Illusioni, orgoglio ed errori: così la seconda ondata ci ha sorpreso

Ricordate le esultanze dopo l’accordo trovato in Europa sul Recovery Fund? Sembrava che l’Italia si fosse appena laureata campione del mondo. Mancavano soltanto i caroselli in strada. Il sottotesto, il non-detto ma chiaramente pensato, era che non si facevano unicamente per il rischio contagio, altrimenti il successo diplomatico di Conte avrebbe potuto giustificare tanta euforia.

Questo blog, insieme a pochi altri, scelse la via della prudenza. A costo di perdere like e lettori, col rischio di passare per sovranisti o leghisti – ma chi legge gli articoli, senza limitarsi ai titoli sa che non è così – mise in guardia dai facili entusiasmi.

Primo: quei soldi non sarebbero stati disponibili subito. Secondo: Conte aveva certamente vinto la sua partita, l’Italia meno, perché lo sblocco dei fondi era vincolato al buon cuore di Rutte e degli altri Frugali. Terzo: la ciclopica somma destinata al Belpaese avrebbe dovuto prima o poi essere spesa. E questo, senza adeguati anticorpi – visto che sempre di virus parliamo – avrebbe scatenato gli appetiti ingordi di lobbisti, politici, cordate poco limpide, mafie, e chi più ne ha più ne metta.

Queste tre condizioni invitavano alla calma e alla circospezione. Si è scelta un’altra strada: quella più semplice, la più sbagliata. Quella di far credere agli italiani che avessero vinto alla Lotteria, che il peggio della pandemia fosse ormai stato archiviato. Si trattava soltanto di svegliarsi ogni mattina, e come prima cosa, dopo aver lavato i denti, controllare la carta di credito. Tanto tranquilli, il bonifico sarebbe arrivato.

Il tempo, però, purtroppo è sempre galantuomo. In questo caso è stato bastardo. La seconda ondata, tanto temuta e annunciata dagli esperti, si è presentata sull’uscio delle nostre case. Prima ha bussato, poi ha iniziato a sfondare le porte. La stragrande maggioranza degli italiani sta facendo tutto ciò che è in suo potere per scacciarla, ma una cospicua minoranza si ostina a vivere come se il mondo là fuori fosse lo stesso di un anno fa, lamenta una dittatura sanitaria e fatica a comprendere che a renderla tale sono proprio i suoi comportamenti scellerati.

Governo e Regioni, messi alle strette dalle ragioni dell’economia, hanno commesso errori in serie, alimentato l’idea che il morbo fosse svanito, sconfitto, evaporato col sole d’agosto. Si è deciso a quel punto di prendersela con i virologi, di attaccare il loro presenzialismo televisivo (per qualcuno onestamente eccessivo), si è arrivati a sostenere che indossare una mascherina all’aperto in tempo di pandemia rappresentasse un’intollerabile limitazione alle libertà personali.

Si è discusso all’infinito sulla necessità di prorogare o meno lo stato d’emergenza, anche in questo caso denunciando una deriva democratica, sempre dimenticando che nessuna cura era stata trovata, alcun vaccino approvato, prodotto, distribuito, somministrato. Si è così festeggiato come barbari la mancanza del numero legale in Aula per approvarlo, quello stato d’emergenza, scambiando una vergognosa figura per una vittoria politica.

Per non parlare dei ritardi e dell’improvvisazione sul fronte sanitario. Non siamo neanche ai livelli dei cugini europei a livelli di contagi, che già ci mettono in guardia: “Molti ospedali sono già al collasso, vedete voi come regolarvi“. E la domanda, scusate, ma sorge spontanea: che avete fatto in questi mesi? E dove sono quelli che criticavano i privati – ripetiamo, privati – che hanno finanziato l’Ospedale in Fiera di Guido Bertolaso? Che fine hanno fatto i centri Covid che avrebbero dovuto sorgere al Centro e al Sud Italia per prevenire le prossime, certe, pandemie?

Abbiamo creduto che un lanciafiamme potesse salvarci, che la risposta stesse nel pugno di ferro ostentato in conferenza stampa, ci siamo perfino illusi che il ritorno alle urne, le polemiche della campagna elettorale, il solito rimpallo di ricostruzioni inconciliabili con la realtà su chi avesse vinto e avesse perso dopo il voto, avesse segnato ufficialmente la riapertura del nostro amatissimo e sgangherato “Teatrino Italia“. Dimenticandoci di rafforzare la medicina sul territorio, senza capire che il sistema dei tamponi non avrebbe retto all’aumento fisiologico dei contagi in autunno, senza investire ogni attimo del nostro tempo per migliorare le strutture sanitarie più degradate, senza assumere medici e infermieri a sufficienza per parare i colpi di questo maledetto virus.

Ad un certo punto, poi, abbiamo perso letteralmente la testa. Non ci bastava esserci riappropriati della possibilità di uscire, di andare al mare, di vedere amici e parenti. Volevamo anche ballarci appassionatamente, gli uni avvinghiati agli altri. Come se non ci fosse un domani: e per molti non c’è stato. Non ci accontentavamo di riappropriarci di una stringata forma di normalità, delle partite di calcio, delle polemiche sul campionato: volevamo riaprire gli stadi, tornare ad accalcarci in massa, ad urlarci contro. Non potevamo continuare a fare la spesa con gli ingressi contingentati come durante il lockdown o una volta per tutta la settimana. Era troppo chiedere di proseguire con un ponderato smart working. Dovevamo riprenderci tutto e subito, senza mezze misure, senza capire che ci stavamo scavando la fossa.

E adesso siamo qui, ad inizio autunno, a dirci che siamo più preparati di prima (e di certo lo siamo), ma nessuno che abbia il coraggio di dire che l’ipotesi di un nuovo lockdown esiste, perché è l’unico metodo certo per abbassare la curva. E che passeranno mesi prima che possiamo vaccinarci, e che se davvero non cambiamo modo di pensare e comportarci, se non torniamo allo spirito di marzo, vedremo il Paese franarci sotto i piedi. Senza allarmismi, con onestà, maturità. Quella che servirebbe a mettere da parte ideologia e orgoglio e attivare subito il Mes, prenderci 37 miliardi di euro per intervenire subito sulla sanità in toto. Prima che sia tardi, se non lo è già. Ora o Mes più.


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Zingaretti e il Pd hanno vinto. Non vuol dire che abbiano ragione su tutto (tipo i 5 Stelle)

In questi giorni abbiamo avuto la conferma di vivere in un Paese speciale. Si è votato per Referedum, Regionali, Comunali, elezioni suppletive del Senato. I risultati sono stati spesso contrastanti: qualcuno ha vinto il Referendum ed è crollato alle amministrative; altri hanno perso a livello locale, ma meno del previsto, quindi sembra abbiano fatto cappotto. Eppure non c’è ancora un leader di partito che sia andato davanti alle telecamere per dire: “Ci dispiace, le cose non sono andate come volevamo: siamo delusi dall’andamento di questo voto”.

Capriole politiche all’italiana degne di nota, ma mai quanto quelle del giornalista medio. Lo sport preferito è lo stesso da sempre: salire sul carro del vincitore, confidare nella memoria corta del lettore e chiarire che ovviamente il risultato era stato da lui ampiamente previsto. Tanto figurati chi ha la pazienza di andare a verificare quello che hai scritto due giorni fa…

Questo blog sente invece il bisogno impellente di far notare che non basta aver vinto in Puglia e Toscana per cambiare magicamente opinione sul Partito Democratico. Né sulla sua leadership. Nicola Zingaretti appare dall’esterno una brava persona: e questo non è poco.

Ma da 48 ore a questa parte la stampa italiana ne sta descrivendo le gesta di nuovo Obama, fondamentale punto di riferimento negli anni a venire della sinistra mondiale e raffinato stratega.

La realtà è un’altra, ma viene spesso dimenticata o volutamente taciuta. Dalla nascita del governo Conte-bis chi si aspettava che fosse finalmente giunto il momento di “romanizzare i barbari” ha dovuto ricredersi. La tendenza è inversa: i romani si stanno imbarbarendo.

Le dichiarazioni in cui Zingaretti invoca da mesi “una svolta”, “un cambio di passo”, “un’accelerazione” hanno intasato le agenzie e la homepage del suo profilo Facebook. Il problema è che nei fatti non si è visto niente di quanto auspicato dal segretario dem.

Con il concreto rischio di una seconda ondata alle porte, dimentichi della lezione della prima, ancora indugiamo sul prendere i soldi del Mes che servirebbero a migliorare il nostro sistema sanitario (in alcuni casi a salvarlo). Perché? Perché M5s, un movimento dichiaratamente post-ideologico, fa del ricorso al Mes una questione di natura ideologica. Fantastico.

Per non parlare dei decreti sicurezza di Matteo Salvini che, nonostante i proclami, sono in vigore da mesi. Ogni giorno c’è la dichiarazione di un esponente Pd che lascia intendere che il prossimo mese sarà quello buono per metterci mano e sospenderli. Anche in questo caso abbiamo perso il conto e siamo in trepidante attesa di capire se il “prossimo mese” avrà prima poi il nome di un mese del calendario.

Questi sono i fatti. Scolpiti nella pietra, nonostante il tentativo di qualcuno di cancellarli dopo il voto. La sindrome di Stoccolma nei confronti dei 5 Stelle resta, la subalternità del Pd è evidente, il suo attendismo snervante.

Si aspetta il Recovery Fund come una manna dal cielo o la tredicesima a Natale: come se una pioggia di soldi potesse d’un tratto eliminare i nostri difetti atavici, restituirci al mondo come nuovi. E’ un’illusione. Come quella che descrive un Pd quasi perfetto. Perché questo Paese è così: nel calcio qualcuno diceva che “vincere è l’unica cosa che conta”. Nel calcio, appunto.


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Conte ha vinto, l’Italia meno

Spero mi perdonerete se non mi unisco al coro di giubilo per il risultato ottenuto dal presidente Conte al Consiglio Europeo. E d’altra parte invoco clemenza da parte di chi spererebbe di trovare su questo blog un’analisi che sia in linea, che so, con i commenti disfattisti e strumentali di Salvini, Libero, La Verità eccetera eccetera. Molto semplice pubblicare un articolo pochi minuti dopo la notizia dell’accordo senza conoscerne il contenuto, prendere posizione in maniera netta, prevenuta, scegliere chi ha vinto e chi ha perso in base alle proprie simpatie. Meno popolare e per niente redditizio tentare di analizzare umilmente un’intesa che, come per ogni compromesso, presenta pro e contro.

Molto in sintesi, perché a quest’ora avrete letto un po’ dappertutto i termini dell’accordo, credo che il vincitore “politico” di questo passaggio sia Giuseppe Conte. Dopo cinque giorni di lotta serrata al Consiglio Europeo, in cui il tavolo è stato molto vicino a saltare, il Presidente del Consiglio ha portato a casa un ottimo risultato, soprattutto in quanto a risorse ottenute. Anche a livello comunicativo la sua immagine ne esce rafforzata, quasi legittimata dal fatto di aver rappresentato gli interessi dell’Italia all’interno di un agone rivelatosi così complicato come quello europeo.

Dico che è Conte ad aver vinto perché sono meno sicuro che lo abbia fatto l’Italia.

Sapevamo che questi soldi non sarebbero arrivati subito. E sapevamo che sarebbero stati subordinati alla presentazione di un Piano Nazionale di Riforme. Tutto non solo lecito, anche legittimo e quasi auspicabile, vista la propensione tutta italiana a sperperare fondi in programmi assistenzialisti e senza visione. Ci sono però delle novità che non ci sono particolarmente favorevoli e corre l’obbligo di segnalare: la più pesante è a mio avviso quella del cosiddetto freno d’emergenza.

Ne avevo scritto qualche giorno fa: quella era la trincea da difendere con i denti da parte del Presidente del Consiglio. Evitare, di fatto, che un solo Paese potesse bloccare l’erogazione dei fondi sulla base delle proprie valutazioni. Rispetto alle richieste iniziali dell’olandese Rutte, che chiedeva un diritto di veto bello e buono, questo freno è molto più sfumato, visto che a decidere se sottoporre o meno al vaglio degli altri capi di Stato e di governo la questione sarà sempre la Commissione. Ma tra le mani dei Frugali resta un’arma importante: la possibilità non soltanto di rallentare il processo di erogazione dei fondi (quando la rapidità di risposta sarà fondamentale per arginare la crisi), ma addirittura di impedirne la spesa all’Italia e agli altri Paesi del Sud qualora riuscisse a portare sulle sue posizioni la maggioranza dei leader europei.

Anche sulla presunta vittoria del progetto europeo ho qualcosa da dire. In pochi oggi sottolineano un aspetto cruciale: è stato possibile aumentare la dotazione dei singoli Stati perché si è deciso di tagliare, ma forse sarebbe più giusto dire falcidiare, il Bilancio comune. Tradotto: più soldi alle singole nazioni, meno all’Europa come entità politica. Paradossalmente, Salvini oggi dovrebbe essere il più contento di tutti, perché viene sancita la prevalenza dello Stato sulla Commissione Europea. Ma ovviamente non può dirlo, il costo politico di una dichiarazione del genere sarebbe troppo grande.

Ultime questioni: vogliamo prendere coraggio e dirci una volta per tutte che un sistema di governance in cui Paesi che rappresentano solo il 10% della popolazione europea tengono ostaggio il restante 90% non funziona? E dopo essercelo detto vogliamo prendere iniziative concrete per cambiarlo?

Infine, ma non meno importante: come si evince dal fatto che il Recovery Fund sia legato alla presentazione di un Piano di Riforme che necessita di approvazione, i soldi che avremo dall’Europa sono sottoposti a delle condizioni che dovremo rispettare. Non sono regali, com’è giusto che sia: sono soldi per fare cose che sulla carta dovrebbero aiutarci. Appurato questo fatto, perché non ci decidiamo una buona volta ad attivare il Mes? Lì esiste una sola condizione: che li spendiamo in sanità. Non c’è Rutte che tenga e sono soldi disponibili subito. Non tra qualche mese o un anno: subito. Cosa aspettiamo?

La partita di Giuseppe Conte: come capiremo se l’Italia ha perso

Fosse davvero Italia-Olanda, potremmo sempre sperare da un momento all’altro nel rigore (contro i rigoristi) del genio Francesco Totti. Nessuno però a Bruxelles pronuncerà la fatidica frase “Mo je faccio er cucchiaio“. Ma nella partita di Giuseppe Conte, c’è un confine labile che determinerà chiaramente la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Sua, ma soprattutto dell’Italia.

Molto più della quantità di emolumenti riservati al Belpaese nell’ambito del Recovery Fund – che verrà approvato, prima o poi, perché così ha deciso la Germania nel pieno della pandemia – a fare la differenza sarà il meccanismo con cui sussidi e prestiti saranno erogati. Le richieste di sforbiciate nell’ordine delle centinaia di miliardi da parte dei Paesi frugali costituiscono un metodo di trattativa ben noto: la tattica consiste nell’alzare l’asticella delle pretese per giungere ad un compromesso accettabile (dal loro punto di vista). Tale impianto si scontra però con le necessità di cassa dei Paesi mediterranei e per questo non potrà passare. Più facile che salti l’intero tavolo, piuttosto.

La linea rossa che Conte non può tollerare, però, è che venga consentito al Consiglio Europeo di controllare come i soldi del Recovery Fund verranno spesi dall’Italia. Questa non sarebbe una troika, ma le assomiglierebbe molto. Darebbe carburante alla retorica sovranista di un’Europa matrigna e intenta a commissariare l’Italia. Il premier non può accettare un simile compromesso al ribasso. Non solo, come ha evidenziato lui stesso, perché l’ipotesi di un “freno d’emergenza” – di fatto un diritto di veto – non è compresa dai Trattati (del resto come ha fatto notare l’olandese Rutte in una situazione eccezionale come questa bisogna “essere creativi”), ma perché questo significherebbe mettere nero su bianco il non detto che tutti sanno da Bruxelles a Roma: l’inaffidabilità dell’Italia. Se è vero che siamo i primi a conoscere i nostri difetti, altra cosa è far sì che questi diventino terreno di negoziazione.

Certo, al di là dell’apprezzabile piglio del premier, si può dire senza temere di passare per i Salvini di turno – ovvero quelli che tifano per il fallimento del proprio Paese per proprio tornaconto – che il nostro governo ha fatto ben poco per presentarsi con le carte in regola all’appuntamento decisivo. Il Piano Nazionale delle Riforme scritto sull’acqua e senza alcuna condivisione con le opposizioni (chi assicura agli altri Stati membri che ciò che dice Conte a nome dell’Italia resti valido anche in caso di cambio di governo?) è un esempio lampante dell’improvvisazione italiana. Ma ancora più grave è l’errore tattico che Conte non ha avuto la forza politica di evitare: la mancata attivazione del Mes.

Abbiamo chiesto il Recovery Fund lamentando la situazione emergenziale della nostra economia. Abbiamo chiesto di fare in fretta perché tempo non ne abbiamo. E dall’altra parte è sorto spontaneo un quesito: perché se avete tutta questa fretta non usate il Mes? Domanda legittima, che giustifica il sospetto straniero che a Roma vogliano soldi per usarli in mance elettorali e simili. Per quanto antipatica e strumentale, la posizione dell’olandese Rutte si poggia sulle nostre contraddizioni. Alla fine rischiamo di finire con meno soldi dal Recovery Fund e con un’attivazione del Mes che rischia di essere interpretata dai mercati come la mossa della disperazione di un Paese con l’acqua alla gola.

Speriamo che Conte venga illuminato nel percorso che lo separa dalla metà campo al dischetto del rigore. Non gli chiediamo un cucchiaio, va bene anche sbucciare la palla: purché gonfi la rete.

Zingaretti apre la partita del Mes, Conte deve chiuderla

Nei giorni scorsi ho scritto su ilsussidiario.net che l’Italia ha 40 miliardi di motivi per attivare il Mes. Oggi il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ne ha elencati almeno 10 tutti riconducibili alla Sanità e alla Ricerca.

Sono abbastanza per rappresentare chiaramente quanto quei soldi ci servano, per giustificare lo sconcerto che in Europa nutrono nel vedere come tardiamo a prendere una decisione che sarebbe ovvia e solo con questa classe politica non lo è.

L’intervento di Zingaretti segue di pochi giorni quello in cui il segretario del Pd ha invitato il governo ad accelerare sui tanti dossier sul tavolo da mesi: da Autostrade ad Alitalia, da Ilva fino appunto al Mes.

Come bisogna interpretare, allora, la nuova mossa di Zingaretti? Ci sono due letture: una di natura difensiva e una offensiva.

La prima è la risposta indiretta del segretario dem a chi – Giorgio Gori in primis – ha chiesto la sua testa per rilanciare l’azione del partito e del governo. Il sindaco di Bergamo, con tempismo dubbio ma indiscutibile realismo, aveva elencato l’inconsistenza dell’azione dell’esecutivo e lo spaesamento di un Pd che in nome dell’alleanza col M5s ha smarrito la propria identità.

D’altronde è proprio questo l’atto più caratterizzante della segreteria Zingaretti: l’accordo con il MoVimento per disinnescare la crisi aperta da Salvini e, con l’appoggio di Renzi, la nascita del governo Conte II.

Proprio in questo contesto si può intravedere l’altro aspetto dell’intervento di Zingaretti. Non solo difesa dalle critiche interne ma anche contrattacco nei confronti del governo. Il segretario del Pd ha investito gran parte del proprio patrimonio politico nell’intesa con i 5 Stelle. Si può essere d’accordo o meno (io non lo sono), ma è il legittimo tentativo di creare una “nuova sinistra” da opporre alla destra di Salvini e Meloni.

Questa idea negli ultimi giorni è stata “picconata” da diversi avvenimenti avversi: l’ennesimo ritorno di Di Battista a creare sconquasso nel M5s, le resistenze del MoVimento 5 Stelle a rendere “strutturale” l’alleanza col Pd nelle Regioni, infine lo stallo generale che caratterizza il governo, incapace di passare dall’emergenza alla ricostruzione del Paese.

Zingaretti, che non sarà un fulmine di guerra ma non è nato ieri, ha compreso che il tempo stringe. Per lui, per il Pd e per l’Italia. Per questo ha deciso di alzare il livello del pressing con un’intervento sul Corriere della Sera, il principale quotidiano del Paese. Lo ha fatto col chiaro intento di sortire una risposta da parte del premier Conte. Proprio al Presidente del Consiglio, indiziato di ambire alla leadership del MoVimento 5 Stelle, tocca dimostrare di avere la capacità di prendersela nel momento più delicato della vita politica del Paese.

Senza il MoVimento 5 Stelle, pur aggiungendo al conto i voti di Forza Italia, in Parlamento mancano i numeri per dire sì al Mes. Zingaretti ha fatto la mossa giusta da segretario Pd: dopo aver prestato il fianco per mesi alle battaglie grilline (pensiamo solamente agli sfaceli accettati sulla giustizia) ora chiede qualcosa in cambio ai 5 Stelle.

A darglielo dev’essere Conte. Se non sarà in grado di farlo, cadranno lui, Zingaretti, il governo e la “nuova sinistra”.