La pace di Donald

Ha probabilmente ragione chi sostiene che un “accordo di Abramo” firmato da Barack Obama sarebbe stato celebrato dalla stampa internazionale come un’intesa dai risvolti epocali per il Medio Oriente e per il mondo intero. Il fatto che sia stato Donald Trump a siglare il “peace deal” tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein di certo smentisce molte delle narrazioni strumentali che vengono fatte della politica. Americana e non solo.

Servono obiettività e distacco per ammettere che quello raggiunto da Donald Trump è un successo diplomatico indiscutibile.

i24NEWS - Israel, UAE, Bahrain sign landmark US-brokered Abraham Accords

La cartina di tornasole del suo successo è il commento all’intesa da parte del suo sfidante alla Casa Bianca, Joe Biden, che evita volutamente di nominare gli accordi firmati dal rivale, ma plaude ai “passi” fatti da Emirati Arabi e Bahrein per normalizzare i rapporti con Israele, promettendo che un’amministrazione Biden-Harris li “rafforzerà” sfidando altre “nazioni a mantenere la pace“. Forse per smarcarsi dal solco tracciato da Trump, probabilmente per rivendicare una diversità nella sua politica estera, Biden torna ad evocare la soluzione dei due stati per Israele e Palestina: un piano ad oggi superato dalla storia.

Quanto il successo di Trump inciderà sulla corsa alla Casa Bianca? Praticamente zero. Il Medio Oriente non è da molto tempo in cima alle preoccupazioni del popolo americano. Al limite Trump migliorerà i sondaggi di opinione sulle sue capacità in politica estera, benzina per il suo smisurato ego, ma serve altro per restare in sella.

Sul piano geopolitico, però, la svolta che cambia il grande gioco del Medio Oriente è innegabile. Per quanto siano più di uno i motivi che portano a credere che l’effetto domino auspicato dall’amministrazione Trump nel mondo arabo faticherà a manifestarsi. Ne è un indizio il fatto che a quest’intesa storica, annunciata dalla veranda sul Portico Sud della Casa Bianca, non abbia preso parte un peso massimo della regione come l’Arabia Saudita, soltanto ufficiosamente rappresentata dal Bahrein, poiché impossibilitata a sciogliere i suoi troppi nodi interni, a trovare una motivazione che giustifichi un passo di tale portata agli occhi del mondo musulmano di cui è la guida.

Resta però il cambio di copione tattico nel tentativo di risolvere l’annoso conflitto israelo-palestinese. Il copyright spetta a Jared Kushner, genero di Trump, artefice della piattaforma che ha consentito la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, ribaltando il paradigma per cui prima di qualsiasi intesa con lo Stato Ebraico debba essere trovata una soluzione alla questione palestinese. Ora sarà l’opposto: potranno essere le relazioni tra mondo arabo ed ebraico a risolvere il conflitto.

Non è detto che accada, è certo che nel caso non sarà alle condizioni della Palestina. Ma a Trump va dato atto di aver raggiunto un patto che stabilizza la regione. Più che l’accordo di Abramo, la pace di Donald.

L’accordo tra Emirati e Israele cambia il gioco in Medio Oriente. Non il destino di Trump

Se in Medio Oriente non sempre due più due fa quattro, l’accordo tra Emirati e Israele potrebbe rappresentare un’eccezione. L’idea che all’intesa annunciata dalla Casa Bianca nel pomeriggio di ieri possa seguire un futuro di maggiore stabilità nella regione – se si eccettua il rischio di un fallo di reazione di matrice palestinese (Hamas) – sembra essere corroborata dal piano inclinato che da tempo caratterizza i dialoghi sotterranei tra Stato Ebraico e mondo sunnita.

Gli “Accordi di Abramo”, che fanno degli Emirati il terzo Paese arabo a riconoscere l’esistenza di Israele dopo Egitto e Giordania, rappresentano innanzitutto una straordinaria vittoria politica per “Bibi” Netanyahu. Al netto delle promesse elettorali interne che lo hanno visto esporsi per assicurare l’annessione dei territori della Cisgiordania, il premier più longevo d’Israele dimostra con quest’intesa che la questione palestinese è ostacolo aggirabile quando geopolitica lo impone. In chiaro: il mondo arabo ha a cuore le sorti dei fratelli palestinesi, ma ancora di più si preoccupa delle proprie.

Da qui la svolta avvenuta dietro la regia della Casa Bianca, in particolare del genero di Donald Trump, quel Jared Kushner bravo ad interpretare i segnali di apparente chiusura emiratina nei confronti d’Israele – ovvero la ferma opposizione alla dichiarazione di sovranità sui territori della West Bank – per ciò che realmente erano: una disponibilità a trattare in cambio di una sospensione degli stessi.

L’altro vincitore della partita risponde al nome dello sceicco Mohammed bin Zayed (MBZ), principe di Abu Dhabi emerso come il vero “politico” di riferimento del mondo sunnita, ben più di quel Mohammad bin Salman (MBS), principe ereditario saudita, evidentemente troppo preso ad uccidere giornalisti e arrestare parenti per dedicarsi ai destini del Medio Oriente.

Da parte palestinese, per vedere il bicchiere mezzo pieno serve sforzarsi di guardarlo dal basso. Davvero pochi i motivi per festeggiare: gli accordi di Abramo provocheranno un effetto domino nel mondo arabo tale da marginalizzare la questione palestinese. E anche la sospensione dell’annessione dei Territori Occupati rischia di rivelarsi un artificio diplomatico a breve scadenza: non appena le condizioni politiche lo consentiranno Netanyahu, o chi per lui, tornerà a reclamare la propria sovranità sull’area contesa.

Gli altri sconfitti sono Iran e Turchia. I persiani vedono rinsaldarsi potenze nemiche prima marcianti in ordine sparso. Gli ottomani leggono l’apertura emiratina ad Israele con le lenti di chi sa che un passo così coraggioso dalla prospettiva araba debba essere stato ricompensato dagli Usa con una grande apertura. Forse con l’assicurazione che Washington si spenderà attivamente per contenere Ankara.

Infine l’America: Trump fa registrare una vittoria diplomatica non banale. Difficile, se non impossibile, che si traduca in vittoria politica. Se The Donald riuscirà a confermarsi alla Casa Bianca non sarà certo per l’accordo fra Emirati e Israele. L’opinione pubblica statunitense è scarsamente interessata alla politica, al netto dell’attenzione che a queste latitudini le riserviamo. Men che meno a quella estera, a meno che non rappresenti una minaccia ai propri interessi. A cambiare sarà forse il Medio Oriente, non il destino di Donald Trump.