October Surprise: Trump positivo al coronavirus

Eccola, la sorpresa d’ottobre, l’evento imprevisto che promette di scompaginare ogni scenario, di ridisegnare ogni convinzione sulla campagna elettorale, addirittura di riscrivere la storia americana. Donald Trump e la First Lady Melania sono risultati positivi al coronavirus. Non è la prima volta che il contagio entra nella Casa Bianca, ma stavolta gli infetti sono i due inquilini che avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni rischio. Così non è stato, anche per manifesta sottovalutazione del problema da parte della coppia presidenziale.

Come sta Trump?Bene“, secondo quanto ha dichiarato il suo medico, Sean P. Conley. Nessuno però è ad oggi in grado di assicurare che il decorso della malattia sarà esente da complicazioni. Trump ha 74 anni, le sue condizioni di salute sono da tempo oggetto di discussione: lui stesso ha sempre rifiutato di rilasciare dettagli medici approfonditi, contribuendo ad alimentare le speculazioni che lo descrivevano malato o incapace di gestire la presidenza. L’unica verità di cui disponiamo al momento è che The Donald è l’uomo più potente della Terra, ma resta un uomo in età avanzata che conduce la sua battaglia contro un virus sconosciuto. Avrà bisogno di fortuna.

Come cambia la campagna elettorale dopo il contagio di Trump

Nessuno con un briciolo di serietà oggi può dire quale sarà l’impatto di questa notizia sulla campagna elettorale. Siamo in un territorio inesplorato: servirà procedere per piccoli passi. In questo senso possiamo già dire che tutti gli appuntamenti sull’agenda del presidente sono stati cancellati. Niente comizi, incontri, la macchina macina-voti dei Repubblicani è costretta a fermarsi. Quanto conta questo ad un mese dalle elezioni? In un contesto normale tantissimo: questi sono i giorni in cui i candidati cercano di massimizzare gli sforzi e mobilitare l’elettorato: Trump non potrà farlo. A rischio a questo punto è anche il secondo dibattito con Biden, quello in programma per il 15 ottobre: visto com’è andato il primo, non dovrebbe essere una grande perdita.

E se Trump si ammalasse?

Venire a patti con la notizia del contagio di Trump significa però spingersi anche oltre. Cosa accadrebbe se Donald fosse costretto a fare i conti con dei sintomi importanti? A fare testo sarebbe il 25esimo emendamento della Costituzione, che nella sezione III recita quanto segue:

Ogni qualvolta il Presidente trasmetterà al Presidente pro tempore del Senato e allo Speaker della Camera dei rappresentanti una sua dichiarazione scritta nel senso che egli non è in grado di esercitare i poteri e adempiere ai doveri della sua carica, e fino a quando egli non invierà loro una dichiarazione scritta in senso contrario, tali poteri e doveri saranno esercitati e assolti dal Vicepresidente in qualità di facente funzioni di Presidente“.

Questa è la cornice storica entro cui muoversi. Come ricorda il New York Times, l’emendamento in questione è stato utilizzato soltanto in tre occasioni: nel 1985, il presidente Ronald Reagan si sottopose a una colonscopia e passò brevemente il potere al vicepresidente George Bush, anche se non citò esplicitamente l’emendamento nel farlo. Il presidente George W. Bush lo invocò invece per due volte, trasferendo temporaneamente i suoi poteri al vice Dick Cheney durante la coloncopia cui si sottopose nel 2002 e nel 2017.

In questo caso, il passaggio di testimone avverrebbe fra Trump e il suo vice, Mike Pence, e in questo senso assume un interesse ancora maggiore il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza che lo vedrà opposto alla democratica Kamala Harris il prossimo 7 ottobre. Nella sciagurata ipotesi che anche quest’ultimo non fosse in grado di servire, il Presidential Succession Act prevede che a subentrare sia la speaker Democratica della Camera, l’antitesi trumpiana, Nancy Pelosi. Quando, mesi fa, i giornalisti chiesero alla Casa Bianca se avessero un piano per questa eventualità, l’addetta stampa Kayleigh McEnany rispose: “Non è nemmeno qualcosa di cui ci stiamo occupando. Stiamo mantenendo il presidente e il vicepresidente in buona salute e continueranno ad esserlo“. C’è da sperare sia così.

Le implicazioni politiche

Ad oggi è impossibile dire come reagirà l’opinione pubblica americana. Fino a pochi giorni fa, davanti a milioni di telespettatori, Trump ironizzava sul rivale Joe Biden e sulla sua “passione” per le mascherine. Ora qualcuno chiama in causa il “karma“, così come avvenne per Boris Johnson. La realtà è che il virus circola e chi non si protegge ha molte più possibilità di venirne colpito. Trump non fa eccezione.

Un presidente che dovesse sperimentare gravi problemi di salute potrebbe però superare perfino il tratto distintivo dell’amministrazione Trump: la divisione. Gli americani sono un popolo che nella difficoltà è in grado di compattarsi, di mettere da parte fazioni e partigianerie. Cosa significherebbe un Donald Trump ricoverato nel giorno del voto? Quanti deciderebbero di mostrare solidarietà al presidente votandolo? E quanti invece vedrebbero nella malattia l’esempio calzante del suo fallimento nella gestione del virus? Risposta: non lo sappiamo, nessuno lo sa.

Non corriamo: dobbiamo seguire i fatti, la cronaca, provare a raccontarla con lucidità. Questo 2020 è così. October surprise, ma che dico, 2020 surprise.


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Il miglior discorso che Donald Trump non ha mai pronunciato

Intendiamoci, Melania Trump non sarà mai Michelle Obama. Ma quante lo sono in questo mondo? Possiamo dare la colpa alla pronuncia, al fatto che l’accento di un’immigrata europea (Melania è slovena) si noti particolarmente in un contesto formale come una convention di partito. Oppure possiamo prendere di mira la sua oratoria scarsamente empatica, quasi robotica. Infine, possiamo dirci che può dire quello che vuole, rifiutare la mano del marito quando scende dall’aereo, ma alla fine resta pur sempre la moglie di Donald Trump. Possiamo pensare qualsiasi cosa, sminuirla, attaccarla, ma così facendo perderemmo l’occasione per apprezzare il miglior discorso che un Trump (Melania) abbia mai pronunciato. E soprattutto quello che un altro Trump (Donald) NON ha mai pronunciato.

Melania ribalta la narrazione della Convention Repubblicana, strumentalmente impostata per descrivere la pandemia come un lontano ricordo. Mentre gli altri esponenti del Trumpismo ne parlano al passato, mentre davanti a lei siedono decine di persone praticamente senza distanziamento, mentre molti degli speaker delle due serate fanno riferimento al “China virus”, Melania si limita a parlare di “Covid-19”. Non nega la realtà, non la plasma a suo piacimento, non guarda alla pandemia come ad un dispetto del destino, allo sgambetto posto sulla strada della rielezione del marito. E mostra compassione per chi ha perso i propri cari, per chi soffre, per chi ha perso il lavoro, per chi pensa di non farcela. Ad un certo punto dice: “Voglio che sappiate che non siete soli“. Difficile da credersi, ma è qualcosa, nell’era Trump.

Non sembra esservi traccia di ironia quando la First Lady dichiara: “Non voglio usare questo tempo prezioso per attaccare l’altra parte perché, come abbiamo visto la settimana scorsa, questo tipo di discorso serve solo a dividere ulteriormente il Paese“. Melania se la prende con i Democratici per gli attacchi rifilati al marito: è legittimo. Così com’è lecito credere che la moglie del biondo di Manhattan si sia persa le prime due serate della Convention Repubblicana, dove il figlio di Trump, Donald Jr., è arrivato a descrivere Joe Biden come il mostro di Loch Ness. Dettagli, peccati veniali, credetemi, soprattutto se paragonati ai messaggi lanciati sulla questione razziale.

Melania pronuncia le parole che milioni di persone avevano sperato di sentire pronunciare dal presidente americano all’indomani dell’uccisione di George Floyd. “Come tutti voi, ho riflettuto sui disordini razziali nel nostro Paese. È una dura realtà che non siamo orgogliosi di alcuni pezzi della nostra storia. Incoraggio le persone a concentrarsi sul nostro futuro, pur imparando dal nostro passato. Dobbiamo ricordare che oggi siamo tutti un’unica comunità composta da molte razze, religioni ed etnie. La nostra storia varia e ricca di storia è ciò che rende forte il nostro Paese, eppure abbiamo ancora molto da imparare l’uno dall’altro“. Ecco, Donald Trump potrebbe imparare dalla moglie come unire il Paese. Obiezione: non sarebbe Trump. Vero, di certo sarebbe stato un presidente migliore di quel che è stato.

Sembra realmente commosso The Donald quando, a fine discorso, si avvicina alla moglie e la bacia, due volte. A differenza dei figli, la moglie descritta come riluttante ha fornito al mondo il lato umano del presidente. Il lavoratore infaticabile, il presidente che guarda agli americani come propri figli, l’uomo che valorizza le donne assegnandogli ruoli di responsabilità. Dev’essere per forza l’amore che parla.

Dallo staff di Melania sostengono che nessuno del team di Trump abbia revisionato il suo discorso, che sia tutta farina del suo sacco. Se è così, alla Casa Bianca farebbero bene a tentare di valorizzare la First Lady. Può essere lei l’arma segreta della sua campagna elettorale, il migliore sponsor del marito, l’altra faccia – migliore, perché opposta – del Trumpismo.

Ci vorrebbe una Melania anche in Italia

 

La prima volta che prese la parola in pubblico, alla convention Repubblicana che incoronò Donald Trump come candidato del Gop alla Casa Bianca, Melania Trump non fece una grande figura. Tutta colpa di quegli stralci di discorso copiati da Michelle Obama, in un plagio che secondo molti dava la cifra di una coppia “unfit” per la guida degli Usa.

Ma a quasi due anni da allora, la percezione di Melania agli occhi dei cittadini americani è radicalmente mutata. Sarà per il fatto che pure in pubblico sottrae la sua mano alla stretta di Donald, sarà perché molti la descrivono infelice e triste, prigioniera in una torre d’avorio dalla quale vorrebbe scappare. Retroscena di un gossip che non c’appassiona, ma in qualità di First Lady ogni parola e gesto di Melania sono atti politici, sono prese di posizione che pesano sulla linea intrapresa dall’uomo più potente del mondo, prima che suo marito.

Così l’affrancamento di Melania sul tema dell’immigrazione, l’espressione di dissenso verso una politica che prevede la separazione forzata dei bambini dai genitori che attraversano il confine, è una notizia non secondaria. Ci sono parole di moderazione e buon senso nella dichiarazione di Melania, secondo cui gli Usa devono essere “un Paese che segue tutte le leggi ma anche un Paese che governi col cuore“.

C’è quel mix di realismo e umanità che oggi manca in molte parti del mondo. La capacità di ricordarsi – come ha chiarito bene anche Papa Francesco – che dall’altra parte della recinzione non ci sono numeri, ma persone. Un concetto che in Italia pare sbiadito dall’avvento di Salvini al Viminale. La linea dura è quella più redditizia per gonfiare i sondaggi. Forse la meno adatta a tutelare delle vite.

Ci vorrebbe una Melania anche in Italia. Chissà se la Isoardi vuol parlare…