranno.

E allora c’è da chiedersi pure il perché di questo atteggiamento. Perché se è chiaro che Salvini sulla partita della nave Diciotti si gioca la faccia, se è vero che il ministro dell’Interno non vuole arretrare di un millimetro proprio ora che l’estate volge al termine e i viaggi della speranza destinati a diminuire, lo è pure che in questo caos ci ritroviamo per un problema di natura politica.

Va detto senza paura di dare ragione ai populisti. L’Europa fino a questo momento è mancata. Senza alcun dubbio è mancata. Ma allora qualcuno ci dica perché, il giorno dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, il premier Conte festeggiava euforico la soluzione del problema. Non aveva niente in mano, lui che non perde occasione per ricordarci di essere un avvocato abituato a ragionare sui documenti. C’ha raccontato che sarebbe bastato un impegno assunto su “base volontaria” a risolvere i problemi dell’Italia in materia di immigrazione.

Ha sbagliato lui. Così come adesso si vede che da nessuna parte ci porta l’asse sovranista in Europa di Matteo Salvini. Negli sforzi fatti dalla Farnesina per trovare una condivisione degli oneri dell’accoglienza dei 177 disperati, qual è stato il primo Paese che c’ha chiuso le porte in faccia? L’Austria. L’Austria di Kurz, l’amico di Salvini.

Ma se da una parte la politica può essere materia complicata, se dall’altra questo governo ha fatto l’impossibile per rendere l’Italia sempre più sola, resta il fatto che non possiamo perdere la nostra umanità. Saranno pure “migranti”, ma sono prima di tutto persone. E magari anche stavolta qualcuno mostrerà compassione. Forse pure oggi arriverà in soccorso del governo una voce umana, a dire che i disperati salvati da una nave “italiana” se li prende l’Europa. Forse. Ma non aspettiamo.

Salvini, falli scendere.