Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.

https://www.youtube.com/watch?v=aRLt0uw_mSQ

Milano-Sanremo: quando c’era Cipollini

 

In fondo basta il nome, Milano-Sanremo, a tirarti fuori quella voglia di ciclismo che hai dentro da sempre. La chiamano la Classicissima, perché più classica di questa non esiste. Duecento corridori che montano in bicicletta e percorrono quasi 300 km tutti d’un fiato, su un percorso che è tutto un saliscendi, col mare accanto, il sole primaverile che inizia ad affacciarsi sulla città dei fiori: che poesia, che bellezza.

Ma la Milano-Sanremo è uno spaccato di vita italiana, una metafora dei successi e delle cadute tricolore. La Milano-Sanremo è l’antipasto che ti annuncia che un paio di mesi e arriva il Giro: e allora tutti fuori, tutti in strada, che tra poco passa la maglia Rosa e bisogna salutarla. Retaggi di un Paese che forse nemmeno esiste più, di una voglia di sentirsi Italia che riaffiora soltanto in poche occasioni: ai Mondiali di calcio, in parte alle Olimpiadi e poi via, pronti di nuovo a dividerci, a farci la guerra, e spesso tra poveri.

Perché in questi anni qualcosa si è perso. La Milano-Sanremo la guardi, ma forse non l’aspetti più come qualche anno fa. Quando ti chiedevano cosa fai sabato e rispondevi indignato: “Ma come cosa faccio? C’è la Milano-Sanremo“. E allora dall’altra parte avevano il garbo di non risponderti, abbassavano lo sguardo imbarazzati, colpevoli di aver dimenticato un appuntamento tanto importante. Così provavano a recuperare, con una domanda tanto stupida quanto fondamentale: “Quest’anno ce la fa Cipollini?“.

Perché in fondo, il punto, quello era. Il Re Leone che ruggiva ovunque, ma non a Sanremo. Tante partecipazioni, due secondi posti, e sempre qualcosa che va storto. E poi una promessa da onorare. Quella a papà Vivaldo. L’uomo che da piccolo lo portava a vedere le corse, compresa la Sanremo, perché in gruppo c’era Cesare, suo fratello maggiore. L’uomo al quale un giorno, a Savona, il piccolo Mario promise: “Questa corsa un giorno te la vincerò io“.

Ma il destino è spesso infame. Nel 1999 il papà di Cipollini esce in strada per una sgambata in bici. Cade e batte la testa. Non si riprenderà mai più, restando nell’incoscienza fino al 2010. Si è perso il successo del figlio, arrivato nel 2002 al quattordicesimo tentativo. Il treno bianco e nero che scorta Super-Mario ai 250 metri dal traguardo, lo sprint impetuoso e violento di un corpo generato per esprimere potenza, la paura che Rodriguez spunti dalla ruota proprio sotto lo striscione di via Roma, e poi le braccia al cielo, l’urlo della folla, la vittoria.

Non secondo Mario, però, che al traguardo – in quel fantastico 2002 che gli portò in dote pure il Mondiale di Zolder – subito disse: “E so che mio padre mi ha sentito vincere“. Roba da pelle d’oca, da iniziare a piangere senza smettere più. Roba da Milano-Sanremo.

La Milano-Sanremo, quando c’era De Zan in telecronaca. La Milano-Sanremo di “chi scatta oggi sul Poggio?” e quella di Pantani che assalta la Cipressa. La Milano-Sanremo di Bulbarelli e Cassani su Rai Tre. La Milano-Sanremo dei pomeriggi di isolamento consapevole dal resto del mondo, e guai a chi ci disturba davanti alla tv. La Milano-Sanremo. Quando c’era Cipollini