Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.

Scusa, Josephine

 

Dicono che ad un certo punto, a poche ore da una morte certa, tra ciò che restava di un gommone e tra le onde fredde di un mare cattivo, Josephine abbia sentito arrivare la Speranza, in carne ed ossa. Aveva la forma delle braccia forti di un 25enne spagnolo, di un ragazzo che non ha esitato a tuffarsi tra i detriti e i cadaveri, nella speranza di poterla tirare fuori dall’Inferno.

Ha stretto forte il suo salvatore, Josephine. Ha sbarrato gli occhi e non li ha più chiusi. Si è lasciata abbracciare e trasportare da quello sconosciuto, mentre il freddo sul suo corpo avanzava, centimetro dopo centimetro. Poi, una volta sulla nave, è riuscita a pronunciare soltanto il suo nome e la sua provenienza: Josephine, Camerun.

Come se poi contasse qualcosa, come se davvero non bastasse essere una donna, un essere umano, per avere diritto ad una vita degna di essere chiamata tale.

E allora scusa, Josephine.

Scusa, per le sofferenze che volenti o nolenti, colpevoli o complici, ti abbiamo procurato.

Scusa, se accanto a te sono morti una donna e un bambino, una mamma e un figlio che non siamo stati in grado di salvare.

Scusa, se siamo così deboli da non riuscire a far sentire la nostra voce contro un governo che gioca con la vita delle persone.

Scusa, se la vergogna che sentiamo non ti basta: non ti può bastare.

Scusa, se quando capiremo cosa sta succedendo in Italia, sarà comunque troppo tardi.

Scusa, se tra qualche giorno nessuno parlerà più di te.

Scusa Josephine, scusa e basta.

O si fa l’Europa o si muore

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.

Un vaccino contro Salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.

L’Italia nell’altra Europa di Salvini

 

Nell’attesa che Conte prenda coscienza di essere premier e che i 5 Stelle si accorgano di trovarsi finalmente al governo del Paese, Matteo Salvini ridisegna in un pomeriggio le storiche alleanze europee dell’Italia. Accoglie al Viminale il vice Cancelliere austriaco Strache e il collega degli Interni Kickl, in quella che altro non è se non la formalizzazione del sabotaggio in salsa sovranista dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Un’Europa che secondo i voleri di Salvini non sarà la stessa della Merkel e di Macron, gli interlocutori incontrati da Conte non una vita, ma una settimana fa. Gli stessi che nei rispettivi bilaterali hanno prima tentato di capire se col nostro Presidente del Consiglio fosse possibile intavolare una strategia comune poi, accortisi che in Italia comanda la Lega, hanno pensato bene di abbandonarci al nostro destino. Deciso da Salvini, ovviamente.

Da qui la scelta di salvare il governo Merkel – una che in Europa conta ben più di Conte – e di liberarla dal cappio attorno al collo che l’alleato di governo Seehofer era in procinto di stringerle. Chi ci rimette? Ovviamente l’Italia, che secondo l’intesa Parigi-Berlino dovrà farsi carico dei cosiddetti “movimenti secondari” dei migranti. Tradotto: chi arriva in Italia e tenta di uscirne per andare nel resto d’Europa verrà respinto alla frontiera.

Ma il paradosso del piano di Salvini è che a legarlo a quelli che a più riprese definisce gli “amici austriaci” è quella stessa passione sfrenata per il nazionalismo che proprio tra Italia e Austria non potrà che creare cortocircuiti e malintesi. Lo si capisce quando Kickl dice che sarebbe bene evitare la chiusura delle frontiere per scongiurare un “effetto domino“. Cosa significa? Che se l’unica frontiera aperta sull’Italia restasse quella austriaca, loro, gli “amici” di Salvini, il Brennero non esiterebbero a chiuderlo. E tanti saluti alla cosiddetta “alleanza dei volenterosi e dei fattivi“.

In questa sfilza di contraddizioni non meraviglia allora che l’idea alternativa di quella che è stata già ribattezzata “internazionale sovranista” sia quella di proporre a paesi Balcanici come Albania, Montenegro e Serbia la creazione di hotspot in cui accogliere i migranti respinti. Una sorta di moneta di scambio: voi ve li prendete e noi proviamo a farvi entrare nell’Unione.

Ma in questo risiko di alleanze strampalate, a destare maggiormente impressione è la scarsa reattività di Giuseppe Conte, di un premier che ostenta irritazione nei confronti di Germania e Francia, chiedendo che prima ancora dei “secondary movements” Merkel e Macron accettino di ridiscutere Dublino.

Senza capire, o forse senza volerlo fare, che in realtà di quel trattato dovrebbe prima parlarne con Salvini. È l’altra Europa in cui Matteo ci sta portando, quella di Orban, di Kurz e Visegrad, che di prendersi i nostri migranti non vuole saperne.