Pecunia non olet. Il Mes neanche

La politica italiana si è ficcata in un imbuto dal quale difficilmente riuscirà ad uscire senza farsi del male. Se la parolina MES ha sostituito le discussioni telefoniche – purtroppo al bar non possiamo più andare – che un tempo erano riservate ad un’altra parolina di tre lettere VAR (ah, quanto ci manca il calcio) allora significa che la situazione è veramente grave (ma non seria).

Che l’opinione pubblica italiana abbia rivisto le sue priorità, mostrando interesse per la politica, è un bene. Ma che l’opinione pubblica italiana si divida in fazioni pronte a fare del MES una spartiacque ideologico, questo non solo è incomprensibile, ma è anche senza senso.

La questione, nella sua apparente complessità, è invece ben più semplice di quanto alcuni (per proprio tornaconto) vogliono far sembrare. La riassumo in 10 domande fornendo le risposte che credo più di buon senso.

1) Il MES è un’istituzione europea che presta soldi? Sì.
2) I tassi di interesse con cui presterebbe questi soldi sono più bassi dei normali tassi di mercato? Sì.
3) Se accettassimo il MES avremmo accesso a 36 miliardi di euro circa? Sì.
4) Verremmo privati della sovranità nazionale se decidessimo di investire questi 36 miliardi di euro in spese sanitarie dirette e indirette? No.
5) Questo debito dovremo in qualche modo ripagarlo? Sì.
6) Sarebbe lo stesso anche per qualsiasi altra forma di debito? Sì.
7) Prima del coronavirus avremmo fatto i salti di gioia per aderire al Mes? No.
8) Ad oggi siamo in grado di “fare da soli”? Sì.
9) Ci conviene fare da soli? No.
10) Stanti così le cose ci conviene prendere i soldi del MES? Sì.

Con buona pace di Conte, Salvini e Meloni, a loro modo tutti perdenti comunque vadano le cose: il premier impiccatosi in diretta nazionale con quel “Mes no, Eurobond sicuramente sì” che per lui si rivelerà un boomerang; i due sovranisti troppo presi dalla foga di gridare ad un tradimento che non c’è mai stato per spendere un po’ di tempo a studiare le carte ed evitare brutte figure.

Sarebbe bastato ripescare almeno i libri di storia. Quella Storia (con la S maiuscola) che in questi giorni troppe volte viene citata a sproposito. Racconta Svetonio, che l’imperatore Vespasiano decise un giorno di tassare gli smacchiatori di vestiti che usavano i bagni pubblici per raccogliere l’urina che serviva loro a ricavare l’ammoniaca. In risposta alle critiche del figlio Tito, Vespasiano tirò fuori una moneta e pronunciò parole destinate a diventare famose: “Pecunia non olet”. I soldi non puzzano. Neanche il MES puzza.

Tra tecnici e pifferai tragici

Il dibattito sui minibot ha innescato negli ultimi giorni una sorta di derby: da un lato gli esperti, i cosiddetti “tecnici”, che hanno bocciato lo strumento proposto dalla Lega per pagare i debiti della Pubblica amministrazione; dall’altro i politici, come Di Maio e Salvini, che improvvisamente hanno riassaporato il gusto di trovarsi d’accordo su un tema che sia uno: perché quando si tratta di essere populisti ogni lasciata è persa.

Ora non serve il mio contributo per sottolineare come i tanto vituperati tecnici, gente come Mario Draghi e Giovanni Tria, abbia certamente carte più in regola per esprimersi su questioni di natura economica come minibot, debito, deficit e affini rispetto ai sopracitati leader politici, decisamente carenti quando si parla di argomenti simili.

Ma attenzione al gioco subdolo tentato da Di Maio. Con un post su Facebook il capo politico M5s ha suggerito: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni”. Salvini si aggiunge al coro e fa presente a Tria che il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è urgente “e questo dev’essere chiaro a tutti, in primis al ministro dell’Economia“. Lo schema è evidente: il rimpallo di responsabilità non è una novità. Ma il metodo dello scaricabarile da parte della politica nei confronti dei tecnici non può essere consentito.

Il ministro dell’Economia può andare a caccia di risorse – come ha fatto quando si è trattato di imbastire (in deficit) misure come Quota 100 e reddito di cittadinanza – ma devono essere i leader dei partiti al governo a fornire l’indirizzo politico. E questo non significa proporre misure irrealizzabili (poiché illegali o dannose come i minibot) e poi scandalizzarsi se il responsabile delle finanze pubbliche riporta tutti sulla Terra.

Dopo anni di opposizione, di critiche faziose, di atteggiamenti irresponsabili, cari Di Maio e Salvini, servono ricette credibili, non teorie lunari. Questo non significa arrendersi all’idea di essere governati dai tecnici. Non siamo nostalgici del governo Monti. Ma nemmeno vogliamo finire nel baratro guidati da pifferai tragici.

Non è vero che Conte peggio degli altri non potrà fare

 

Nel giorno in cui il Presidente Conte si presenta all’Italia per ciò che è, tra i tanti interventi dell’opposizione spiccano quelli di Mario Monti e Matteo Renzi, due che a dirla tutta non si sono mai presi. Ma il paradosso della cosiddetta Terza Repubblica è proprio questo: Berlusconi è più vicino alla sinistra che ha combattuto per un ventennio, piuttosto che allo storico “alleato” leghista. E i comunisti rossi a loro volta rimpiangono l’uomo di Arcore: il vecchio mondo è sempre più rassicurante del nuovo che avanza.

Così, nell’aula di un Senato in cui l’entusiasmo assomiglia pericolosamente ad incoscienza, a turbare il clima arrivano le parole del Professore. Non Conte,  l’originale. Monti ha lo stile compassato di sempre, non è mai stato un capo-popolo, e mai lo sarà. Ma con la precisione di un tecnico di prim’ordine agita lo spettro della Troika. Ricorda a Conte e al suo governo che senza la responsabilità di Forza Italia, del Pd e dell’allora Terzo Polo, “voi oggi sareste ridotti ad agenti di un governo semi-coloniale“. Di più, lancia un monito che inquieta soltanto a sentirlo formulare: “non è escluso che l’Italia possa dover subire ciò che ha evitato allora: cioè l’umiliazione della Troika“.

Dall’altra parte c’è Renzi, che al ruolo di showman non si sottrae, che alla tentazione di evidenziare le anomalie della maggioranza Lega-5 Stelle cede volentieri. Così l’occasione è ghiotta per sottolineare che il governo del cambiamento rappresenta in realtà soltanto un aggiornamento del vocabolario politico: “Quello che nella XVII Legislatura si chiamava inciucio oggi si chiama contratto; quello che nella XVII Legislatura si chiamava partitocrazia oggi si chiama democrazia parlamentare, quello che nella XVII Legislatura si chiamava condono oggi si chiama pace fiscale, quello che nella XVII Legislatura si chiamava un uomo che tradisce il proprio mandato oggi si chiama cittadino che aiuta il governo a superare la fase di crisi”.

Da questi due interventi, da quello di un senatore a vita rimasto nell’immaginario collettivo come l’uomo che ha messo in ginocchio l’Italia, e da quello di un leader sconfitto nelle urne ma condannato dalla sua indole a restare un capo, si evince la verità che molti oggi negano.

Non è vero che Conte sicuramente non farà peggio di chi lo ha preceduto. In questi anni siamo cresciuti poco e male. Si poteva fare certamente di più e sicuramente meglio. Ma in qualche modo abbiamo salvato la pelle.

E nessuno ci assicura che cambiamento faccia sempre rima con miglioramento.

Un altro Monti e poi al voto

 

Si sentono fino all’ultimo minuto disponibile, Di Maio e Salvini. Anche pochi istanti prima che la delegazione del Movimento 5 Stelle entri al Quirinale, con il leader dei grillini desideroso di capire quale sia il verdetto del vertice che va in scena a Palazzo Grazioli da ormai diverse ore.

Ma alla fine, chissà come, il centrodestra regge al tentativo ultimo del M5s di spaccarlo. Non che si stappi spumante, all’interno della coalizione. Il confronto è stato aspro e in più di un’occasione si è arrivati ad un passo dalla rottura. Soprattutto quando, in privato, Salvini ha chiesto a Berlusconi il famoso “passo di lato” per far nascere un governo giallo-verde.

Ed è stato in quel momento, quando Berlusconi ha capito che da quel “no ad un appoggio esterno di Forza Italia” sarebbe passata la sua sopravvivenza politica, che si è rivisto lo schema iniziale di Salvini. Tentato sì, di lasciare Berlusconi e di andare al governo, ma frenato pure. Soprattutto dai numeri, da quel 17% che in ogni caso lo avrebbe relegato a socio di minoranza di un governo con i 5 Stelle e senza il centrodestra.

Così la salita al Colle della coalizione al completo si traduce in un esercizio fantasioso, almeno per le orecchie di Sergio Mattarella che, sarà chiaro molto presto, non assegnerà un incarico al buio a Salvini, così come chiesto dal centrodestra.

Piuttosto la situazione sembra precipitare vertiginosamente verso un nuovo voto. Con l’indicazione di una figura neutra che dovrà pure sottoporsi all’onta della bocciatura in Parlamento per amor di patria, col compito di traghettare il Paese alle elezioni.

Si capiranno a breve i margini della nuova mossa di Mattarella. In ogni caso quella definitiva.

Più probabilmente un altro Monti per l’estate.