Il cuore (e i soldi) di Silvio

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha donato 10 milioni di euro alla Regione Lombardia: serviranno a realizzare il reparto di terapia intensiva che potrebbe sorgere alla Fiera di Milano. Applausi. Punto. O meglio, punto dovrebbe essere. Ma punto non è, non sarà mai, quando di mezzo c’è Silvio Berlusconi.

Nei giorni scorsi il problema era Nizza. “Ma cosa ci fa, Silvio, nella villa della figlia Marina? Perché non è rimasto ad Arcore? Perché non ha ripiegato in Sardegna? Vergogna! C’hai abbandonato proprio ora, Schettino che non sei altro!”. Piccola precisazione: Berlusconi non ha ruoli di governo che ne consiglino la permanenza a Roma. E, dettaglio non da poco, nonostante lo spirito da ragazzino (o se preferite ragazzaccio), la volontà di arrivare almeno a 120 anni espressa in tempi non sospetti, le sue conquiste più o meno giovani: la carta d’identità segna 83. I suoi medici lo sanno, Zangrillo del San Raffaele in primis, un eventuale contagio sarebbe un problema serio. Serve aggiungere altro?

Evidentemente sì. Serve ad esempio contestare la donazione, in tutti i suoi aspetti, perché se Berlusconi fa qualcosa di buono è ovvio che sotto ci sia qualcosa di male. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo alla Lombardia”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo ora che in Lombardia è arrivato Bertolaso”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma lo ha fatto perché se muoiono gli italiani poi chi la guarda Mediaset?”. E infine (ma giusto perché non ne possiamo già più) ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma 10 milioni per lui sono come 10 euro per me”. Domanda: tu 10 euro li hai donati?

La verità è un’altra. La verità è che Berlusconi ha fatto un bel gesto, al di là della politica, al di là delle fazioni, al di là che si chiami Berlusconi. Si può avere denaro, ma soprattutto cuore – italiano – anche da Nizza.

Il Coronavirus non è la peste, parola di Alessandro Manzoni

Peste a Milano

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia

Inizia così il capitolo XXXI de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, quello sulla peste a Milano, che il preside dell’istituto Volta ha invitato a leggere in una lettera, quella sì, diventata virale. E già dall’esordio si comprende perché il coronavirus non è la peste: si può essere pessimisti e catastrofisti, sciacalli e opportunisti, ma non si può negare che da questa malattia si guarisce, altro che spopolamento.

Eppure il viaggio nella Milano di allora fornisce occasione per misurare le isterie contemporanee con quelle dell’epoca, per saggiare la differenza (inesistente) tra paure ancestrali che abitano l’uomo d’ogni tempo. E’ una storia di disgrazia e di eroi tragici. Per dire, ricordate la storia del primo giovane medico cinese che lanciò l’allarme e non fu creduto, finendo poi ammazzato dallo stesso virus che aveva scoperto? Ecco, ne I Promessi Sposi c’è qualcosa di molto simile, come a ricordarci che la storia è ciclica, soprattutto per ciò che riguarda l’ambito umano. Manzoni scrive:

Il protofisico Lodovico Settala, ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino.

Un giovane medico, dunque, sospettò la presenza della peste, lanciò l’allarme, non fu creduto. Di più:

Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per dar da fare ai medici. (…) Questo gli toccò per aver veduto chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia di persone”.

Quando fu chiaro a tutti che di peste si trattava, si chiede il Manzoni:

“Avranno almen confessato che il povero vecchio aveva ragione? Chi lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de’ figliuoli n’usciron salvi; il resto morì.

Ma questa storia non è solo quella di un uomo, è invece quella dell’umanità tutta. Che dinanzi al terrore di un male oscuro preferisce chiudere gli occhi, serrarli, persino morire, piuttosto che morire di paura. E allora ecco gli stessi che dapprima non avevano creduto alla peste, dinanzi alla tragedia del contagio, preferire una realtà distorta a quella di una realtà e basta.

I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. (…) In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto.

Per non parlare della ricerca di quello che oggi chiamiamo “paziente zero”:

Nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile

Pare si trattasse di un soldato italiano al servizio di Spagna:

Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.

Due note ancora, per tracciare parallelismi inquietanti e magnifici. Il primo, quello che ha a che fare con l’odio intriso di isteria collettiva verso chi il contagio lo ha portato, l’intolleranza verso l’altro, il “diverso”, il possibile untore. Manzoni scrive:

I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia.

Ma c’è spazio, ieri come oggi, anche per gli eroi: all’epoca furono i frati cappuccini a misurarsi nei lazzaretti, pur consapevoli di andare incontro alla morte:

Furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. (…) Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e dell’abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest’uomini sostenere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato, senz’altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz’altro fine che di servire, senz’altra speranza in questo mondo, che d’una morte molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro offerto, solo perché era difficile e pericoloso, e si supponeva che il vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que’ momenti, essi lo dovevano avere. E perciò l’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa.

Del Coronavirus in Italia c’è tutto di quello che fu la peste a Milano raccontata da Manzoni. Tutto, ma non la peste.