Chiamate un dottore

Donald Trump versione medico

Quando nel novembre del 2016 Donald Trump batté a sorpresa Hillary Clinton il mondo libero si chiese se quell’uomo dai molti vizi sarebbe stato realmente in grado di guidare l’America. C’era chi temeva che in un impeto di nervosismo, da un momento all’altro durante un volo intercontinentale, il Presidente avrebbe chiamato a sé il militare custode della valigetta nucleare e sganciato testate atomiche ai quattro angoli del Pianeta. I più ottimisti ipotizzavano scenari catastrofici dal punto di vista geopolitico: Trump, dicevano, trascinerà gli Stati Uniti in una nuova guerra; o viceversa si ritirerà troppo presto dai fronti caldi lasciando scoperto il fianco della superpotenza. Tutti poi più o meno concordi nel dire che l’economia a stelle e strisce, guidata da un soggetto instabile quale The Donald, sarebbe sprofondata nel giro di qualche mese invertendo la rotta di stabile crescita firmata da Barack Obama.

Analisti, giornalisti, esperti di ogni tipo avevano elencato le carenze e le debolezze del Presidente: in molti casi azzeccando le previsioni, in altri attribuendo a Donald Trump più potere e influenza di quanto gli apparati americani e il Congresso avrebbero mai potuto ammettere di concedergli. Poi è arrivato il coronavirus. E abbiamo capito che di tutti gli scenari ipotizzati, il più pericoloso era proprio l’unico inesplorato. Gli americani lo chiamano “once-in-a-century“: l’imprevisto della storia, quello che capita “una volta in un secolo“. E’ successo. E con Trump alla Casa Bianca.

Dopo aver minimizzato la minaccia del virus, smantellato le istituzioni sanitarie, ritardato la risposta del Paese, prima blandito e poi attaccato la Cina, delegittimato gli esperti scientifici, Donald Trump è entrato in una nuova fase: quella di consigliere medico. Così succede che l’uomo più potente del mondo, in una conferenza stampa sulla pandemia, trovi il modo di dire testualmente: “Potremmo colpire il corpo con un gran numero di ultravioletti o una luce molto potente. Lo testeremo, no? E poi ho proposto di portare quella luce dentro il corpo: si può fare, attraverso la pelle. O in altri modi. Lo testerete, giusto? Mi sembra interessante. Inoltre vedo che il disinfettante uccide il virus in un minuto. Un minuto. C’è un modo per fare qualcosa del genere all’interno dei pazienti, con un’iniezione o una specie di pulizia? Perché arrivi nei polmoni…lo sperimenteremo, mi sembra interessante“.

Noi ridiamo, condividiamo il video di Trump sui social, lo inviamo ai nostri amici sovranisti nella speranza rinsaviscano, ma la situazione è drammatica. Gli Usa sono l’epicentro della pandemia, eppure dal governo federale non è mai arrivata una chiara indicazione di lockdown. Ancora qualche giorno fa Trump prometteva di voler restituire gli americani alle loro vite prima di Pasqua. E come dimenticare il virgolettato riportato dal Washington Post e diretto ad Anthony Fauci, il guru delle malattie infettive: “Perché non lasciamo che il virus inondi il Paese?“. Risposta: “Signor Presidente, morirebbe moltissima gente“. Ne morirà lo stesso. Così come è morta una coppia dell’Arizona il mese scorso dopo aver ascoltato il suggerimento di Trump, fiducioso che l’antimalarico idrossiclorochina avesse un ottimo potenziale contro il coronavirus. Fiducia mal riposta, da parte dei due coniugi. E forse da parte di milioni di americani.

Trump non è il responsabile di tutti i mali del mondo, non è il Demonio descritto dai giornali liberal, non è la causa della pandemia. Ma è quello che in ambito epidemiologico viene definito un “super-spreader”, un soggetto capace di infettare un grande numero di persone. No, il Covid-19 non c’entra. In questo caso il virus è quello dell’ignoranza. Chiamate un dottore, presto.

Ci vorrebbe Obama

Barack Obama

I capelli sono ormai brizzolati. Il collo è quello di un uomo che ha oltrepassato la fase migliore del proprio vigore fisico. Le prime rughe segnano un volto provato da anni di responsabilità fuori dal comune. Ma gli occhi, le labbra, la voce di Barack Obama sono i soliti occhi, le solite labbra, la solita voce di Barack Obama.

Sogno. Speranza. Yes we can. Tutto è possibile per l’uomo del cambiamento. Ma a noi appassionati di politica non sarà dato di vedere la partita di tutte le partite. Negli Stati Uniti vige pur sempre il ventiduesimo emendamento della Costituzione: Obama non correrà per un terzo mandato alla Casa Bianca. Ma la madre di tutte le battaglie, il confronto tra due mondi inconciliabili e opposti, eccolo servito: si scrive Trump contro Biden, si legge Obama contro Trump.

Nulla togliere a Joe Biden. Uomo onesto, storia da film. Dicono gli americani: “Larger than life”, per dire di persone che hanno vissuto più di quanto un uomo o una donna qualunque potrebbero mai pensare di sperimentare in una vita sola. La straordinarietà di Biden sta proprio nell’opposto di questo assunto: nell’ordinarietà di un uomo che ha mostrato la capacità di andare oltre i suoi limiti quando sarebbe stato più facile abbattersi, nel coraggio di rialzarsi quando la vita lo ha colpito duro, mandandolo al tappeto.

Ma Obama è Obama. Dopo mesi in disparte, dietro le quinte, deciso a non intervenire nelle primarie dei Democratici, a non farsi tirare per la giacca, accusato perfino di tradimento dai supporter di Biden stesso – desiderosi che una parola sola dell’amico Barack spazzasse via anzitempo tutti i rivali di Joe – ecco il discorso che sancisce l’essere indispensabile di Obama per il Partito Democratico.

Sì Sanders, ok Biden, sarà Ocasio-Cortez. Ma è ancora Obama l’anti-Trump. Oggi più di ieri. Se Hillary Clinton, con tutti i suoi limiti, aveva una storia politica tale da reclamare la leadership del Partito e aggiungervi l’appoggio di Obama, in questo 2020 nessuno può incarnare meglio dell’ex Presidente l’anima di ciò che può dirsi veramente Democratico.

Nel discorso in cui annuncia il suo sostegno ufficiale a Joe Biden, c’è un passaggio che conta più di tutti gli altri. Quello in cui Obama dice: “Sapete, non potrei essere più orgoglioso dell’incredibile progresso che abbiamo compiuto insieme. Ma se corressi oggi per la presidenza non correrei la stessa corsa del 2008. Il mondo è diverso. C’è così tanto di incompiuto per noi per guardarci indietro“.

Rappresenta il passato, prova a plasmare il futuro. Consapevole che le prossime elezioni saranno le più importanti nella storia degli Stati Uniti. Quelle che diranno da che parte andrà l’America. Da che lato penderà il mondo.

Sul finire, parole come musica: “Join us, join Joe”. Unisciti a noi, unisciti a Joe. È ancora il migliore. Ci vorrebbe Obama.

L’Italia è Mes male

Angela Merkel e Giuseppe Conte

Per comprendere la cronaca di oggi bisogna fare un salto nella storia di ieri. L’ultima grande crisi, quella del debito sovrano. Corre l’anno 2011: i giganti europei ed economici mondiali vogliono commissariare l’Italia. Al vertice di Cannes tutto è pronto per la Troika. Stiamo per fare “la fine della Grecia”. Il premier è Silvio Berlusconi, che non vuole cedere al piano di assistenza per l’Italia. Indebolito dalle inchieste giudiziarie, deriso dai partner europei (ricordate Merkel e Sarkozy?), ormai è chiaro a tutti che il leader di Forza Italia è a fine corsa. Sarà, ma alla fine in quel summit fa irruzione un signore di nome Barack Obama che sorprendentemente pronuncia queste parole: “I think Silvio is right“. Penso che Silvio ha ragione. Morale della favola: la parabola di Berlusconi è comunque ai titoli di coda. Ma l’Italia è salva.

Ora torniamo al presente. 9 aprile 2020, Eurogruppo. L’Italia di Giuseppe Conte si presenta al tavolo delle trattative per fronteggiare il coronavirus con una frase che è una sentenza: “Mes no, eurobond sicuramente sì“. Il nostro premier ha giocato d’azzardo. Ha fatto la voce grossa in tv e sui giornali. Ha minacciato: “O così o facciamo da soli“. Grave errore: pensare che politica interna e politica estera coincidano. Conte non ha considerato che dall’altra parte del tavolo da poker c’è una giocatrice navigata, esperta. Angela Merkel non sarà ricordata come una statista europea, ma sa bene come vincere la partita della Germania, è il suo sport preferito da 15 anni a questa parte. La cancelliera vede il bluff di Conte, al suo cospetto è un novellino. Giù le carte: Merkel ha il punto e il nostro presidente del Consiglio no. Niente Eurobond, sì al Mes per chi vorrà utilizzarlo. La sostanza è questa. I tweet esultanti di Gualtieri e Gentiloni sono il tentativo (comprensibile) di indorare la pillola. L’Italia ha perso. Almeno per ora. E stavolta nessun presidente americano è intervenuto per dire: “I think Giuseppi is right“.

Poi ci sono le strumentalizzazioni, le solite della destra sovranista, quelli che “Gualtieri ha svenduto l’Italia” e via dicendo. Siamo sul terreno friabile della campagna elettorale, della narrazione distorta per macinare like, voti, rabbia e furore. Lasciateli perdere. La questione è drammaticamente più semplice: Conte ha sfoggiato i muscoli convinto di fare paura a qualcuno. Poi è arrivata Merkel e con un ago lo ha sgonfiato. Lezione per il futuro. Sperando ci sia tempo per rimediare. L’Italia è Mes male.

La lezione americana

 

Gli Stati Uniti sono il laboratorio in cui le trasformazioni dell’Occidente si verificano prima e in maniera più dirompente. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump ha anticipato l’arrivo della ventata populista che avrebbe travolto l’Europa. Per questo motivo, a due anni dalla sua elezione, il voto di Midterm è stato vissuto a queste latitudini come uno spoiler di ciò che comunque arriverà, come l’anticipazione di un sentimento diffuso, del futuro che ci aspetta.

Per quanto la realtà americana e quella italiana – per ovvi motivi – non siano neanche lontanamente paragonabili, ci sono delle lezioni che possiamo apprendere dai risultati di questa notte negli Usa. Chi pronosticava uno tsunami democratico negli Stati Uniti è stato smentito dai numeri. Il motivo è presto detto: l’alternativa a Trump è rimasta Barack Obama, che al netto del suo carisma, della sua immutata capacità di trascinare le folle, resta un ex presidente che non potrà più fare il presidente. Manca l’alternativa, la controparte.

Perché in un’epoca in cui i politici vengono valutati per la loro capacità di comunicare un messaggio – condivisibile o meno che sia – essere un personaggio come Donald Trump, specialmente in un Paese impaurito, basta e avanza per essere allo stesso tempo l’uomo più odiato e amato della nazione. Lo vediamo bene in Italia. Chi è il politico più criticato e avversato della scena? Matteo Salvini. Chi è il leader accreditato dei maggiori consensi dai sondaggi? Matteo Salvini. Fino a quando “l’altra Italia”, quella che non si rassegna ad essere governata dai “populisti alla Trump”, non troverà un unico interprete delle proprie istanze la mareggiata populista continuerà ad imperversare, provocando soltanto nausea a chi spera di domare le onde.

Ma c’è un altro aspetto, per certi versi simile, che possiamo estrapolare dal risultato di questa notte in America. Non basta essere governati da Donald Trump per rendersi conto del pericolo che si corre ad essere governati da Donald Trump. In altre parole: non bastano le ingiustizie e gli errori commessi da chi è al governo per convincere la gente a cambiare il proprio voto. Chi pensa di spodestare un populista non può pensare di farlo utilizzando le stesse armi che caratterizzano il populista al potere. No fake news, no attacchi indegni, no proposte che solleticano i peggiori istinti di un Paese. Piuttosto serietà, onestà, buon senso: tutte caratteristiche che non escludono la possibilità di trovare, poi, un leader forte, empatico, appassionato che incarni e rappresenti questi valori.

Forse non è facile, ma è soprattutto questa la lezione americana.

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.