I migranti della Tunisia per ricordarci che Di Maio agli Esteri è un danno

Se Luigi Di Maio pensa davvero che per fermare la crisi migratoria basti sequestrare i gommoni e affondare i barconi, allora la situazione è grave. Forse irrecuperabile. Sì, perché se a dire che bisogna “affondare la nave” è Giorgia Meloni, allora tutto torna sui binari della triste realtà politica che questo Paese ha imparato a conoscere in questi anni: per intenderci, quella in cui destra e sinistra lucrano sull’emergenza migratoria – chi per un verso, chi per l’altro – e la situazione non cambia mai. Con o senza Salvini al governo.

Ma che a sostenere un’ipotesi talmente semplicistica e sconclusionata sia il nostro ministro degli Esteri deve preoccuparci non poco. A maggior ragione se colui che presiede la Farnesina ha poi possibilità, purtroppo, di incidere per esempio sui rapporti bilaterali con Tunisi, andando a sospendere lo stanziamento dei fondi della cooperazione in favore del Paese nordafricano per 6,5 milioni di euro. Una cifra irrisoria rispetto ai costi economici, politici e sociali, che l’Italia rischia di scontare nel caso in cui la situazione precipitasse sull’altra sponda del Mediterraneo.

Lo chiarisco subito: credo come la ministra Lamorgese che questi migranti economici vadano rimpatriati. Nessuno discute la necessità di migliaia di persone di abbandonare un Paese afflitto dal cancro della corruzione e della disoccupazione. Ma l’Italia non può essere la terra promessa per i mali del mondo intero, salvo trasformarsi nel campo profughi d’Europa spesso e volentieri vaticinato a sproposito dai sovranisti.

Pensare però che basti requisire le imbarcazioni per arginare gli sbarchi significa dare prova di una preoccupante improvvisazione. Sarebbe come pensare che basti bucare il pallone ad un bambino per impedirgli di giocare per strada: prima o poi troverà il modo di trovarne un altro. Ciò significa che il famoso slogan “aiutiamoli a casa loro” torna quanto mai di moda in una fase di grave crisi come quella tunisina: se non lo si vuole fare per solidarietà lo si faccia per mero interesse nazionale.

L’errore di Di Maio è dunque prima di tutto politico, oltre che tattico. La Tunisia è uno dei pochi Paesi con cui l’Italia ha degli accordi per i rimpatri. Fino ad oggi, a differenza di altre nazioni, non ha mai giocato ad aprire e chiudere il rubinetto delle migrazioni per ottenere aiuti economici. Di più: il presidente della Repubblica Saied, dopo la caduta del governo Fakhfakh, si gioca da qui ai prossimi mesi una partita decisiva. Nel caso in cui dovesse perderla, il pericolo è che l’Italia si ritrovi a discutere con attori certamente meno ben disposti nei suoi confronti: su tutti quel Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista moderato Ennahda, che ha dovuto respingere accuse in patria per rapporti a dir poco stretti con Erdogan. Il Sultano ha infatti chiesto a Saied di utilizzare il territorio tunisino come avamposto militare per la campagna bellica in Libia, trovando il diniego del presidente della Repubblica. Mesi dopo Ghannouchi ha incontrato Erdogan e pare l’argomento sia tornato oggetto di discussione, al punto che il politico tunisino è stato accusato di essere una sorta di quinta colonna turca in patria.

Ecco, dovrebbero bastare questo ragionamento spicciolo, questa breve cronaca, per rendersi conto che l’Italia non ha alcun interesse a destabilizzare la Tunisia e l’attuale leadership. Salvo trovarsi, dopo la Libia, un altro Paese del Nordafrica alle dipendenze della potenza ottomana, pronta a perseguire la sua politica imperiale e a sacrificare qualcosa della propria economia pur di estendere la propria influenza nel Mediterraneo. Allora sì che rischieremmo un’invasione. Allora sì che saremmo esposti al ricatto della Tunisia come tramite della Turchia. Allora sì che dovremmo chiederci, una volta di più, a chi mai è venuto in mente di piazzare Di Maio agli Esteri.

Caso Regeni: l’ultimo schiaffo dell’Egitto all’Italia

Gli effetti personali consegnati dalle autorità egiziane all’intelligence italiana non sono i vestiti di Giulio Regeni. Di più: oltre a non essere gli indumenti richiesti ormai tre anni fa dai suoi genitori, non sono neanche oggetti appartenuti al nostro ricercatore. Un affronto bello e buono. Si tratta dello stesso materiale esibito dai servizi segreti del Cairo a margine di una sparatoria che portò alla morte di cinque innocenti tacciati di essere coinvolti nell’omicidio di Giulio, sacrificati sull’altare di una verità evidentemente troppo scomoda per essere rivelata e per questo oggetto di una messinscena, prontamente smascherata dagli inquirenti della Procura di Roma.

Come si può leggere questa mossa se non come l’ennesima provocazione dell’Egitto ai danni dell’Italia? Come si può definire l’atteggiamento del Cairo se non come un ulteriore schiaffo nei confronti della nostra diplomazia? Prima di protestare, però, di affidare ad un comunicato la nostra giusta indignazione, dovremmo trovare il coraggio di prendercela con noi stessi. Sul caso Regeni raccogliamo quanto seminato in questi anni e ribadito non più tardi di pochi giorni fa con l’accordo per la vendita di due fregate militari all’Egitto.

Maestra dell’autolesionismo, incapace di abbandonare l’economicismo che la caratterizza, di riconoscere l’interesse nazionale, l’Italia ha prima dato un prezzo alla verità su Giulio Regeni (10 miliardi di dollari), poi, scossa dalle proteste dell’opinione pubblica e da qualche sussulto politico, ha vergato lettere e dichiarazioni rivolte al Cairo col solito tono di superiorità fuori contesto, dimentica del fatto che l’Egitto non è quel Paese del terzo mondo che molti credono a queste latitudini, piuttosto attore geopolitico caratterizzato da protagonismo e forza militare terrestre superiore alla nostra.

Trattato da scolaretto discolo, dato in pasto all’opinione pubblica come Stato criminale (qual è), l’Egitto ha risposto sfidandoci apertamente, mettendo a nudo una volta di più la debolezza di un governo (questo, ma non solo) che mette gli affari davanti alla difesa dei propri cittadini. Prima di firmare qualsiasi accordo, di esporre il fianco alle giuste accuse dell’opinione pubblica, di autorizzare i genitori di Giulio Regeni a sentirsi abbandonati e traditi, l’Italia avrebbe dovuto richiedere all’Egitto atti concreti, piuttosto che vuote assicurazioni di una collaborazione che in questi anni nessuno ha mai veramente visto.

Io non so cosa accadrà il primo luglio, non so se l’incontro in videoconferenza tra la procura di Roma e quella egiziana darà ai Regeni le risposte che attendono da anni e che sono state messe per iscritto nella rogatoria inviata dai pm di Piazzale Clodio. Un colpo di scena, in questi casi, è sempre possibile: ma fino ad oggi la storia del caso Regeni è il racconto di un fallimento su più fronti. Un fallimento politico, perché denota l’incapacità di molti governi italiani di far valere i propri diritti in ambito internazionale. Un fallimento geopolitico, perché conferma la confusione di un Paese che – per citare l’esempio più lampante – preferisce vendere le proprie navi, indebolendo la sua stessa Marina, ad una nazione che non solo è coinvolta nell’omicidio di un proprio ragazzo, ma che nel Mediterraneo (ad esempio in Libia) è anche sua diretta concorrente. Ma, soprattutto, è un fallimento come Stato: non so quanti altri Paesi avrebbero gestito così maldestramente questa vicenda. Senza nessuno che sconti il prezzo politico di queste continue umiliazioni, senza nessuno che faccia un passo indietro, che ammetta la propria manifesta incapacità, la sconfinata mole di errori commessi. Senza nessuno che dica apertamente che questo ragazzo italiano, Giulio Regeni, non siamo riusciti a difenderlo. Né da vivo, né da morto. E che farlo, a dirla tutta, ci interessa sì, ma fino ad un certo punto.

Mare “Lorum”

Vedere il Sultano e lo Zar nell’atto di spartirsi quel che resta del nostro un tempo “giardino di casa” fa un certo effetto. Brutto.

Al di là dei titoli nobiliari, il nostro Conte ha infilato in Libia una serie di errori marchiani . Risolto l’incidente diplomatico nato dall’aver ricevuto prima del premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Sarraj, il capo di una milizia ad oggi priva di ogni qualsivoglia legittimità, il generale Haftar, resta ben poco della traccia politica impressa sull’asse Palazzo Chigi-Farnesina.

Preso atto che qualcuno, in questo caso il ministro della Difesa Guerini, mette in conto anche di “rimodulare” (cosa vorrà dire?) la missione italiana in Libia, corre l’obbligo di informare il nostro Presidente del Consiglio che l’invio di truppe in un contesto di guerra non può essere fatto, come populisticamente declamato, “se non in condizioni di sicurezza sul terreno“. Sono soldati, non ausiliari del traffico, con tutto il rispetto della categoria. Ipotizzare un impegno militare è qualcosa. Farlo con la premessa che questo debba avvenire esclusivamente sotto l’ombrello dell’Unione Europea o delle Nazioni Unite è un limite.

Frutto di una debolezza politica, piuttosto che di potenzialità militare. Il problema si traduce nello spiegare al popolo la necessità di difendere gli interessi nazionali, anche mettendo a rischio delle vite. Scontiamo, in questo caso particolare, un atteggiamento ignorante della nostra posizione geografica e dunque della strategia che dovrebbe derivarne. Nessuno chiede di tornare ai tempi dell’Impero romano, che il Mediterraneo aveva reso fulcro del suo espansionismo. E neanche si pensa possibile tradurre in realtà il sogno precedente all’unificazione del futuro ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini, che sperava di riportare il Mediterraneo alla sua conformazione naturale, quella di “lago italiano”.

Nel corso dei secoli c’è chi ha saputo interpretare meglio di altri lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Prova ne sia la penetrazione cinese nei porti europei, fondamento di un espansionismo che si pensa egemonico nella migliore delle ipotesi, pari a pari con lo strapotere americano nella proiezione più probabile. In questo “gioco”, l’Italia ha rinunciato da tempo a dare sfogo alla sua dimensione naturale, quella di potenza centrale nel Mediterraneo. Si pensi che la Svizzera, incastonata tra i suoi monti e le sue valli, è riuscita a tessere una rete strategica che l’ha resa seconda potenza mondiale dei trasporti marittimi di merci. La Svizzera.

Noi preferiamo crogiolarci nello sguardo a Sud come limite, barriera ideologica e fisica che ci “protegge” dal nemico nero, e per questo brutto e cattivo. Migrante che vuole rubarci il lavoro, magari la moglie, toglierci le pensioni e rapinarci in casa. Perdiamo così l’opportunità di dare ossigeno alla nostra disastrata demografia, vero indice da osservare per comprendere da che parte soffierà il vento futuro, e lasciando vuoti che gli altri, come si è visto, sono ben contenti di colmare. Di mediterraneo, per fortuna, ci è rimasta almeno la dieta. Succulenta consolazione. Ma non ci lamentiamo, se da Mare nostrum ne abbiamo fatto Mare “Lorum”.