La Nato ha un problema: la Nato

Nato

La Nato ha 70 anni. Auguri. Ma non si offenderà se le diciamo che li porta male, malissimo. La signora è in sovrappeso, 29 Paesi da mettere d’accordo non sono uno scherzo, e i suoi organi interni non fanno più il loro dovere. Trump ha un chiodo fisso, ragiona con una mano sul portafogli, è una deformazione professionale: i Paesi dell’Alleanza devono rispettare l’impegno assunto dopo l’11 settembre e spendere per la difesa almeno il 2% del PIL. Questo criterio, ad oggi, viene osservato soltanto dagli Usa e dalla Gran Bretagna tra i grandi Paesi. Gli altri due “contribuenti” ligi al dovere si chiamano Grecia ed Estonia. Non propriamente dei giganti.

Ieri, nel primo giorno del vertice celebrativo per il 70esimo anniversario della nascita della Nato tenutosi a Londra, il padrone di casa Boris Johnson ha parlato in termini entusiastici del Patto Atlantico. Donald Trump prima di lui aveva accusato Macron di essere stato tremendamente offensivo nei confronti della Nato. Sì, sta tornando l’anglo-sfera.

In questo momento l’Unione Europea non esiste. Sarebbe più coerente definirla Divisione Europea. Il presidente francese è stato forse troppo duro (non a caso la Merkel lo ha bacchettato) quando un mese fa ha parlato di una Nato in “stato di morte cerebrale“, ma soltanto il laburista norvegese Jens Stoltenberg, che dell’alleanza è il segretario generale, può dire oggi che va tutto bene. Macron ha individuato il punto centrale della questione. No, non sono i soldi investiti nella Nato (ma Trump ha ragione quando chiede che i patti vengano rispettati). Il problema è di altra natura: qual è l’obiettivo della Nato? Perché esiste? Garantire pace e prosperità? Benissimo. Ma chi è il nemico? Una volta c’era il blocco comunista sovietico da contenere. Oggi sarebbe utile aggiornare priorità e strategie. Domani potrebbe essere troppo tardi. La vera minaccia è la Cina: la penetrazione di Pechino in Occidente è preoccupante. L’Italia ha una politica estera così intelligente da aver firmato la Nuova Via della Seta: siamo sempre un passo avanti (direttamente nel baratro). Continuare a vedere nella Russia il nemico da combattere non farà che spingere Putin tra le braccia di Xi Jinping. Svegliamoci.

Poi c’è l’altra questione: l’assenza di coordinamento. Tra le verità pronunciate da Macron c’è la seguente: “Attorno al tavolo non abbiamo la stessa definizione di terrorismo. Guardo alla Turchia e vedo che combatte contro coloro che combattevano fianco a fianco con noi contro l’Isis: è una questione strategica“. Vero, ma la Turchia è anche il secondo esercito della Nato. E se il primo è guidato da un signore di nome Donald da cui dipende la difesa dell’Europa che dice: “Mi piace la Turchia e vado molto d’accordo con il suo presidente“, allora è chiaro che qualcosa non torna. La Nato ha un problema: la Nato.

Hong Kong, la Cina e la vergogna italiana

Hong Kong

Nel Paese affascinato dal refrain “o-ne-stà, o-ne-stà”, può risultare difficile comprendere l’urlo proveniente dall’Estremo Oriente: “Li-ber-tà, li-ber-tà”. In Italia occupa le prime pagine dei giornali la vicenda della casa dell’ex ministra Trenta, onestamente imbarazzante: dice che la sua, dopo l’esperienza di governo, è una vita fatta di incontri e relazioni di un certo tipo. Dove abitava prima non può tornare, lì si spaccia droga, scherziamo? Il senso del ridicolo è stato oltrepassato da molto, quello della realtà pure, qualcuno avvisi Trenta e il marito che si stanno facendo del male da soli. Non hanno infranto le leggi? Pazienza. C’è una questione di opportunità che dai censori del Terzo Millennio, i grillini giacobini sempre pronti ad esercitare la loro (solo presunta) superiorità morale, è lecito attendersi venga colta.

In questo dibattito surreale, in questo Paese dei balocchi non in grado di conservare nemmeno i suoi gioielli (Venezia, Matera, la lista è lunga), arrivano gli echi di una storia lontana. Hong Kong. Da mesi migliaia di persone, definite genericamente “ribelli”, manifestano nelle strade. Hanno chiesto prima pacificamente di essere ascoltate, hanno poi fatto i conti con un regime totalitario, Pechino. La governatrice Carrie Lam non ha saputo gestire la protesta, ha fatto sì che diventasse una rivolta. La situazione è sfuggita di mano, al punto che gli organi di stampa filo-governativi (e come potrebbe essere diversamente, in Cina?) suggeriscono caldamente al presidente Xi Jinping di utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso per sedare le proteste. Detto in altri termini: repressione.

Succede così che il Politecnico di Hong Kong venga trasformato da centinaia di ragazzi in un fortino, l’ultima roccaforte dalla quale tentare di respingere l’assedio degli agenti che lanciano lacrimogeni e mulinano i manganelli per mettere in atto la volontà di Pechino. “Un Paese, due sistemi”: questa è la dottrina ideata dall’ex leader cinese Deng Xiaoping per far sì che l’ex colonia britannica tornasse alla Cina ma mantenendo le forme amministrative e il sistema economico che avevano fatto di Hong Kong un’isola di libertà sul modello occidentale. Questo principio costituzionale scadrà nel 2047. Il processo di transizione ha subito negli ultimi anni un’accelerazione preoccupante, dal punto di vista degli “hongkonghesi”. Si parla da giorni della possibilità di un intervento dell’esercito cinese. Nessuno dice chiaramente cosa accadrà dopo il 2047, tutti sanno che Pechino non accetterà nuovi compromessi o intromissioni.

In questo scenario politico inquietante, c’è chi combatte per la propria vita. Sì, sembra assurdo, ma c’è chi è disposto a lottare per i propri diritti. Così dei ragazzi raccolgono dalla palestra dell’ateneo delle racchette con cui respingono i candelotti lacrimogeni lanciati dalla polizia, usano giavellotti, archi e frecce come fossero (e lo sono) protagonisti di un’eroica resistenza. Gli ombrelli sono i loro scudi. Non sono dei santi (chi lo è veramente?), ma portano ad interrogarci sulle nostre scelte, sulle nostre priorità. E’ stato giusto, oltre che utile, essere il primo grande Paese a firmare un memorandum d’intesa con la Cina? La famosa Via della Seta è un atto di cui andare fieri? Aprire una corsia preferenziale con un regime totalitario orgogliosamente illiberale era strettamente necessario? Non sarà che nella smania di gridare in piazza “o-ne-stà, o-ne-stà” abbiamo perso di vista la “ve-ri-tà”?

Dazi Usa: “Giuseppi” e Di Maio in modalità “eh se me lo dicevi prima”

Pompeo e Di Maio

Quando mesi fa su queste pagine scrivevo che l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta promossa dalla Cina ci sarebbe costata cara non sapevo onestamente su quale settore il nostro Paese avrebbe scontato le maggiori ricadute. Ma era chiaro a chiunque – meno che a Di Maio – che avremmo pagato un prezzo alto.

L’errore di inseguire un non meglio precisato sovranismo (scambiato per sovranità) ha portato il precedente governo ad un pericoloso isolazionismo. Un errore di lettura clamoroso: se sei l’Italia, se insomma non sei una potenza mondiale ma appartieni alla sfera d’influenza americana, non puoi pensare di stringere un’intesa con il rivale per antonomasia – la Cina – nel pieno di una guerra dei dazi.

Oggi, poche ore dopo la sentenza del Wto che dà diritto agli Usa di imporre dazi per 7,5 miliardi agli europei come compensazione per gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico Airbus (consorzio di cui l’Italia non fa parte), la componente grillina del governo scopre l’esistenza di quella cosa che chiamata geopolitica e prova a correre ai ripari. Lo farà, paradossalmente, col ministro degli Esteri. Lo stesso che mesi fa firmò il memorandum d’intesa coi cinesi. Lo farà, di sicuro, con Giuseppe Conte. O meglio, Giuseppi. Illusosi evidentemente troppo presto di avere un rapporto privilegiato con la Casa Bianca, al punto di aver confuso l’amicizia personale con Donald Trump con quella storica tra Italia e Stati Uniti.

E adesso a fare le spese di questo pressapochismo, di questa improvvisazione, potrebbero essere in maniera indiscriminata le aziende italiane: quelle che esportano le nostre eccellenze agroalimentari. Il conto, secondo una stima della Coldiretti, potrebbe attestarsi attorno ad un miliardo di euro di perdite. Nessuno dice che sia “tutta” colpa del governo precedente: la questione Airbus-Boeing va avanti da decenni. Ma l’occhio di riguardo che gli Usa avrebbero potuto avere nei nostri confronti fino a qualche anno fa, stavolta, potrebbe restare chiuso. Nella migliore delle ipotesi, ora, saremo costretti ad assecondare i voleri americani su dossier scottanti come Iran, Venezuela e, ovviamente, Cina. No, non è un ricatto. E’ solo politica estera.

Cantava Jannacci:

“Eh, se me lo dicevi prima…”
“Come prima?”
“Ma sì se me lo dicevi prima…”
“Ma prima quando?
“Ma prima no?!”.

Ecco, il governo italiano è in questa modalità. Modalità “eh se me lo dicevi prima…“.

L’accordo con la Cina è un grosso guaio

C’è un motivo se il governo – dal Venezuela in poi – fatica particolarmente nella politica estera: oltre i confini nazionali le promesse mirabolanti non fanno presa, il realismo la fa da padrone. Salvini e Di Maio mancano di pragmatismo e visione strategica: ne è la prova la firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina che sancisce la nostra adesione alla cosiddetta nuova Via della Seta in un momento che dal punto di vista geo-politico non potrebbe essere più delicato.

Realismo, pragmatismo, dicevamo. Sono qualità che servono ad esempio a rendersi conto che la parola sovranismo non ha senso, soprattutto se ti chiami Italia. La nostra storia recente è quella di un Paese appartenente alla sfera d’influenza Usa. E dalle sfere d’influenza non si esce, quanto meno non per scelta propria. L’anti-americanismo del governo – soprattutto sponda M5s – in questo senso è un problema che a Washington hanno iniziato a cogliere. La nota del National Security Council – l’organismo massimo che regola tutte le questioni di sicurezza nazionale presieduto da Trump in persona -, che ci ha amichevolmente sconsigliato di siglare un’intesa con Pechino pena la perdita di “reputazione” dell’Italia a livello “globale”, è stata bellamente ignorata da chi ci governa e presto ne pagheremo il conto.

Perché una cosa è stringere un accordo con la Cina di natura commerciale, altra cosa è firmare un documento d’intesa vuoto dal punto di vista della sostanza ma dall’altissimo valore simbolico proprio nel momento in cui tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale che ne nasconde una ben più grande di stampo geopolitico.

Qual è allora il rischio a cui il governo ci ha esposto sul breve-medio periodo? Più in generale quello di una rappresaglia americana. Per un Paese come l’Italia, che ha il suo debito pubblico al 133% del Pil e che dunque ogni anno ha necessità di piazzare i suoi titoli di stato sul mercato, irritare gli Stati Uniti scommettendo che tra alcuni decenni la più grande potenza planetaria sarà la Cina non è una mossa geniale, soprattutto considerando che i tanti elementi di instabilità che Pechino si porta dietro lasciano supporre il contrario.

Non ci si meravigli se un brutto giorno le agenzie di rating americane non riterranno l’Italia abbastanza “credibile” (ricordate la nota del National Security Council sulla “reputazione”?) declassandoci e facendo dei nostri bond “titoli di stato spazzatura”. Di più: le aziende italiane negli Usa (Fiat ma non solo) potrebbero essere esposte ad azioni di ritorsione anche mediatica da parte di un popolo, quello americano, che quando si tratta di tutelare l’interesse nazionale non è secondo a nessuno. Finita qui? Macché. C’è pure, ed è altissimo, il rischio di dazi che Trump, grande esperto del settore, potrebbe applicare sui prodotti italiani. La cosa comica, e allo stesso tempo tragica, è che chi ha partorito l’accordo dalla parte italiana lo ha fatto perché spinto da un ragionamento prettamente economico piuttosto che strategico.

Le ripercussioni economiche non sono però le sole che potrebbero verificarsi se gli Stati Uniti considerassero troppo spinte le relazioni che Roma e Pechino intratterranno nei prossimi mesi di trattativa che seguiranno alla firma del memorandum. Non è da escludere, infatti, che Trump riservi all’Italia lo stesso trattamento che ha minacciato di utilizzare nei confronti della Germania limitando lo scambio di informazioni tra intelligence. Significherebbe per l’Italia, Paese affacciato sul Mediterraneo, naturalmente esposto ai flussi migratori, e a rischio di attacchi terroristici sul proprio suolo, ritrovarsi all’improvviso senza la protezione del gigante che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi ne ha garantito la sicurezza.

Non è uno scenario catastrofista: è una possibilità concreta. Non è soffice la nuova Via della Seta.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.