“Virus nato in laboratorio”: possiamo fidarci di Mike Pompeo?

Donald Trump e Mike Pompeo

Mai stato un fan della Nuova Via della Seta. Mai simpatizzato per la Cina. Mai auspicato l’esportazione del suo modello di governo (un regime totalitario) in Occidente. Questo blog ha sempre cercato di mettere in guardia dalle lusinghe di Pechino e ribadito l’importanza strategica dell’alleanza tra Italia e Usa. Una premessa volta ad eliminare in partenza le prevedibili rimostranze che potrebbe suscitare un articolo che mettesse in dubbio le parole del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, secondo il quale “ci sono numerose prove che il virus arrivi dal laboratorio di Wuhan“.

Fermi tutti.

Abbiamo letto in queste settimane scienziati di tutto il mondo assicurare che il coronavirus ha origine naturale. Non siamo virologi. E neanche tuttologi. La nostra comprensione delle cose scientifiche arriva fino ad un certo punto. Per quel che può valere, visto che in questi mesi ha cambiato idea più o meno su tutto, l’OMS ha ribadito ancora poche ore fa che non ci sono prove del fatto che il coronavirus sia nato in un laboratorio di Wuhan.

Fatto sta che Pompeo è l’ex numero uno della CIA. Non è l’ultimo arrivato. Non bastasse il suo curriculum: in qualità di Segretario di Stato è l’uomo che rappresenta gli Stati Uniti all’estero. Se parla Pompeo, insomma, non possiamo che prendere sul serio le sue parole.

Prenderle sul serio, però, non significa prenderle per buone.

Proprio Pompeo, per i suoi trascorsi alla CIA, sa bene che le “numerose prove” da lui citate provengono dall’intelligence. Sorge allora un quesito spontaneo: perché l’intelligence che oggi viene ritenuta credibile sul virus made in China non fu ascoltata nel mese di gennaio quando depositò sulla scrivania dello Studio Ovale oltre una dozzina di report (fonte Washington Post) avvertendo della minaccia virale proveniente dalla Cina? Una sottovalutazione costata migliaia e migliaia di vite umane.

La risposta, in assenza di certezze, dev’essere per forza un’altra domanda: forse che oggi conviene credere all’intelligence e ieri no?

Quel che sappiamo con certezza è che da giorni Donald Trump ha iniziato a picchiare duro nei confronti di Pechino. Fingere che alla Casa Bianca ci sia un Presidente “normale”, un individuo che non rischierebbe mai e poi mai di provocare tensioni tra la superpotenza e la sua più grande antagonista, per di più nel bel mezzo di una pandemia, può essere anche rassicurante. Ma è certamente illusorio.

Siamo nell’anno elettorale, Trump consulta i sondaggi e sa che mai come in questi giorni gli americani guardano alla Cina con rabbia e diffidenza. Gli ultimi dati del Pew Research Center parlano di un’ostilità che riguarda il 66% degli americani.

Cavalcare l’onda della rabbia è la via più semplice. Specialmente per un professionista del mestiere come Donald Trump. Ma la comunità internazionale non può restare a guardare. La nascita di una commissione d’inchiesta internazionale e superpartes che indaghi sulla provenienza del virus è ineludibile.

Qualche anno fa, del resto, un altro Segretario di Stato americano, un certo Colin Powell, mostrò alle Nazioni Unite una fialetta piena di antrace. Sostenne che erano le prove che l’Iraq stava accumulando armi biologiche di distruzione di massa. Anni dopo venne fuori che la fonte principale degli americani era un ingegnere chimico iracheno: ammise di essersi inventato tutto per abbattere il regime di Saddam.

Di nuovo: non siamo amanti della Cina. Di più: crediamo che Pechino abbia nascosto per molte settimane, se non addirittura mesi, la bomba virologica che era scoppiata al suo interno. Ma non possiamo mettere una mano sul fuoco sulle parole di Mike Pompeo in assenza di prove certe. Non possiamo più rischiare di bruciarci. Non questa volta. Non di nuovo.

Lasciamo la Cina in Cina

Xi-Jinping

La CNN questa mattina titolava in prima pagina: “La Cina affronta una crisi diplomatica in Africa“. Chi organizza il sito americano non è impazzito, sa bene che in questo momento la notizia è la pandemia. Ma mentre l’emergenza sanitaria viene gestita, la geopolitica continua il suo corso. In nuce: tutto è geopolitica, a maggior ragione durante una pandemia.

Ma cosa c’entra la crisi diplomatica tra Cina e Africa con il coronavirus? E soprattutto: cosa c’entra tutto questo con noi? I fatti: la scorsa settimana cittadini e studenti africani a Guangzhou sono stati obbligati arbitrariamente a sottoporsi a tampone e ad osservare una quarantena di 14 giorni. Anche se non avevano lasciato la Cina negli ultimi mesi. Anche se non erano stati in contatto con un paziente affetto dal virus. Anche se avevano appena completato un isolamento di 14 giorni. E anche se avevano certificati che dimostravano la loro perfetta salute. Di più: moltissimi cittadini africani sono rimasti senza casa dopo essere stati sfrattati dai proprietari e respinti dagli alberghi della città. Cosa c’è dietro questa serie di comportamenti? Razzismo. L’idea che una persona di colore in quanto tale sia infetta.

Dal punto di vista cinese si tratta di una bella gatta da pelare. Diversi Paesi africani hanno protestato per il trattamento ricevuto dai loro connazionali in Cina, obbligando il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino a prendere le distanze da quanto accaduto. Il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha attribuito il tutto ai “report virali” utilizzati “da alcuni media occidentali per provocare i problemi tra la Cina e i Paesi africani“. Una narrazione leggermente schierata, per usare un eufemismo.

Dove voglio arrivare? Certo non serviva quest’ultimo episodio per dire di come funzionano le cose in Cina. Nei giorni in cui Pechino esercita tutta la sua capacità di “soft power”, sfoggiando la sua capacità di ripresa, la sua straordinaria efficienza nei controlli, la sua lodevole (e apprezzata) solidarietà, il rischio che la fascinazione si tramuti in subalternità è concreto. Colpa anche dell’inadeguatezza di una presidenza americana troppo impegnata a metabolizzare il colpo del virus – quasi fosse un torto personale e non una tragedia planetaria, poiché arrivata nell’anno delle elezioni – per pensare di ottemperare ai suoi compiti di superpotenza. Ma le titubanze di Trump, l’incapacità di esercitare la leadership globale che è stata una caratteristica degli Stati Uniti in tutte le maggiori crisi recenti, non devono convincerci che il modello cinese sia il futuro al quale ambire.

E’ notizia di queste ore che il governo di Pechino ha imposto restrizioni alla pubblicazione di ricerche accademiche sulle origini del nuovo coronavirus. Gli studi di due università cinesi sono stati rimossi dal web e da qui in avanti le ricerche dovranno essere sottoposte a verifica da parte del regime prima di essere pubblicati. Così si vive in un regime. Altro che modello cinese. Più che un Grande Fratello un Grande Tranello. Lasciamo la Cina dov’è: in Cina.

La Via della Seta che ci piace

Medici cinesi in Italia

C’è una Via della Seta priva di contenuto. Vergata su di un memorandum che non dice nulla, rappresentata dalla speranza di vendere le nostre arance in Oriente. E poi ce n’è una concretissima, improntata alla collaborazione tra popoli che la storia ha mescolato, fatto in modo fossero prossimi nonostante la lontananza geografica. Questa seconda Via della Seta è quella che ha portato 9 medici cinesi specializzati in Italia. Pronti a fornire la loro esperienza da “veterani” del coronavirus ai colleghi italiani. Loro ci sono passati, loro ne sono usciti. Ce la faremo pure noi.

La parola amicizia in politica, e ancora di più in geopolitica, va presa con le pinze. A regolare i rapporti tra nazioni sono spesso e volentieri ragioni di opportunità. I sentimenti appartengono ad una sfera diversa. Troppo pochi i Paesi che possono concedersi di pensare in questi termini. Noi siamo l’Italia, siamo un grande Paese, ma apparteniamo da sempre alla sfera d’influenza americana. Non possiamo dimenticare chi ha garantito la nostra sicurezza per decenni soltanto perché alla Casa Bianca vive da 4 anni un inquilino un po’ bizzarro. Il collocamento di una nazione prescinde dai suoi presidenti. Merito o colpa degli apparati, il “deep state” che a ragione o a torto dirige la politica estera dei vari governi. Per affinità con gli alleati storici, per prossimità storica, per abitudine e fiducia conquistata negli anni sul campo.

Premessa d’obbligo per chiarire che gli aiuti cinesi vanno letti come un gesto di profonda amicizia, di sconfinata umanità. E verso questo popolo, se anche questo aiuto riuscirà a salvare una sola vita, dovremo provare sentimenti di gratitudine eterna. Altro conto sarebbe cedere all’emotività del momento, alla tentazione di scagliarci contro i nostri alleati storici, gli stessi che oggi chiudono ai voli dall’Europa, gli stessi che con le loro dichiarazioni provocano danni incommensurabili ai nostri interessi.

Gli amici si vedono nel momento del bisogno, è vero. Ma l’aiuto degli amici verrà, sta già venendo. In termini di fondi europei, di regole da riscrivere insieme per ripartire, di dispositivi medici che già stanno arrivando da Francia e Germania per contenere l’emergenza. Siamo l’Italia: abbiamo molti amici. Delle alleanze parleremo poi. Quando tutto questo sarà finito.

Mare “Lorum”

Putin ed Erdogan

Vedere il Sultano e lo Zar nell’atto di spartirsi quel che resta del nostro un tempo “giardino di casa” fa un certo effetto. Brutto.

Al di là dei titoli nobiliari, il nostro Conte ha infilato in Libia una serie di errori marchiani . Risolto l’incidente diplomatico nato dall’aver ricevuto prima del premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Sarraj, il capo di una milizia ad oggi priva di ogni qualsivoglia legittimità, il generale Haftar, resta ben poco della traccia politica impressa sull’asse Palazzo Chigi-Farnesina.

Preso atto che qualcuno, in questo caso il ministro della Difesa Guerini, mette in conto anche di “rimodulare” (cosa vorrà dire?) la missione italiana in Libia, corre l’obbligo di informare il nostro Presidente del Consiglio che l’invio di truppe in un contesto di guerra non può essere fatto, come populisticamente declamato, “se non in condizioni di sicurezza sul terreno“. Sono soldati, non ausiliari del traffico, con tutto il rispetto della categoria. Ipotizzare un impegno militare è qualcosa. Farlo con la premessa che questo debba avvenire esclusivamente sotto l’ombrello dell’Unione Europea o delle Nazioni Unite è un limite.

Frutto di una debolezza politica, piuttosto che di potenzialità militare. Il problema si traduce nello spiegare al popolo la necessità di difendere gli interessi nazionali, anche mettendo a rischio delle vite. Scontiamo, in questo caso particolare, un atteggiamento ignorante della nostra posizione geografica e dunque della strategia che dovrebbe derivarne. Nessuno chiede di tornare ai tempi dell’Impero romano, che il Mediterraneo aveva reso fulcro del suo espansionismo. E neanche si pensa possibile tradurre in realtà il sogno precedente all’unificazione del futuro ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini, che sperava di riportare il Mediterraneo alla sua conformazione naturale, quella di “lago italiano”.

Nel corso dei secoli c’è chi ha saputo interpretare meglio di altri lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Prova ne sia la penetrazione cinese nei porti europei, fondamento di un espansionismo che si pensa egemonico nella migliore delle ipotesi, pari a pari con lo strapotere americano nella proiezione più probabile. In questo “gioco”, l’Italia ha rinunciato da tempo a dare sfogo alla sua dimensione naturale, quella di potenza centrale nel Mediterraneo. Si pensi che la Svizzera, incastonata tra i suoi monti e le sue valli, è riuscita a tessere una rete strategica che l’ha resa seconda potenza mondiale dei trasporti marittimi di merci. La Svizzera.

Noi preferiamo crogiolarci nello sguardo a Sud come limite, barriera ideologica e fisica che ci “protegge” dal nemico nero, e per questo brutto e cattivo. Migrante che vuole rubarci il lavoro, magari la moglie, toglierci le pensioni e rapinarci in casa. Perdiamo così l’opportunità di dare ossigeno alla nostra disastrata demografia, vero indice da osservare per comprendere da che parte soffierà il vento futuro, e lasciando vuoti che gli altri, come si è visto, sono ben contenti di colmare. Di mediterraneo, per fortuna, ci è rimasta almeno la dieta. Succulenta consolazione. Ma non ci lamentiamo, se da Mare nostrum ne abbiamo fatto Mare “Lorum”.

La Nato ha un problema: la Nato

Nato

La Nato ha 70 anni. Auguri. Ma non si offenderà se le diciamo che li porta male, malissimo. La signora è in sovrappeso, 29 Paesi da mettere d’accordo non sono uno scherzo, e i suoi organi interni non fanno più il loro dovere. Trump ha un chiodo fisso, ragiona con una mano sul portafogli, è una deformazione professionale: i Paesi dell’Alleanza devono rispettare l’impegno assunto dopo l’11 settembre e spendere per la difesa almeno il 2% del PIL. Questo criterio, ad oggi, viene osservato soltanto dagli Usa e dalla Gran Bretagna tra i grandi Paesi. Gli altri due “contribuenti” ligi al dovere si chiamano Grecia ed Estonia. Non propriamente dei giganti.

Ieri, nel primo giorno del vertice celebrativo per il 70esimo anniversario della nascita della Nato tenutosi a Londra, il padrone di casa Boris Johnson ha parlato in termini entusiastici del Patto Atlantico. Donald Trump prima di lui aveva accusato Macron di essere stato tremendamente offensivo nei confronti della Nato. Sì, sta tornando l’anglo-sfera.

In questo momento l’Unione Europea non esiste. Sarebbe più coerente definirla Divisione Europea. Il presidente francese è stato forse troppo duro (non a caso la Merkel lo ha bacchettato) quando un mese fa ha parlato di una Nato in “stato di morte cerebrale“, ma soltanto il laburista norvegese Jens Stoltenberg, che dell’alleanza è il segretario generale, può dire oggi che va tutto bene. Macron ha individuato il punto centrale della questione. No, non sono i soldi investiti nella Nato (ma Trump ha ragione quando chiede che i patti vengano rispettati). Il problema è di altra natura: qual è l’obiettivo della Nato? Perché esiste? Garantire pace e prosperità? Benissimo. Ma chi è il nemico? Una volta c’era il blocco comunista sovietico da contenere. Oggi sarebbe utile aggiornare priorità e strategie. Domani potrebbe essere troppo tardi. La vera minaccia è la Cina: la penetrazione di Pechino in Occidente è preoccupante. L’Italia ha una politica estera così intelligente da aver firmato la Nuova Via della Seta: siamo sempre un passo avanti (direttamente nel baratro). Continuare a vedere nella Russia il nemico da combattere non farà che spingere Putin tra le braccia di Xi Jinping. Svegliamoci.

Poi c’è l’altra questione: l’assenza di coordinamento. Tra le verità pronunciate da Macron c’è la seguente: “Attorno al tavolo non abbiamo la stessa definizione di terrorismo. Guardo alla Turchia e vedo che combatte contro coloro che combattevano fianco a fianco con noi contro l’Isis: è una questione strategica“. Vero, ma la Turchia è anche il secondo esercito della Nato. E se il primo è guidato da un signore di nome Donald da cui dipende la difesa dell’Europa che dice: “Mi piace la Turchia e vado molto d’accordo con il suo presidente“, allora è chiaro che qualcosa non torna. La Nato ha un problema: la Nato.