Capitano, non Generale

Il giubbotto della Polizia non gli basta più. Matteo Salvini, a furia di condividere il governo con dei fantasmi (i 5 Stelle), deve aver pensato che l’occasione è propizia per provare ad imporsi come Re d’Italia. E allora eccolo, come fosse una partita di Risiko, come fosse il protagonista di una pellicola di guerra in cui dispiegare sul tavolo le mappe e spostare i soldatini, tutto impegnato nel tentativo di dettare legge anche laddove non può.

La direttiva, la circolare, l’intimazione – chiamatela come vi pare – in cui Salvini ordina (e il verbo però è questo) al Capo di Stato maggiore della Marina e al comandante generale della Guardia Costiera di “vigilare” sulla Mare Jonio è il sintomo di una tracotanza che si è fatta pericolosa per gli equilibri istituzionali.

Perché o il ministro Salvini ignora che i reparti militari non rispondono a lui ma alla Difesa e al Presidente della Repubblica in qualità di capo Supremo delle Forze Armate (e sarebbe gravissimo) oppure decide di invadere il campo altrui consapevolmente, rendendosi protagonista non tanto di uno sgarbo, di una scortesia, di un errorino di galateo ma (peggio) di un antipasto di deriva sudamericana che appare dietro l’angolo.

Ora il punto è questo: Salvini ha molti difetti, ma non è un fesso. Scoppiato il conflitto in Libia ha compreso che la politica dei porti chiusi non può bastare. Quando c’è una guerra, quando ci sono dei rifugiati da soccorrere, i porti devono restare aperti. E allora facciamo così: crogioliamoci nell’illusione di “chiudere il mare”. Il suo sogno dell’immigrazione si sta trasformando in un incubo. Lo si capisce da questi falli di reazione: Salvini è nervoso, la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma pestare i piedi ai militari non è mai una buona idea.

La sensazione di distaccamento dalla realtà è forte, la predisposizione al dispotismo del soggetto certa. Qualcuno gli ricordi che per i suoi fan può pure essere il Capitano, ma non è ancora Generale…

Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi

salvini camilleri

 

Gli inglesi dicono “out of the cup”. E non c’è dubbio che l’espressione in sé risulti più signorile del nostrano “farla fuori dal vaso”. Ma alla fine di Salvini si parla, e allora “prima l’italiano”, tanto il senso quello è: i toni esasperati sempre, le invasioni di campo continue, fino a quando anche l’alleato di governo dormiente – guarda un po’! – ad un certo punto si rende conto che ora no, ora basta, calmiamoci un attimo. Fermi tutti.

Il casus belli è lo sbarco al porto di Messina di una nave militare irlandese con a bordo 106 migranti. L’occasione per il Matteo di governo è troppo ghiotta per rinunciare all’attività della casa: l’annuncio roboante da dare in pasto ai social affamati di polemica. Ma al Salvini che pensa e parla da premier, al leghista che annuncia la volontà di portare “al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo“, stavolta qualcuno risponde.

Lo fa il ministero della Difesa guidato dalla pentastellata Elisabetta Trenta, con una nota che non nasconde l’irritazione grillina e sottolinea la necessità che l’azione sia “coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali“. Ed è in questo affondo, forse, che emerge la noia che Salvini inizia a suscitare un po’ ovunque.

Non teme nessuno. Fa il tuttologo. Sa di sbarchi e vaccini, di politica estera ed economica, di legittima difesa e vu cumprà. Non si fa troppi problemi a tirare in ballo il Presidente della Repubblica sulle sentenze contro la Lega. Mentre quello del Consiglio lo consulta a stento, e soltanto a cose fatte.

Polemizza con Tunisia e Malta, con Macron e Merkel, con l’Europa tutta.

Arriva persino a pungere un’istituzione culturale del Paese come Andrea Camilleri, di cui dice di amare i libri, meno gli insulti (quali?). Però stavolta Salvini ha esagerato: perché va bene che la Lega è solo Lega, non più Nord.

Ma che sotto l’ombrellone anche lui si sia messo a leggere il vigatese di Montalbano e Catarella: beh, pare quanto meno difficile.

Per questa onnipresenza onniscente della politica italiana dei nostri giorni, però, c’è una frase che da Camilleri possiamo estrapolare. Non serve comprendere il siciliano. Ci sono artisti capaci di creare un linguaggio universale, che oltrepassa i confini. Pure coi porti chiusi.

Sì, insomma: Salvini sta un po’ scassando i cabbasisi.