Analisi del discorso che Trump avrebbe dovuto pronunciare due mesi fa

Donald Trump ha parlato. Infine. Lo ha fatto perché ha capito di essere all’ultima spiaggia. Perché restare alla Casa Bianca da qui ai prossimi 12 giorni senza essere rimosso è l’obiettivo minimo che si è dato. Perché essere cacciato anzitempo dallo Studio Ovale rappresenterebbe un’umiliazione anche per lui che ha sempre interpretato le iniziative dei Democratici come delle medaglie da appuntarsi sul petto.

Da qui la scelta di intervenire con un video su Twitter – l’unico social che non gli è stato ancora bloccato – con parole che suonano come il massimo che il personaggio può offrire. Non vi aspettate lo stile di John McCain nella concessione della vittoria a Barack Obama, non lo troverete. Può sembrare una sfumatura, ma anche stavolta Trump non ha detto di essere stato sconfitto: è evidentemente più forte di lui.

Ecco il discorso integrale di Trump, con brevi intermezzi di commento. Per capire ciò che il presidente americano ha voluto dire (e non dire). Buona lettura.

*****

Vorrei iniziare affrontando l’atroce attacco al Campidoglio degli Stati Uniti. Come tutti gli americani sono indignato dalla violenza, dall’illegalità e dal caos. Ho immediatamente dispiegato la Guardia Nazionale e le forze dell’ordine federali per mettere in sicurezza l’edificio ed espellere gli intrusi. L’America è e deve sempre essere una nazione di legge e ordine“.

Primo passaggio, prima bugia. Ad ordinare l’intervento della Guardia Nazionale è stato il vicepresidente Pence. Da notare il riferimento alla nazione di legge e ordine, “law and order” nella dizione americana, uno degli slogan più amati ed utilizzati da Trump.

Ai manifestanti che si sono infiltrati in Campidoglio: avete profanato la sede della democrazia americana. A coloro che sono coinvolti in atti di violenza e distruzione: voi non rappresentate il nostro Paese. E a chi ha infranto la legge: pagherete.

Abbiamo appena vissuto un’elezione intensa e le emozioni sono alte. Ma ora bisogna raffreddare gli animi e ripristinare la calma. Dobbiamo andare avanti con l’interesse dell’America.

Questa è forse la frase di maggiore impatto politico: “Dobbiamo andare avanti”, dice Trump, lasciando intendere che la stagione delle recriminazioni sia da considerarsi conclusa. Sarà realmente così? Non credo.

La mia campagna elettorale ha perseguito con vigore tutte le vie legali per contestare i risultati delle elezioni, il mio unico obiettivo era quello di garantire l’integrità del voto. Facendo questo, mi sono battuto per difendere la democrazia americana. Continuo a credere fermamente che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare l’identità e l’idoneità di tutti gli elettori e per assicurare fede e fiducia in tutte le elezioni future.“.

Trump gioca di fioretto, sostiene che la sua azione si è mossa esclusivamente all’interno dei confini stabiliti dalla legge, prendendo così nuovamente le distanze dai riottosi. Si fa poi paladino della democrazia americana, senza rinunciare a sostenere che il sistema elettorale americano sia da rivedere. Onestamente, può avere le sue ragioni: ma perché nel 2016, quando ha vinto, questo sistema andava bene?

Ora, il Congresso ha certificato i risultati. Una nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio. Il mio obiettivo ora è quello di assicurare una transizione di potere fluida, ordinata e senza intoppi. Questo momento richiede guarigione e riconciliazione“.

Per la prima volta dalla fine delle elezioni Donald Trump ammette che non ci sarà un suo secondo mandato. Notate bene: non c’è nessuna apertura di credito a Joe Biden, che non viene neanche nominato. Trump si limita a fare esercizio da notaio, osservando che dal 20 gennaio non toccherà più a lui.

Il 2020 è stato un periodo difficile per il nostro popolo, una minacciosa pandemia ha sconvolto la vita dei nostri cittadini, isolato milioni di persone nelle loro case, danneggiato la nostra economia e ucciso innumerevoli persone. Sconfiggere questa pandemia e ricostruire la più grande economia della terra richiederà la collaborazione di tutti noi. Richiederà una rinnovata enfasi sui valori civici del patriottismo, della fede, della carità, della comunità e della famiglia. Dobbiamo rivitalizzare i sacri legami di amore e di lealtà che ci legano come un’unica famiglia nazionale“.

Due cose: primo, Trump della gestione della pandemia si è praticamente disinteressato per mesi; secondo, Trump che invoca collaborazione è un momento più o meno storico. Anche qui c’è il tentativo di mostrarsi come un presidente che può rimanere benissimo in carica fino alla fine del mandato. Mi spingo ad azzardare un’ipotesi che al momento sembra impensabile, ma conoscendo il personaggio non mi sento di escludere del tutto. Ve la dico: e se Trump alla fine decidesse di presenziare il 20 gennaio all’Inauguration Day di Trump?

Ai cittadini del nostro Paese, servire come vostro presidente è stato l’onore della mia vita. E a tutti i miei meravigliosi sostenitori. So che siete delusi, ma voglio anche che sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio. Grazie, Dio vi benedica, e Dio benedica l’America“.

La chiosa, “il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio”, è la conferma di quanto scritto ieri: Trump resterà in politica, in un modo o nell’altro.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Harris vs Pence: zitto e mosca

Kamala Harris e Mike Pence hanno avuto un dibattito. E questa è una notizia. Nessuna rissa verbale, nessuna offesa personale, al bando gli insulti in diretta tv. I due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti hanno dato una dimostrazione dignitosa, restituito all’America il gusto dello scambio di opinioni all’insegna del rispetto reciproco: quanto Donald Trump e Joe Biden non sono stati in grado di fare nel loro primo dibattito.

Verrebbe quasi da domandarsi: perché non loro? Cos’è mancato a Kamala Harris per vincere la nomination democratica? Cosa a Mike Pence per emergere tra i Repubblicani come un’opzione più credibile di Donald? Non sono quesiti all’ordine del giorno, ma è probabile che lo siano al più tardi fra quattro anni, quando una ripetizione del dibattito odierno potrebbe valere non più per il posto da “numero due”, ma per lo Studio Ovale.

Storicamente, i duelli tra vice non spostano una grande mole di voti: secondo i sondaggisti difficilmente si va oltre il punto percentuale. Ma il confronto fra Harris e Pence assume una connotazione diversa, che va oltre i numeri del consenso: fornisce all’elettore medio un’immagine chiara sulle due proposte politiche in campo. Antitetiche, inconciliabili ma, paradossalmente, entrambe profondamente americane.

L’elefante nella stanza è ovviamente l’operato di Donald Trump. Kamala Harris non si crogiola nel vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Biden per giocare di rimessa: la miglior difesa è l’attacco. In questo il suo passato da procuratrice l’aiuta parecchio: quando vuole è incalzante, potente. E poi possiede il carisma che serve ad imporsi. Come quando Pence tenta di sovrastarla ed interromperla, e la democratica oppone un perentorio: “I’m speaking“, sto parlando.

Basta questo per zittire il pacato – non moderato, attenzione – ex governatore dell’Indiana, per ricordargli il rispetto delle regole concordate dalle rispettive campagne. E per consentire allo stesso Repubblicano di smarcarsi dall’atteggiamento irritante e infantile tenuto dal suo presidente per tutta la durata del dibattito con Biden. Ne guadagnano tutti: la godibilità del confronto in primis, l’immagine di Harris certo, ma anche Pence che, comunque vada, se davvero un giorno vorrà dare l’assalto alla Casa Bianca, avrà bisogno di aggiungere qualcosa di proprio alla definizione di “ex vice di Donald Trump“.

Il fatto che la frase più memorabile del dibattito sia questo semplice “sto parlando“, la dice lunga sulla capacità del duello di spostare voti: di fatto azzerata. Saranno in pochi a credere alla narrazione che Pence ha dato del ticket Biden-Harris, descritto come un’accoppiata di estrema sinistra, succube dell’ala di partito che fa capo a Bernie Sanders, costretta ad assecondare le sue istanze ambientaliste per sacrificare i lavoratori americani, in particolare quelli del Midwest. A disinnescare ogni retorica strumentale, più delle argomentazioni di Harris, sono i 47 anni di carriera politica di Biden: gli americani lo conoscono, impossibile descriverlo come un estremista.

Così com’è difficile ipotizzare che Harris convinca qualcuno che già oggi non voti per Biden sottolineando la mancata condanna dei movimenti suprematisti bianchi da parte di Trump. Per una semplice ragione: quattro anni sono stati abbastanza per conoscere il Presidente, su temi del genere gli americani, in un senso o nell’altro, hanno già fatto la loro scelta di campo.

Né deve meravigliare più di tanto il fatto che Pence abbia eluso, da navigato debater“, le domande più imbarazzanti. La moderatrice Susan Page, giornalista di Usa Today, ha sfornato ottimi quesiti: peccato si sia poi dimenticata di incalzare i candidati a rispondervi. Forse una maggiore insistenza avrebbe impedito a Mike Pence, ad esempio, di girare a vuoto su una delle questioni che più terrorizzano i democratici: l’ipotesi che Trump, sconfitto nelle urne, possa rifiutarsi di accettare l’esito del voto senza favorire un trasferimento di poteri pacifico.

Cosa resterà dunque, fra molti anni, di questo dibattito tra Kamala Harris e Mike Pence? Probabilmente una terza incomoda. La mosca che per 2 minuti e 3 secondi pressoché eterni ha esplorato la lucente chioma del vicepresidente americano, distraendo milioni di telespettatori alla visione, pronti a domandarsi se nel volo dell’insetto, nel suo indugiare proprio sul Repubblicano e non su Harris, vi fosse per caso una sorta di silenzioso messaggio in codice da decifrare o al più l’indizio di chissà quale complotto da svelare.

Per dire di come, in fondo, nessuno dei due contendenti abbia trovato il colpo del ko, il gancio che manda al tappeto il rivale. Clamorosa buona notizia, a pochi giorni dal voto, per chi può accontentarsi di gestire il vantaggio: in questo caso Joe Biden.

Clicca qui per gli highlights del dibattito.

Qui invece se vuoi fare una donazione al blog!

Trump e il virus: manuale di campagna elettorale per candidati infetti

Donald Trump sta meglio e nella più rosea delle ipotesi potrebbe essere dimesso addirittura oggi. Lo ha detto il suo medico, Sean P. Conley, un dottore che nelle ultime ore non ha certo brillato per onestà e chiarezza, ma ci sono buone ragioni per pensare che in questo caso le informazioni rilasciate dall’osteopata della Casa Bianca siano attendibili.

I problemi di salute di Trump sono stati in parte nascosti, in parte minimizzati. C’è chi si sconvolge per la mancanza di trasparenza sulle condizioni dell’uomo più potente della Terra, la verità è che essere il “comandante in capo” degli Stati Uniti comporta delle conseguenze. Prima di fare sprofondare nel panico una nazione ci si pensa due volte, almeno.

Quando Trump è arrivato al Walter Reed Medical Center non era ancora “out of the woods”, fuori dal bosco, come dicono gli americani per dichiarare una persona “fuori pericolo“. Queste sono le ore decisive per considerare The Donald se non guarito quanto meno sulla strada per esserlo. Si tratta di una buona notizia: anche per chi non ama le sue politiche (come chi scrive), anche per quella parte d’America e di mondo che ha esultato alla notizia del contagio invocando il karma.

Trump e la campagna elettorale da infetto

Qualcuno, subito dopo la notizia del contagio di Trump, ha invocato la sospensione della campagna elettorale da parte dei Democratici. Si tratta di “fair play“, dicevano. Non si vede perché Biden – che già aveva fatto ritirare tutti gli spot negativi sul presidente – avrebbe dovuto scegliere di penalizzare se stesso quando i Repubblicani nel frattempo non solo sguinzagliavano il vice Mike Pence e la figlia di Donald, Ivanka, ai quattro angoli d’America, ma soprattutto utilizzavano la degenza in ospedale di Trump come formidabile occasione per fare campagna elettorale.

Sabato Trump aveva pubblicato su Twitter un video di 4 minuti, un messaggio rivolto in particolare agli avversari interni e ai nemici esterni dell’America. Ieri il salto di qualità: Trump, scravattato come sempre, pubblica su Twitter un video di un minuto in cui ringrazia i suoi sostenitori. Ce ne sono a migliaia all’esterno dell’ospedale, pronti a fare il tifo per lui. Ma osservate bene il suo volto: non è più tirato come quello in cui annunciava il suo ricovero, ha anche riacquistato parte del suo proverbiale colorito arancione. E le braccia, le mani: le movenze sono quelle di sempre, se possibile più accentuate. Trump vuole comunicare forza, benessere, ottimismo: sorride, è disteso, spiega che “ho imparato molto sul Covid, questa è la vera scuola, non è la scuola del ‘leggiamo i libri’“.

Trump fa Trump, porta scompiglio, improvvisazione, spettacolo.

Il colpo di teatro lo porta all’esterno dell’ospedale: sale su “the beast“, la bestia, la macchina presidenziale super-blindata che si incammina su una strada transennata, sui cui marciapiedi sventolano bandiere americane e ali di folla urlano “four more years“, altri 4 anni. Trump, da dietro il finestrino, indossa la mascherina (e menomale!) e alza il pollice: come dire, “sto bene“. E sono qui tra voi. Con voi.

Non sappiamo come andranno le elezioni, e questo blog continua a credere che Joe Biden sarebbe un presidente migliore per gli americani e per i cittadini di tutto il mondo. Ma a Donald quel che è di Donald. La malattia avrebbe segnato il capolinea della campagna di qualsiasi candidato, a maggior ragione quella di un presidente che ha sottovalutato una pandemia, con oltre 200mila americani morti, di un uomo che ha rifiutato ogni forma di precauzione (sbagliando clamorosamente) e che ha finito per ammalarsi a sua volta. Ma le regole tradizionali del buon senso e della politica, applicate a Trump, non valgono. È la lezione del 2016, forse anche quella del 2020.

Il film della corsa alla Casa Bianca vive un nuovo capitolo, un altro colpo di scena che evita di rendere il finale scontato. Per chi ama l’America e la politica è davvero difficile chiedere di più.


Vuoi tenere aperto questo blog? Fai una donazione!

Il messaggio di Trump ai “raggi X”

Come sta il Presidente? Questa è la domanda da un milione di dollari a cui l’America e il mondo stanno tentando vanamente di rispondere in queste ore. La soluzione del quesito è custodita gelosamente dall’equipe medica del Walter Reed Medical Center, l’ospedale dei presidenti, oltre che dagli stretti collaboratori di Donald Trump. Uno, il capo dello staff Mark Meadows, dopo la conferenza stampa dei camici bianchi all’esterno dell’ospedale militare, ha incredibilmente comunicato ai giornalisti presenti – sotto richiesta di anonimato – che “non siamo ancora sulla buona strada per un recupero completo” e che le prossime 48 ore “saranno critiche“.

The Donald si è infuriato, com’è giusto che sia. Al di là della legittima richiesta di trasparenza da parte dell’opinione pubblica a stelle e strisce, Trump ha tutto l’interesse a tenere il più possibile riservate le notizie sulle sue condizioni di salute, almeno fino a quando – si spera – queste non miglioreranno.

Eppure è francamente impossibile mantenere a lungo il riserbo sulla malattia dell’uomo più potente della Terra. Non senza alimentare voci e speculazioni su uno stato di salute in rapido deterioramento. Trump così ha deciso di giocarsi il jolly, la mossa a sorpresa: un videomessaggio di 4 minuti e 2 secondi in cui ha parlato alla nazione per rassicurarla sul fatto che “ora sto molto meglio“, rispetto al giorno del ricovero in ospedale. Il biondo di Manhattan si presenta più pallido del solito, non ha il classico, esagerato, colorito arancione che nel dibattito di pochi giorni fa ha avuto il merito di far apparire Joe Biden fragile e malaticcio. Adesso il malato è lui, il Presidente, e l’ostinazione con cui i medici continuano ad evadere le domande sul fatto che Trump abbia mai avuto bisogno di sottoporsi ad una terapia di ossigeno ci dice che con ogni probabilità l’inquilino della Casa Bianca ha vissuto momenti complicati.

In uno scenario del genere, con una cartella clinica non immacolata, ragionamenti sulla “catena di comando” in caso di morte del presidente sono forse indelicati, ma di certo non inopportuni. Il vicepresidente Mike Pence è risultato negativo al tampone (per ora) ed è stato ovviamente allertato: nel caso anche lui fosse impossibilitato a prendere le redini della superpotenza si passerebbe alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, la rivale democratica per eccellenza. Il quarto in linea sarebbe il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Sono discorsi che sembrano fuori luogo, esercizi di fantascienza, ma rappresentano l’attualità più impellente, in chiave interna ed esterna.

Quando Trump in giacca e camicia bianca – senza cravatta d’ordinanza – dice che “io non potevo limitarmi a stare chiuso in una stanza e aspettare che succedesse quello che doveva succedere. Un leader deve affrontare i problemi. Dovevo fare qualcosa e questo è quello che andava fatto“, sta facendo chiaramente campagna elettorale. Giustifica il suo atteggiamento “rischioso” nei confronti del virus, prova a dare l’immagine del Presidente che non si è sottratto ai suoi doveri per il bene della nazione: è un messaggio che in una fetta di elettorato può fare breccia, ma è anche l’unico che può usare per motivare la sua condotta irresponsabile. La malattia, dunque, come arma di contrattacco verso il prudente – se non addirittura pauroso, nell’immaginario trumpiano – Joe Biden.

Ma The Donald parla anche ai nemici esterni, gli avversari che guardano al (semi)vuoto di potere come ad un’occasione da non perdere. Al di là degli auguri di pronta guarigione recapitati da Xi Jinping e Putin, Cina e Russia, con l’aggiunta dell’eterno nemico iraniano, sono gli osservati speciali dai vertici militari in queste ore. L’ipotesi che uno di questi soggetti, se non tutti, trovino coraggio di muovere le proprie pedine mentre il presidente è in difficoltà esiste. Al Pentagono lo sanno, alla Casa Bianca pure. Per questo Trump nel suo video ricorda a sé stesso ma soprattutto a chi è all’ascolto che “questa è l’America, questa è la nazione più grande e potente del mondo”. Si tratta di un concetto che trascende la presidenza attuale e quella dopo. E quella dopo ancora.

Mentre Trump combatte per la vita, un militare segue come un’ombra il vicepresidente Pence, il Segretario della Difesa Mark Esper e il suo vice David L. Norquist. Tra le mani tengono la cosiddetta “nuclear football“, la valigetta contenente i codici nucleari, pronti ad autorizzarne l’uso. Questa è l’assicurazione più grande che gli Usa danno a loro stessi, al loro primato sul globo, ma in tempi straordinari tutto è possibile. Che un presidente rischi la vita nel pieno del suo mandato, che nemici pensino di poterne approfittare. Che l’America sia preoccupata, pensando al futuro.

October Surprise: Trump positivo al coronavirus

Eccola, la sorpresa d’ottobre, l’evento imprevisto che promette di scompaginare ogni scenario, di ridisegnare ogni convinzione sulla campagna elettorale, addirittura di riscrivere la storia americana. Donald Trump e la First Lady Melania sono risultati positivi al coronavirus. Non è la prima volta che il contagio entra nella Casa Bianca, ma stavolta gli infetti sono i due inquilini che avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni rischio. Così non è stato, anche per manifesta sottovalutazione del problema da parte della coppia presidenziale.

Come sta Trump?Bene“, secondo quanto ha dichiarato il suo medico, Sean P. Conley. Nessuno però è ad oggi in grado di assicurare che il decorso della malattia sarà esente da complicazioni. Trump ha 74 anni, le sue condizioni di salute sono da tempo oggetto di discussione: lui stesso ha sempre rifiutato di rilasciare dettagli medici approfonditi, contribuendo ad alimentare le speculazioni che lo descrivevano malato o incapace di gestire la presidenza. L’unica verità di cui disponiamo al momento è che The Donald è l’uomo più potente della Terra, ma resta un uomo in età avanzata che conduce la sua battaglia contro un virus sconosciuto. Avrà bisogno di fortuna.

Come cambia la campagna elettorale dopo il contagio di Trump

Nessuno con un briciolo di serietà oggi può dire quale sarà l’impatto di questa notizia sulla campagna elettorale. Siamo in un territorio inesplorato: servirà procedere per piccoli passi. In questo senso possiamo già dire che tutti gli appuntamenti sull’agenda del presidente sono stati cancellati. Niente comizi, incontri, la macchina macina-voti dei Repubblicani è costretta a fermarsi. Quanto conta questo ad un mese dalle elezioni? In un contesto normale tantissimo: questi sono i giorni in cui i candidati cercano di massimizzare gli sforzi e mobilitare l’elettorato: Trump non potrà farlo. A rischio a questo punto è anche il secondo dibattito con Biden, quello in programma per il 15 ottobre: visto com’è andato il primo, non dovrebbe essere una grande perdita.

E se Trump si ammalasse?

Venire a patti con la notizia del contagio di Trump significa però spingersi anche oltre. Cosa accadrebbe se Donald fosse costretto a fare i conti con dei sintomi importanti? A fare testo sarebbe il 25esimo emendamento della Costituzione, che nella sezione III recita quanto segue:

Ogni qualvolta il Presidente trasmetterà al Presidente pro tempore del Senato e allo Speaker della Camera dei rappresentanti una sua dichiarazione scritta nel senso che egli non è in grado di esercitare i poteri e adempiere ai doveri della sua carica, e fino a quando egli non invierà loro una dichiarazione scritta in senso contrario, tali poteri e doveri saranno esercitati e assolti dal Vicepresidente in qualità di facente funzioni di Presidente“.

Questa è la cornice storica entro cui muoversi. Come ricorda il New York Times, l’emendamento in questione è stato utilizzato soltanto in tre occasioni: nel 1985, il presidente Ronald Reagan si sottopose a una colonscopia e passò brevemente il potere al vicepresidente George Bush, anche se non citò esplicitamente l’emendamento nel farlo. Il presidente George W. Bush lo invocò invece per due volte, trasferendo temporaneamente i suoi poteri al vice Dick Cheney durante la coloncopia cui si sottopose nel 2002 e nel 2017.

In questo caso, il passaggio di testimone avverrebbe fra Trump e il suo vice, Mike Pence, e in questo senso assume un interesse ancora maggiore il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza che lo vedrà opposto alla democratica Kamala Harris il prossimo 7 ottobre. Nella sciagurata ipotesi che anche quest’ultimo non fosse in grado di servire, il Presidential Succession Act prevede che a subentrare sia la speaker Democratica della Camera, l’antitesi trumpiana, Nancy Pelosi. Quando, mesi fa, i giornalisti chiesero alla Casa Bianca se avessero un piano per questa eventualità, l’addetta stampa Kayleigh McEnany rispose: “Non è nemmeno qualcosa di cui ci stiamo occupando. Stiamo mantenendo il presidente e il vicepresidente in buona salute e continueranno ad esserlo“. C’è da sperare sia così.

Le implicazioni politiche

Ad oggi è impossibile dire come reagirà l’opinione pubblica americana. Fino a pochi giorni fa, davanti a milioni di telespettatori, Trump ironizzava sul rivale Joe Biden e sulla sua “passione” per le mascherine. Ora qualcuno chiama in causa il “karma“, così come avvenne per Boris Johnson. La realtà è che il virus circola e chi non si protegge ha molte più possibilità di venirne colpito. Trump non fa eccezione.

Un presidente che dovesse sperimentare gravi problemi di salute potrebbe però superare perfino il tratto distintivo dell’amministrazione Trump: la divisione. Gli americani sono un popolo che nella difficoltà è in grado di compattarsi, di mettere da parte fazioni e partigianerie. Cosa significherebbe un Donald Trump ricoverato nel giorno del voto? Quanti deciderebbero di mostrare solidarietà al presidente votandolo? E quanti invece vedrebbero nella malattia l’esempio calzante del suo fallimento nella gestione del virus? Risposta: non lo sappiamo, nessuno lo sa.

Non corriamo: dobbiamo seguire i fatti, la cronaca, provare a raccontarla con lucidità. Questo 2020 è così. October surprise, ma che dico, 2020 surprise.


Apprezzi il mio lavoro? Vuoi tenere aperto questo blog? Dona!