5 domande a Silvio Berlusconi

 

Se qualche anno fa a Silvio Berlusconi avessero detto che un giorno non troppo lontano sarebbe stato rimpianto anche dai comunisti….forse c’avrebbe creduto. Lui soltanto, però.

Eppure così è: nell’Italia del 2018 è successo pure questo. Che i nemici storici rimpiangano l’antagonista primo, che si dicano disposti a stringergli la mano, pur di scacciare per sempre il cancro populista.

Ma di Berlusconi in questa folle estate ci sono poche tracce. Qualche cena in Sardegna, la presa di posizione sul no a Marcello Foa come presidente di vigilanza Rai, la solidarietà a Matteo Salvini per l’inchiesta del pm di Agrigento.

E poco altro, forse troppo poco.

Allora provo a fargli qualche domanda. Con Salvini e Di Maio non sono stato fortunato, ma magari Silvio risponde.

Caro Presidente Berlusconi, Lei è stato il fondatore del centrodestra italiano. Anzi, Lei è stato il centrodestra in Italia. Dal 4 marzo, però, col sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, il baricentro dell’alleanza si è spostato molto a destra, al punto che di centro, di moderato, di liberale, pare essere rimasto ben poco.

Domanda numero 1: Non crede che la deriva assunta da Salvini sia lontana dagli ideali di cui Lei si è fatto portavoce per più di un Ventennio? Non pensa che Salvini sia un ottimo leader per la Lega ma al contrario una pessima guida per il centrodestra unito? Insomma: non ritiene sia arrivata l’ora di mollarlo? 

Caro Presidente Berlusconi, sul fatto che lei non sia di sinistra non ci sono dubbi. Ha combattuto i comunisti per una vita intera, ne è stato l’incubo ricorrente, nessuno può insinuare niente di simile. Per questo motivo è impossibile immaginare un’alleanza futura tra Pd e Forza Italia. E questo è un fatto che ha ribadito in più di un’occasione.

Domanda numero 2: Ma se si creasse un fronte largo, aperto alla società civile, senza bandiere ideologiche, ispirate soltanto alla difesa della libertà, delle istituzioni repubblicane, dei valori democratici oggi messi a repentaglio dal governo M5s-Lega. Se ci fosse la possibilità di ritrovarsi in uno schieramento simile, lontano anche dalla connotazione classica di “centrodestra”, Lei si farebbe trovare pronto?

Caro Cavaliere, anche i suoi acerrimi rivali le hanno sempre riconosciuto una dote invidiabile: la tenacia, la grinta, il piglio di chi lotta fino in fondo perché crede nella battaglia che conduce. È vero però che i tempi cambiano, che nell’era dei social serve una presenza quotidiana, non bastano più – da soli – i videomessaggi e i comunicati. Non basta più lo sprint nell’ultimo mese di campagna elettorale. Serve un leader.

Domanda numero 3: Ha la forza e la voglia di spendersi attivamente come leader politico? Ha la consapevolezza che Antonio Tajani è un ottimo comprimario ma non sarà mai un trascinatore? Ha chiaro dentro di sé che la riorganizzazione di Forza Italia da sola non basta se allo stesso tempo non arriva dall’alto una spinta importante. Insomma: c’è bisogno di Berlusconi. Ma Berlusconi non è nato per fare il secondo di Salvini. Concorda?

Caro Presidente, credo che se potesse tornare indietro con la macchina del tempo, almeno negli anni recenti, sceglierebbe di non rompere il Patto del Nazareno con Renzi sull’altare di Sergio Mattarella. I cattivi consigli di D’Alema e le reciproche incomprensioni hanno fatto saltare un’intesa che avrebbe potuto garantire un progresso importante al Paese in termini di riforme e spianato la strada ai populisti.

Domanda numero 4: Se è vero che in tanti pensano a Matteo Renzi come il suo erede naturale, se è chiaro che le sue vedute sono più simili al Matteo del Pd che a quello della Lega, se per caso, e dico se, fosse Renzi il promotore di quel rassemblement che si oppone a Di Maio e Salvini, sarebbe pronto ad appoggiarlo?

Caro Presidente, spero abbia modo, tempo e voglia di leggere questi miei quesiti.

Domanda numero 5: Mi risponde? 

Il Nazareno di Renzi

 

Nel barometro degli umori di Matteo Renzi, dal giorno in cui si è reso chiaro che il M5s davvero cercava i voti del Pd, la lancetta è impazzita più di una volta. Perché non sempre la bussola dei leader è sicura nell’indicare la corretta direzione da seguire. E per questo motivo Renzi ha accarezzato in queste ore tutti gli scenari possibili: dal no ad ogni tipo di trattativa alle conseguenze di un’intesa coi grillini.

Renzi, lo stesso che voleva sparire per almeno un anno. Renzi, che sperava di essere richiamato a gran voce dalla base del partito, di essere rimpianto dagli italiani. Alla fine è dovuto tornare in fretta e furia, perché la strategia del “tocca a loro” per poco non ha prodotto un’insurrezione interna al Pd, a dir la verità neanche del tutto scongiurata.

Ma dopo aver riflettuto attentamente, Renzi la sua decisione l’ha presa: no ad un governo coi 5 Stelle. Che è diverso, attenzione, dal no al dialogo coi grillini. Perché loro, i pentastellati duri e puri, quelli che ancora sostenevano di non volere spartire nulla con i partiti tradizionali, al tavolo della trattativa in passato si sono seduti. Lo hanno fatto in streaming , dicendo “No” dall’inizio alla fine, ma lo hanno fatto.

Così, è il ragionamento dell’ex premier, sottrarsi al confronto potrebbe sembrare un dispetto al Paese, un segno d’immaturità. Da qui la decisione di aprire al dialogo, la volontà di accettare un confronto con Di Maio che, ripete Renzi in privato in queste ore, “alla fine per uscire dalla palude ha dovuto bussare alla mia porta“.

Ma la storia a volte fa strani scherzi. Proprio Renzi, il leader osteggiato dalla sinistra per aver riabilitato Berlusconi in un momento in cui aveva perso di centralità politica, adesso torna ad essere l’ago della bilancia grazie a Di Maio.

È il ritorno del Nazareno.