“Esci da questo blog, Beppe”

Beppe Grillo e Davide Casaleggio

Non c’è bisogno di chissà che onestà intellettuale per dare a Beppe Grillo quel che è di Beppe Grillo: genialità e follia, con pregi e difetti che ne derivano.

Ma nessuno che voglia vantare tra le proprie qualità anche un briciolo di coerenza può consentire che una manovra parlamentare – perché in fondo questo è il governo Pd-Ms5 – faccia da preludio alla sua santificazione. Grillo resta quello del “Vaffa”, dell’anti-politica che ha contribuito al discredito di persone perbene, è l’uomo che ha sdoganato l’insulto personale nell’agone politico, il leader delle manette che tintinnano per l’avversario, il comico che ha preferito la violenza verbale alla satira, l’incontro di boxe alla stoccata in punta di fioretto.

Poi c’è stato il governo gialloverde. E in 14 mesi si è visto ciò che in realtà è il MoVimento 5 Stelle: un partito post-ideologico. Sì, nel senso che idee e ideologie vengono dopo tutto il resto: dopo le bugie, le promesse ardite e non mantenute, le fake news scientificamente diffuse, l’esaltazione del populismo e la negazione di sé. Tutto, ma anche il suo contrario. Perché lo stesso leader che invocava l’impeachment per Mattarella è arrivato nel giro di un anno a considerarlo figura di garanzia e riferimento. Lo stesso fondatore che tuonava contro Mario Monti è giunto a chiedere ministri tecnici per il Conte-bis. Gli stessi attivisti che gridavano “o-ne-stà, o-ne-stà”, travolti dagli scandali delle famiglie dei loro giovani idoli, si sono tappati le orecchie quando qualcuno ha chiesto:”Dove sta? Dove sta?”.

Ora l’elenco delle contraddizioni è lungo, sterminato, ma la stagione dell’odio inaugurata dai 5 Stelle ha contribuito a portare l’Italia nella situazione attuale: quella di un Paese rancoroso e diviso, arrabbiato e smarrito. E recriminare serve a poco. Ma dimenticare ciò che è stato sarebbe ingiusto, svolgere un’operazione di rimozione collettiva sarebbe disonesto.

Il gioco d’incastri innescato da questa crisi ha fatto sì che a pilotare l’accordo tra Pd e MoVimento 5 Stelle fossero due giocatori “esterni”, Matteo Renzi e Beppe Grillo. Qualche anno fa si scontrarono in una seduta di streaming resa celebre dal monologo di offese che il fondatore del MoVimento rivolse all’allora segretario dem. Era la prova manifesta dell’incomunicabilità tra due mondi che nulla avevano a che spartire. Ma a distanza di tempo c’è una battuta che è rimasta attuale :”Esci da questo blog, Beppe. Esci da questo streaming. Questo è un luogo dove c’è dolore vero delle persone, c’è bisogno di affrontare le questioni reali“.

Ecco, così, per non dimenticare. Il giorno dopo Rousseau.

L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

franceschini-dario

Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

letta renzi

 

Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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Renzi e l’eterno rilancio: vuol vedere come andrà a finire

Chiama in causa D’Alema, attacca a spron battuto i grillini, sferza Berlusconi: Matteo Renzi è entrato nella fase “guerra totale”. Meglio perdere alla sua maniera, che perdere e basta. Per questo, quando ne ha l’occasione, non fa economia sulle cartucce: le spara tutte, e quel che sarà sarà. Non fa prigionieri, sembra un giocatore di poker innamorato di una mano debole, vuol vedere come andrà a finire.

Per questo prosegue nel suo eterno gioco al rialzo. Insiste nel dire che il Pd sarà primo partito e primo gruppo in Parlamento, ostenta una sicurezza che onestamente non ha, sembra fare a pugni con la realtà, con la presa di coscienza di ciò che oggi rappresenta e di ciò che invece è stato.

Perché Renzi davvero ha avuto il Paese in mano. Veramente per un momento ha creduto di essere invincibile. Poi però sono arrivati gli imprevisti, gli incidenti di percorso, i nemici che non ci stanno ad affondare senza combattere. E in questo ring selvaggio che si chiama politica, Renzi ha creduto di aver vinto prima del gong. S’è adagiato su un consenso che si è dimostrato volatile, ha pensato che bastasse parlare di rottamazione per avere campo libero.

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Puoi essere bravo a distruggere, ma se vai in guerra pensando di non lasciare macerie sei un illuso o un ingenuo. Ha sottovalutato l’addio dei vecchi “compagni“, credeva che Bersani e D’Alema semplicemente non avessero i voti, ma non ha considerato il peso della scissione, l’immagine di dittatore che di lui è passata all’esterno.

Così adesso è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Smentisce il dualismo con Gentiloni, ma ha sofferto lo sgarbo di Prodi; parla di Pd come squadra, ma si vede ancora unico leader in mezzo ad una squadra di gregari. Allora va avanti a testa bassa, spinge sull’acceleratore finché c’è benzina, ad occhi chiusi, senza controllare il serbatoio. Ignorando forse che più va forte oggi, più si farà male domani. Ma questo è Renzi, prendere o lasciare.


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Renzi e la paura prima del voto: può essere una Caporetto

A due settimane dal voto, Matteo Renzi guarda gli ultimi sondaggi con incredulità. Sapeva che sarebbe stata dura, ma non così. Il 40% delle Europee del 2014 è praticamente dimezzato, il rischio di scendere sotto il 20 concreto. E quella è diventata la sua linea Maginot, l’ultima trincea prima di venire travolti per sempre.

E non se lo spiega Renzi, che sui social continua ad utilizzare l’hashtag #avanti, ma non riesce a fare a meno di guardarsi indietro, per capire da dove derivi tutto l’odio che rischia di fagocitarlo. I colpevoli, dal suo punto di vista, sono soprattutto i vecchi nemici interni, la fronda che va da D’Alema a Bersani, quella che lo ha dipinto come un intruso all’interno del Partito. La gente di centrosinistra ha finito per crederci e quando le promesse non sono state all’altezza delle premesse, lo ha abbandonato al suo destino.

Renzi, però, ha una qualità che non s’impara. Lotta fino in fondo. Lo ha fatto alle Primarie perse contro Bersani, al referendum del 4 dicembre, lo farà in queste elezioni del 4 marzo. Coltiva intimamente la speranza che i sondaggi si sbaglino, ha ceduto a mandare in tv anche Gentiloni e Minniti, accettando il fatto che non è più lui l’uomo col tocco magico all’interno della coalizione.

Per il resto ha fatto ciò che doveva, con un cinismo che potrebbe tornargli indietro se la notte del 5 marzo si rivelerà una Caporetto. Blindando le liste di fedelissimi si è garantito il futuro. O almeno così pensa. Ma deve reggere, stare sopra al 20%, perché la sua carriera politica non sia ricordata come quella di una meteora.

Certo dovrebbe cambiare registro, evitare di correre dietro ai grillini. Ma se non può fare il populista e le promesse elettorali sono pane di Berlusconi, cosa resta a Renzi? Lui sostiene il buon governo, rivendica con orgoglio i suoi 1000 giorni a Palazzo Chigi, ma la gente non condivide le stesse sensazioni rispetto a quel periodo.

Sembra all’angolo il segretario dem, per la prima volta è costretto a giocare in difesa. E nei sondaggi che oggi guarda con scetticismo, nei numeri che ai candidati dice di ignorare, legge il pericolo di finire rottamato. Per ora va #avanti, ma è di restare #indietro che ha paura.

Perché Luigi Di Maio è “unfit”

Bruno Vespa, che con lui ha parlato a quattr’occhi, ha detto: “Mi è sembrato di incontrare Giulio Andreotti“. Meglio non farlo sapere ai grillini, che in quel caso Luigi Di Maio lo ripudierebbero, buttandolo giù dalla torre. Certo, il parere di Vespa è autorevole, ma il dubbio che questo paragone con Andreotti sia più che lusinghiero, sotto sotto resta.

E in fondo, non me ne vogliano i grillini, il confronto sarebbe impietoso perfino con molti altri esponenti dell’ultimo – e tanto vituperato – Parlamento nostrano. Siamo sinceramente sicuri che Gasparri sarebbe un premier peggiore di Di Maio? Non avrebbe maggiori esperienze e competenze da mettere al servizio degli italiani Ivan Scalfarotto del Pd? Dubbi che lasciano il tempo che trovano, perché la democrazia 2.0 made in 5 stelle fa sì che si possa diventare Presidente della Camera a soli 26 anni dopo aver ottenuto la bellezza di 189 voti alle Parlamentarie della Campania (neanche il più votato). E che ad ambire a Palazzo Chigi sia un giovane che, l’unica volta che è sceso nell’agone  – candidandosi nel suo Comune – ha racimolato 59 preferenze. Non proprio un politico di razza.

Attenzione: nessuno mette in dubbio il carisma gentile e l’impegno profuso da Di Maio.  Fin da ragazzo, per lui, la passione politica si tradusse nella fondazione di due associazioni studentesche universitarie. Ma nella politica vera, che come sappiamo è l’arte del compromesso, ha l’esperienza necessaria a gestire i dossier più spinosi uno che al preside del suo liceo un giorno disse:”Noi impediremo l’annuale occupazione dell’istituto, in cambio voi insegnanti parteciperete al nostro fianco alle manifestazioni in cui rivendicheremo strutture scolastiche migliori“?

Berlusconi, che ovviamente dal suo punto di vista ha tutto l’interesse a screditare il competitor, lo ha dipinto come un utile idiota di prodiana memoria:”Non penserete che – se vincessero – i 5 Stelle lascerebbero il giocattolo a quel ragazzotto che non prenderei nemmeno come fattorino nelle mie aziende, vero?“.

Ma a dare l’impressione che Di Maio sia molto fumo e poco arrosto sono i suoi stessi scivoloni, quelli che colleziona ogni volta che gli capita di parlare a braccio. Quelli, soprattutto, che prescindono dal suo curriculum.

  • Può rappresentare l’Italia un non-laureato? Sì. Peraltro è già successo con D’Alema. Non è questo il punto.
  • Può rappresentare l’Italia uno che si esprime così? “Guardi, io da sempre ho detto che… il Movimento ha sempre detto che noi VOLESSIMO fare un referendum sull’euro“.

E no. Il congiuntivo no. Vabbé. Forse il primo ministro in pectore del Movimento è più preparato sull’inglese. Quello che gli servirà per trattare, stavolta non con il preside della sua scuola, ma con i leader del Pianeta. Allora – con un po’ di spirito di osservazione e un pizzico di autocritica – comprenderà da solo che per il ruolo a cui ambisce è semplicemente “unfit“. Inadatto. Salvo pentirsi, lo dissero di Berlusconi. È chiaro che ancora non avevano visto arrivare Di Maio.