Consultazioni per dirsi di no

 

Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

Renzi e Gentiloni: sarà l’ultimo abbraccio

Si abbracciano a Roma, nel sabato dei cortei antifascisti che riunisce la sinistra. Ma così come Pd ed ex Pd tornano a sfilare compatti soltanto per un giorno, pure per Renzi e Gentiloni è impossibile immaginare un futuro insieme.  Il primo, Matteo, vede l’altro come un incidente di percorso imprevisto. L’altro, Paolo, sa di essere un incidente, ma probabilmente lo aveva previsto.

Confidava che una volta al governo sarebbe dipeso tutto da lui. Così ha scelto il suo stile e la sua cifra. Agli spigoli renziani ha opposto i sorrisi paciosi, al racconto della rottamazione i capelli grigi della saggezza. Ha avuto ragione lui: con pazienza, ha fatto il vuoto attorno al segretario. La prova plastica si ha proprio a Roma. Quando arriva alla manifestazione dei partigiani, attorno a lui si forma subito un capannello di persone e giornalisti. Adesso è Gentiloni che dà la linea, da Renzi al massimo ci si attende qualche stoccata, per questo lo si intervista.

Eppure, Matteo, ha ancora la forza di incassare in silenzio, di raccontare al Paese un’altra storia. Quella di un Partito Democratico in cui ci si vuole tutti bene, una squadra bellissima, un team affiatato. Poco importa che in privato soffra per la svolta presenzialista del premier. Fatica pure a chiamarlo così: Presidente del Consiglio. Si sente usurpato del ruolo. E se ha accettato di lasciare a Gentiloni diverse ospitate televisive è stato solo perché spera di poterne sfruttare il momento magico, di utilizzarlo come lo sprinter usa l’ultimo uomo prima della volata.

Ma a quel punto sarà Paolo a sottrarsi. Dopo una vita da gregario, per una volta er moviola tenterà l’accelerazione. Avrà dalla sua l’approvazione dei padri nobili del Partito, figure autorevoli come Romano Prodi e Giorgio Napolitano che lo hanno già indicato come leader in pectore. Per questo, è facile che l’abbraccio romano sia l’ultima foto di Renzi e Gentiloni insieme.

Quando dopo le elezioni sarà chiaro che Paolo pensa da leader, Renzi proverà a ricordargli che il leader è lui. Inizierà a sgomitare come fece con Bersani, proverà a sabotarlo come fece con Enrico Letta, si rifarà allo Statuto del Pd, che indica nel segretario il candidato premier. Si arroccherà sulle sue posizioni, non arretrerà di un millimetro, a costo di tenere in ostaggio l’Italia. Mostrerà il suo concetto di politica: uno scontro di muscoli, un braccio di ferro continuo, non l’esercizio diplomatico che tanto piace a Gentiloni e alla sua corte. No, Matteo è sempre in guerra. A meno che il comando non sia il suo e la pace un bene da difendere.


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Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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